CAPITOLO XI

GUERRE DEI BRIANTEI’ COI COMASCHI
DAL 1112 AL 1152.


Origine delle contese. - Landolfo vescovo di Como. - Adamo del Pero e Gaudenzio Fontanelli.Giordano arcivescovo. - La Martesana in guerra coi Comaschi. - Morte del capitano Gaffuro. - Battaglia al monte Trogoglio. - Assedio di Como. - Il castello di Nesso. - Battaglia navale di Como. Battaglie terrestri. - Anialdo degli Avvocati. - Le milizie di Lecco in Valtellina. - Assalto di Malgrate. - Strage dei Comaschi.

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Entriamo in uno dei periodi più dolorosi per le terre nostre. Senza lagrime non potrai, lettor mio, gettare uno sguardo in codesti tempi, in cui il nome di patria era chiuso fra le siepi che circondavano il villaggio, tra le pareti anguste di una casa, se la casa stessa non era divisa in più fazioni. Cessato il timore de’ nemici stranieri d’origine, lingua, costumi diversi, quasi fosse bisogno tuffarsi nel sangue degli italiani si abbandonavano alle guerre intestine fra tutte le più micidiali, e dimentichi che la sola concordia forma la forza di uno Stato, non intendendo più ad uno scopo comune, erano in continue lacerazioni - Milano approfittando delle contese tra il Papa ed Enrico III., aveva acquistata signorìa su di Lodi, e mentre cercava di tirar in suo dominio anche la città di Como, bentosto comparve il pretesto per colorire i desideri. Landolfo, diacono della metropolitana milanese, stratto della nostra nobilissima di Carcano, diverso da quello di cui abbiamo parlato, con mene e simonie aveva ottenuto il vescovado di Como, era stato unto dall’antipapa Gregorio VIII., e confermato da Enrico III.(1). Ma Urbano II., legittimo pontefice, avendo già nominato a tale dignità Guido de’ Grimoldi di Cavallasca, scomunicò l’intruso simoniaco, e lo costrinse, dopo lunga resistenza, a trovare scampo nel castello d’ Agno in Isvizzera. Pure i Comaschi, guidati da Adamo del Pero e Gaudenzio Fontanelli, recatisi a quel castello, data di notte tempo la scalata, riuscirono a far gran macello di Milanesi, e prigioniero lo stesso Landolfo. Quei di Milano che sopravvissero, fuggirono immediatamente alla volta della loro città; e seco recate le vesti insanguinate degli uccisi, le stesero sulla pubblica piazza, e taciturni e piangenti vi sedettero vicini. Le vedove girandovi in. torno, versavano lagrime, nè con più efficace eloquenza avrebbero potuto ottenere vendetta. Mentre’ i fedeli accorrevano ai sacri uffici, Giordano arcivescovo, ritto sulla soglia della chiesa, ordinò che non si aprissero le porte, fin a tanto che il carroccio non fosse avviato verso Como(2).
Vendetta, gridò ad una voce il popolo milanese; diè di piglio alle armi, precipitò fino a Rebbio, villaggio due miglia vicino di Como e rese quei campi il teatro d’una fiera battaglia, che durò tutto il giorno. Ma sopravvenuta la notte, avendo i Comaschi, sotto la scorta di Adamo del Pero, guadagnata l’erta del Baradello, i Milanesi, protetti dalle tenebre, pratici di quei siti, giù per l’alveo del fiume Aperto, scesero taciturni fino alla città, ne schiusero le porte, ed entrati vi misero tutto a ruba ed a fiamme. Non furono tardi ad addarsene i Comaschi dalle vampe, che serpeggiavano fra i tetti della lor patria, e resi più arditi e più feroci all’idea del pericolo dei figli e delle donne, precipitarono dal monte con impeto sì grande, che i Milanesi, tra perchè improvidi, tra perchè sbandati al saccheggio, aggiunsero a grande ventura il potersi mettere in salvo(3). Unico vantaggio che da questa spedizione ritraessero i Milanesi fu la liberazione di Landolfo; il quale, al primo arrivare dei suoi concittadini posto in libertà, la prima cosa fu a mettersi in salvamento. E poichè la Martesana era alleata de’Milanesi, i Comaschi per farne la vendetta, sorpreso il borgo di Cantù, ne fecero sacco. Non dormirono a ciò i Canturiesi, ma gettatisi sulle terre comasche, s’impadronirono di alcune ville, molti menarono prigionieri, sperperarono le campagne e le case di Lipomo, Albate, Trecallo, rendendo e ricevendo dappertutto insulto per insulto. Finalmente i Comaschi convocano un consiglio, spiegano la bandiera della guerra, vestono l’armi, e movono contro Cantù(4).
La terra di Cantù, lontana dalla capitale della provincia intorno a quattro miglia, da parte di scirocco, è ricchissima di antichi monumenti; e Paolo Giovio, nella vita di Ottone Visconte, la vorrebbe fondata dai Canturigi, appoggiato alla sola analogia tra il nome del popolo o del borgo, ed alla circostanza di trovarsi Cantù fra una ridente corona di colli, e di leggere in Strabone che i Canturigi abitarono una regione vitifera e montuosa. Gli abitatori di questo ragguardevole borgo attendono principalmente alla fabbricazione di merletti e di chioderie. Vicino circa tre miglia da Cantù trovi Mariano, anch’esso paese di molta considerazione, e fra i più ragguardevoli del ducato della Martesana, che si vuole anticamente chiamato fundus Manlianus, o villa Mauriliana. Fra Como e Cantù ergesi il monte Trogoglio, mediocre altura come tutte nel centro della Brianza. Dietro a questo monte appiattatisi i Canturiesi, sotto la scorta di un certo Gaffuro, prode ed arrischiato capitano, ivi aspettavano i Comaschi, pronti a venire alle mani. La mischia fu presta a cominciare, ma fra il furore della pugna, il Gaffuro perdette la vita con cinque dei suoi migliori soldati. Costernazione, spavento nell’esercito brianzuolo! I Comaschi, traendone profitto, lasciarono un’imboscata nelle gole del Trogoglio e dentro il letto d’un fiumicello, che taglia e bagna la pianura del Bassone, mentre gli altri raggiunsero di nuovo il corpo dei Canturiesi. Questi, imprevedendo lo stratagemma, si fanno addosso ai Comaschi, e li rispingono sino al Trogoglio; ma d’ improvviso uscito il drappello appostato, i Canturiesi vengono chiusi nel mezzo, nè trovando altro scampo, guadagnano parte l’erta, e parte gettansi nel fiume con considerevoli danni. I cadaveri insanguinati gridarono però vendetta nei loro compatrioti(5). I Canturiesi, alleatisi con quei di Mariano, strinsero d’assedio la città di Como e minacciavano il più micidiale ricambio, se non che quel blocco, dopo essere durato per un mese, fu, secondo la consuetudine di quei tempi, sospeso da un’amnistia fatta per la celebrazione delle festi pasquali.
Ma in un tempo, in cui all’idee della virtù che impone l’ordine e la pace erano subentrate quelle del sentimento opposto, che comanda gloria e grandezza, non poteva la quiete durar lungamente. Essendosi il castello di Nesso, dapprima devoto ai Comaschi, ribellato, questi, senza por tempo in mezzo, mossi alla volta del castello, forzarono gli abitanti a sgombrarlo. I Milanesi, che molto contavano su questa rivolta, forse da essi sollecitata, imposero tosto a quei di Lecco, loro alleati, di allestire una flotta e spedirla alla volta di Como, per assalir la città dalla parte del lago; mandando contemporaneamente altri uomini i quali la stringessero per terra. Frementi di ardor guerriero, incorati dalle robuste parole delle spose e dei genitori, salparono i Lecchesi su trenta navi, e dato de’ remi nell’acqua, vogavano verso la città, quando ecco i Comaschi, avvisati del pericolo, e preparati alla difesa, poco lontano da Torno collocarsi a fronte della flotta nemica. Un suono di trombe, un grido guerriero furono il segnale della battaglia; s’avvicinarono i navili, s’avventarono l’un contro l’altro, fu d’ambe le parti sanguinosa la zuffa; infine i Lecchesi, perdute quattro navi, stimarono meglio ripararsi nell’isola Comacina, stretta in società coi Milanesi(6). Così quella mischia navale tornò vantaggiosa ai Comaschi, i quali nel medesimo tempo avendo fatta una sortita improvvisa dalla città, calarono addosso alle truppe pedestri de’ Milanesi con tanto vigore, che le cacciarono fino a Mariano, scorrendo e predando le terre in cui si avvennero in questo intervallo. Ma è più facile vincere, che conservar la vittoria. Mentre i Comaschi, pazzi della gioja, s’abbandonavano al sacco, eccoli raggiunti da una mano di Milanesi e Martesani, che ne fecero un macello, togliendo loro il castel di Lucino, per tradimento d’un Arialdo avvocato, che ne era il custode. Mesti i Comaschi, tornarono alle loro case, da cui erano partiti colla baldanza del vincitore, e raccontarono ai figli ed ai genitori i tristi casi di quella giornata, giurandone la vendetta (1125).
Un giorno sull’imbrunire, alcuni Pievesi e Comaschi passeggiavano di conserva lungo il Lario, quando da discosto videro un legno carico di calce, ferramenti e sassi, che vogava all’isola Comacina, dove stavasi riedificando la torre di Cavagnola, distrutta dai Comaschi. E riconosciuta per una nave di Lecco, corsi tosto a metter assieme gente, mossero incontro ad essa con quattro navi. I Comaschi, favoriti e dai venti, e dagli animi preparati, e da armi apposite, piombati addosso a quei di Lecco, lasciarono loro appena il tempo di ripararsi nell’isola Comacina. Ma gli isolani, subitamente munita una grossa nave, forte di una torre di legno, si fecero incontro al Grifo, che era il più grosso naviglio dei Comaschi, però con esito infelice; poiché questi, adattata alla prora del Grifo una robusta punta di ferro, irruppero con tale impeto dentro la nave nemica, che la spinsero al lido sfracellata. Tentarono i Comaschi trar profitto anche dalla viltà, e a gran prezzo ottennero il castello di Cervio, devoto ai Milanesi, ma con niun vantaggio. Poiché mentre confidenti nel nuovo acquisto si curavano poco del nemico, perdettero il Lupo, grossa nave che conteneva il fiore dei militi comaschi, per cui in un tratto la loro baldanza si fiaccò, e per riscattarlo dovettero cedere e il guardiano ed il castello. I Lecchesi fecero quindi scorrerie in Valtellina fino a Berbenno, e tornando ricchi di bottino, assalirono il castello di Malgrate, ove stavano rifuggiti molti Comaschi. Malgrate è quella terra che, foggiando un porto di mare, risponde di fronte a chi guarda ‘da Lecco verso la Valmadrera. Il lago ivi presenta un bacino cinto da bei prospetti sempre qualche cosa vani e nuovi, e ricco d’una quantità di pesciolini chiamati antisiti, ed ha le rive intorno biancheggianti sempre di calce, di cui ivi si fa gran commercio. All’acquisto di quella ròcca e per terra e per mare s’affrettarono i nostri. Era notte, e i Comaschi abbandonati al sonno. Parve questa una bella opportunità, e fatto un notturno assalto addosso ai dormenti, finirono coll’ucciderne alcuni, e mettere in fuga i superstiti. Per quanto fosse stata crudele la carnificina, pure tutti rispettarono i cadaveri e li rimandarono a Como perché avessero quieta sepoltura (1126)(7). Né poca parte furono i Martesani e i Lecchesi dell’assedio decenne, onde fu stretta l’abbattuta, ma sempre forte città di Como, la quale videsi arsa dal foco gran parte delle sue case, smantellata di mura, sottoposta al crudele divieto di non più riedificarle; ed alla trista sembianza d’ un presente che, ahi troppo! discordava con un passato felice. Oh se si potessero cancellare dalla storia nostra queste pagine lorde di sangue e di nefandità, in cui ai miti sentimenti di pace, onde sono ricreati i Lombardi presenti, erano sostituiti quelli di vendetta e di brutalità! A questi tempi di agitazioni intestine succedono i non meno calamitosi, in cui l’Enobarbo, traendo partito da tali fraterne contese, calò in Italia, e vi lasciò deplorabili ricordanze.