CAPITOLO IV

LA BRIANZA SOGGETTA AI ROMANI
DAL 470 AL 740 DI ROMA


I Galli in Roma. - Filone e Flaminio. - Il passo dell’Adda. - Liciniforo. - Cesare a Lecco. - Le legioni del Lambro. - Memorie de' Romani. - Virginio Rufo.

Arunte da Chiusi, sofferta un’ ingiustizia dai magistrati della sua patria, ardente d’ira chiamò per vendetta i Galli Senoni, da poco tempo arrivati nell’Umbria, scorgendoli egli stesso contro i suoi concittadini. Riusciti i Galli vincitori pretesero di stabilirsi nel territorio di Chiusi, ma i Romani mandarono loro gli ambasciatori per impedirneli. Questi però non riusciti ne’ trattati presero le armi, onde irritarono i Galli che ad una voce gridarono…
“andiamo a Roma! vogliamo guerra ai Romani!”
e subito mossero alla volta del Tevere sotto la scorta d’un loro capitano con nome generico chiamato Brenno. Le armi galliche atterrirono gli abitatori di Roma, che tumultuariamente si cacciarono a fuggire, non rimanendo a difesa della patria che pochi prodi e ottanta senatori, pronti a morire ma non a macchiarsi d’ignominia. Appresso al sanguinoso combattimento d’Allia, Roma era vicina a perdere e libertà ed esistenza, se il generoso animo di Camillo, dimenticate nel pericolo le ingiurie dell’esilio, non avesse insegnato a’ suoi concittadini a riscattarsi col ferro e non coll’oro. Però se il giorno di quella sconfitta fu posto tra i nefasti nel calendario romano, tornò assai più funesto ‘ai Galli che erano stati vincitori, perché i figli di Romolo ingelositi di sentirsi vicina una nazione sì formidabile, ne meditarono la rovina. Difatti, nel secolo quinto di Roma, Fulvio Filone e Cajo Flaminio con un immenso esercito mossero verso le parti settentrionali dell’Italia per travagliare coll’assedio la città di Milano. Sappiamo da Polibio che i Romani varcarono l’Adda, ma mal si potrebbe chiarire il luogo preciso, e quanti fecero indagini su questo oscuro punto d’istoria provarono niente più che l’acutezza del loro ingegno e la ricchezza delle loro erudizione(1).
Appena i Galli ebbero inteso l’avvicinarsi dei Romani serratisi intorno al ponte dell’Adda ed alzate le spade contesero loro il passaggio. I Romani dopo sanguinoso combattimento erano sul punto di cedere, quando soccorsi dai Cenomani, abitatori delle terre bresciane, che si erano già piegati alla loro dominazione, videro la battaglia mutare d’aspetto, e riportarono una micidiale vittoria. Allora i Galli colle donne e le cose più dilette riparandosi fra le gole delle montagne vicine si misero al sicuro dall’ira dei conquistatori(2).
I figli di Romolo, superato quel valoroso ostacolo, si diressero alla volta di Milano e, conquistata questa città, estesero le loro conquiste anche sulle nostre terre, pretendendo alcuni, non sappiamo con quali argomenti alla mano, che Furio e Flaminio distruggessero un ponte sull’Adda ad Olginate(3).
Della dimora de’ Romani fra noi durano come perenne memoria alcune lapidi, sepolcreti ed altri monumenti che di quando in quando vengono alla luce, dei quali puoi avere contezza leggendo le Notizie del Redaelli, la Memoria del proposto Annoni ed il Viaggio ai tre laghi di Carlo Amoretti colle erudite aggiunte del chiarissimo dottor Labus(4).
Altro argomento è anche il nome di molti borghi e villaggi, che di leggieri appare di derivazione latina, tolto ordinariamente o da militari posizioni o da qualità locali(5).
È schiettamente latino anche il nome Liciniforo con cui si chiamava un’antica terra, che Catone dice essere stata abitazione degli Orobii. A chi discende dal pendio orientale di Erba s’affaccia un prospetto di singolare bellezza; un piano sparso di casali, cascinotti e paesetti, fra cui distingui Bosisio, patria d’Appiani e di Parini, ravvivato dalle cerulee acque dei laghi di Pusiano, d’Alserio, di Montorfano e d’Annone, circondato a settentrione da altissimi monti, e dalle altre parti da colline lentamente inclinate e coltivate, che contrastano vagamente colle giogaie del Resicone e de’Corni di Canzo(6). Un giovane milanese salutava tante bellezze con questi sentiti versi:

Monti! o vette aeree,
piani d’Erba, addio!
valli! o poggi placidi
Dal fertile pendio; Asilo Soave e muto

Di rustica beltà;
Io t’amo - io ti saluto
con mesta voluttà.

Qui dove il bosco e’l clivo
E l’erba e l’aura pura,
E il lago, il fiume, il rivo
Son l’inno di natura;
L’alma che ferve e sente
S’erge di sè maggior;
S’erge sull’ala ardente
Commossa a nuovo amor.

Salvete o voi tranquille
Innumere borgate,
Liete cosparse ville,
Campagne invidiate!
Io v’amo - e in cor vi sento
Com’inno del mattin!
Come il primiero accento
Dell’italo bambin!(7)

Pochi tiri di fucile discosto, a chi lo cerca a destra, sorge un campanile d’antico aspetto ed è la torre della chiesa di Villincino, ove si tiene un settimanale mercato. E’generale opinione che questa terra fosse il Liciniforo di cui abbiamo già fatta menzione e che, al dir di Catone, era al pari che Barra, Bergamo e Como terra degli Orobii. Difatti appaiono colà tutti gli argomenti per supporre che ivi esistesse un’ abitazione di maggior considerazione che al presente, argomenti rinfiancati dalla tradizione fedelmente custodita e dal nome stesso di Liciniforo, che suona precisamente mercato di Licino(8), affinissimo al nome Incino(9).
Abbiamo detto Liciniforo terra romana, quantunque Catone asserisca essere stata uno de’ domicilii degli Orobii. Non constando questo nome che dall’accozzamento di due vocaboli puramente latini, potrebbe essere che Catone notasse come era chiamata questa terra a’ suoi giorni; così anche noi oggi diremmo la Lombardia fu abitata dagli Insubri, senza punto pretendere che essa fosse così dagli Insubri chiamata. Potrebbe essere ancora che questa città o borgo di Liciniforo non esistesse neppure al tempo degli Orobii, e che Catone intendesse essere stato una volta occupato da questo popolo il territorio, dove a’ suoi giorni esisteva Liciniforo, nel qual caso potrebbe parere non al tutto priva di fondamento l’opinion di Rafelio, il quale pretende che Incino sia stato fondato nel 608 di Roma dal consolo Licinio Crasso(10). Ritenuta l’identità fra Liciniforo e Villincino è inutile, che noi ci perdiamo in vane discussioni per ritrovare quando questa terra scomparisse, poiché ella dura tuttora, per quanto venisse in parte incendiata nel 1160 da Federigo Barbarossa, e in parte rovinata nel 1285 da Ottone Visconti. Sottomessa tutta l’Italia all’aquile romane ogni sua provincia era stata ammessa al vantaggio della cittadinanza, I soli esclusi da questo diritto erano gli Insubri, i quali per quanto desiderosi di esserne partecipi, non aveano mai potuto acquistarlo. Seppe i loro desidenii Giulio Cesare, quando ritornato dalle Gallie e straziato dall’ambizione, movea contro di Roma, e tentò cavarne profitto. Quindi fermatosi a Lecco(11), convocò i traspadani ed i popoli circonvicini al Lambro e disse loro…
“Armatevi per la mia causa e non sarete più servi ma alleati, ma amici di Roma “.
A torme gli abitatori del Lambro entrarono negli eserciti di Cesare che ne trasse grandissimo vantaggio quando diede all’ universo lo scandaloso spettacolo d’una guerra civile. E appena ottenne la perpetua potenza a cui non mancava di re altro che il nome, rimeritò i nostri antichi genitori colla concessione della cittadinanza(12).
Ottaviano Augusto subentrato a Giulio Cesare, applicato l’animo a dar nuovo aspetto all’impero romano, divise l’Italia in undici provincie a comodità di governarla. Noi in questo scompartimento fummo aggregati, secondo riferisce Plinio il maggiore, all’ottava regione che comprendeva il paese fra il Po e gli Appennini fino a Rimini.
Non abbiamo che pochissime notizie positive sulla condizione dei nostri paesi sotto il governo degli imperatori romani. Le iscrizioni gentili ritrovate fra noi ci ricordano un Crito Venno(13), un Mentilio Secondo(14), una Cesia Massima sacerdotessa della Dea Matidia(15), un Quinto Do-Vibio Severo(16), un Publio Plinio Burro(17), un Lucilio mestico, ascritto al collegio dei Fabbri e dei Centenari(18), un Tutilio(19), un Cajo Alebo, veterano della nona legione(20), un Publio Orazio della tribù Oufontina(21).
Dopo aver detto quanto sappiamo del dominio romano tra noi, passiamo a spargere un fiore sulla illustre tomba d’un uomo che la nostra patria ricorda con vanto. Virginio Rufo che venne in moltissima fama per le molteplici vittorie da lui guadagnate sul Reno, godeva la villetta d’Alsio (AIserio od Alzate o forse anche Vill’ Albese, come come dice l’Alciati). Plinio Cecilio il Giovane ragionando di lui dice…
“Ebbe la soddisfazione di leggere poemi e storie in sua lode, e di vedersi rinascere prima di morire. Tre volte console fu levato ai più sublimi gradi a cui salir potea chi aveva rifiutato un regno. Sospetto ed odioso per la virtù ai medesimi imperatori si era sottratto dalle loro gelosie e dal loro odio, e morendo ebbe il piacere di vedere lo stato fra le mani del migliore de’ principi (Nerva), il quale l’onorava di singolare amicizia; e pare che il destino avesse riserbato un sì grande imperatore per far le esequie di sì grand’uomo. Visse fino agli ottanta sempre onorato ed ammirato sempre.
Ma mentre preparavasi a ringraziare l’imperatore della dignità consolare a cui l’aveva innalzato, gli scivolò dalle mani un grosso volume che casualmente gli era stato presentato, e quest’uomo stremo dell’età fattosi per afferrarlo e raccoglierlo, sducciolato sul lubrico pavimento si ruppe una coscia. Sebbene questa assestata, pure la vecchiezza superò la cura ... “.
Cornelio Tacito Console ne fece I’orazione funebre…
“così la fortuna, che fu sempre favorevole a Virginio, serbava come ultimo dono un tanto oratore a tante virtù(22).
Quell’ uomo glorioso, in termine di morte, riandando col pensiero i suoi giorni passati asserì che il più bell’istante della sua vita era quello in cui rifiutò la corona imperiale, che gli era stata offerta, e volle che questa lode fosse eternata sulla sua tomba(23).
Tanto negli uomini generosi l’amor della patria e della giustizia sta innanzi alla privata utilità! Da Roma ove morì ne furono le ceneri trasferite, giusta il suo desiderio, alla villa d’Alsio che egli soleva chiamare nido della sua vecchiaja, e dove dettò alcuni precetti rettorici commendati da Quintiliano. Ivi istrui ne’ rudimenti delle lettere il giovane Plinio comasco, al quale facea ribrezzo che dieci anni dopo morto Rufo, ne rimanessero ancora neglette le ceneri e senza monumento la tomba. Tristo scandalo rinnovato anche col nostro Parini, a cui non vedi in sua patria consacrata una pietra, una parola!