CAPITOLO IX

I MUNICIPI
DAL 1000 AL 1100.


Origine - municipj della Martesana. - I contadi popolari. - I consigli de’ municipj. - Il Campanone di Brianza. - I Martesani, soldati mercenarj - Ariberto da Intimiano. - Corrado Il. in Brianza. - La società della Motta. - Il Carroccio. - Imposte e superstizioni.

Al principio del secolo undecimo la campagna di Milano fu regolata in pievi, ciascuna delle quali tenea un consiglio comunale sulla foggia delle città; dipendendo nello spirituale dall’arcivescovo, e nel temporale più o meno dalla repubblica di Milano. Ma un desiderio di reggersi da sè infiammò i nostri paesi, e tutto si operò per conseguire tale indipendenza; alla passiva sofferenza subentravano i disdegni, ai soprusi ed alle vessazioni il desiderio di tribunali e garanzie; colmo della felicità era proclamata l’uguaglianza, il danaro stimato possesso inutile, ove non contribuisse al ben comune, vile il sangue se non era pronto ad esser versato per la patria. Ma i ricchi fissi nell’idea della loro superiorità, deridevano gli sforzi del popolo, e sempre più lo aspreggiavano, e chi ignora essere questa la più facile maniera di creare le sommosse? Chi ignora che un popolo irritato cerca ogni mezzo per maturare le sue vendette senza badare se esse possano essere ingiuste e sanguinose? Abbiam veduto come i contadi fossero retti dai valvassori, dai capitani e da altre dignità siffatte. Ora avvenne che Ariberto, arcivescovo di Milano, aggiuntasi molta autorità, cominciò ad opprimere questi valvassori, togliendo ad uno di essi anche l’autorità feudale. Tutti i valvassori strettisi allora in lega per abbattere la potenza dell’arcivescovo, vedendosi incapaci a tanto, suscitarono a sostenerli quei del Seprio e della Martesana, desiderosi pure di libertà(1).
I nostri, consci del proprio vigore e, come sempre il volgo, facili a trovare speranze in ogni mutamento, si unirono nel concorde giuramento della vendetta, facendo scopo dell’ira l’arcivescovo Ariberto, i conti rurali e i primarj delle terre. E per resistere ad ogni tentativo della nobiltà, sentito il bisogno di rinforzarsi nei loro paesi, a capo di ogni villa, sul cocuzzolo d’ogni collina, eressero fortificazioni, di molte delle quali scorgiamo ancora vestigia. Dopo varji dibattimenti sanguinosi da questa e da quella parte, i nostri giunsero ad abbattere finalmente il potente colosso dei conti rurali. Né stando però contenti a questa abolizione delle autorità immediate, portarono più in alto i loro desiderj. Benché i conti rurali esercissero sulle nostre terre molta autorità, pure dipendevano dai conti di Milano, onde bisognava liberarsi anche da costoro, e noi vi riuscimmo, stringendo alleanza coi nemici della città, e concorrendo così alla ruina di quella potenza dalla quale ci volevamo sottrarre. I signori, che dopo la distruzione di Milano fatta da Uraja, eransi ritirati nelle ville, ora veduto esser ivi per loro pericoloso soggiorno, tornarono a Milano; e perchè fosse contrassegnata famiglia da famiglia, conservò ognuna per distintivo il nome del paese o della villa d’onde era venuta. Molte tra le famiglie milanesi saranno pure derivate dalla Brianza(2).
Allora nella Martesana e nel territorio di Lecco, al dispotismo feudale sottentrate le tumultuose violenze repubblicane, si eressero dei contadi popolari ed un governo parziale ...
"di cui rimasero fino al 1781 le vestigia nelle diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del ducato(3)".
Ogni villa costituiva un piccolo regno, ove alla domenica, dopo i sacri uffizj, leggevansi i capitoli della costituzione, informandosi anche il popolo dei comuni pericoli e delle pubbliche urgenze. A regolare queste repubbliche si eleggevano tre consigli, uno generale, uno speciale e l’altro della credenza. “Congregavansi questi consigli alcuna volta tutti insieme, ed alcun’altra di per sé, secondo i negozj, e si raccoglievano a suono di campana o di tromba. Erano deputate per questi consigli tre campane, la mezzana e la minore, e per lo consiglio generale la maggiore ... Congregato il consiglio, il cancelliere proponeva in pubblico quello che si era per trattare, e ciò proposto, potevano gli oratori, che erano quattro, e che stavano appresso al tribunale del magistrato, ragionare in pubblico, e il simile a quei del magistrato, i quali erano anch’essi quattro, era concesso - si tollerava talvolta quando fosse stato necessità che i privati anch’essi ragionassero in consiglio; i quali, salendo sopra un pergamo, ad alta voce il loro concetto esponevano, e sopra quanto era da essi proposto, ponevasi il partito. I partiti si ponevano in varj modi. Alcuna volta s’intendeva il parere di ciascuno segretamente, ed erano dai notari scritti ad uno ad uno. Ed altre volte ciascuno dava il suo voto alla scoperta in voce, e spesse volte si proponevano fave bianche e nere, od ova; quei d’un voto andavano da una parte, e gli altri dall’altra, e alcuna volta una parte si levava in piedi e l’altra sedeva, e così dai ministri erano annoverati pubblicamente i voti. Chiarita la volontà e la risoluzione del consiglio, il decreto si pubblicava, ed in un libro si scriveva, né si poteva congregare altro consiglio in sino tanto che quel decreto fosse fatto “(4).
Quest’usanze erano anche fra i nostri. Soldato uomo dai diciotto ai settantanni era pronto alle armi alla prima voce del capitano, del console, che lo invitasse. Ogni pieve avea i suoi capitani particolari, ma tutte erano legate da una confederazione che si raccoglieva in un luogo convenuto. Sia favola, sia realtà, la storia del Campanone di Brianza rimonta probabilmente a codesti secoli. Vuole la tradizione che al suono di questa campana(5) abbandonassero tutti le loro case, e vestiti di ferro, armati di ronca e di tridente si raccogliessero nel luogo stabilito sulla piazza della chiesa, nella casa del comune, per sentire, per votare e poi correre animosi sotto le bandiere della patria; filantropi cittadini, prodi soldati, attivi agricoltori, accrescendo la possanza della loro terra. All’uopo di raccogliersi più sollecitamente e propagare gli avvisi, sul vertice di alcune colline erano poste delle torri che rispondevano ai campanili dei borghi e dei paesetti. Noi non ne conosciamo di positivo se non quella sul Montevecchio (mons veliae) donde la vista può assai in lontananza. Probabilmente essa riceveva gli avvisi dal campanile di Vimercato, e li tramandava al campanile di Brianza, questo alla torre d’Erba, donde qui passavano a quella di Montorfano e poi di Cantù, di Mariano, di Seregno, di Desio, di Vedano e di Vimercato. Da questi punti principali dipendevano altri punti secondarii donde gli avvisi si propagavano nell’interno del paese. Resi da quell’epoca i nostri indipendenti, seguendo l’usanza di quei tempi, quelli che si sentivano forti nel maneggio dell’armi raccoltisi in eserciti, vendevano il proprio braccio come soldati di ventura. La necessità di raccogliere denaro per difesa della patria accrebbe le imposte e i tributi, che prima di questo tempo erano tenuissimi, e non messi ai fondi, sibbene alle persone ed ai frutti, come osserva il Giulini(6); ma i tributi son sempre tenui, quando non sono estorti, e servono alla propria difesa ed alla comune sicurezza. Era beato quel popolo? Nemico della pace subitamente si lacerò, alle guerre fraterne che bagnarono del sangue nostro le nostre colline, rendendo il fratello nemico ed assassino del fratello. Ci accadde già di far parola di Ariberto da Intimiano, nostro conterraneo, ora crediamo prezzo dell’opera consacrare qualche pagina a farlo conoscere meglio ai nostri lettori. Ariberto era nato da Garimando o Gherardo e da Berlenda in Intimiano, piccola terra della pieve di Cantù. Fece egli il suo tirocinio ecclesiastico qual custode nella chiesa di Galliano, dove trovavasi nel 1007, come appare da una lapide riportata dal Bescapè nei frammenti della Storia di Milano, dal Puricelli(7) e dal Picinelli(8). Creato arcivescovo nel 1018, succedendo ad Arnolfo di Arsalo ...
“nel corso dei vintisette anni che egli occupò questa sede, rese Milano la città principale della Lombardia”(9).
Cinque anni dopo la sua esaltazione ad arcivescovo, eresse uno spedale a sue spese in Milano, alla custodia del qual destinò dodici monaci Benedettini(10).
Incoronò di sua mano Corrado Il., e dopo la costui vittoria contro Pavia, lo alimentò per due mesi oltre il fiume Ati, come dice l’Ughelli(11); onde l’Imperatore, grato a tanto benefizio, gli concesse un'ampia esenzione dagli agravj, e molti terreni presso Segrate e Merate(12).
Era il nostro arcivescovo venuto in tale potenza, che Landolfo seniore asserisce aver lui solo più volte deciso le controversie fra i marchesi ed i conti, ed alla sua decisione non aver più alcuno ardito rispondere. Arrogatosi il diritto esclusivo alla guerra, ne fece uso replicatamente. Una volta costrinse i Lodigiani a ricevere Ambrogio d’Arluno, che essi rifiutavano per loro vescovo(13).
Insorse una lotta, la quale partorì ben più importanti conseguenze che non la collocazione d’un vescovo, giacché i plebei milanesi, come quelli che coi Sepriesi e Martesani avevano prestato ajuto ai Lodigiani contro la nobiltà milanese, costrussero un castello chiamato la Motta; e da questo volendo essere chiamati, fondarono una nuova fazione, che dovremo vedere potente e opposta sempre ai voleri della nobiltà(14).
L’arcivescovo portò subito le armi contro questo castello, ed unitosi ad altri, invocato l’ajuto del re Corrado, giunse a scacciare quelli della Motta. Se non che, avendo saputo Corrado la cagione di tale ostilità, ritirò i privilegi, che già avea concesso all’arcivescovo di Milano, e venuto a Pavia, lo citò ad un rendimento di conti. Sprezzato Ariberto l’imperiale comando, Corrado, raccolte tutte le sue genti, si preparò a muovere contro Milano con animo di entrarvi ostilmente. Ma uscite a male le sue minacce, acceso d’ira, ordinò che i borghi di Milano fossero abbruciati, comando, che fortunatamente, per incerta cagione, andò senza effetto(15).
Volse quindi l’arcivescovo le sue armi contro il castello di Monforte, dove erano raccolti alcuni settarj, i quali presi e tradotti a Milano, furono contro il volere di Ariberto messi a morte(16).
Ma l’ambizione dell’arcivescovo non gli fruttò che inimicizie e guai. Ribellatisi quei della Motta egli convoca i vescovi, la cui autorità era divenuta più politica che ecclesiastica; e costoro, lontani da quella pacifica vita che conviene ai banditori del Vangelo, depongono il pastorale, prendono la spada, e a capo dei soldati gli affrontano con esito infelice(17).
Ma intanto essendosi per alcune accuse reso Ariberto sospetto a Corrado, questi lo fece imprigionare e tradurre nel castello di Piacenza. La cattività non durò lungamente, poiché la ghiottornia dei suoi custodi lo ripose in libertà, dietro la promessa di una lauta cena, e così Ariberto riebbe il suo seggio episcopale accolto con giubilo dalla popolazione a lui per la cortesia e per le largizioni affezionata. Non potè però durarci a lungo, poiché avendo un nobile milanese per privato motivo tolto di vita uno della plebe, gli affini dell’assassinato subito si levarono a tumulto, suscitarono gli amici e gridarono tutti vendetta. Dall’una parte e dall’altra s’accendono le ire, si ministrano le armi, gronda il sangue fraterno, e molti già perdono la vita, quando a rendere ancor più micidiale la contesa, levasi di mezzo alla turba un Sancio Curzio, uom ricco e facinoroso, che salito sur una panca grida con voce furibonda ...
“Per Dio! che dobbiate tollerare in pace un’ingiuria sì obbrobriosa? Sentite una volta la forza del vostro braccio, e non aggiungete al danno anche l’obbrobrio! alla vendetta! ricordate i soprusi, le vessazioni in pace finora tollerate! la vita e la morte vostra essere in mano della nobiltà; voi calpestati, avviliti, destinati a pascere colle vostre fatiche I’indolenza di tanti uomini pronti sempre a macchinare la vostra ruina! Su via! agitate quelle armi che tenete nelle mani, e non patite che la nobiltà possa a mano salva togliere ciascuno di voi alle vostre mogli ed ai vostri figliuoli!”
E ciò detto, prende la bandiera, e creatosi capitano del popolo e difensore della plebe, move a capo de’ sediziosi sopra le case dei patrizj con tanta violenza, che questi abbandonata a precipizio la città, si cacciano a cercare difesa nei paesi del Seprio e della Martesana. Ariberto non tarda a raggiungerli, ed è con festa accolto e protetto(18).
Allora si rinovarono gli orrori fraterni; i nobili con soldati cerniti in Brianza nel 1041 si disposero ad un blocco rigoroso della città. Lunghissimo fu l’assedio, finchè Arrigo IV., nuovo imperatore di Germania, e genero di Corrado, invitato da Lanzone ed Alberico, con gran numero di uomini, tratto partito da queste discordie, discese in Italia(19).
Poterono i patrizj ritornare in Milano, ma tale ventura non toccò al nostro Arcivescovo, che, infermatosi in Monza, cessò di vivere il 15 gennajo 1045. “Uomo che nel carattere ebbe molta fermezza, buon soldato, buon principe, avea i costumi e la religione de’ suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria, e per rianimare la sua patria, che dall’epoca sua può contare il suo vero risorgimento”(20).
Immaginoso ed esperto anche nella strategia, inventò il carroccio(21); morendo lasciò immense ricchezze, con cui fare delle pie istituzioni, ma più di tutto per erigere e per istraricchire il monastero di San Dionisio in Milano, al quale fra gli altri doni assegnò, come abbiamo veduto, quanto di suo possedeva in Cuciago, Barzago e Verzago, con cinquanta servi, la corte di Merate, colle tre cappelle di S. Bartolomeo, S. Dionigi e Santa Maria di Sabbioncello, due castelli uno a Sabbioncello, l’altro a Merate; la corte di Lierna, e molte altre terre fuori della nostra giurisdizione(22).
Questi tempi municipali furono di non breve durata, poiché nelle guerre successive potremo vedere i nostri progenitori combattere come truppe ausiliarie al soldo di diverse potenze. Nulladimeno la indipendenza non era immune di gravezze. L’arcivescovo di Milano, per decreto imperiale, godeva alcune rendite cospicue sulle strade regie; da qualunque parte del contado si uscisse godeva un pedaggio, ove ogni straniero che entrava dovea pagare tanto se a cavallo, tanto se in cocchio, tanto se a piedi al gabelliere, o piuttosto ad innumerevoli gabellieri dell’arcivescovo; e questi era tenuto a far custodire i passi; e tutti coloro che alcun danno sostenuto avessero entro il territorio dovevano essere dal medesimo pienamente nisarciti(23).
La Brianza era per la sua posizione stracarica di queste imposte. Il vescovo di Como esigeva il telonio sul mercato di Lecco e la pescagione di tutto il ramo da Bellagio a Malgrate. Le cose religiose erano in deplorabile condizione. Il ministro del tempio pienamente d’accordo col guerriero, e sacerdoti e vescovi dall’ altare di pace passati ai campi di sanguinose battaglie, bagnavano di umano sangue la stola, che deve apparir candida sull’altare del Signore, sul fonte battesimale, sul letto del moribondo. Erano di questi tempi in voga il timor delle streghe, i giudizi di Dio, i duelli, alle quali cose tutte era associato lo spirito religioso. La superstizione trovavasi nel suo massimo vigore, e mentre sarebbesi creduto delitto l’assaggiare un cibo vietato al venerdì e al sabbato, stimavasi galanteria e religione l’immergere le mani nel sangue dei fratelli, e proclamare la pietà dal patibolo. La nobiltà era salita a tale soperchieria, che nel 1065 fu concesso che ciascuno nobile potesse occidere un plebeo con la pena de libre septe, e soldo uno de terzoli; per la qual cosa molti erano morti(24).
E ciò sia suggello che sganni tutti coloro che del passato non vedendo che il lato più bello, proclamano i governi ed i costumi de’nostri padri, migliori dei costumi e governi presenti.