CAPITOLO XIII

NUOVE CONTESE FRATERNE
DAL 1192 Al. 1262.


Diverse società. - Motivi di discordie. - Pace di Lecco. - Ardigotto Marcellino. - Guasto delle campagne d’Enrico Settala. - Repubblica brianzuola. - Enrico da Cernusco e Cano da Agliate. Martino da Merate. - Pace. - Condizione della pace. - Governo della Martesana. - Gli statuti d’Arosio e Bigoncio. - Statuti di Calpuno. - Ermenulfo e Gerardo Marcellino.Stato della religione. - De’ costumi.

I Milanesi, come le altre città lombarde, avvezzi alle guerre non poterono lungamente godere dei favori della pace di Costanza. Cessati i pericoli che minacciavano dall’estero, gli interessi dei nobili e quelli de’ plebei tornarono in campo e si rinnovarono gli scandali delle fazioni e delle contese fraterne.
Milano, divisa tra il governo dell’ arcivescovo, quello del Podestà e quello dei dodici consoli, che formavano il Consiglio della Credenza non potea durare in pace e tosto scoppiarono le discordie intestine.
Altra sorgente di dissidii fu lo sdegno dei Patrizii nel dovere per convenzione reciproca, esser eletti consoli dal popolo. Giacché per quella naturale avversione del potente nel dover umiliarsi a chi egli crede minore di lui, usurparono a poco a poco anche il diritto dell’elezione dei consoli. Questa violazione dei patti irritò i popolari fermi ne’ loro diritti, e lo sdegno fu pari dall’una e dall’altra parte; i cittadini vennero alle mani coi cittadini. Né questo era tutto: abbiamo veduto formarsi sotto l’arcivescovo Ariberto la Società della Motta alla quale nei tempi di cui parliamo appartenevano tra le nostre famiglie gli Annoni, i Medici; i Càrcano, i Mandello, i Piròvano(1), i signori di Velate, Bevolco, Giussano, Agliate, i Lurago e i Torriani di Val-Sassina(2). Una seconda società fu composta del fiore della gioventù milanese destinata alla custodia del carroccio che ebbe il maestoso nome di Società dei Gagliardi. NeI 1198 si raccolse la compagnia della Credenza di Sant’Ambrogio, adunanza di artigiani i quali inalberavano un vessillo con campo balzano, bipartito in colori bianco e rosso. Come poteasi dunque serbare la pace fra tante società, che non conoscevano se non la legge della forza ed erano divise negli interessi e nello scopo, unite solo nei sentimenti di vicendevole odio e di ambizione? Ogni giorno in Milano nobili e plebei si bagnavano le mani del sangue fraterno: ogni giorno era segnato con una nuova infamia. In queste gare la parte de’popolani prevalse, e i nobili dovettero di nuovo riccorrere ai nostri paesi per cercare da noi sostegno ed asilo. Erano essi scortati dai consoli Ospino da Vimercato, e Arnoldo da Canzo. Terminato il consolato di costoro, gli esuli nominarono a successori di essi Alberto da Mandello e Guidotto da Usmate sotto i quali continuarono le discordie coi plebei. Finalmente dopo tanto sangue sparso dall’ una e dall’altra parte, stabilitosi che si dovessero sospendere le ostilità, gli arbitri delle due parti avverse si raccolsero nel borgo di Lecco e con tutte le cerimonie uso a que’tempi sancirono la pace, conosciuta anche oggi sotto il titolo di Pace di Lecco, in forza della quale gli esuli milanesi poterono per allora ritornare in patria.
Diciamo per allora poiché nell’ anno di nostra salute 1224 Ardigotto Marcellino uomo facinoroso ed accetto alla plebe istigato il popolo contro la nobiltà, pose Milano a subito rumore. I patrizii guidati da Ottone Mandello dovettero abbandonare tosto la città e ritirarsi entro le mura di Cantù preparandosi alla difesa; ma il furioso Ardigotto a capo de’ plebei non fu tardo a raggiungerli e per render più funesta la vendetta, permise a’ suoi d’assalire e sperperare le terre di Enrico Settala, arcivescovo di Milano capo della fazione dei ricchi, concessione che in un istante distrusse il castello di Vaprio, e converse le campagne di Carugo, Giussano, Piròvano, Bruzzano, Verano e Mariano in una squallida landa(3).
I Martesani che, come abbiamo veduto nella pace di Costanza, erano stati ancora sottoposti alla repubblica milanese, stanchi forse d’essere l’inutile teatro di tante guerre dannose per loro, trassero partito dalle discordie di Milano, e favoriti da Ardigotto si dichiararono repubblica indipendente. Elessero a loro podestà Enrico da Cernusco, il quale aveva il governo generale della Martesana e dichiararono Pietro Cano da Agliate podestà subalterno della sola Brianza. Non durò però a lungo questo stato d’indipendenza poichè fatta da papa Gregorio IX, predicare la pace, questa fu sancita nel tempio maggiore di Milano alla presenza di molti testimonj fra cui un Martino da Menate che dovea essere certamente considerevole personaggio; l’Arcivescovo ed Ardigotto come capi delle due parti misero la mano sul Vangelo e giurarono una generale amnistia. Si lessero quindi i patti, e fra gli altri che i capitano d’Arsago cedessero ai Milanesi per via di vendita qualunque diritto godeano sull’Adda e sul ponte di Vapnio; che le podesterie de’borghi e delle ville fossero sospese; che Enrico da Cernusco e Pietro Cano da Agliate venissero mandati a confini; che i Martesani e i Brianzuoli perduti i podestà, i rettori, i capitani e perfino i confalonieri non avessero che i loro consoli comunali come avanti la riforma; che finalmente Cantù e Lecco e quante terre non avevano riconosciuto Enrico da Cernusco fossero donate di cittadinanza. Dal che bisogna dedurre che noi fossimo bene alle strette per indurci a ricevere simili condizioni.
In questi medesimi tempi rinnovarono i Milanesi la lega lombarda all’intendere che Federigo II. imperatore di Germania si preparava a discendere in Italia. Non sappiamo assicurare se fossero nostri Bergonzio da Agliate ed Eriberto da Mandello, capi della nuova alleanza, ma possiamo accertare che nostri erano i loro antenati, poiché abbiamo veduto che le famiglie ritrassero il loro nome dal paese ond’erano originarie. Alla novella della ristabilita unione fremette d’ira l’Imperatore, e legatosi con Ezzelino da Romano uno de’più ardenti Ghibellini, dichiarò guerra a tutte le città confederate servendosi anche delle potenti armi della scomunica per mezzo d’alcuni vescovi italiani e germanici(4). Ma prima d’osservare quanta parte ebbimo in tali avvenimenti gettiamo lo sguardo al governo di que’tempi.
La Martesana ritornata a suoi antichi signori continuava sempre ad essere tributaria al Monastero maggiore di Milano, a quello di Sant’Ambrogio, ma più di tutti all’ Arciprete di Monza(5). Questo potere non limitavasi ad una semplice superiorità, ma sì i monasteri che l’arciprete avevano diritto di fare statuti, mettere taglie e condanne. Infatti nel 1215, quando si pubblicarono gli statuti della città di Milano, suor Vittoria, badessa del Monastero maggiore di quella città stese i capitoli da osservarsi dalle terre d’Arosio e Bigoncio nella pieve di Mariano, imponendo severe pene pecuniarie contro gli omicidii, assalti, spargimento di sangue, adulterio, spergiuro ecc., e comandando che uomo di queste terre non potesse litigare se non davanti al tribunale della Badessa e non negasse render ragione ai messi, consoli, decani dalla medesima eletti, e che al suono della Maliola (pare che la maliola fosse un istrumento di legno, che agitato nelle mani produceva romore mediante due manubrii di ferro di cui era guernito) ogni capo di famiglia accorresse a consiglio; vietando vendere fuori della giurisdizione piante ed altri vegetabili: quando il comune di Milano volesse imporre dazio o fodro sopra la terre suddette lo dovesse inalterabilmente nella seconda festa di S. Pietro e nel giorno di S. Martino; finalmente impone l’osservanza dei dì festivi, adossando ai consoli del comune che vegliassero all’osservanza di questi precetti(6).
Tal governo teneva anche del dispotico e lo possiamo conoscere dal fatto seguente. Bisogna che il popolo di Calpuno avesse dimostrata poca fedeltà ad Eriprando IV. da Ro arciprete di Monza, poiché questi volle da esso nel 1190 un giuramento di sommessione. Sulle prime tutti si rifiutarono, ma ad un secondo comando dell’arciprete non supposero neppure la possìbilità di resistere, onde levate le mani profenirono tutti il giuramento d’assistenza, ubbidienza e fedeltà intera all’arciprete. Non era appena finito il giuramento quando alzatisi in mezzo del circolo Ermenulfo e Gherardo Marcellino, i due primi possidenti di quella terra, consigliarono all’arciprete di vietare ogni sorta di giuoco e di biscazza(7) e tosto furono soddisfatti. Albenico da Opreno, anch’esso arciprete venuto a Monguzzo, radunato il popolo (1237) si fece da Filippo, Uberto, Arnolfo Lepori e da Pietro e Giovanni Sambugo, giurare, che non avrebbero eletto nessun impiegato senza permissione dell’arciprete, niuno si brigherebbe di amministrazione, nessuno venderebbe vino o cibo in propria casa, come i tavernai, non giuocherebbe a biscazza, nè litigherebbe con un suo vicino dinanzi ai consoli milanesi, non accorrebbe ladri, mal viventi, femmine difamate; che niuno, dopo giunto ai dodici anni toccherebbe roba altrui poi valore di sei soldi in su; che se alcuno uccidesse a sangue freddo dovesse pagare dieci lire, se in lite soldi cento; chi ferisse da far sangue toccasse la pena di quaranta soldi, chi prendesse poi capelli e ingiuriosamente gettasse alcuno a terra, di soldi venti, ogni adulterio di soldi cento; dieci, venti e quaranta soldi di pena a chi non comparisse in giudizio, sessanta a chi facesse congiure, monopolii, o celasse un eretico, nel qual ultimo caso dovesse essere ruinata dalle fondamenta la sua casa. Questi medesimi ordini furono imposti dallo stesso arciprete agli uomini di Castelmarte l’anno 1237 e da un altro a quei di Cremella 1262. Questi ordini erano dati in luogo; veniva l’arciprete nella terra a lui soggetta, e radunati i possidenti di essa dichiarava le sue intenzioni ed esponeva i capitoli della legislazione, quindi riceveva il giuramento che sarebbero stati eseguiti. Così mentre i signori ed i monarchi per misere rivalità contristavano i loro paesi con accanite guerre, i monaci davano delle leggi, faceano dissodare ed arricchire il terreno e preparavano ai loro soggetti un’abbondante sussistenza.
Se dalle cose del governo volgiamo l’occhio allo stato della religione, o di quella che allora ne aveva assunto il nome, nulla troviamo per cui poter menar vanto. Erano quelli i tempi quando in Francia si perseguitavano gli Albigesi; in Italia erano cercati a morte i Patarini, i Catani, i Carani, i Poveri di Leone, gli Arnaldisti, i Passaggini, i Giuseppini, i Credenti di Bagnolo ed altre sette cui, ignorando i capi, le istituzioni e le dottrine, noi non saremo oggi tanto audaci da segnare col marchio incancellabile dell’eresia. Se in tempi posteriori furono posti allo strazio ed alla morte molti miserabili in fama di fattucchiere e d’untori, colpe che i lumi dei nostri tempi hanno riconosciuto impossibili, quanto era meno facile che in tempi ancor più tenebrosi si potesse tutto mettere alla bilancia della ragione. Per onore della società umana vogliamo trovar in esse più presto l’effetto dell’ignoranza che della malvagità.
I costumi doveano assecondare l’ignoranza de’ tempi, quindi per tutto le più strane consuetudini, e le più bizzarre superstizioni alle quali era sempre associato uno spirito religioso. Fra le tante, basti nominar quelle che trovo usate anche ne’ nostri paesi. Il giorno delle rogazioni si spargevano fiori ed erbe sui davanzali e sulle strade, perchè quella processione allontanasse le stregherie, gli incantesimi e le tempeste. Per ottenere la pioggia era uso di suscitare nelle piazze larghi fuochi e sovrapporvi ampie caldaie a bollire in ricordanza del martirio di S. Giovanni, e perché la legna non abbruciasse inutilmente erano collocate nelle caldaie carni e legumi a cuocere con cui a spese della siccità s’ imbandivano poi abbondanti merende. Vorremmo uscire da tali secoli d’ignoranza, da questo interrotto seguito di gare fraterne, di omicidii, di soprusi, di balzelli, di scandoli, di,fazioni, di dispotismo, d’oppressione e di licenze; ma dolorosamente ci si affacciano nuove contese sanguinose: fra due parti accanite, distinte coi nomi di Torriani e Visconti, che recarono Milano all’apice della sua grandezza; ma fu vera gloria? Il sangue d’un solo fratello versato dalle mani d’un fratello è troppo vergognosa macchia per coprire d’obbrobrio qualunque altro vantaggio.