CAPITOLO XII

GUERRE CON FEDERIGO BARBAROSSA
DAL 1152 AL 1192.


Federigo alla dieta di Costanza. - I due mercanti lodigiani. - L’Imperatore a Roncaglia. - Il passo dell’Adda a Cornate. - Corrado di Dalmazia. - Il passo di Cassano. - Il ponte rotto. - Arresa del castello di Trezzo. - Federigo a Monza. - I Brianzuoli alleati di Federigo. - Il conte Goizzone. - Il castello di Trezzo ricuperato. - I Milanesi occupano Corneno, Cesana, Erba, Parràvicino. - Assedio di Carcano. -Interdetto. - Battaglia di Carcano. - Diritti concessi ad Erba ed Orsenigo. - Distruzione di Milano. Algiso abate di Civate. - Lite fra Bellagio, Limonta e Crevenna. - Marcoaldo Wenibac. - Goizzone. - Il castello di Trezzo di nuovo liberato. - La falange della morte. - Il convento di Pontida. - Lega lombarda. - Battaglia di Legnano.

Trovavasi in Costanza a capo della Dieta germanica un giovane valoroso, politico, astuto, esperto nella milizia, di bella persona, se non che riceveva un’aria aspra e feroce dalla barba rossiccia che gli ricopriva il mento. Era Federigo I. di Svevia cui la Dieta aveva chiamato a regnare nella speranza che, unendo in lui il sangue ghibellino ed il guelfo dei Franconi e dei Bavari, avrebbe imposto silenzio alle ostilità intestine.
Introdotti a suoi piedi Albernando Alamano e Mastro Omobono, mercanti lodigiani, entrambi in atti di dolore, con funi al collo, cenere sul capo, e croci di legno sulle spalle, gli narravano i soprusi che la loro patria soffriva dai Milanesi, e partivano assicurati che l’Imperatore sarebbe calato in Italia per chiamare al suo tribunale i consoli di Milano. L’Imperatore sceso difatti l’anno 1154, ascoltate a Roncaglia una seconda volta le querele de’Lodigiani, de’Cremonesi, de’Comaschi, e insieme le discolpe di Oberto dell’Orto e Gherardo Negro, consoli di Milano, imponeva che molti castelli milanesi fossero dati alle fiamme, distrutto il ponte sul Ticino ad Abbiategrasso, molte città staccate dall’alleanza dei Milanesi.
E partiva: poi mosso da nuove preghiere, tornava con gran treno di baronia e di cavalieri, e con un esercito agguerrito, numeroso quale prima non aveva mai superate le Alpi, e sottomessa Brescia, si difilava sopra Milano. Ma giunto in faccia a Cassano, vide sventolare sull’opposta riva dell’Adda le bandiere repubblicane e le spade appuntate alla difesa del ponte. Subitamente il valoroso Corrado di Dalmazia, generale delle truppe germaniche si stacca dal nerbo dell’ esercito, e lungo le sponde dell’Adda giunto rimpetto a Cornate, o come altri vogliono a Corneliano, si slancia il primo nel fiume e dietro lui i suoi soldati. Ardimentosissimo era quel passo, e duecento vi rimasero sopraffatti dalla correntia del fiume; gli altri che
toccarono la destra sponda, raccoltisi insieme, drizzati a Cassano presero alle spalle i Milanesi e i Martesani che custodivano il passo. Questi benché colti improvvisi si difesero, ma non così che alfine non rimanessero vinti, molti uccisi, molti fatti prigionieri. Sgombrato così il ponte sull’Adda, gli Alemanni cominciarono a passare, ma avendo stracaricato il ponte, una parte di questo si sfracellò, recando la ruina di molti uomini e cavalli. Federigo aveva mandati esploratori a visitare i luoghi vicini, e saputo da essi che poco discosto da Cassano trovavasi il fortissimo castello di Trezzo, gli parve bene di averlo nelle mani, onde tosto col forte dell’esercito portatosi sotto quella ròcca e circondatala strettamente, in capo a poche ore l’ebbe in suo potere, salva la vita dei castellani. Lasciato ivi un presidio de’suoi, mosse Federigo verso Milano(1), e conchiuso un armistizio colle milizie Milanesi, stimando utile stringere alleanza con qualche popolo belligero e robusto, tentò di avere dalla sua gli uomini della Martesana. Che fa egli? Recatosi a Monza ivi raduna a consiglio i signori della Brianza e delle terre vicine, e proposto ad essi di far causa comune con lui promette di addottarli come prediletti suoi figli, non solo di rispettare le loro franchigie, ma di compensarli con onori, feudi e ricchezze.
Alle sue parole succedette un contrasto di pareri; chi repugnava all’idea di sorgere contro i suoi vicini, e chi allettato dalle promesse mostrava i vantaggi che sarebbero derivati alla Brianza dall’imperiale protezione. Posta ai voti la decisione fu favorevole all’Imperatore.
Non furono però tardi i Brianzuoli a pentirsene, poichè Goizzone uomo crudele, avaro ed ambizioso, messo in Trezzo da Fedenigo e fatto conte della Martesana col presidio di cento militi sotto i cenni di Corrado Maze e di Rodegerio, estorceva nei nostri paesi ogni maniera di tributo, saccheggiando, scannando, ponendosi legge il potere, giustizia il capriccio.
Spirata la tregua i Milanesi rifiutarono di ricevere il podestà che volevasi loro imporre dai legati imperiali, onde Federigo minacciò di muovere contro di essi. Ma volendo essi prevenire il colpo, e saputo essere gli abitatori di Trezzo stanchi delle vessazioni, stimarono bene, la prima cosa, di procedere contro quel castello, sperando di trovarvi ajuto dalla parte dei borghigiani. Perciò, alle feste di Pasqua con macchine e quanto è necessario ad un assedio, usciti da Milano e giunti di notte tempo al borgo di Trezzo ne circondarono la fortezza quadrata, e subito si diedero chi a scalare le mura, chi a percuoterle, chi a gettar dentro materie combustibili e pietre. Gli Alemanni, atterriti da questa sorpresa, confusi corrono alle armi, si incuorano a vicenda, rispondono ai colpi, scagliano sassi sui vicini, frecce sui lontani, nè calano alla resa che dopo tre giorni di continuo combattimento; in fine pochi rimasero uccisi, molti, e tra questi il commandante Rodegenio, tratti prigionieri a Milano; e così i Milanesi riconquistarono un castello importantissimo per la sua posizione, e recisero un comodo passaggio ai soldati del Barbarossa(2).
L’infedeltà dei Martesani era scritta in cuore dei Milanesi, che pensarono tosto alla vendetta. Occupati pertanto i castelli di Cesana, Corneno, Erba, Parravicino vi piantarono le loro bandiere, indi pensarono a sottomettere il castello di Carcano sempre fedele al Barbarossa.
A que’ giorni era Carcano terra più grossa che al presente, forte e atta a lunga resistenza in un tempo in cui le macchine di guerra erano ben lungi dall’aver ancora raggiunta la terribile potenza dell’artiglieria. Ivi stavano rinchiusi i fautori del Barbarossa scampati dalle rocche ruinate dianzi, pronti a tollerare le maggiori miserie prima di cedere. Non appena gli uomini di Milano si trovarono sotto a quel forte costrussero una torre di legno e validissime macchine di guerra, ma quand’erano già al punto d’averlo nelle mani videro d’improvviso l’imperatore Federico, invocato dagli assediati, occupare lo spazio fra Orsenigo e Tassèra, e porre gli accampamenti attendendo l’occasione di assalire i Milanesi (8 agosto).
La condotta delle milizie era affidata ai sacerdoti che sul esempio del sommo pastore Alessandro III. cercavano la distruzione degli stranieri. Uberto da Pirovano, nativo di Barzanò e arcivescovo di Milano, caldo nemico dell’Imperatore pronunziò contro i Martesani, che si erano raccolti nel castello di Carcano, 1’ interdetto concepito in questi termini come viene ricordato dal Corio(3)... “É certo che il castello di Carcano è feudo dell’Arcivescovo: ora poi perché uomini ribelli alla chiesa e fautori di Federigo, scomunicati e condannati vi si sono raccolti, li priviamo d’ogni nobiltà e di ogni feudo, e confischiamo il castello a vantaggio della chiesa milanese “.
Federigo vedendo che dal campo dei suoi nemici partivano molte strade per cui questi poteano ricever soccorsi di vettovaglie e d’uomini, e comunicare colla loro città, approfittò delle molte sue milizie per rendere queste vie impraticabili, tagliandole e serrandole con grossi tronchi, provvedimento che tanto infiacchì gli animi anche più vigorosi dei Milanesi, che già taluni parlavano di cedere. Allora di mezzo alla turba suonò una voce vigorosa che parlò degli stenti sostenuti dai loro avi per abbattere i nemici, della gloria che segue ai vincitori, dell’obbrobrio e delle sciagure riserbate pei vinti, del bisogno di fiaccare l’insolenza del conquistatore, e della gioia di raccontare ai figli ed alle mogli le vicende avventurose della giornata. Era questa la voce del venerabile Uberto arcivescovo e condottiero dei Milanesi, che queste parole accompagnava col pianto e cavava le lagrime dagli occhi dell’arciprete Milone Cardano, di Galdino Sala arcidiacono e di Algiso da Pirovano cimiliarca e nipote d’Uberto, capitani dell’esercito e di tutta la turba dei Milanesi. Incoraggiata questa dalla voce e dall’esempio dei sacerdoti, si risolse ad una battaglia decisiva; e partitesi le incumbenze, restò la fanteria dei borghi di Porta Ticinese e della Pustierla di Sant’Eufemia a guardare il castello assediato, mentre i fanti di Porta Comasina si recarono ad occupare il villaggio di Tassèra poco discosto dal campo imperiale. Prima d’attaccare il nemico l’arcivescovo Uberto celebrò la messa all’altare del carroccio, e ascoltata la contrizione dei soldati, gli affidò della vittoria e del soccorso divino.
Era il 9 di agosto; il cielo ingombro di minutissima pioggia; l’aria però soave come sempre nell’incantevole giardino della nostra Brianza. I Milanesi inginocchiati pregarono, poi scagliati contro i nemici, in quel primo impeto respinsero i soldati di Federigo. Ma breve trionfo! assaliti dagli Alemanni mentre si badavano al bottino, molti rimasero feriti, alcuni uccisi e quel che è più, perdettero il carroccio, arca d’alleanza, la cui perdita facea maggiore l’infamia della sconfitta. Il carroccio fu distrutto e gettato in un fosso insieme co’ buoi che lo traevano, rimanendo nelle mani del vincitore la croce dorata ad esso sovrapposta. Da quel momento la posizione dei Milanesi e dei Bresciani loro alleati divenne assai pericolosa, e ne pareva certa la sconfitta, quando un fraterno soccorso mutò l’aspetto delle cose.
Gli uomini d’Erba e d’Orsenigo allora fortissimo castello, tolsero seco le armi che la circostanza somministrava, e raccoltisi senz’essere visti dal nemico, per l’aria offuscata si congiunsero ai soldati di Milano. A questo incoraggiati di nuovo i nemici di Federigo, guidati dai sacerdoti e protetti dalle nubi che velavano l’orizzonte calarono dalla collina, che divide Tassera da Alserio presso cui era collocata la maggior parte degl’imperiali, versatisi coll’impeto del torrente sui nemici, abbattendo, spezzando con ispade e con mazze, rovesciarono uomini e cavalli, inseguendo i fuggitivi che si riparavano nelle loro trincee. Ma a pro di questi cadde una pioggia improvvisa che obbligò i Milanesi a rientrare nei loro alloggiamenti.
Un istante prima della fuga, Federigo, dal campo di battaglia ove aveva fatto meravigliare perfino i nemici, che lo aveano veduto slanciarsi nella mischia, di propria mano trafiggere un bue, e strappare la croce dorata dal Carroccio, si era ritirato nella tenda per tergere il sudore e dare un cotal po’di riposo alle membra affaticate. Giunto in questo, il grido dei vinti, uno degli imperiali che si trovava ferito nella tenda, chiese dal monarca se quella era l’acclamazione della vittoria. A tale inchiesta Federigo gettando un sospiro rispose: “Siamo vinti! dappertutto nel campo è spavento e scompiglio, i nemici ci insultano, ci spogliano, ci ammazzano, oh! qual giorno di desolazione(4) “ Ciò detto uscì dal padiglione, raccolse i dugento uomini che gli rimanevano dei tanti, che aveva condotti seco, e precipitosamente, abbandonata quella posizione, scampò a Montorfano, ove fu soccorso dalla famiglia Mandello, nè si tenne sicuro finché non fu chiuso nel castel Baradello di Como. Il marchese di Monferrato e più altri non si fermarono che ad Angera ed in diverse terre del Verbano. Tal fine ebbe la battaglia di Tassèra, o come altri la chiamano d’Orsenigo, o di Càrcano avvenuta il 9 agosto 1160.
I Milanesi, fatti più guardinghi dell’approfittare delle vittorie e degli scaltri stratagemmi di Federigo, dubitarono a tutta prima d’esser vincitori, ma assicurati dalla ruina degli imperiali invasero i costoro accampamenti, fecero prigionieri quanti feriti vi ritrovarono, e ricchi di bottino sfilarono ancora intorno al castello di Càrcano. La posizione di questa fortezza era delle più felici, come abbiamo già detto, onde gli assediati dopo aver resistito ancora una settimana intera contro gli assalti e il grandinare delle macchine, di notte tempo usciti alla sprovvista incendiarono le costruzioni degli assediatori e bastò loro l’animo di rendere inutili tutte le speranze de’Milanesi, che finalmente al primo settembre ritornarono a Milano.
Conservando i Milanesi grata memoria del giorno in cui gli uomini d’Erba e di Orsenigo li avevano soccorsi, accordarono loro molte franchigie e il diritto della cittadinanza a cui andavano uniti molti onori e privilegi(5).
Procedevano intanto le ostilità fra gli Alemanni ed i Milanesi. I soldati di Federigo posero gli accampamenti presso la villa Guazzino, predarono le campagne che stanno fra Morsengo ed Agliate ed ivi pochi giorni appresso per una stradicciuola, che correva sino al campo degli imperiali comparve il medesimo Federigo. I Milanesi come si videro chiusi da ogni banda, deboli per affrontare un nemico tanto formidabile ed agguerrito, stimato meglio ritirarsi presero le mosse verso la loro città. Ma non appena vi furono entrati che tutto l’esercito imperiale si raccolse intorno a Milano preparandosi a domarla coll’assedio. Infatti al principiare del maggio 1162 la misera città dopo sostenuti gli sforzi a cui solo si ardisce un popolo, che destatosi libero all’alba trema di sentirsi alla sera stretto in catene, dovette arrendersi a discrezione dell’Imperatore. Immensi danni cagionarono a quella città gli stranieri ma più assai ne produsse l’ira de’fratelli fra i quali i Martesani, che saliti su pei tetti delle case gettavano tegole, sassi e travi sfracellando le teste dei miseri cittadini che non furono agili alla fuga(6). Molti di questi atterriti, confusi correvano nel tempio del Signore invocando pietà e pace, ma anche nel tempio del Dio della misericordia erano barbaramente sgozzati.
Federigo con orgoglio segnava i decreti di quest’epoca coll’indizione Post destructionem Mediolani. Il primo di questi fu mandato ad Algiso abate del monastero di Civate uomo ambizioso, che avido di sottrarsi dalla dipendenza dell’Arcivescovo spalleggiò del continuo il Monarca raccogliendo per lui uomini dalle terre che al suo monastero erano soggette(7), onde Federigo lo ricompensò con un diploma nel quale promise protezione al monastero ed alle sue attinenze il 27 di aprile 1162.
Lasciava l’Imperatore nelle città e nei distretti conquistati dei sopraintendenti o vicarii o podestà, che approfìttavano dalla sua lontananza o delle guerre per governare a capriccio. Mastro Pagano podestà di Como uomo della più trista ricordanza, nel 1163 per mezzo del giudice Arnaldo di Carate pose decisione ad una lite vertente il comune di Bellagio e i due di Limonta e di Civenna; poiché avendo gli abitanti di queste due comunità, in ragione del loro estimo, un’annua obbligazione verso quei di Bellagio, desiderarono sottrarsi dalle soverchie pretensioni dei Bellagini. Onde si rivolsero a Pagano implorando da lui che fossero liberati da questo carico e venisse loro restituito I’ istrumento di quel tributo. Il giudice Arnaldo, udite le ragioni d’ambe le parti, decise che gli uomini di Limonta e Civenna fossero sciolti dal giuramento e ricuperassero la loro scritta, e questa decisione per quanto somigliasse arbitraria pure gli uomini di Bellagio dovettero sottomettervisi e restituire l’istrumento ai loro avversari(8).
Vicarii di tal sorta in Martesana furono Marcoaldo da Wenibac, delegato di Pietro Cunino, e il conte Ruino, entrambi uomini duri e maligni che rinchiusi nel castello di S. Gervaso presso Trezio dove aveva gran somma di pecunia e di ricchezze(9), accrescevano le angherie e i tributi su gran parte della Martesana, mentre sul resto di essa infieriva il conte Goizzone. La milizia che si trovava nei nostri popoli era comandata da Gozzolino e da Abradiente, due uomini che si serviano del potere per rendersi lecita ogni cosa ed ogni insolenza(10).
Ma fra le stragi e le miserie non erasi mutato l’animo de’ Milanesi, che seduti sulle fumanti ruine della loro patria ne giuravano la reidificazione, e prima di tutto pensavano ad un colpo che ben riuscito potesse tornar loro di grandissima utilità. Raccolte perciò quante macchine restavano loro e unitisi alla meglio mossero contro il castello di Trezzo, che era ricaduto nelle mani degli Alamanni ed era stato rinforzato con grossissime mura e con un elevatissimo torrione di robuste pietre quadrate. E subitamente stretta la ròcca d’assedio, ed impiegando tutti i mezzi che la disperazione può suggerire il 10 agosto 1167 l’ebbero nelle mani, fecero prigioniero Ruino con molti de’suoi, occuparono la fortezza e trassero i prigionieri incatenati a Milano. Intanto un nostro Alberto da Giussano, uomo di straordinaria vigorìa d’animo e di corpo, chiamava i più forti e come, molti n’ebbe riuniti tenne un eloquente discorso. I radunati sollevarono le destre al cielo, giurarono al cospetto di Dio di sostenere col proprio sangue gli sforzi de’Milanesi, di non volgere mai le spalle al nemico, di versare il loro sangue, ed assunsero il tremendo nome di Falange della Morte(11).
I lamenti che gli esuli Milanesi portavano di terra in terra inducevano a pietà le città longobarde, che si serrarono in una lega, e giurando di rialzare l’abbattuta Milano, determinarono un congresso da tenersi nel convento di Pontida.
Invalsa nell’ XI. secolo la celebre riforma dei Cluniacesi, Alberto, pio monaco di Pontida, girava per le contrade di Lombardia fondando monasteri di questa religione e ne ponea uno di donne a Cantù, al quale morendo assegnava due mulini coll’acqua necessaria, ed un territorio cogli uomini e le case unite ad esso(12). Più antico di questo era il convento di monaci che egli aveva fondato in Pontida e intitolato all’apostolo 5. Giacomo(13). L’uomo del Signore riposa nella chiesa di questo convento, e il suo nome e le sue glorie sono ricordate in una rozza scoltura che tu vedi presso la sagrestia e che puoi osservare incise nel torno V. delle Memorie di Giulini. Alla direzione di questo santo abate vogliono si fosse affidata la regina Teutperga di Francia, che ritiratasi da solitaria vicino al monastero di Pontida conducea per opera di Alberto vita assai esemplare, e fabbricò la chiesa di S. Eligio di Fontanella col monastero congiunto ove volle essere sepolta(14). Il monastero di Pontida all’epoca di cui parliamo apparteneva alla chiesa di Brivio ed era dipendente dal monastero di Civate(15), e durò in mano dei Cluniacesi fino al 1490 in cui da papa Innocenzo VIII e dal Senato Veneto furono loro sostituiti i Benedettini(16).
Il vasto convento di Pontida è collocato nel lembo del paesello in una posizione alquanto elevata. Vi scorgi ancora quasi intatte le celle ove i pacifici seguaci di Benedetto traevano la loro vita lontani dai tumulti della società; ma invano cercheresti una pietra, una parola che ricordi i clamorosi avvenimenti ivi accaduti.
Nel 1167 in questo monastero suonarono i gridi di liberazione, di vendetta, di pietà verso i caduti. Ventitrè città si erano raccolte intorno all’oratore Pinamonte di Vimercato che in una robusta arringa esortò a mandare a Federigo una ambasceria, a stender la mano agli esuli Milanesi per radunarli ancora nella loro patria(17). Dopo questo discorso tutti gli ambasciatori delle città convocate proferirono il sacramento; e le promesse giurate a Pontida si mantennero sui campi di Legnano. L’Imperatore ivi fu soverchiato, e tre giorni pianto per morto, nè fu trovato che al quarto nelle boscaglie del Ticino confuso, avvilito, oggetto di compassione agli stessi nemici. Unico scampo gli restava di chiedere una pace, che fu dettata in Costanza. Ivi perorarono a favore dei Milanesi due de’nostri Brianzuoli che furono Pinamonte da Vimercato, quel desso che aveva già fatto sentire la sua voce al congresso di Pontida, e dopo lui Lotterio della famiglia Medici di Novate. I patti dell’ accordo furono: 1.°che i Milanesi riconoscerebbero per loro capo l’Imperatore; 2.° che ogni anno gli pagherebbero un tributo; 3.° che non gli impedirebbero mai l’ingresso in città qualunque volta volesse entrarvi; 4.° che Federigo non avrebbe mai portate le armi contro i Milanesi e anzi li avrebbe protetti quando ne sentissero bisogno; 5.° fu assegnato come confine del Milanese la linea tracciata dal Lago Maggiore sino a Patriviano, da Patriviano sino a Parabiago, da Parabiago sino a Careno, da questa terra sino al fiume Seveso, e dal Seveso al fiume di Tresa, aggiungendovi anche la Bulgaria(18) e il territorio di Lecco con molte altre terre sulla riva sinistra dell’Adda(19), e finalmente la Martesana, la qual ultima concessione fu rinnovata due anni dopo dallo stesso Imperatore quando trovavasi a Reggio(20). Milano risorse, e Pinamonte in ricambio del suo zelo per la causa degli esuli fu creato quattro volte console e si rese tanto benemerito da tutti i cittadini che grati fecero menzione di lui nella lapide collocata sull’arco di Porta Romana. Federigo per espiare le sue colpe, presa la croce, con un numeroso esercito mosse contro Saladino. Passò felicemente l’Ellesponto, ma quando già cominciava a divenir terribile ai seguaci di Maometto improvvisamente si annegò nella correntia del fiume Silef(21).
Era Federigo uomo strenuo in guerra, accorto politico in pace; egli sempre dov’era maggiore il pericolo; ammirato dagli stessi nemici, iracondo di primo impeto, ma talvolta sfogata la rabbia convertiva l’odio in compassione, e talvolta in amore. Contristò l’Italia, ma assaporata la trista voluttà della vendetta si dolse della sua crudeltà e cercò ripararla. La sua morte fu compianta da molti, il suo valore lungamente ricordato, e l’arte della guerra da lui sì ben conosciuta fu lezione anche pei nemici. Il suo carattere risaltò più vivamente pel meschino confronto del suo figliuolo Enrico VI. da lui creato re d’Italia dopo la pace di Costanza.
La posizione della nostra Brianza ci fa ricordare i tributi che ella avrà dovuto pagare in que’tempi. Durante l’impero di Federigo quando si eccettuino le vessazioni de’ suoi delegati che esercitavano il loro potere senza freno nè ritegno, e la giustizia a modo loro, pochissimi erano i tributi che i popoli doveano pagare. Il sale pare che fosse merce di libero contratto, poichè non ne vediamo memoria veruna ne’ decreti di que’tempi. Pagavano invece allora il telonio, o la curtadia per la riparazione delle strade; il nabullum, annuo tributo da pagarsi perchè le navi potessero girare liberamente nei laghi e nei fiumi; 1’ abdictus, altro tributo delle navi per poter essere legate alla sponda; il fodro che era la somministrazione del vitto e dell’equipaggio pel Sovrano; ed innoltre alcune tasse pei pedaggi, per le macellerie, per la caccia, per la
pesca, poi forni, per l’edificazione di case e di muri(22).
Tra le cose religiose d’allora troviamo in generale ben poco di che compiacersi. In questi tempi di discordie politiche anche il clero non era tranquillo. Una contesa era nata fra l’arcivescovo di Milano e il vescovo di Como per pretensioni sulle quattro pievi di Mandello, Incino, Fino e Uggiate, ma terminò amichevolmente venendo stabilito che le pievi di Mandello e d’Incino, le corti di Lecco e Montorfano appartenessero ai Milanesi, le altre due pievi di Uggiate e Fino rimanessero ai Comaschi(23).
L’anno 1192 Cencio Camerlengo di Celestino III. fece un insigne registro dei censi che doveansi pagare da ogni convento. Da questo catalogo appare che i monasteri di Brùgora, di Casate e di Lambrugo, la chiesa di Beolco, il monastero di S. Nicola in Figino presso di Oggiono pagavano alla corte di Roma dodici danari; la chiesa di Maresso un marabutino che era una piccola moneta d’oro minore d’un forino.