CAPITOLO XV

I CONTI D’AGLIATE
DAL 1258 AL 1273.


Nuovi tumulti. - Aliprando Confalonieri capitano de’patrizj. - Assedio delle vittovaglie. - La pace del Prato Pagano. - I nobili fuorusciti. - Ezzelino da Romano. - Ferito. - Morto. - Assedio del castello di Tabiago. - Il castello di Brivio. - Ruina del borgo. - Bono da Tabiago. - I Martesanie i Valsassinesi in Valtellina ed a Novara.

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Pace? non era questo suono durevole in un’età, quando l’ambizione lacerava tutti i cuori, quando al nome di patria erano sempre uniti l’idea di comando e l’orrore per ogni dipendenza.
Fra le più ricche e potenti famiglie di Brianza si distinguevano i Confalonieri, conti d’Agliate, che vedremo di frequente far personaggio nelle nostre vicende. Costoro parteggiando per la fazione de’ nobili, nobili anch’essi e sostenuti dai loro contadini e gastaldi, alleatisi coi Rusconi, ghibellini di Como, avendo udito che nel 1258 la città di Milano era di nuovo rotta a discordie, invitarono i patrizj a ritirarsi a Cantò, forte posizione per chi trovavasi al miserabile partito di cercarsi un rifugio. I conti d’Agliate nominati a pieni voti capitani degli esuli, raccolsero una truppa d’uomini vigorosi ed agguerriti, ordinando loro che stessero avvisati per procedere, quando abbisognasse, contro i nemici. Nè tardò l’occasione: Aliprando Confalonieri un dì, sull’alba, fece dar nelle campane e staccati i contadini dalle mogli e dai figli, uscì dal borgo di Cantù lasciando che in esso si chiudessero e rinforzassero i patrizj. Fattosi quindi incontro al nemico, che veniva a gran passi, trovate alcune carra di vittovaglie, tagliò un ponte e le tenne come assediate nel Prato Pagano, sterile spianata a tre miglia da Como. Con questo accorgimento ridusse i popolari milanesi alla condizione di chiedere una pace, dettata nel modo voluto da Aliprando, la quale abolì in qualche parte le convenzioni di quella di sant’ Ambrogio, ed è conosciuta nella storia col nome di pace del Prato Pagano (1258)(1).
Dopo breve tregua, sorsero nuove baruffe tra nobili e plebei, alle quali non doveva succedere la calma che dopo un largo spargimento di sangue. I Confalonieri d’Agliate corsero la sorte de’nobili milanesi, che, rimasti inferiori nelle lotte colla plebe, dovettero cercar sicurezza sul territorio bergamasco ed aspettar ivi il momento di rinnovare con più felici successi le ostilità. Ma vedendo che il destro tardava, s’appigliarono alla vergognosa risoluzione di chiamare in loro soccorso Ezzelino da Romano, offerendogli il dominio della città di Milano.
Venuto il ferocissimo signore di Padova, i nobili passarono con esso l’Adda per un guado al luogo di Trezzo (17 settembre 1259), e subito si diressero verso la città, fermi di nulla risparmiare per renderla soggetta. Ma vedute andar vuote le speranze di occuparla per sorpresa, e tentato inutilmente anche d’impadronirsi di Monza, d’Incino, di Trezzo, dopo sfogata dappertutto la rabbia coll’incendiare e distruggere, non sapendo indursi ad abbandonare il milanese, posero l’esercito a Vimercato, occupando tutto lo spazio fra questo borgo e il ponte di Cassano, per assicurare alla peggio una comoda ritirata. Ma la loro posizione era pericolosa più che non sospettavano. Poichè l’esercito alleato composto di Cremonesi, Ferraresi e più altri, guidato dal marchese Uberto Pallavicino e da Buoso da Dovera, attaccò il ponte, e dopo una mischia sanguinosa impadronitosene, chiuse ai patrizj anche questa via di salvezza. Intanto Martin Tornano che trovavasi a Monza, uscito di là, strinse l’esercito invasore dalla parte d’occidente e finì di chiuderlo intieramente in mezzo.
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Pure Ezzelino, nulla perduto di coraggio, rinfrancati i compagni, mosse contro il ponte di Cassano e investitolo con impeto vigoroso, già obbligava gli alleati a ritirarsi, quando espostosi troppo incautamente ai colpi de’nemicj, toccò una grave ferita nel piede sinistro. Ma né per questo si fiaccò quell’uomo quanto tristo tanto ardimentoso, poiché fattosi recare a Vimercato, e fasciata la piaga, si rimise in sella. indi presentatosi in campo, fece quant’uom può in sua difesa, finché, superato dal numero, cadde prigioniero. A malgrado delle cure prestategli dai vincitori spirò in Soncino l’8 ottobre 1259, senza dar segno niuno di pentimento.
I nobili, che lo avevano invitato, riparatisi di nùovo sulle terre di Bergamo vi stettero finché, intesa i’ elezione d’ Ottone Visconti ad arcivescovo, rialzarono le speranze e progettarono di passar l’Adda per recarsi sul territorio di Milano. Non ne ebbe appena odore il podestà milanese, che prima spedì un forte presidio di giovani ad occupare Vaprio, Trezzo, poi mandò minacciando a’Bergamaschi di trattarli come nemici, quando non avessero tosto espulsi dai loro paesi i Confalonieri e i patrizi con essi rifuggiti.
Publicatosi il bando de’ Milanesi per le terre della Val san Martino (9 luglio), i Confalonieri ordinarono ai patrizi che tutti si armassero di coraggio, e prima di cader vittima di qualche tradimento de’Bergamaschi, passassero l’Adda sul ponte di Brivio per gittarsi nella Brianza con animo probabilmente di ritirarsi a Cantù o ad Agliate. Ed erano in cammino, quando inteso come i popolari tenevano già queste due terre, si serràrono in numero di novecento nel castello di Tabiago, posto sulla sinistra del Lambro. Ma di subito, assediati dal podestà di Milano e (Uberto Pallavicino) dal popolo dovettero soffrire nell’assedio gran difetto di cibi e di bevande, e un orribile morìa cagionata dalla fame e dalle fetide esalazioni di cadaveri d’uomini e di bestie. Tutti questi mali tolleravano gli assediati coll’ostinazione delle guerre civili, finchè cacciati dalla necessità tra l’umiliazione e la certezza della morte scelsero la meno funesta e con funi al collo, e croci in mano venuti al cospetto degli assediatori, chiesero la vita, giurando in faccia a Dio intera sommessione. Fu ruinata la fortezza, e gli arnesi posti in catene, su carri in atto di ludibrio, fra gli schemi e strappazzi dei vincitori vennero tradotti a Monza, e per interposizione di Martino Tornano, dei capitani e de’valvassori ebbero invece della morte la condanna di perpetua prigionia, da scontare alcuni nel castello di Trezzo, altri nel campanile di Vimercato.
Ciò avveniva nel 1261; gli altri nobili che aveano potuto essere liberi, erano caduti al fondo della miseria. Stefano da Vimercato nella sua cronaca contemporanea ricorda le sciagure di quei tempi contenziosi. “Tutti, dice egli, si affollano piangendo nei templi del Signore, offerendo olocausti alle sacre soglie, percuotendosi da forsennati il petto, e genuflessi stancando colle preghiere i Celesti! Non più si adornano di festoni le pareti del tempio, cessarono le feste annuali, nè più fioriscono i lieti connubi della gioventù! Ai solazzi subentrarono le risse fraterne. Oh patria! tu feristi di profonda piaga il tuo poeta, cui resero illustre lunghe sciagure! Un suo cugino langue sul lieto aprile degli anni nell’orrore d’un carcere! Tu gli rapisti due gemelli germani! La probità ornava ambedue e sorrideva loro la fallace speranza, che li mise al fondo ed ora li consuma in un carcere, e l’acceso odio distrugge con ingiusta ferita(2) “.
I nobili che aveano potuto uscir liberi dalla sventura de’loro fratelli, sempre guidati da Aliprando Confalonieni, scamparono nel castello di Brivio ove speravano trovar sicurezza, poichè il mansueto Martino della Torre cercava rimettere la pace. Ma ben tosto udirono che duecento ballestrieri con molte macchine di guerra venivano per cingere d’assedio quella fortezza.
In una bassa posizione, sulla destra dell’Adda, giace Brivio, che si presenta assai bene a chi lo contempla dagli opposti monti bergamaschi. Quivi l’Adda, dopo aver istagnato in un bacino, direi quasi circolare, nella maggior parte ingombro di canneti e di pescaje, ripiglia il suo corso rapidissimo e maestoso fra due rive, quando più quando meno ristrette, sopra un letto molto declive e sassoso. Il castello che sorge in riva del fiume presenta la forma d’un quadrilatero, rinfiancato agli angoli da torrioni un tempo maestosi, ora rovinati dal privato interesse. Antichità rispettata dal tempo è uno di quei monumenti, che, ricordando le vicende de’nostri maggiori, riempiono l’animo di spirito guerresco! L’intemo della fortezza fu a’miei giorni rinnovato, né più vi trovi che poche vestigia delle antiche scale segrete e de’ sotterranei onde vuolsi già ripiena. Rammento ancora il ribrezzo, che io provava negli anni infantili, quando innoltratomi in quei fondi di torre, sentiva dirmi come vittime umane avessero gemuto laggiù, dove non penetrava che un raggio di luce per la doppia ferriata e spessa malignata d’angusto pertugio. La mia immaginazione presentavami d’inanzi quegli infelici, stesi al suolo a guardare con avidità quel raggio di luce furtiva, senza il conforto della speranza, senza la voce d’un amico. Nel 1829 convertendosi una di quelle basse prigioni ad altro uso, fu trovata una lapide sepolcrale e suvvi una croce, un’arma gentilizia ed in giro una leggenda, corrosa dal tempo, deposta sullo scheletro d’un soldato di gigantesca persona. Vicende umane! Sulle grigie mura di questo venerabile monumento oggi serpeggia l’edera, crescono i pomi e le viti, e pendono le reti del pescatore. Chi vi passa, sul far della sera, ne vede sicuro l’ombra che signoreggia il lago; e dove un tempo si udivano gli aspri gridi di guerra, oggi la casalinga vergine desta i canti dell’amore e della religione. Se non che da un paio d’anni ai placidi canti si frammischiano le flebili cantilene de’prigionieri che aggrappati alle ferriate delle loro camerette guardano con invidia l’uomo libero, che passeggia sotto di essi e ricordano con melanconia tempi più felici(3). Che mali tollerassero anche questa volta i no.bili nel castello di Brivio, serrati da un rigoroso assalto, è vano che io lo dica. Resistettero essi lungamente col coraggio della disperazione, ma finalmente caduti nelle mani dei nemici dovettero ancor ai miti consigli di Martino Torriano il mutamento del supplizio capitale, voluto dal popolo. nella pena di perpetua prigionia da scontarsi nel castello di Trezzo, ove per lungo tempo vennero sostenuti i prigionieri di stato.
Ma per la morte del Torriano, avvenuta nel 1262, risentirono le più funeste conseguenze i poveri prigionieri, poichè dai nipoti di Martino, che erano Napo, Lombardo, Francesco ed Erecco, ben lontani da quella pietà che è l’ornamento di chi ha il potere nelle mani, tutti furono condannati al supplizio, e cinquantaquattro miseri pendettero dai patiboli, innalzati nella piazza del Broletto nuovo. Un solo uscì salvo dalla comune sventura e questi fu un certo Bono, nativo di Tabiago, conosciuto fra i più esperimentati medici de’suoi tempi. Costui aveva risanato da pericolosa malattia un figliuolo di Napo Torriano, e ne era stato dal giovinetto ricambiato colla più sincera gratitudine. Né gli tardò l’occasione di manifestargliela meglio che in parole. Avendo il giovane veduto fra condannati tradursi in mezzo della piazza incatenato il suo benefattore, si gittò alle ginocchia del padre, nè nialzossi finché non ebbe da lui ottenuta la vita e la liberazione di Bono(4).
I nobili che aveano potuto sottrarsi all’ira popolare, fuorusciti dai confini portarono in suolo straniero i lamenti dell’esule, il desiderio della patria e delle domestiche affezioni, irremovibili però nell’odio di parte. Fra gli esuli erano anche i Confalonieri, i quali cogli altri patrizj, lontani dalla terra nativa preparavano una seconda vergognosa vendetta.
Si valsero di questi trionfi i della Torre, poiché. cercato nel 1273 un sussidio dai Martesani e da’ Valtellinesi e recatisi in Valtellina, sottomisero il castello di Corrado Venosta, fanatico Ghibellino, e subito dopo coi medesimi alleati liberarono il castello di Novara dalle mani dei Cavalani e de’ Brusati, che lo tenevano occupato(5).

Ma questo periodo di pace tra le fraterne discordie non durò più a lungo che il pentimento d’uom tnisto in pericolo della vita(6).