CAPITOLO VI

L’INVASIONE DE’ BARBARI
DAL 470 AL 569


Gli Unni. - I Goti. - S. Dazio d’Agliate. - Donazioni ecclesiastiche.

L’epoche fin qui percorse, come quella che ora ci si apre innanzi, si potrebbero somigliare ad un deserto di cui non conosciamo nè l’estensione, né la natura, né i confini, né le altre particolarità. Pochi sono gli annalisti, che ne tramandarono memorie, e questi pure o mancano d’ autorità o di sano giudizio, o “sanno nelle cose di poca importanza copiarsi l’un l’altro al pari di qualunque letterato moderno. S’accordano poi a meraviglia nel tacere di quello che più si vorrebbe sapere(1)”.
Onde una storia municipale è obbligata a connettere qualche notizia staccata, e per lo più di poco interesse, colla storia generale, ed uscire dal piccolo circolo, ove si è proposto di rimanere per ispaziare in un campo più esteso e dare uno sguardo quando all’Italia, quando all’Europa. Dappodiché Costantino, sazio del soggiorno di Roma, preferì d’esser Greco, abbandonò il giardino della natura all’arbitrio delle nazioni barbare che non tardarono ad occuparlo. Il nome d’Italia suonava al di là delle Alpi come quello del paese ove eterne le primavere, tiepidi i venti, incomparabile la bellezza delle donne, cibo comune le frutta, e il vino giornaliera bevanda. Gli Unni condotti dal loro re Attila, dopo aver fatti molti guasti nell’impero d’oriente, anno 452, scendevano nel Friuli, saccheggiavano il paese, assediavano la forte città d’Aquilea e la davano alle fiamme, lasciando del paro, ovunque passavano, le città o inabitate, o distrutte. Dietro loro i Goti, altro popolo rozzo, inumano, calarono in Italia sotto la condotta d’Alarico. Dinanzi ad essi tutto scompariva; le campagne, le città, gli edificii più maestosi erano cambiati in un deserto, o in un mucchio di rovine, sotto i loro passi era fuoco e sangue; i pochi che sfuggivano al loro coltello erano fatti prigionieri. A render ancor più sensibile tanta calamità si aggiunse una carestia così orribile, che, al dir degli storici, giunsero le madri a divorare i propri figli per prolungare d’un giorno la vita. A quei tempi viveva in Agliate un ragguardevole personaggio chiamato Dazio, che nel 525 divenne vescovo di Milano, e morto salì agli onori dell’altare. Uomo di molta dottrina vogliono alcuni che dettasse una storia contemporanea ed una biografia de’Metropoliti suoi antecessori, opere che andarono perdute(2).
Costui era d’animo nobile e grande; perciò vedendo la fame e la devastazione dei Goti, che opprimevano la sua diocesi, cercò di applicare un rimedio a queste piaghe, e prima a quella che richiedea più celere soccorso. Che fece egli? Avendo Dazio legata amicizia con Cassiodoro, segretario di Teodorico, re dei Goti, si valse di costui per ottenere da quel re di vendere le biade, raccolte ne’ regi granai. L’utile fu grande, e ognun pensi quale gratitudine fosse serbata al santo Vescovo da un popolo tolto per lui a tanta calamità. Posto così un balsamo a tale ferita, e tornata la fecondità sui nostri terreni, Dazio applicando l’animo a sradicare anche l’altro dei mali, che erano i Goti, prese la via di Roma, conferì con Belisario capitano greco a cui si offrivano le città italiane, già vaghe di cambiar dominazione, e l’impegnò contro de’ Goti. Non fu tardo Belisario a spedire a Milano il suo valente generale Mandilla. che in poco tempo, debellati i nemici, fece proclamare nell’ Insubria l’imperator Giustiniano(3).
Milano e probabilmente anche le terre circonvicine fecero gran festa quando diventarono greche, ma la gioja maggiore sarà toccata al nostro Arcivescovo, che aveva provveduto alle miserie del suo gregge. Dopo ventidue anni di laborioso episcopato morì, lasciando a noi la compiacenza d’aggiungerlo al novero dei nostri conterranei che ricevettero gli onori degli incensi. Ma i conquisti di Mandilla furono in breve superati da quelli d’Uraja, nipote di Vitige re dei Goti, il quale legatosi coi Borgognoni riacquistò l’Insubria ma per poco tempo la tenne; e sulla loro caduta in un breve corso d’anni si succedettero Vandali, Alani, Borgognoni, parendo nei destini d’Italia che nessuno di questi popoli stranieri dovesse fissare la sua dimora nei nostri terreni. Successore di S. Dazio nell’ arcivescovado di Milano fu Teodoro, uomo già illustre che aveva vastissimi possedimenti sulla terra d’Angera e su tutto il Verbano. Costui nel 493 fu da Gelasio papa insignito di moltissimi privilegi, fra i quali, era quello di raccoglier le decime sulle terre di Rivolta, Caravaggio, Valassina, Benaglia, Cersa, Viamonte, Introbbio, La Falina, Valcorte, Alpestri, Brianza, Morgino, Levantina, Airuno, Zabinga, Pallanza, Acherio, Casale, Evasio, Brebbia, Lucino, Varese, Albesano, Appiano, Castel Seprio, Parabiago, Nerviano, Treno, Cesano, Bollate, Bruzzano, Saronno, Brivio e Mozzate delle quali terre molte non saprei per la stravaganza del nome dove poter ritrovare. Col medesimo decreto vediamo. dichiarate corte reali le terre di Gessate, Lissone, Pozzuolo, Castelletto, Vedano, Cantù e Varenna.