CAPITOLO V

DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO
DAL 1 AL 470


San Simpliciano. - Sant’Agostino a Cassago. - I corpi dei santi Sisinio, Martirio ed Alessandro. - Chiesa di Galliano. - Battisteri di Barzanò e di Agliate.

In mezzo alle guerresche vicende di questi secoli si era compita la più grande delle rivoluzioni, che doveva far sentire le sue sante influenze su tutta la faccia dell’universo. Un povero artigiano di Nazzaret usciva dalla fucina, si gettava nel mondo, era l’abbominio delle genti, era imprigionato, giustiziato, posposto ad un pubblico assassino, moriva sul palco della croce fra le beffe e gli insulti. Quell’uomo era il legislatore del mondo, e quel legno su cui era spirato diveniva la bandiera della religione, dinanzi a cui dopo esserci inchinati il padrone ed il servo, dovevano sorgere sentendosi uguali. Vorrebbero taluni concedere la gloria d’avere diffuso tra noi il Cristianesimo a San Barnaba, primo vescovo di Milano; altri al vescovo San Mona, che fece la divisione della diocesi milanese. Ma è opinione di molti che San Barnaba non vedesse neppure l’Italia, e quanto a San Mona si richiederebbero argomenti più solidi che i pochi finora conosciuti. Chiunque però sia stato quell’Apostolo della fede, che ci rigenerò al fonte della vita, gli sappiamo eterna gratitudine, poiché le sue vigilie fugarono da noi le tenebre dell’idolatria e propagarono la luce della verità. Ma naturalmente una religione che infrangeva le catene della schiavitù, sollevava l’oppresso e tuonava minacciosa all’orecchio dell’oppressore, doveva incontrare mille ostacoli ed esporre i suoi seguaci all’odio ed alla persecuzione; perciò i neofiti dovevano appartarsi in caverne, in nascondigli, in foreste offerendo l’Ostia di pace e d’amore sull’umile tomba d’un martirizzato. La nascente religione che santificava le dolcezze del matrimonio, adornava la solitudine, e faceva sospirato il martirio, sublimava alcuni anche fra noi, sino dai primi secoli, alla venerazione degli altari. Beverate, ceppo di case nella parrocchia di Brivio, secondo la tradizione fu patria di S. Simpliciano, venuto al mondo da Lodovica e Senegardo Cattaneo nell’anno 360 dopo Cristo, e che fu successore di Sant’Ambrogio nel seggio metropolitano. Educato in tutte le scienze conosciute a quell’epoca volle viaggiare l’Italia e si fermò qualche tempo a Roma, ove era destinato a compire un’opera di salute, a cui tanti altri si erano inutilmente provati. Levava allora in Italia nominanza di accanito nemico della religione di Cristo un Africano, chiamato Vittorino, maestro di rettorica, uomo fra i più dotti de’ suoi tempi(1).
Simpliciano cercò guadagnar l’animo di costui, e quand’ebbe stretta amicizia con esso si affaticò tanto, che pose in Vittorino il desiderio di conoscere meglio il Vangelo e i libri cristiani, che egli tentava distruggere; soccorrendolo nell’interpretare quanto quegli da sè medesimo non poteva intendere. Intanto il nostro Apostolo non risparmiando digiuni, preghiere, ammonizioni, esempi, ebbe infine la gioia di vedere l’Africano sottomettersi alla cerimonia dei catecumeni, abiurare pubblicamente agli errori fin allora seguiti e, a dispetto dell’apostata Giuliano e di altri idolatri, farsi seguace del Cristianesimo. Da quel momento Vittorino, divenuto uno de’più zelanti sostenitori della religione, pubblicò quattro libri contro gli Ariani e alcuni commenti sopra San Paolo con qualche altra opera di materia divina(2).
Ed avendo Sant’Ambrogio intorno a questo tempo cercato da papa Damaso un coadiutore, non bastando in que’ giorni calamitosi a reggere da solo a tante incumbenze, il papa non dubitando nella scelta gli spedì il giovane Simpliciano tanto conosciuto pel suo zelo contro i seguaci dell’Arianesimo. Appunto nel torno di questo coepiscopato contribuì molto alla conversione di Sant’Agostino, che allora trovavasi a Milano, professore di belle lettere, e che si era accostato agli errori de’Manichei; poiché sebbene Agostino fosse già stato commosso dalle eloquenti orazioni di Sant’Ambrogio, pure non seppe mai risolversi ad abbracciare il Cristianesimo, se non quando entrato in intimità d’amicizia con Simpliciano ebbero inteso ragionare del Vangelo e della conversione di Vittorino. Allora non dubitò più di rinunciare alle opinioni proscritte, e risolse di farsi cristiano. Fermate queste risoluzioni, parendo bene a Sant’Ambrogio di allontanare Agostino dai divagamenti della città, lo inviò a Cassago (Cassiciacum), piccola terra vicina di Missaglia, ove allora aveva casa di campagna un Verecondo, maestro di grammatica, uomo di conosciuta virtù, e amicissimo di S. Simpliciano. Agostino, condotti seco nella villa nominata, Monaca sua madre, il suo figliuolo Adeodato, gli amici Alipio e Nebridio, e due suoi discepoli chiamati Frigezio e Licenzio, nei dolci silenzi delle nostre colline passò tre mesi (luglio, agosto, settembre) in profonde meditazioni, aprendo il cuore ad una pace fino allora nelle pompe del mondo inutilmente cercata, e godendo la compagnia di care e sante persone. In quella vacanza dettò alcuni libri contro gli Accademici ed i Pironisti; il libro De Vita Beata, nel quale prova che la beatitudine dell’uomo sta unicamente nella perfetta cognizione di Dio; quindi l’altro De Ordine, ove discute la grande questione se l’ordine della divina provvidenza comprenda tutte le cose buone e cattive; da ultimo i Soliloqui, che sono ragionamenti fra lui e la ragione intorno al modo d’acquistare la sapienza, e intorno all’immortalità dell’anima. Sant’Agostino ci ricorda il metodo di vita seguito in villa da questa adunanza. Dopo pranzo, il professore spiegava un mezzo canto di Virgilio ai due scolari Frigezio e Licenzio, indi, se faceva buon tempo, andavano tutti a lunghi passeggi, se era perverso, stavano rinchiusi nel bagno. Agostino consumava metà della notte nella meditazione delle verità evangeliche e della morale cristiana, e attendeva a lunghe orazioni(3).
Finito il tempo della villeggiatura la santa compagnia ritornò a Milano, ove Agostino, Alipio e Adeodato furono battezzati da Sant’Ambrogio la vigilia della Pasqua di Risurrezione dell’anno 387. La probità ed il sapere di Simpliciano gli meritarono d’essere da Sant’Ambrogio destinato per suo successore. Divulgata la fama del nuovo metropolita, egli fu tenuto in tanto onore, che il Concilio cartaginese intorno a varii punti di dottrina si riportò interamente alla decisione di lui. Amico di S. Vigilio vescovo di Trento, ebbe da questo la dedicazione del libro, che il prelato trentino scrisse intorno a’ martiri, ed in appresso ricevette in dono dal medesimo i cadaveri de’ santi Sisinio, Martirio ed Alessandro, tre illustri che avevano raccolta la palma del martirio mentre in Cappadoccia predicavano il Dio Uno e Trino, i quali cadaveri furono depositati temporaneamente nella chiesa di Brivio, dove S. Simpliciano avrà servito come semplice chierico, indi furono trasferiti a Milano restando però di essi nella chiesa di Brivio tre braccia e tale venerazione, che furono scelti patroni del borgo. Morto Simpliciano nella florida età di quarant’anni, consunto dalle fatiche, dopo tre soli d’episcopato, fu sepolto accanto ai martiri suddetti nella chiesa in Milano, che ora è chiamata dal suo nome. San Mona, come accennai, aveva divisa la diocesi milanese in tante plebanìe, ciascuna delle quali comprendeva una chiesa principale, onde dipendevano tutte le altre della Pieve. I nostri paesi furono allora ecclesiasticamente compartiti in quattordici, le quali aveano a capo Vimercato, Galliano, Mariano, Seveso, Incino, Missaglia, Garlate, Brivio, Oggiono, Agliate, Desio, Lecco, Asso e Primaluna(4).
La quale divisione con pochissimi cambiamenti dura anche oggidì. Furono pure trovate nei nostri paesi iscrizioni cristiane, che risalgono ai primi secoli della Cristianità e ricordano un Albino, una Flora, un’Onorata, una Maria, un prete Adeodato, una Valeria, un Manfrito, un Odelberto, un’Agnella, un Cisello, un Marciano, un sacerdote Vigilio, e moltissimi altri come puoi vedere anche nell’erudita opera dei Sepolcri cristiani del padre Allegranza. La riforma del Cristianesimo moltissimo influiva sulla sorte delle arti e principalmente dell’architettura, che vestiva un carattere simbolico, espressione di idee religiose. Di tali edifizii ancora restano alcuni in Brianza, altri dovettero cedere il luogo ad edifici più moderni. In Galliano, oggi piccolo casale presso Cantù, che fu capopieve sino ai tempi di S.Carlo Borromeo, vedesi tuttora una vasta chiesa d’antichissima costruzione, consacrata al martire levita S. Vincenzo. L’iconografia interna di questo tempio presenta, come al solito, tre navi nella destra delle quali, vicino alla porta d’ingresso sorge una torre, e di fronte alla porta l’altare, il presbitero e l’abside su cui è dipinto in quattro gironi il martirio di Vincenzo. Fra le molte figure che adornano quell’abside ne vedi una in abito diaconale sulla cui cassula I’ una all’ altra sottoposte le lettere…
S. C. S. (sanctus) ADEODATUS.
E; l’altra, che è a mancina in abito suddiaconale colla dalmatica, sotto cui la parola ECCLESIA e sul rovescio della figura il nome ARIBERT e più basso SUBDIAC. rappresenta Ariberto da Intimiano. arcivescovo milanese, di cui parleremo in appresso, che prima di fregiarsi della mitra era stato custode di questa chiesa(5).
Dal lato del VangeIo corre un ambone cui risponde a manca dell’altare un parapetto di muro, e sotto l’altare è la confessione o scurolo parte integrale delle prime Chiese cristiane. Un’altra particolarità di quell’antica architettura erano i battisterii, che formavano una parte separata della chiesa. Quello di Galliano è posto a pochi passi dalla parte sinistra dell’edificio, che abbiamo disopra descritto, ed è girato dalla solita ringhiera, a cui mettono due scale, destinata ad accogliere i devoti e i curiosi, che traevano alla cerimonia del battesimo, e nel mezzo presenta il vaso di serizzo, che raccoglieva le acque sacramentali. Questi battisterii non esistevano anticamente che nelle Chiese matrici, ed ivi convenivano tutti i catecumeni della Pieve. Ma S. Carlo in riguardo dei molti inconvenienti ordinò che ogni parroco avesse il diritto di far cristiani i fanciulli della sua parrocchia. Ai primi tempi cristiani crediamo che rimonti anche il battistero di Barzanò, oggi ridotto a chiesa, e dedicato a S. Salvatore. Questo non ha che una nave sola la cui volta, sostenuta da grossissime muraglie, è intercisa da una tazza rotonda, sorretta da piloni irregolari e da archi di smisurata grossezza(6).
Sotto a questa tazza sta il vaso battesimale di terso marmo in forma ottagonale, corso al di fuori da un gradino di serizzo a guisa di zoccolo, su cui appaiono le vestigia delle sovrapposte colonnette di marmo bianco, ove s’infiggevano i pali ed i ferri per sostenere il padiglione; e l’interno del bacino è girato da due gradini di marmo uno bianco e l’altro rosso. Non si lasci d’osservare la porta d’ingresso ornata di frastagli, rappresentanti meandri, rabeschi, figure d’animali, con un arco a pieno centro sostenuto da smilze * colonne; l’immagine della Vergine che appare nel mezzo dell’arco, sopra il secondo stipite, non che l’iscrizione sottoposta affatto smarrita che credesi generalmente opera contemporanea d’Algiso Pirovano, oriundo di Barzanò, che visse nel dodicesimo secolo, e divenne poi arcivescovo di Milano. Annessa a questa chiesa era un’insigne collegiata, la quale per disordini fu levata da Federico Borromeo. Vuol essere notata in Barzanò l’antica chiesa parrocchiale collocata alle falde della collina verso levante con facciata irregolare, con rustico a pezzi quadrati di vivo, variati di serizzo e cornetto. Nella demolizione d’una parte di questa chiesa furono trovate muraglie antiche cogli avanzi d’altro muro, inoltre muri di straordinaria grossezza sopra colonne di metà diametro: per cui credesi sia stata rifabbricata un’altra volta, anzi secondo alcuni sarebbe questa una chiesa pagana poiché nel 1821 fu ivi ritrovata una lapide che ricorda Giove e Summano(7), Dio dei fulmini notturni. Il campanile di questa chiesa pare del 1400 alla guglia piramidale di cotto, somigliante a quello di S. Gottardo e di S. Eustorgio in Milano(8).