PREFAZIONE*


Frontespizio
Ignazio Cantù (dis. Raverta)
A chi, pur nell'odierna ansiosa ricerca di visioni sempre nuove e lontane e ricche di violenti contrasti, sa godere l'amenità di un paesaggio di toni smorzati, in lento digradare di colli aperti su ampi orizzonti, un paesaggio diremmo intimo e familiare quale è quello della Brianza; a chi, visitandone qualche angolo remoto, si è posto un interrogativo intorno ad un'antica pietra, all'origine di un nome, alle vicende di un umile paese odi una famiglia illustre; a chi infine vuole avere una visione d'insieme della storia di questa regione, riuscirà gradita la rinnovata edizione de "Le vicende della Brianza" di Ignazio Cantù.
Vecchie di più di cent'anni, superate in parte dai risultati degli studi più recenti, conservano ancora un notevole interesse, sia per l'onesta erudizione che per l'esposizione piana, resa talora piacevole e viva dall' affetto che l'autore nutre per quei luoghi; e sono tuttora l'unica opera che abbracci organicamente la storia della Brianza. Semmai, potranno suscitare in alcuno il desiderio di riprendere e rinnovare tale studio, con criteri più moderni e sicuri.
Intimamente legata per struttura naturale, per caratteristiche etniche e per vicende storiche, ai paesi limitrofi ed in particolare a Milano, la Brianza è pur individuabile, sotto tanti aspetti, come entità a sè.
Orobi, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi... dai tempi più remoti è un succedersi di popoli, di cui rimane il ricordo at­traverso i secoli, in un nome, in una lapide, nelle vestigia di un ponte ò di una torre.
Il Cantù non si lascia sfuggire gli interrogativi che sin dall'inizio gli si presentano, sia che riguardino i confini della regione o l'etimologia del nome Brianza; nè esita a combattere l'opinione del Giulini, nel tentativo di risolvere il problema del capoluogo del "Contado della Martesana", singolare espressione della indipendenza di questa regione in epoca feudale.
Nulla lo lascia indifferente: l'origine del nome Liciniforum o il discorso rivolto da Cesare agli "abitanti del Lambro", le incerte vestigia del soggiorno di Teodolinda a Rova­gnate o la costruzione del canale della Martesana; l'animazione della battaglia di Tassèra e la precipitosa fuga di Federico I verso Montorfano, o la battaglia combattuta dal principe Eugenio a Cassano; la desolazione della peste del 1630 o quella del colera del 1836 e consuetudini e superstizioni di antichissima origine che ancora perdurano ai suoi tempi.
Se un secolo di studi storici non è passato invano, purtuttavia non è trascurabile l'apporto del Cantù, allorché egli consulta archivi parrocchiali, o pubblica documenti inediti, come gli atti del processo subito da Giuseppe Ripamonti, lo storico della peste manzoniana.
E, pur non avendo tempra di critico d'arte, non gli sfugge il valore artistico della chiesa di S. Pietro sopra Civate, del battistero d'Oggiono, nè, in particolare, di quei mirabili affreschi paleocristiani di S. Vincenzo in Galliano, poi rivelati agli studiosi dal Toesca, ora stupendamente illustrati da Roberto Salvini nel III volume testè uscito della "Storia di Milano", e ricollegati al ciclo ottoniano di pitture di S. Giorgio di Reichenau.
Particolare rilievo l'autore da ai personag­gi di origine briantea: un console probo come Virginio Rufo, che ebbe l'amicizia di Nerva; santi come il dotto Simpliciano, che nei sereni colloqui di Cassago portò a compimento la conversione di S. Agostino; o il vescovo Dazio che difese le popolazioni dalla miseria e dalla fame; vescovi che "levarono la spada invece della croce", come Ariberto d'Intimiano o Leone da Perego, pittori come Marco d'Oggiono, poeti come il Parini, storici ed eruditi come il Riparnonti e l'Alciato.
Ma due accenti direi che prevalgano, a dar calore e a togliere monotonia alla fredda esposizione storica: la descrizione paesistica e le riflessioni ispirate da vivo amor patrio.
Notiamo il gusto col quale egli si sofferma a descrivere "l'incantevole" paesaggio o "l'aria soave" della Brianza, proprio mentre sta per evocare una scena di violenta battaglia; o prende respiro, dopo dolorose vicende, per esporre l'animazione di un pellegrinaggio alla chiesetta di San Miro e la festosa sosta accanto alla pittoresca sorgente del "Gaiumo"; o dipinge amorosamente il quadro del­la nativa Brivio, in un limpido scorrere di acque.
Ma qua e là, suona amaro l'accento con cui egli deplora le lotte fratricide tra italiani, mentre poi con malcelato entusiasmo ricorda l'unione stretta tra essi contro l'alemanno. Ciò non toglie tuttavia a lui una certa serenità di giudizio: basti vedere come illumina di nobile dignità la flgura del Barbarossa, o riconosce il rinnovamento dell' agricoltura e dell'industria operato da Maria Teresa e da Giuseppe II.
All'attività economica ed agricola della regione egli presta in ogni tempo particolare attenzione. Il lettore può così stabilire interessanti confronti tra i modi di vita di un tempo e quelli odierni: che, se alla cultura del gelso e alla filatura della seta altre coltivazioni e altre attività si sono sostituite, quel che conta è l'impronta di operosità industre che questa popolazione ha dato alla sua terra.
E se non più, come nel '700 e nell' '800, la Brianza è meta di villeggiatura "autunnale" da parte di tutti i milanesi, pur ancora, negli ombrosi parchi, le vecchie accoglienti ville attendono, per dare un ineguagliabile sereno riposo. Appunto col ricordo delle più belle ville della Brianza, sulle quali il Cantù ferma alla fine la sua attenzione, ci accomiatiamo da questa narrazione di vicende storiche millenarie. Che ci sembrano degne di essere rimeditate.


 LELIA VISMARA MARRO

* Prefazione alla ristampa del 1954 del LICINIUM di Erba, edita per iniziativa degli "Amici della Brianza" e a cura di Alberto Airoldi.