Museo Civico "Carlo Verri" Biassono
Carlo Verri
Biografia
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Biografi a cura di Vittoria Orlandi Balzari

Carlo Verri
Carlo Verri in una stampa del 1800 da un rame di De Marchi (disegno) e I. Rados (incisione)
Cenni sulla vita

Carlo Verri (Milano, 1743 - Verona, 1823), penultimo degli undici figli del conte Gabriele e fratello dei philosophes Pietro e Alessandro era stato dal padre destinato alla carriera ecclesiastica, che già all’inizio del collegio di Parma non voleva decidersi ad intraprenderla per non rischiare di pentirsene, come poi fece.
Gli studi al collegio dei Nobili di Parma terminarono nel 1764, divenendo suddiacono con 150 scudi di pensione annui. Pur senza chiedere un canonicato, per non venir meno a quello stato di libertà di cadetto di cui godeva, inizialmente Carlo parve seriamente concentrarsi negli studi teologici.
Stemma della famiglia Verri tratto da "Lettere al fattore di Biassono" edito da Ca.ri.p.lo. (Laterza)
Stemma della famiglia Verri
Tornato a Milano trovò la casa paterna animata dal rinnovamento intellettuale dei redattori del Caffè, rivista letteraria fondata proprio da Pietro, il quale si propose subito di "istruire" alla philosophie francese il giovane fratello, più interessato però a inseguire donne sposate. Nel 1771 Carlo accompagnò il fratello Pietro a Vienna come suo segretario personale, dimostrando subito una forte inclinazione alla vita mondana, che al ritorno non venne ostacolata nemmeno dalla leggendaria severità del padre Don Gabriele. Per smettere l'abito talare e "vestire la spada" occorreva il permesso da Roma, cosa che riuscì ad ottenere grazie all’intermediazione del fratello Alessandro per "meschini paoli nove", mantenendo la pensione di suddiacono. Questa nuova libertà e l’emancipazione del fratello più piccolo, Giovanni, cavaliere di Malta, peggiorarono i rapporti col severo Pietro, che i cadetti decisero di evitare passando molto tempo a Biassono "con comitiva di dame e amici"1. Le cronache sui Verri testimoniano alcuni leggendari amori ascritti a Carlo, tra cui la celebre "Spagnoletta" descritta perfino da Casanova, Teresa Zuaso y Ovalle Zamorra, sposa del conte milanese Giuseppe Attendolo Bolognini. La relazione più importante fu con la borghese Teresina Colombi, con cui convivrà a Biassono e rimarrà fedele fino alla morte di lei, avvenuta nel 1821.
Non sappiamo come sia nata in Carlo Verri la passione per l’arte, ma è certo che iniziò a studiare disegno e pittura nell’autunno del 1773, come ci informa Pietro in una lettera del 23 marzo 1774:

"L’Abate da sei mesi a questa parte ha preso passione per il disegno, lavora, ha fatto progressi, e, se continua, non dubito che possa riuscire anche a meritarsi il nome di pittore".2

L’amore per le arti era una caratteristica di famiglia: il padre collezionista, lo zio committente, il fratello Alessandro antiquario e caricaturista, Pietro collezionista di stampe e numismatico3. Per questo non stupisce che i "vecchi di casa" non disapprovassero, e forse assecondarono questa passione di Carlo. È molto probabile che le prime lezioni di disegno dal vero vennero prese presso la decaduta Accademia Ambrosiana, unica scuola artistica prima dell’istituzione dell’Accademia di Brera.
Uno dei suoi primi maestri fu Francesco Terreno "pittore architetto di professione, e dipintore di prospettiva, e d'ornati" che impartiva lezioni private di prospettiva4.
L’amore per la pittura in lui si rafforzò nel 1774 in occasione del viaggio a Modena, intrapreso col fratello Giovanni che lì si recava per curarsi da una malattia recidiva:

"In questi giorni nei quali il Cav.re ha presi i bagni, essendo egli in ottima compagnia io sono andato a Bologna dove ho veduto tutto quello che vi si trova di migliore in genere di pittura. Il Pittore che mi è piaciuto più di ogni altro è Guido. Di Rafaello non vi è che un solo quadro, cioè quello della Santa Cecilia, ma non mi ha sorpreso; ha qualche cosa di secco, il colorito è griggio, la disposizione delle figure è troppo del gusto antico, o per meglio dire vecchio. I Caracci pure non mi anno [sic] sorpreso tento quanto avrei creduto, il loro colorito è quasi sempre cattivo, ma in mezzo a questo grande difetto, sono valentissimi pittori. Il Domenichino loro scolare ha qualche pezzo che batte i loro preso in tutto il suo complesso. Il quadro che veramente mi ha stordito è il San Pietro, che piange dipinto da Guido".5

È sempre il carteggio di Pietro ad Alessandro a permetterci di conoscere i progressi dell’aspirante artista:

"Carlo studia passionatamente già é compiuto il secondo anno; mi pare che sarà un pittore; tutto nobilita e grandeggia nelle sue mani. La sostanza nel lavoro è sorprendente. Ora fa venire il nudo a casa. Ho visto un ritratto di Van Dyck da lui copiato a olio con ottimo impasto".6

Il 1776 è poi l’anno di fondazione dell’Accademia di Brera che Carlo frequenterà in modo indipendente, perchè troppo condizionata da ideologie politiche:

"A Brera ora vi sono tutti i comodi, il nudo ogni giorno, molti e bei modelli dell’antico; ma anche nelle belle arti vi giuoca tanto lo spirito di partito, ch’ei (Carlo) non ardisce di approfittarne".7

La generosità paterna gli permise successivamente di trasformare alcune sale a pianterreno del Palazzo al Monte in un vero e proprio atelier, a disposizione anche di altri artisti, come il giovane Appiani e lo scultore Franchi:

"Nelle stanze a pianterreno di contro la porta vi è collocato lo studio di Carlo e non rimane più vestiglio della sala dell’udienza senatoria, e ciò con consenso".8

Nonostante gli evidenti progressi, l’atteggiamento del fratello Pietro rimase sempre molto critico:

"Il signor Franchi ha buona opinione dei talenti di Carlo per la pittura, ed io stesso più volte te ne ho scritto. Sono però già cinque anni dacché egli si fa una seria occupazione di questa per sei o sette ore al giorno, ha tutt’i comodi, fa venire il nudo in casa dove tutto è adattato, i migliori artisti vengono da lui, e sono contenti d’un collega cavaliere. Pure non ha ancora veduto un solo pensiero gettato in carta per creazione di fantasia. Egli esprime quello che vede assai nobilmente per il disegno, e con un colorito migliore di quello della scuola Lombarda, ma sinora di originale non ha che qualche ritratto, e un nudo sedente fatto a olio. Io osservo che nella musica egli è giunto a cavare una bella voce dal violoncello, suonare a tempo, bene intonato, intendere l’espressione a suo luogo del piano e forte; ma una cadenza, un minuetto, un capriccio qualunque egli non è capace d’immaginarlo. Pare che la di lui anima sappia fare bene l’eco degli oggetti che se le parano davanti l’uno dopo l’altro, ma che entro di sé non travagli punto, e le idee gli restino dormienti e senza accozzarsi e misurarsi tra loro. Così mi pare ch’ei sia anche nella pittura, e se ciò è non potrà mai fare un quadro con grandi idee".9

Carlo si era prefissato di eseguire una grande pala d’altare da porre nella chiesa di San Martino a Biassono, dove i Verri avevano estese proprietà, tra cui un’elegante Villa che divverà in seguito la dimora dell’aspirante pittore10 .
La serietà del suo intento è dimostrata non solo dalla applicazione continua e indefessa al lavoro pittorico e all’osservazione di opere d’arte, ma anche nella frequentazione assidua della scuola di disegno dal vero o "accademia del nudo", che egli segue anche a Parma, dove si reca nel 1779. Per conoscere la scuola veneta, si recò a Venezia nel 178211:

"L’Abate nostro fratello è partito per Venezia affine di studiare per un paio di mesi sulla scuola veneta. Pare veramente che la pittura sia la vocazione sua perchè costantemente la studia e v’impegna le sei e le otto ore del giorno. Ha terminato il suo primo quadro in grande S.Martino a cavallo che esce dalla Porta della città e copre con la clamide l’ignudo con varie figure episodiche. Sarà collocato a Biassono nella chiesa di cui è il Titolare. Il suo pregio è una bella imitazione del nudo, la carne è calda e l’anatomia vi si conosce, ma a mio parere non vi è grazia nelle fisionomie né eleganza maestra ne’ contorni. Per un dilettante però egli ha sicuramente passato il segno".

Del San Martino conosciamo tutto l’iter creativo attraverso il resoconto di Pietro al fratello Alessandro, iniziato tra la fine del 1777 e gli inizi del 1778:

"Ora da più mesi è occupato a fare un quadro in grande che rappresenti S. Martino, ed è un guerriero a cavallo che esce dalla porta della città mentre regala a un mendico il manto proprio; vi sono tre figure di soldati ben collocati, e il fondo del quadro rappresenta le antiche fortificazioni della città. Per collocare a luogo queste figure egli ha fatto fare diverse figurine di cera pieghevole, le ha vestite, e sentendo le critiche di vari le ha finalmente collocate nell’atteggiamento; poi tutti gli atteggiamenti di ciascuna delle figure gli ha disegnati dal naturale, ed ha una cartella di studi prima di aver cominciato il Quadro"12.

L’opera era destinata a Biassono, per la chiesa titolare del Santo, di cui probabilmente i Verri possedevano il Giuspatronato13. Secondo la tradizione Carlo, sempre insoddisfatto come un novello Leonardo, avrebbe tenuto in casa l’opera continuamente ritoccandola. In realtà la lettera inedita del 1816 indirizzata al nipote Gabriele, unico figlio maschio di Pietro, che ad ogni costo voleva per sé il dipinto dello zio, come altre sue opere, fa supporre che il San Martino fu davvero esposto nella chiesa di Biassono, magari nella cappella Verri, prima di essere trasferito a Ornago oggi pala dell’altare sinistro nel Santuario della Beata Vergine del Lazzaretto14 .

Contemporaneamente al San Martino Carlo Verri era impegnato ad eseguire il ritratto, firmato e datato 1781, di Paolo Frisi, matematico amico di Pietro, conservato presso il Politecnico di Milano15: nel cartiglio che il matematico tiene in mano è leggibile la seguente iscrizione:

"Amicitia conatus / philosophia obsequ... / Pauli Frisii imaginem / Carolus Verri / effinxit / Anno MDCCLXXXI".

Il dipinto quindi fu eseguito quando il Frisi era ancora in vita.

Dopo Venezia, il tour istruttivo di Carlo lo condusse a Roma, ospite del fratello Alessandro16:

"Carlo è sempre in giro per veder quadri e nuota in un mare di delizie"17.

Prima di ritornare definitivamente a Milano, Carlo volle visitare la Toscana con tappa a Firenze:

"Il giorno 6 è partito il conte Melzi per la Toscana, e si è dato appuntamento tra lui, e Carlo di trovarsi a Firenze, donde proseguiranno poi il viaggio insieme"18.

Della villa di Biassono, dove spesso vi aveva villeggiato durante la spensierata gioventù, Carlo divenne beneficiario alla fine di un lungo contenzioso ereditario coi fratelli nel 1787, e vi dimorò sino alla fine dei suoi giorni. Nella villa trasferì il proprio atelier nell’Ultima stanza ad angolo del piano superiore, che si affacciava sia verso il giardino che verso corte, quindi la stanza più luminosa.
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San Martino,
Carlo Verri 1778
È noto che a Biassono Carlo si dedicò anche ad un’altra attività, quella dell’agricoltura sperimentale che applicava ai terreni di sua proprietà, nel cui studio si applicò con la caparbia serietà del suo carattere, come testimonia la grande quantità di libri sull’argomento esistenti nella sua biblioteca, e soprattutto la pubblicazione di importanti saggi dedicati soprattutto alla bachicultura e all’enologia19. Già nel 1801 usciva a Milano dai tipi Pirotta Del modo di propagare, allevare, e regolare i gelsi, Saggio di Agricoltura pratica di C.V., e poco dopo, nel 1803 aveva pubblicato a Brescia il Saggio di agricoltura pratica sulla coltivazione delle viti.
Alla morte del fratello Pietro, avvenuta nel 1797, vi fu un riavvicinamento tra Carlo e la famiglia d’origine, soprattutto grazie alla vedova, Vincenza Melzi d’Eryl, con la quale il Verri mantenne sempre ottimi rapporti. Tale riavvicinamento ebbe per naturale conseguenza la frequentazione con la famiglia della cognata, in particolare col di lei fratello Francesco Melzi d’Eryl, che in quegl’anni stava acquistando sempre più potere politico nella neonata Repubblica Cisalpina. Per suo intervento, Carlo venne nominato prima Prefetto del dipartimento del Lario a Como (1800), poi del dipartimento del Mella a Brescia, dove rimase per due anni dal 1802 al 180420. Pur oberato d’impegni politici e burocratici, Carlo Verri non venne mai meno alle sue passioni artistiche, e si interessò subito alla locale Accademia d’arte, della quale fu eletto socio onorario il 30 gennaio 180321. In oltre risistemò il palazzo governativo coadiuvato con l’architetto Pollach di Milano22.
Il clima di Brescia gli causò una grave pleurite, avendo così la scusa per dimettersi e tornare a Biassono. Subito però venne nominato, quale indennizzo, prima Consigliere interinale di Stato, poi consigliere legislativo dell’ormai Regno d’Italia (1805) con compiti riguardanti la pubblica beneficenza. Ottenne pertanto il titolo di Commendatore del Real Ordine della Corona di Ferro il 6 giugno 1805. Con mansioni di riordino della pubblica beneficenza venne inviato dal Vicerè Eugenio di Beauharnais ad Ancona, per i dipartimenti di Metauro, Musone e Tronto (1808).
Nel 1805, non sappiamo dove e in che modo, Carlo conobbe personalmente lo scultore Antonio Canova, come testimoniato in una lettera dello scultore da Vienna alla marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli, compagna a Roma di Alessandro Verri:

"Le prego intanto di ricambiare il cortese saluto dell’eruditissimo Sig. Conte Verri anche a nome del Fratello grato alla di Lei gentile ricordanza"23.

Il 10 ottobre 1809 Carlo Verri fu nominato Senatore, carica che aveva rivestito suo padre Gabriele, e mai ottenuta dal fratello Pietro.
Alla fine del 1811 il pittore Giuseppe Bossi dava alle stampe il noto volume sul Cenacolo di Leonardo, cui rispose nel 1812 Carlo Verri con le "Osservazioni sul volume intitolato Del Cenacolo di Leonardo da Vinci libri quattro di Giuseppe Bossi pittore, scritte per lume de’ Giovani studiosi del Disegno e della Pittura"24.
Ne nacque una diatriba feroce25, in cui il Verri ebbe la peggio dalla critica milanese. Unica testimonianza positiva sembrerebbe provenire dalla lontana Roma:

"Da Roma ho ricevuto la lettera di Alessandro, colla quale ho il piacere di sentire confermato il parere che aveva già scritto sulla mia contesa pittoresca con Bossi, e sento in oltre, che i principali artisti di Roma la sentano assai favorevolmente per le mie opinioni."26

La polemica bossiana ebbe sul Verri un influsso benefico, stimolando in un lui un nuovo ritorno alle arti figurative, trascurate negli ultimi anni. Vediamo infatti volgere la sua attenzione non solo alla pittura, ritoccando il suo San Martino e realizzando un nuovo dipinto, ma, a seguito della pubblicazione del suo trattato di estetica, egli riprese i contatti con gli artisti, in particolare scultori, per la realizzazione di alcune opere.
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Angelo Custode,
Carlo Verri 1820
Il 1814 fu l’anno cruciale per la carriera politica del senatore Verri: alla caduta di Napoleone il senato si trovò a dover gestire una difficile situazione di tumulti e conseguente caos, che sfociarono nell’assassinio del Ministro Prina. In questo frangente la serietà e fermezza del Verri gli valsero la presidenza della Reggenza d’Italia dal 21 aprile al 25 maggio fino all’arrivo del maresciallo austriaco Bellegarde, nuovo governatore.
È probabile che il Saggio elementare sul Disegno della figura umana in due parti diviso scritto dal Conte Carlo Verri per istruzione de’ giovani che s’incamminano alla pittura con alcune avvertenze sull’uso de’colori ad olio, edito a Milano 1814 dai tipi di Giovanni Bernardoni, sia stato scritto nei mesi successivi alla Reggenza, quando ormai potè ritirarsi a vita privata e dedicarsi nuovamente all’arte e all’agricoltura moderna; sicuramente uscì in settembre, come dimostra l’annuncio tipografico apparso sul Giornale Italiano del 24 settembre 181427.
Per ragioni di salute, Carlo trascorse a Nizza un lungo soggiorno tra il 1816 e il 1817, durante il quale scrisse un suo contributo, pubblicato postumo a Roma nel 1897, nel quale egli voleva spiegare quanto accaduto in quei concitati giorni di rivolta del 1814, intitolato Sugli avvenimenti di Milano 17-20 aprile 1814. Relazione del Conte Carlo Verri senatore del Regno Italico e Presidente della Reggenza Provvisoria.
Nel frattempo a Roma moriva il fratello Alessandro: Carlo si occupò dell’epigrafe da far incidere sulla lapide dove fu tumulato, nella chiesa romana di San Carlo dei Lombardi28. Poco tempo dopo, nel 1818, perse anche il fratello Giovanni, cui era stato molto legato in gioventù.
Tornato definitivamente in Lombardia, egli dovette occuparsi come intermediario di un busto-ritratto in marmo eseguito dallo scultore Gioacchino Guelfi rappresentante Heinrich Joseph Johannes Graf von Bellegarde29, comandante delle truppe austriache e governatore provvisorio di Milano dopo la caduta di Napoleone.
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Paolo Frisi - ritratto,
Carlo Verri 1781
Nel 1818 Carlo Verri fu presidente di una Commissione di benemeriti, eletta nell’abitazione milanese di Carlo, intenzionati a far erigere un monumento in memoria dell’amico pittore Andrea Appiani, che si rivolse allo scultore danese Berthel Thorvaldsen, la cui bottega romana era in competizione col Canova30.
Non ci è dato di capire la motivazione di questa scelta, essendo ancora attiva la bottega di Canova, ma è plausibile che l’indicazione dello scultore e dell’iconografia spetti a Carlo Verri, essendo infatti l’unico esponente di questa commissione ad avere un rapporto privilegiato con l’arte. Purtroppo l’esecuzione dell’opera fu rallentata dai troppi impegni dello scultore, impedendo a Carlo di vedere l’opera finita e collocata all’ingresso del palazzo dell’Accademia di Brera.
Anche negli ultimi anni di vita il Verri sembra concentrarsi nuovamente verso lo studio dell’arte, facendo brevi soggiorni in altre città del ducato31, e tornando a dedicarsi alla pittura.
Se conosciamo quasi tutto del San Martino, della tela raffigurante l’Angelo Custode, sempre nel Santuario di Ornago sappiamo solo ciò che l’iscrizione riporta: "Carolus Verrus pingebat a 1820 aetatis suae 78". Perché questo soggetto inconsueto? La motivazione è forse da ricercarsi ancora una volta nelle proprietà di famiglia, in quanto nella parrocchiale di Macherio i Verri avevano una cappella dedicata all’Angelo Custode, e forse Carlo aveva inizialmente destinato ad essa il suo dipinto. Sarebbe stato quindi il nipote Gabriellino a voler trasformare il santuario mariano in un tempio di devozione domestica. Rispetto al San Martino si nota un’evoluzione accademica, un’accuratezza esecutiva e una levigatezza delle superfici che si avvicina alla tanto criticata maniera tedesca, eredità della scuola romana. Si nota infatti lo studio meticoloso di ogni particolare, una ricerca continua e ossessiva della perfezione, come se l’artista, ora veramente tale, avesse fatto autocritica e dagli errori e dallo studio accademico avesse ricavato il suo migliore stile, purtroppo in tarda età. Il dipinto, il miglior lavoro del pittore, è sicuramente l’ultima opera finita ascritta al Verri.
Forse per i noti problemi di salute, Carlo a Biassono tornò a dedicarsi anche all’agricoltura sperimentale, pubblicando cinque scritti in quattro anni: Lettera ad un amico sull’opera del Sovescio, e nuovo sistema di cultura fertilizzante senza dispendio di concio (1819); Risposta alle lettere dilucidative sul sovescio di segale; Il gelso, la vite ed il sovescio. Almanacco per l’anno 1822; L’erba medica, il seme de’ Bachi e la foglia. Almanacco per l’anno 1823; sebbene l’opera più importante fu Del vino discorsi quattro (1823), riedita fino al 1840 e tradotta in altre lingue. Queste pubblicazioni gli permisero di diventare socio di alcune tra le più importanti accademie italiane del tempo: l’Accademia Clementina di Bologna, l’Accademia de’ Georgofili di Firenze e l’Accademia Virgiliana di Mantova. Il Verri si vantava di essere stato tra i primi ad esservi nominato commendatore e di averne avuta la decorazione nella prima ed unica funzione pubblica che si fece nella basilica di Sant’Ambrogio.

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Fontespizio delle edizioni originali dei due scritti più conosciuti di Carlo Verri
Nel 1821 egli ebbe il dolore di perdere la compagna della sua vita, Teresina Colombi, ironicamente chiamata da Pietro Perpetua per sottolineare il fatto che ufficialmente il fratello non aveva mai rinunciato al suddiaconato. Tale perdita e il peso degli anni indussero il Verri a pensare al proprio trapasso: si fece ritrarre a olio dal Bosio, redasse il suo testamento e, prima di partire per Verona, commissionò allo scultore Gaetano Monti di Milano32 un proprio ritratto in cera di profilo a medaglione33.

Carlo Verri moriva a Verona il 7 luglio 1823 per un’infezione polmonare. Il testamento era stato rogato il 26 dicembre 1822: Carlo divise i propri beni in 11 parti uguali da destinarsi ai nipoti, quindi includendo il ramo femminile della famiglia e una pronipote34.
L’esecutore testamentario, il conte Porro, incaricò il Marchese Bonifazio di Canossa di far eseguire un monumento funebre, tutt’ora esistente, ove far riposare le spoglie dell’estinto, nel luogo dove era stato tumulato il 9 luglio 1823, cioè nel chiostro di Sant'Antonio del monastero di San Bernardino a Verona35. Al 10 luglio del 1824 il monumento era a buon punto, tanto da ipotizzarne la collocazione nella sede attuale già a settembre di quello stesso anno. L'artefice fu "Lorenzo Recchia, marmorino, al Sester Grande", di origini milanesi ma trasferitosi a Verona36.

Carlo Verri fu incompreso dai contemporanei e ignorato, a torto, dalla storiografia. Egli, grazie all’ambiente intellettualmente stimolante in cui nacque e si formò, poté sviluppare in tutta libertà concetti e idee indipendenti dall’opinione comune e dall’estetica accademica.



NOTE
  1. P.Verri, Lettere al fattore di Biassono, a cura di F.Pino Poggiolini, Cariplo, Milano 1984.p.88-89, lettera da Milano 27 maggio 1785.
  2. Carteggio di Pietro e Alessandro Verri., a cura di F.Novati, E.Greppi, A.Giulini, F.Seregni, ed.Cogliati, Milano 1923-1942, VI, p.203.
  3. V.Orlandi Balzari, La famiglia Verri: collezionismo, mecenatismo, e mercato antiquario tra Milano e Roma, tesi di Specializzazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, A.A 2002.
  4. C.Verri, Saggio elementare sul disegno della figura umana, Milano 1814, parte II capo III.
  5. AFM, Verri, Lettere di Carlo Verri al fratello Alessandro, cart. 104. Modena, 5 aprile 1774
  6. Carteggio, VIII, p.85. Milano 30 maggio 1776.
  7. Carteggio, X, p.336: Milano 31 luglio 1779.
  8. Carteggio, XII, p.361. Milano 1 giugno 1782.
  9. Carteggio, IX, pp.126-127, Milano 14 novembre 1778.
  10. V.Orlandi Balzari, Illuminismo rocaille: villa Verri a Biassono, in Atlante del Barocco, a cura di T.Fagliolo, Roma 2006.
  11. Archivio della Società Storica Lombarda di Milano (d’ora in poi ASSL), Trascrizione lettere edite e inedite di Alessandro Verri al fratello Pietro 1782-1783, Carteggio inedito, lett. N°1445, Milano 21 settembre 1782.
  12. Carteggio, X, p.239, Milano 7 aprile 1779
  13. V.Orlandi Balzari, Il senatore Gabriele Verri e le arti, in Annali di storia moderna e contemporanea, X (2004), pp.395-409.
  14. L.Galbiati, Il Santuario della Beata Vergine del Lazzaretto di Ornago, Ornago (Mi) 1999.
  15. La Milano del Giovin Signore, a cura di G.Mazzocca, Milano 19 , scheda n°78.
  16. ASSL, Trascrizione lettere edite e inedite di Alessandro Verri al fratello Pietro 1782-1783.
  17. ASSL, Trascrizione lettere edite e inedite di Alessandro Verri al fratello Pietro 1782-1783, Roma 5 novembre 1783.
  18. ASSL, Trascrizione lettere edite e inedite di Alessandro Verri al fratello Pietro 1782-1783.
  19. Aa.Vv., Dibattito sulla fisiocrazia, La Nuova Italia, Firenze 1979; A. Maffey, L'utopia della ragione, Bibliopolis, Napoli 1987.
  20. E. Riva , Carlo Verri: patrizio, prefetto, possidente, Mialno 2006..
  21. Il Primo secolo dell’Ateneo di Brescia 1802-1902, a cura di G.Fenaroli, Brescia 1902: Elenco soci al n° 537: “Verri Carlo di Milano, onorario, eletto 30 gennaio 1803 n°73”.
  22. AFM, lettere di Carlo Verri a Vincenza Melzi, cart. 292, Brescia 29 ottobre 1802.
  23. I.Colucci, Antonio Canova, la Marchesa Margherita Boccapaduli e Alessandro Verri: lettere ed altre testimonianze inedite, in Paragone, XLIX (1998) serie III, p. 64-74. Durante il soggiorno romano del 1783, Carlo approfittò dell’ospitalità del fratello e della sua compagna.
  24. Cui fece seguito l’altro pamphlet di CarloVerri, Lettere confidenziali di B.S. all'estensore delle postille alle osservazioni sul volume intitolato Del cenacolo di Leonardo da Vinci, libri quattro, Dalla stamperia di Giovanni Pirotta contr. di S. Radegonda, n. 964, Milano 1812.
  25. Si legga per tutti D.Trento, Il Cenacolo di Bossi, protolibro di storia dell’arte lombarda, in Milano, Brera e Giuseppe Bossi nella Repubblica Cisalpina, Milano 1999, pp.180-200.
  26. AFM, lettere di Carlo Verri a Vincenza Melzi, cart. 293, Biassono 28 giugno 1812.
  27. V.Orlandi Balzari, Carlo Verri artista e critico d’arte, Biassono 2006, p.53.
  28. AFM, Verri, Lettere del Cardinale Dugnani alla Sig.ra Contessa Melzi d’Eryl, 1816-1818, cart. 162 fasc.3. L’informazione viene fornita dal Cardinale Dugnani, cugino dei Verri, incaricato di seguire a Roma i lavori per il monumento ad Alessandro Verri e per la tomba.
  29. S.Mola, Das Leben des Feldmareschalls Heinrich Graf von Bellegarde, Wien 1847.
  30. F.Mazzocca, L’ideale classico. Arte in Italia tra Neoclassicismo e Romanticismo, Neri Pozza editore, Vicenza 2002, pp. 278-294. Nella commissione facevano parte, oltre al Verri, Antonio Strigelli, Antonio Smancini, Giovanni Luca della Somaglia, Giuseppe Poldi Pezzoli d’Albertone e l’abate Benedetto Tordorò.
  31. AFM, Verri, Lettere di Carlo Verri al nipote Gabriellino, cart.299. Lettera da Milano, 15 settembre 1820: “Oggi col mio cassettino di Biassono mando il quadro ad Ornago […]. Se posso combinarmi col Perangeli io pure questa sera vi anderò [sic] per situare il quadro, ed intelarlo, giacché vorrei pormi in libertà per tutta la prossima settimana, nella quale posso fare una gita a Lodi e Piacenza”
  32. Lo scultore Monti è l’autore anche del ritratto, sempre in cera, di Andrea Appiani, conservato nella Galleria d’Arte Moderna di Milano.
  33. AFM, Verri, archivi aggregati, cart.3, fasc.12, c.299, Verona li 6 luglio 1823.
  34. AFM, Verri, ER 22, fasc. 5 , Eredità Carlo Verri.
  35. AFM, Verri, archivi aggregati, cart.3, fasc.4, pagamenti e lettere di giustificazione per la Tomba del conte Verri.
  36. AFM, Verri, archivi aggregati, cart.3, fasc.4, f.190r.


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