CAPITOLO X

LE CONTESE DEL CLERO
DAL 1056 AL 1112.


Guidone da Velate. - Arialdo Alciati. - Andrea Alciati. - Donazioni di que’tempi.

Chi nei tempi nostri, in cui tra i sacerdoti è nobile gara di virtù, di pietà, di zelo, non fremerà gettando uno sguardo ai secoli di cui parliamo, quando i ministri del Signore erano “ricchissimi, licenziosi, ciascuno pubblicamente disonorato di domestiche colpe, rarissimi nei templi e agli altari,’ frequentissimi ai passeggi, alle caccie, perniciosi, vagabondi, facinorosi?(1)”. Il clero milanese era rotto a fiere discordie, pretendendo taluni colla interpretazione di alcune parole di Sant’Ambrogio, aver diritto al matrimonio, altri condannandolo col nome di concubinato sacerdotale: e tra i più forti oppositori è ricordato Anialdo Alciati, sant’uomo ma più presto zelante, che prudente ministro. Costui nato da Bezo e Beza Alciati in Cucciago... piccola terra presso Cantù, studiò teologia in Parigi, e reduce in patria, fece ammirare il suo ingegno, e l’austerità di sua condotta. Ma ben presto scandolezzato dalle molte licenze del clero, cominciò a scagliarsi contro di esse, prima in privato poi pubblicamente. E perché di poca autorità e di umile origine, pensò di aggiungersi compagno Landolfo, uomo molto ricco ed eloquente, e con lui nel 1056 cominciò in Varese il suo pericoloso apostolato, sfidando l’ira di Guidone da Velate arcivescovo di Milano, ardente campione dell’opinione contraria. Costui vedendosi in pericolo della vita, ogni mezzo tentò per trarsi dattorno quest’uomo tremendo; e vedendolo sicuro nel favore del popolo l’accusò presso il Papa per uomo turbolento ed avverso ai ministri di Dio. Chiamato l’apostolo a Roma, e dati segni della vita irreprensibile, fu dal papa commendato assai ed esortato a proseguire nella sua missione. Da tale decisione inaspriti maggiormente i sacerdoti, per meschina vendetta, si recarono di notte tempo alla villa d’Arialdo in Cucciago, e la sperperarono tutta come cosa da rubello.
In questo mezzo due sacerdoti di Monza che si erano aggiunti ad Arialdo per bandir sue dottrine in Brianza essendo stati per ordine dell’Arcivescovo arrestati e tradotti nel castello di Lecco, allora di sua ragione, perché pagassero il prezzo del loro zelo, Arialdo con robusta eloquenza animò la turba si che tutti gridarono ad una voce vendetta, e molti precipitati a Lecco, ed espulso il presidio arcivescovile, posero in libertà i due rinchiusi. Pure al fine l’inganno trasse a morte il coraggioso Anialdo. Uomo leale, affidatosi ad un sacerdote che, sotto colore di salvarlo dalle persecuzioni, lo avea chiuso nel castello di Legnano, venne tradito vilmente nelle mani di oliva nipote di Guidone. Questa donna, a cui Arialdo aveva più volte rinfacciata la poco onesta condotta, mandò tosto sicarii perchè ponessero termine ad una vita tanto molesta. Ma che? I mandati commossi all'austera virtù d'Arialdo, non solo lo rispettarono, ma cercandone la liberazione, lo traevano in battello all'opposta riva del lago Maggiore. Se non che appena toccarono la sponda, sopraggiunti alcuni sacerdoti afferrarono l'Apostolo, e dopo tormentosissima agonia lo gettarono disfatto nel lago. Tale esito ebbe quest' uomo temuto in vita, mansueto e dignitoso in morte. Zelo, o ambizione lo mosse a parlare? non io oso decidere. Dirò solo che la sua eloquenza fu sempre efficace, che i vizii contro cui si scagliava erano pur troppo innegabili. Benchè lieto l'Arcivescovo d'essersi alfine spacciato di quest'uomo, pure vedendosi poco accetto alla nobiltà perchè plebeo, poco alla plebe perchè devota d'Arialdo, pieno più di amarezze che d'anni stimò meglio abbandonare il pastorale, e chiudere come privato il resto della vita(2).