CAPITOLO VII

DOMINIO DE’ LONGOBARDI
DAL 569 AL 921


Il monte di Brianza. - Teodolinda Asciuga le paludi di Ravagnate. - Battaglia di Cornate. Cuniberto, Alachi e Zenone. - Erezione della chiesa di S. Pietro a Civate. - Del S. Michele sul Monbaro.

Ma su questo miscuglio di popoli ne sovrastava un altro assai più potente che calò dalle Alpi il 569 di nostra salute. Alboino affacciatosi alle vedette d’Italia gridò: Questa terra è mia! ed abbandonata agli Avari la Pannonia guidò fra noi i Longobardi, genìa di conquistatori,

Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l’offesa,
E dritto il sangue e gloria
Il non aver pietà(1).

E noi? infiacchiti dalle mollezze, corrotti dal lusso, se doviziosi, resi codardi dalle ricchezze, se poveri, avviliti sotto il peso della miseria, molti abbandonammo le sedi native portando raminghi i lamenti dell’esule in terre straniere, molti stringemmo lega coi dominatori. I nuovi padroni erano governati dai re che avevano stabilita la loro sede a Pavia. Teodolinda ed Autari suo sposo, terzo di questi monarchi, lasciarono molte ricordanze di pietose istituzioni, talché…
“poche sono le contrade di Lombardia, dice Denina, dove non si mostrino ancora e non si sentano citare monumenti della pietà di questi due regnanti(2) “.
Anche noi riferiamo a Teodolinda molti edifizii di cui vediamo le ruine, senza conoscerne l’origine. E sebbene quante istituzioni a lei si riportano non istiano che nell’orale tradizione, pure noi vogliamo raccoglierle e narrarle almeno come tali. Sorge nella valle di Rovagnate una collina descritta rettoricamente a suo modo dal nostro Ripamonti con queste parole…
" ... Da un lato la salita è facile, dall’altro è scoscesa; dall’una parte è messa a vigneti e ad alberi fruttiferi di varie specie, dall’altra non offre che spine ed orridi dirupi: e per le solite vicende umane, cambiato aspetto, su quel monte ora è selva e deserto dove già era una reggia e sorgevano eccelse torri ... ".(3)
Queste ultime parole dello storico alludono alla tradizione che su quell’altura fosse già un campestre soggiorno della regina Teodolinda. Né questa credenza può somigliare troppo arrischiata a chi abbia riguardo all’amenità del sito che signoreggia quei dolci colli, ove si sente tutto il bel di natura(4).
E da cui lo sguardo si perde per le feraci pianure dell’Olona, e sull’erta giogaja dell’Elvezia, della Vallassina e del territorio di Lecco. Ma prova di maggior peso sono gli avanzi di ruine, che più volte furono ivi disseppelliti, e che rinfrancano l’opinione, che le terricciuole sparse per quell’altura siano fabbricate sulle ruine d’una terra più fiorente. Vogliono ancora che una reliquia d’antica porta chiamata la vedra (forse vetera), a cui è unito il resto d’un muro grosso ed antico, e d’un ceppo di case poste più al basso, e chiamato Piecastello, attestino tuttora l’antico splendore dell’edificio abitato da Teodolinda. Ma chi può fidarsi sopra argomenti sì deboli? Nulladimeno gli antichi ebbero forse qualche motivo più calzante a noi ignoto, per trasmettere questa tradizione. Alla regina Teodolinda si attribuisce l’asciugamento di alcune paludi intorno al lago d’Oggiono, e vicino alle cassinette di Rovagnate; alla medesima l’erezione delle chiese di S. Martino a Perledo coll’altissima torre(5) ed il monastero di Cremella di cui avremo fra poco a ragionare(6); e gli abitanti di Carate vorrebbero che avesse avuta una villa nel loro borgo, e ponesse la prima pietra del loro campanile. Mentre la moglie attendea alle religiose istituzioni, Autari suo marito bagnava di sangue le nostre contrade e sotto il Montebaro batteva un giorno intero i Franchi, scorti da Aldovaldo, che abbacinati dai raggi del sole provavano la stessa fortuna che i Romani sui campi disastrosi di Canne(7).
Ad Autari morto sostituì Teodolinda nel talamo e nel regno Agilulfo; al quale consecutivamente tennero dietro dieci monarchi, finché lo scettro passò nelle mani di Cuniperto, uomo di affabili maniere e di molto coraggio. Ma ben presto a turbare il suo governo sorse Alachi, che ingrato ai beneficii ricevuti dal re longobardo, coll’ajuto d’alcuni Bresciani aveva suscitata una rivolta, e’ si era creato sovrano. Ma avendo ben presto con aspri modi disgustato parecchi della sua parte, i due fratelli Aldone e Gravesone corsero da Cuniperto, ritirato nell’isola comacina nel lago di Como, e proferendogli ogni soccorso lo indussero a muovere contro il sedizioso. Il monarca, posto in arme il suo esercito, subitamente procede contro i rivoltosi e li scontra presso Cornate. Appena vedutisi i due eserciti si urtano insieme con grandissima rabbia l’un contro l’altro; ora questi ora quelli cedere o parer vincitori, farsi assalitori quegli che poc’anzi erano assaliti, e poi subito mutare vicenda. Alachi e Cuniperto, ciascuno dalla sua parte incoraggiare, ammonire, mostrarsi dove maggiore il pericolo, soccorrere, ordinare. Finalmente in tanta ferocia di combattimento prevalse la parte dei ribelli, i quali, occupata una posizione vantaggiosa minacciavano che tra poco sarebbero riusciti pienamente vincitori. Ma Zenone, diacono di Pavia, che trovavasi nell’esercito di Cuniperto, divotissimo alla causa del suo signore, valse a mutare l’aspetto della battaglia. Somigliantissimo il prelato nella persona e nel volto al re dei Longobardi si vestì dei costui abiti, e presa la spada e il cimiero si presentò minaccioso in faccia al nemico, spingendo una schiera di soldati sovra i cadaveri che ingombravano il piano. I suoi disegni furono compiti; scambiato pel re, tolto di mira dai nemici, colpito da un nembo di frecce valorosamente perde la vita. Alachi esultante di gioia precipita sul cadavere per troncargli la testa, ma levatagli la visiera conosce, troppo tardi! l’inganno; e colto in questo errore da Cuniperto, che colle parole e coll’esempio invigoriti i suoi, precipita addosso al ribelle con impeto grandissimo, vide tutto il suo esercito a subita confusione e terrore, parte cacciarsi alla fuga, parte rimaner prigionieri, e i più cader bocconi sul campo della battaglia; e dopo essersi difeso con quel coraggio, che usato in causa migliore l’avrebbe reso un eroe, cadde trafitto da un nembo di dardi(8).
L’anno di nostra salute 757 sedeva sul trono dei Longobardi Desiderio, suocero di Carlo Magno, che fece progredire l’erezione degli edifici religiosi, alcuni de’quali anche nei nostri paesi. Un mattino d’autunno bandita dal re una caccia, Adelchi suo figliuolo, appuntata la lancia al petto di un cinghiale, già stava per trapassarlo quando improvvisamente perdette la vista. Che dolore al cuore di un padre! Desiderio disperando di tutti i soccorsi umani ricorse all’ajuto divino e votò una chiesa a S. Pietro, per ottenere da lui la guarigione dell’erede al trono. Fosse caso, fosse miracolo, Adelchi subitamente dopo il voto paterno rivide le bellezze della natura; e il padre incarnando la promessa innalzò sul monte di Civate la chiesa di cui parliamo, a cui si aggiunse un monastero, che, col nome di badia, fu poi tenuto dai padri Olivetani(9)
Papa Adriano I. per rimunerare Desiderio di essere stato da lui liberato dalla fortezza di Rico, gli inviò in dono il braccio destro del principe degli Apostoli, e molte altre reliquie(10) da depositare in questa chiesa. Indi l’arcivescovo Angiberto o piuttosto Ariberto d’Intimiano le donò il cadavere di S. Calocero, per cui dopo quell’epoca fu inaugurata e chiamata dal nome di quel martire(11).
Ivi fu sepolto nel 1099 Arnolfo, arcivescovo di Milano, che si era ritirato in quel monastero dappoiché era stata dichiarata invalida la sua consacrazione(12).
La chiesa rimane tuttora ed è visitata, a malgrado delle difficoltà della sua salita. Per chi ne amasse un’accurata descrizione la riferiremo quale fu rilevata e descritta dai valenti nostri amici Giuseppe e Defendente Sacchi nella loro applaudita opera sulle Antichità romantiche…
“Ampia scalea di 27 gradini mette al piano su cui sorge la chiesa; quivi innanzi è un porticato coperto da una grondaia, sotto cui si apre l’unica porta della basilica; però non mette subito in essa, ma dal limitare si prolunga entro la chiesa un androne lungo circa 6 1S2 braccia milanesi coperto da una vòlta, ed ai due lati ove termina sorgono due colonne lavorate a spira, alte colla base circa sei braccia e mezzo milanesi: ai muri laterali poi di questo androne sono due ippogrifi a coda tripartita, e sculti a bassorilievo. La chiesa è un quadrilungo piuttosto ristretto, lungo coll’abside 50 braccia milanesi, largo 13.
Si sale per cinque scalini alla tribuna, conterminata dall’abside, intorno alla quale gira un gradino. L’altare, unico nella prima costruttura della chiesa, è una mensa senza gradini col palio verso il coro, sicchè il sacerdote celebrando il divin sacrifizio, guardava il popolo. Sopra di esso sorge un ombracolo soffolto da quattro sottili colonne di pietra, i cui capitelli presentano sculti i quattro animali simbolici dell’ Evangelo. I quattro lati esterni dell’ombracolo recano ciascuno un rozzo basso rilievo, e quello volto alla porta presenta il Salvatore in mezzo ai due apostoli Pietro e Paolo; l’opposto Gesù crocifisso, a destra Gesù fra due angeli, a sinistra la Risurrezione.
Siccome il monte non pativa per avventura si scavasse sotto la tribuna la confessione, venne essa collocata verso metà della chiesa sotto la parte anteriore della basilica, praticata alla parete destra di chi entra. Questa cripta ha una forma quasi ottangolare, è lunga braccia 13, once 9, larga braccia 13 milanesi; ne sostengono le volte sei colonne senza base, alte braccia 3. 1/3, con un capitello di arenaria o stucco a stile degenerato dal corintio; vi danno luce alcune finestre strette e lunghe, le quali hanno a fregio un cordone di stucco. La mensa dell’altare va fregiata di alcuni bassi rilievi assai rozzi, e vedonsi verso la volta dello scurolo, e altrove, alcune effigiature che sentono del simbolico col monogramma di Cristo ed altri simili, tutti però di cemento.
L’interno della chiesa non tiene altri ornamenti, non è coperta di fornici o volte, ma termina col tetto. Nuda del pari è la parte esterna, a meno di alcuni archetti semplicissimi che assecondano gli ultimi lembi della ortografia esterna, di alcuni simili che ornano la parte più eminente dell’abside, e di qualche finestra stretta e lunga ed arcuata aperta in questa ultima.
Pel fin qui detto questa chiesa presenta, quantunque nella sua nudità, i caratteri della architettura simbolica, e accenna come questa sapesse ad un tempo associarsi e al grandioso delle basiliche delle popolose città, e a quelle che sorgevano fra le alpestri solitudini dei monti”.
A Desiderio si attribuisce l’erezione del S. Michele sul Monbaro, dove Corio, Ripamonti e Allegranza vorrebbero pure che edificasse una fortezza. Ma il Cono appoggia la sua asserzione a manoscritti da lui solamente veduti, e gli altri due riproducono semplicemente l’asserzione di costui(13) onde non oso ammetterlo come fatto indubitabile, tanto più che non voglio si attribuisca a me la taccia d’accogliere, per un falso amor di patria, il dubbio per certo, e per probabile il falso. Scrivo liberamente, senza prevenzione di sorta, seguendo solo i lumi della verità, non quelli del fanatismo. Per questo motivo difenderò con fermezza quanto viene ingiustamente contrastato. Papa Adriano, venuto a discordia con Desiderio e stretto in Roma, richiese ajuto da Carlo Magno, re dei Franchi, che ripudiata per ignota cagione, come dice l’autore dell’Adelchi, la sua sposa Ermengarda, figliuola di Desiderio, non ebbe più riguardo alla parentela, e con poche ragioni, ma validi mezzi, intimata guerra al suocero, sotto colore di proteggere il papa, giunse sulle vette del Cenisio e rivoltosi all’Italia gridò:

………tre giorni e poi
La pugna e la vittoria, indi il riposo
Là nella bella Italia in mezzo ai campi
Ondeggianti di spiche, e nei frutteti
Carchi di poma ai padri nostri ignote(14).

Difatti varcate le chiuse potè esclamare
……..terra d’Italia, io pianto
Nel tuo sen questa lancia e ti conquisto!

Desiderio si diede allora ad una precipitosa ritirata coll’animo di difendersi a Pavia, mentre Adelchi suo figliuolo corse a sostenere Verona Ma assediato il re longobardo nella sua capitale, dopo dieci mesi di resistenza dovette arrendersi, e prigioniero lasciarsi trascinare in Francia per passare il resto della vita nel monastero di Corbeja. Adelchi uscito a stento dalle mani del conquistatore, e recatosi a Costantinopoli lasciò a Carlo il governo dei Longobardi, che in 190 anni era passato per le mani di ventiquattro re elettivi, e subordinati alla generale dieta di quei duchi, che comandavano a molte città, talora anche a provincie. In questo rapido modo passammo dalla dominazione longobarda alla francese. Sotto il fiacco regno de’ Carlolingi la nostra istoria va confusa con quella di Milano e con quella d’Italia, né trovo altro di particolare se non che Ansperto di Biassonno (quell’arcivescovo che del proprio riedificò le mura di Milano), per aver contribuito assai all’elezione di Carlo il Calvo, ebbe in ricambio alcuni poderi fra cui la terra d’Ornago(15).
Il regno de’ successori di Carlo Magno finì in Italia sotto Carlo il Grosso, principe debole che, destituito dalla Dieta Germanica, dovette andar questuando in Carinzia all’ uscio de’ suoi nemici. Allora gli Italiani sdegnando prestar ubbidienza ad Arnolfo suo nipote elessero per loro sovrano Berengario, duca del Friuli, che appena incoronato in Milano, vide sorgere a turbargli il regno Guido, duca di Spoleto, unto re d’Italia da Stefano V., e Arnolfo duca di Carinzia, figliuolo illegittimo di Carlomagno, che erasi fatto incoronare da papa Formoso. Uscito vincitore d’entrambi dovette quindi combattere contro gli Ungheri, popolo settentrionale, e contro Lodovico di Provenza, che era stato invitato da alcuni italiani e principalmente dal brianzuolo Andrea da Carcano, arcivescovo di Milano. Ma non appena Lodovico fu disceso, coloro stessi, che lo avevano convocato gli si avversarono, sostenendo il legittimo re nella giornata di Verona, in cui Lodovico rimase prigioniero e, per una pietà usa a que’tempi, accecato fu rimandato vivo in Francia. Poco appresso il re d’Italia cadde vittima del tradimento di Flamberto, che sotto colore d’amicizia appressatoglisi nella città di Verona l’uccise, pagando però subito il castigo del suo misfatto. Allora in pochi anni la corona d’Italia passò sul capo di Rodolfo, re di Borgogna, di Ugo re di Provenza, di Berengario II, duca d’Ivrea, finalmente di Ottone I, Ottone II. e Ottone III. di Germania, nel quale terminò la linea regnante di Sassonia. Quest’ultimo re con un imperiale diploma verso il mille confermò le donazioni fatte da Berengario ai Canonici di S. Giovanni di Monza, sulle terre di Colciago, Castelmarte, Velate, e le tre corti di Bulciago, Cremella e Calpuno, aggiungendovi di più anche la corte di Garlate (Garlinda)(16).
Due Brianzuoli, zio e nipote, divennero in codesti tempi arcivescovi di Milano, e questi sono Andrea da Carcano già nominato, che cominciò il suo ecclesiastico governo ai 30 novembre 89, lo finì il 28 febbraio 906; e Guariberto nativo di Besana, figliuolo di Ariberto e già diacono della chiesa milanese, che cominciò a reggere sul dicembre dell’anno 919, ed uscì di vita il 15 agosto 921. Le altre memorie ecclesiastiche, che risguardano quei tempi non si riducono che a scandalose pretensioni e contestazioni, inevitabili in un’epoca in cui non vi erano leggi sancite, ma tutto dipendeva dall’arbitrio e dal potere.