CAPITOLO XIV

PAGANO DELLA
TORRE E LEONE DA PEREGO DAL 1237 AL 1258.


Cortenova di Valsassina. - Il conte Tazio. - Eriprando e Galvano. - Martino della Torre crociato. Lega lombarda rinnovata. - Rotta di Cortenuova. - Pagano della Torre. - La rivista degli eserciti confederati. - Battaglia di Camporgnano e di Cassina Scanasio. - Morte di Pagano. - Martino della Torre. - Leone da Pérego. - Battaglie sull’Olona. - La pace di Parabiago. - Pace di S. Ambrogio.

Nella Valsassina, appiè del Moncòdone che torreggia superbamente e si distingue tra la giogaja degli altri monti più bassi e di forma meno singolare, giace una valletta, che per mezzo d’una gola si unisce con quella di Pasturo. Mediocremente spaziata nella sua parte orientale fra Chiasso e l’imboccatura della VaI Troggia si va stringendo più che corre verso occidente, finchè, divisa in forma d’ipsilon, manda il braccio settentrionale, chiamato Valcasarga, nel valloncello del Varrone, e l’altro stretto e scosceso alla riva del lago di Como. Un torrentaccio, violento, disastroso, chiamato il Pioverna, ne taglia il fondo in due porzioni fra loro molto disuguali. Sulla riviera sinistra, che è la più angusta, trovasi Cortenova, in posizione quasi sconosciuta al sole; un paesello, che va debitore all’ultimo parroco defunto della sua presente decenza.
Questa terra ai tempi di cui parliamo era ordinaria dimora(1) dei signori di Valsassina, che, secondo una tradizione senza fondo di vero, ne furono infeudati da sant’Ambrogio. Sul cadere del secolo XII. signore della valle era un certo Tazio, uomo ricchissimo e potente, che avea numerosi armenti sui pascoli di Piandion, più centinaja di servi a scavare per lui il ferro dalle vicine miniere. Ma, perché dal cielo non gli erano stati concessi figliuoli maschi, era tutto in cercar alle due sue ragazze, che già toccavano all’età del matrimonio, un marito degno di possedere le bellezze delle giovinette e il lauto patrimonio che era loro destinato.
Il partito venne d’onde era meno atteso. Due giovani fratelli Borgognoni, tratti forse dalla fama delle ricchezze di Tazio, entrarono nella valle e presentatisi al palagio di quel signore, vi trovarono cordiale accoglienza e tranquillo ospizio. Indi apertisi di nobile casato, di gentili maniere, esperti nel maneggio dell’armi e pronti ad abbandonare la terra natia, furono da Tazio eletti per isposi delle oneste giovinette, e fermarono la loro nuova dimora nella casa di Tazio. Estinta in costui la linea degli antichi signori della Valsassina, ricominciò quella de’nuovi, che conservarono per arma gentilizia la garrifora (i gigli d’oro in campo azzurro a guisa di torre) recata di Francia, e resero potente il nome Torriano nella storia milanese. Correvano allora que’tempi in cui gli uomini d’Europa, segnati d’una croce, in arnese di guerra, abbandonavano il tetto nativo, e pieni di sensi religiosi e guerreschi, partivano per la Palestina, terra di mistiche ricordanze, santificata dal sangue di Cristo, testimonio de’suoi misteri e de’suoi prodigi. Di uno di questi pellegrinaggi, guidato da Lodovico di Francia (1147), fece parte Martino della Torre, nipote di Tazio, uomo di gigantesca statura, che recatosi in Terra Santa vi si fece riverito e temuto, ed ebbe la gloria, campione della fede, di cogliere sulla tomba del Redentore la palma del martirio(2). Ma il lustro della famiglia della Torre doveva aver principio con Pagano, uomo di bella e generosa ricordanza.
Abbiamo già detto come i Lombardi, appena usciti dal timore di Federico Barbarossa, abbandonatisi di nuovo alle contese fraterne, si uccidevano a vicenda per soverchia pienezza di forze e per un misero amore di parte. Ma saputo che Federico lI. minacciava rinovare i guai cagionati all’Italia dal respinto Barbarossa, ricomposero gli interni dissidj ed offersero tutti le braccia per una nazionale unione e per la comune difesa, giurando di nuovo l’osservanza dei capitoli della Lega Lom barda.
Intanto che i nostri preparavano le difese, l’imperatore Federico II, raccolti i nobili ed i baroni, con vigoroso esercito di Germani e Saraceni discese dalle Alpi, e poche settimane dopo stava già nel territorio di Bergamo, ove trovava i confederati già disposti ad accoglierlo col coraggio di chi combatte per sé, per le donne, pei figli, per la terra che racchiude le ceneri degli avi. Non è della nostra storia narrare partitamente le vicissitudini della sanguinosa battaglia di Cortenova sull’Oglio, dove i Milanesi cedettero al numero maggiore degli Imperiali, e lasciando il campo della sconfitta gremito dei loro cadaveri, perdettero le bandiere e il carroccio che dal vincitore Federico fu trasportato sul Campidoglio ed ivi deposto con una superba iscrizione (1237)(3). La nuova di tanta calamità si diffuse subitamente nelle terre vicine, e ai poveri Milanesi scampati si diceano sovrastare nuovi guai per opera de’Bergamaschi alleati coll’imperatore di Germania. Non appena n’ebbe contezza Pagano della Torre, signore della Valsassina, noto fra i più distinti guerrieri del suo tempo, uomo di sensi generosi, ed uno fra quelli che avevano giurato la rinovazione della lega, raccolti i più robusti delle vallate, con essi precipitò in traccia dei fuggitivi, radunò quelle torme sbandate, attraverso alle nemiche terre Bergamasche le guidò al sicuro ne’ suoi monti, e finalmente le ritornò salve alla città nativa. Non dovette però Federico menar gran vanto di questa vittoria, poiché ne pagò caro il prezzo, la seconda volta che venne alle mani coi Milanesi e fu nelle pianure di Camporgnano.
Era un bel giorno di primavera; tutto pace, sorriso, allegrezza nella pacata natura; l’uomo solo, più fiero d’ogni belva quando è dominato dall’ira, non partecipava a tanta calma e dolcezza, e due eserciti schierati a fronte ardevano dell’ansietà di combatte re. L’imperatore vago di conoscere minutamente gli avversarj, tolto con sè un disertore milanese, entrato nelle sue soldatesche, ascese sull’alta Torre degli Stampi. E veduta una torma di gente bellissima, voltosi al soldato che gli stava accanto gli disse: “E’ veramente nobile la tua città, ché ha tali uomini!” A cui l’altro rispose: “Quelli non sono che i Sepriesi: vedete là una moltitudine robusta (ed accennava colla mano) che freme dal desiderio di combattere? sono gli uomini di Cantù, di Vimercato e della Martesana “. Al che l’imperatore stupito esclamò: “Oh quanto vasta e popolosa è la Martesana!” Né minore meraviglia recò al principe la vista degli uomini della Bazana, della Bulgaria(4), del carroccio vestito di scarlatto, colla croce d’oro e il magnifico vessillo di sant’Ambrogio, e questo senso di stupore cominciò a mutarsi in quello di ansietà(5). Poco dopo i Milanesi, fatte le solite religiose cerimonie, abbassarono le lance, si scagliarono contro gli imperiali, ne fecero uno sterminio, cacciandoli da tutte le parti davanti ai colpi micidiali, molti uccidendone sul campo, più assai traendone prigionieri con parecchi cavalli a Milano. L’imperatore, sperando ritrovare la fortuna favorevole in altro combattimento, raccolse i fuggitivi e li condusse a Cassina Scanasio, per venire ad una seconda giornata; però a suo mal costo! poiché i Milanesi con uno stratagemma assalirono d’improvviso l’esercito nemico e qui pure l’investirono con tale violenza, che di nuovo lo posero in fuga, inseguendolo con tanta insistenza, che molti degli imperiali furono uccisi, e molti affogati infelicemente nella pressa di varcare il fossato del Ticinello(6).
L’ imperatore, fatto saggio da questa replicata sventura, stimò miglior partito d’evitare una nuova battaglia e recarsi in Toscana, ciò che effettuò nel ottobre 1240.
Ristorati i Milanesi per questo trionfo, pensarono ad ordinare le cose pubbliche molto scompi ……………………

Agliate, e memori dei servigi ricevuti da Pagano della Torre, lo invitarono ad assumere la dignità e le incombenze di protettore del popolo(7). Fu vera fortuna? Se avesse potuto gettare lo sguardo nel futuro, mirare alcuni nipoti degeneri, molti trafitti nella battaglia di Desio, alcuni cacciati fra le durezze dell’esiguo, altri condannati a stentare un resto di vita peggiore della morte entro gabbie di ferro in lontani castelli, e tante sciagure confrontate colla pace delle sue valli, dove tace il desiderio della grandezza, e soli regnano negli animi il rispetto della religione, il vicendevole amore, la pietà verso i miseri, le domestiche e sincere affezioni!
Ma i nobili, a cui non erano ignoti i sensi popolari del signore di Cortenova, presero uggia della recente magistratura, si dichiararono di far causa da sè, ed abbandonata la patria, elessero per capo Leon da Pérego, arcivescovo milanese.
Pérego è una terricciuola stesa in guisa di striscia sur una mediocre altura tutta a boschi, che chiude a mezzodì la piccola valle di Rovagnate. Di là era nativo Leone, volgarmente distinto col nome della sua patria. Povero fraticello, era sempre vissuto nell’umiltà della vita, lontano dal tumulto del mondo, tutto in opere di carità e in proferire sacri sermoni. Ma, rimessa a lui, come ad uomo di probità conosciuta, la decisione d’un litigio fra il popolo e la nobiltà, intorno all’elezione dell’arcivescovo di Milano, fosse che dall’occasione gli venisse mutamento nell’animo, o che prima mentisse sé medesimo, gittò la maschera, e tagliate di mezzo le contese, richiamò a sé stesso tutti i diritti e sedette sul seggio metropolitano.
E non alzò la destra per benedire! ma levata la spada invece della croce, si mise a capo dell’esule nobiltà, rivelando sempre un’anima vigorosa anche in mezzo alle maggiori traversie. Che poteva però l’energia del suo carattere a fronte di Pagano della Torre il più esperto guerriero dei Milanesi?
Erano allora i nobili venuti in Brianza a cercar sicurezza, preferendo l’esiguo alla sommissione. Ma anche qui bentosto cominciarono le giornaliere avvisaglie tra i fautori delle due parti, e di nuovo le mani de’fratelli furono bagnate nel sangue de’ fratelli. La lotta fu in breve disuguale, poiché i Crivelli ed i Pirovano di Barzanò, potentissime famiglie e seguaci della parte Torriana, misero al fondo la condizione dei nobili avversari, costringendoli a cercare altrove più sicuro soggiorno.
E si recarono sulle rive dell’Olona coi loro seguaci di Martesana, occupando le fortezze di Seprio e di Fagnano, disposti ad aspettare i nemici. Nè questi tardarono; tutte le campane di quelle terre suonando a stormo avvisarono il sopraggiungere dei Torriani. Il castello di Seprio, ove stavano rinchiusi l’arcivescovo e trecento Martesani guidati da Paolo Soresina, fu subito travagliato d’un assedio rigoroso.
Ma frammezzo a queste vittorie cessò di vivere Pagano della Torre (6 gennajo 1240), principe s’altri mai umano, intrepido e giusto(8), ed a lui succedette il suo degno nipote Martino, col titolo d’anziano della credenza, che, senza soprassedere, pro. seguì quanto la morte dello zio avea lasciato imperfetto. Il castello del Seprio stava per cedere, a malgrado degli sforzi straordinari che l’arcivescovo facea per sostenere il coraggio de’suoi colle parole dell’onore, della gloria ed anche della religione, come se questa tollerasse così turpi carneficine. I rinchiusi visto dunque il pericolo grande in cui erano, colsero la quiete della notte ed usciti dal castello passarono, senza essere veduti, rasente al nemico, indi presa la via di Varese, assalita e superata la guarnigione che custodiva il grosso borgo, se ne resero padroni.
Mentre Leone da Pérego riportava questo breve trionfo, i Torriani guadagnando Seprio, Sulbiate, Fagnano, Olgiate, terricciuole poco fra loro discoste, si facevano soverchiamente formidabili. Indi, lasciati uomini a custodire queste fortezze, si condussero molti altri coi carroccio a Nerviano, e qui piantavano gli accampamenti. Intanto una colonna di Comaschi, che combatteva per questi, fece alto sulla collina di Goria Maggiore, chiudendo così da due parti i nobili, che, perduto di nuovo Varese, si erano tutti rifuggiti in Legnano.
Si minacciavano nuovi spargimenti di sangue, quando fortunatamente si ragionò della pace che fu rimessa all’arbitrio de’frati di Parabiago.
La chiesa di quel convento è addobbata a festa; vi si accolgono Martino e Leone, capi degli eserciti nemici, Bordino Bossio, Jacopo Eusebio, deputati quegli de’nobili, questi della plebe, ed inoltre una moltitudine di soldati e di curiosi. I Dominicani, dopo aver cantata una messa solenne e ascoltate le ragioni de’due deputati, proclamano la tregua d’un mese, durante la quale deve essere lecito ai patrizj rivedere la loro patria. I capitani giurano sull’ Evangelio e sottoscrivono a questa convenzione. In forza di essa molti degli esuli tornano a Milano, ma tanta ventura non tocca al nostro arcivescovo Leone, che infermatosi in Legnano, ivi muore il 16 ottobre 1257, dopo sedici anni di arcivescovado e di non interrotte contese(9).
L’anno appresso (4 aprile), la tregua di Parabiago fu ridotta in pace neI monastero sant’Ambrogio di Milano, ove erano capitani, valvassori, nobili e uomini della Motta e della Credenza, fra i quali, come inviati dei Martesani, parlavano Azzone Pirovano, Ruffino Mandello, Martino Carcano capitani, ed Alberto Confalonieri deputato della Motta(10). Fra i molti capitoli di. quell’accordo venne posto che il consiglio del comune di Milano dovesse comporsi, per tre parti, di valvassori e capitani Sepriesi e Martesani; che il podestà dovesse pagare sino alla festa di S. Michele ai capitani d’Arsago(11) quanto era di loro diritto pel ponte di Vaprio, contribuendo inoltre loro annualmente trecento lire per la custodia del medesimo; che lo stesso podestà per tempo dovesse prestar ajuto ai capitani e valvassori del Seprio e della Martesana nell’esigere i fodri da essi imposti, e che Cantù rimanesse libero da ogni gravezza mediante lo sborso di duecento lire al podestà milanese(12).
Dopo tale convenzione i capitani e valvassori. recatisi a Cantù, che, a quanto appare, doveva esser capo della Martesana, proclamarono la pace, servendosi principalmente dell’opera d’alcuni frati, che vagando di terra in terra bandivano la fratellanza, la concordia, l’amore. Generoso ufficio degno dei ministri dell’altare, tanto più generoso in quei tempi, quando le stole erano pur troppo di frequente macchiate di umano sangue!