CAPITOLO XVI

I TEMPI DELLA BATTAGLIA DI DESIO
DAL 1274 AL 1278


Nuove contese. - I Martesani, Lecchesi e Valsassinesi sorgono in favore de’ Torriani. - Le distruzioni delle fortezze di Brianza. - Assalto notturno a Carate, - Conquiste dell’arcivescovo. Assalto a Desio. - Francesco Tornano. - Ruina della famiglia della Torre. - Nobili di Martesana, - Rogerio Damiano. - Guido da Monforte.

Gli esuli (1274), invocato il soccorso degli Spagnuoli, moveano contro Milano gettando lo spavento in tutta la città. I Torriani, che conoscevano la forza degli uomini di Martesana, mandarono a Vimercato per chieder loro soccorso ed ebbero in fatti da noi cinquecento uomini ed altri molti da Lecco, Mandello e Valsassina, terra sempre memore di essere patria di quei potenti signori.
Incoraggiati da questo sussidio opposero tanta resistenza agli Spagnoli, che questi, abbandonati i nobili quando aveano più bisogno d’ajuto, si ritirarono(1).
La Brianza era in quei tempi guernita dappertutto di castelli e d’altre fortezze innalzate, come dicemmo, all’epoca de’municipj(2). I Torriani che allora le avevano nelle mani veduto l’impossibilità di tenerle tutte bastevolmente guardate, e i danni che deriverebbero loro quando gli avversarj giungessero ad impadronirsene di alcuna, pubblicarono un ordine, in forza del quale ne furono molte distrutte, e così i nostri paesi da quel momento perdettero l’aspetto guerresco conservato fino allora, nè rimasero guardati che sulla riva dell’Adda(3).
Ottone Visconti, arcivescovo milanese, uomo d’animo fermo, ambizioso, meglio atto alla spada che al pastorale, caporione della parte de’nobili che già cominciava a chiamarsi fazione de’Visconti, gettatosi sulla Martesana, coll’ajuto di quei Brianzuoli che favorivano ai fuorusciti, si preparava ad entrare in Carate. I Torriani non ne ebbero appena sentore, che, vista l’importanza di quella terra, alle mani degli avversarj si lanciarono dalle mura nella fossa sottoposta, molti facendone prigionieri. Con eguale facilità ebbero successivamente anche Cantò, Mariano, Seregno, Meda e Vimercato e a poco a poco quasi tutta la Martesana, Se non che Carate alcuni giorni dopo ritornava in mano della parte popolare per opera principalmente di Francesco e di Napoleone Torriani(4),
Allo spuntare dell’anno 1277, la croce, bandiera dell’arcivescovo, procedeva per le campagne della Brianza. Il conte Rizzardo di Lomello, a cui erano sottomesse alcune milizie pavesi, s’insignorì a nome del Visconti della riviera di Lecco, e sbarcato occupava il borgo e il castello di Civate indi piantava la croce sul campanile di Seregno. I Torriani intanto divisi in due parti si chiusero tosto gli uni con Erecco, Napoleone, Francesco, Mosca, Andreotto, Lombardo e Guido nel borgo di Desio; gli altri in Cantù con Cassone, Goffredo ed un presidio di Alemanni.
Alla sera del 20 gennajo 1277, fredda più del solito, stava Ottone accanto al fuoco in Seregno. e tutti i suoi soldati ritirati quali nelle case, quali su per le osterie per rimettere col vino il calore perduto per la stagione. Intanto viene introdotto all’arcivescovo un messo, che subito gli riferisce a nome d’alcuni signori di Desio, e principalmente del signor Proposto, non esservi tempo da perdere, che i Torriani quella sera erano ubbriachi e atti a tutt’altro che al maneggio dell’armi(5).
L’arcivescovo fu subito alle porte di Desio e. trovatele aperte, v’entrò co’ suoi, assalì gli avversarj, che atterriti e mal desti, sulle prime opposero una debole resistenza, poi a poco a poco rinfrancati “si posero l’elmo in capo, diedero di piglio alle lancie, ordinarono gli impazienti cavalli spiranti furore e così si apparecchiarono alla difesa. Dimentico del sangue e della natura il fratello si gavazza nel sangue del fratello; l’arcivescovo presenta intrepido ai nemici il suo petto scoperto, con coraggio virile, e sta sicuro, in mezzo a tanto pericolo, sotto la difesa della croce, più che d’ altro umano soccorso. Suonano le trombe, s’alzano grida, e il fragor delle armi si diffonde per l’aria e quasi disperde le dense nubi. Comincia la pugna con gran fracasso, le balestre e le pietre saettano a guisa di grandine(6) “.
Dopo lungo combattimento, i Torriani rimasero inferiori e soffersero le perdite d’alcuni de’più vigorosi guerrieri, fra i quali il capitano Polenta e Andreotto Torriano. Francesco Torriano il cui valore aveva resa la vittoria pei nobili funesta, mentre furiosamente ruotava un ‘accia pesante, si sentì impedito il cavallo da uno dei più arditi nemici, che gli aveva afferrato le briglie. Un istante, che si affrettarono a preoccuparla. Ma imprudente chi dorme nei pericoli! Arrivati i Torriani a Carate (18 marzo 1275), troppo confidenti nella prospera fortuna, si abbandonarono spensieratamente ai bagordi, all’amore, al sonno. A risvegliarli comparvero sulla mezzanotte da sessanta nobili alla testa di trecento contadini, che corrotte le guardie, ed entrati nel borgo si gettarono improvvisamente addosso ai nemici, ammazzandoli così tra il sonno e la veglia, inseguendo i fuggitivi, che per sottrarsi Francesco perdette nel troncar il braccio dell’audace, bastò perché i nemici lo cingessero, togliendogli ogni via di scampo. Rovesciato al suolo, calpestato, percosso, lacerato in tutta la persona. fu gettato in una fossa, ove stette finché, ordinandole Ottone, per quel moto di pietà che può anche nel cuore de’nemici, fu raccolto e sottratto a nuovi insulti(7).
Dell’illustre e numerosa famiglia Torriani, quali morirono decapitati, quali furono condannati a perpetua prigionia, né uscirono salvi dall’universale disastro se non Cassone e Goffredo, che si trovavano, come è detto, a Cantù, e che appena intesa la strage di Desio si salvarono con precipitesa fuga. Il popolo, che applaude sempre al vincitore, fece gran festa a quell’Ottone a cui dianzi negava colla spada alla mano aprire le porte della città.
Appena l’arcivescovo fu messo al governo temporale ed ecclesiastico del Milanese, richiamò in patria gli esuli e fece stendere un catalogo delle famiglie patrizie(8), quindi per rimeritare Leonardo, proposto di Desio da cui avea ricevuti segnalati servigi, ordinò agli ecclesiastici d’Alessandria che gli pagassero trenta lire imperiali di moneta pavese. Per ricompensare i sussidj ricevuti dalle due terne alleate d’Erba ed Orsenigo, mandò loro il podestà ed alcuni consoli di giustizia fra cui Aliprando Confalonieni d’Agliate, perchè rinovassero le antiche concessioni già date loro, subito dopo la battaglia dli Carcano(9).
Nel testamento d’Ottone troviamo rimunerati con larghezza anche Filippo Bernareggio, canonico di Vimercato, e Rainaldo da Concorezzo, che fu poi arcivescovo di Ravenna(10).
La vittoria d’Ottone non aveva distrutti tutti i suoi nemici, e saputo come alcuni, che serbavano l’animo eguale nella prospera e nell’avversa fortu.na, si erano raccolti nel castello di Mont6rfano, dopo averli cacciati di là, distrusse quel forte. Nè qui cessarono le vendette, poichè avendo un certo Rogerio Damiani, caduto nelle mani dell’arcivescovo e posto alla corda, confessato più che cento individui come rei d’intelligenza coi Della Torre, l’arcivescovo tutti li mandò a confini, tra i quali sono dalla storia ricordati Rogerio Crivelli, Gaspare Bernareggio(11), Paolo Mantegazza, che fu relegato in Brivio, Guidone da Casate, a cui fu destinato per prigione Borgo S. Donino(12). E comprendendo che le vendette accrescono il numero de’nemici mandò frate Beradussio del monastero di Chiaravalle, uom assai destro, per suo agente nel castello di Cassano da lui molto ampliato e fortificato, acciò lo difendesse dai Lodigiani e dai Della Torre(13).
Mentre il Milanese tumultuava per queste clamorose vicende, il castello di Lecco suonava de’ lamenti d’un infelice, che ivi espiava colla prigionia un suo delitto. I1 conte Guido di Monforte, vicario di Carlo d’Angiò re di Sicilia, irritato contro Riccardo d’Inghilterra, che avea condannato a morte il conte Simone suo padre, con una mano di cagnotti recatosi a Viterbo, colse in una chiesa Enrico, conte di Cornovaglia figliuolo di Riccardo, e proditoriamente lo trafisse nel momento stesso dell’ elevazione dell’ Ostia sacra. Chiesto, mentre usciva di chiesa, che cosa avesse fatto “la vendetta di mio padre! “ rispose il vicario. “Come, riprese l’interrogante, non fu vostro padre trascinato pei capelli? “ Guido a quelle parole rientra nel tempio, abbranca il moribondo Arrigo per le chiome e lo trascina sino alla pubblica piazza. Dante, che viveva poco dopo quei tempi, ricorda questo tragico avvenimento con quei versi:
Mostrocci un’ombra dall’un canto sola.
Dicendo: colui fesse in grembo a Dio
Lo cuor che in su Tamigi ancor si cola(14).
( Inf.. C. XII, 118.)

Ma subito compreso d’orrore si gettò ai piedi di Gregorio V. e confessato il suo delitto si sottopose ad una pubblica corporale penitenza, da scontare nel castello di Lecco, Non appena il conte vi fu rinchiuso, che mandò flebili suppliche al papa perchè lo liberasse dall’interdetto, ed il papa impietosito alle preghiere deputò Raimondo della Torre, patriarca d’Aquileia, il priore dei domenicani e il guardiano de’minori osservanti, ad esaminarlo ed assolverlo(15).