CAPITOLO XVIII

RIVOLUZIONI DELLA BRIANZA
DAL 1279 AL 1312.


I Visconti s’impadroniscono del castello di Trezzo. - Distruzione d’Incino. - Tignacca Parravicino e Filippo Benaglia. - Matteo Visconti a Merate. - Distruzione della fortezza di Lecco. - I castelli di Carate, Tabiago, Merone e Corneno. Capitoli della pace. - Zanazio Salimbeni. - Seconda distruzione di Lecco. - I Torriani rifuggiti nel castello di Lecco. - Pace fra Guido e Matteo. - Nuove turbolenze. - Scomunica di Matteo. - Mulo da Gropello, Cassone Tornano.

Non erano trascorsi che pochi anni dalla pace di Meregnano, quando la voce de’ sapienti non poté più essere ascoltata in mezzo alle grida di chi fremeva di superbia e di sdegno. L’ arcivescovo Ottone, sotto colore che i Torriani avessero infrante le condizioni stabilite, occupò il castello di Trezzo, che era in loro potere e nel medesimo tempo mandò nemici ad assalire la rocca d’Incino, la quale si era ribellata dal dominio visconteo, per tornare all’ubbidienza de’Torriani. La fortezza fu, per ordine dell’ arcivescovo, uguagliata al suolo, e quindi tutto il borgo, lasciata illesa la sola collegiata di ventiquattro canonici, fu convertito in un mucchio di ruine (1).
Quelli che poterono uscir salvi dalla caduta di Incino si rifuggirono a Vaprio, amena terra sull’Adda in elevata posizione, che signoreggia i colli bergamaschi e le estese pianure della Gerra d’Adda e del Lodigiano (2).
Intanto a suscitare l’animo de’Brianzuoli contro il dominio de’Visconti, avvenne che il marchese di Monferrato, sino allora creatura dell’arcivescovo, cacciato dal dominio milanese per quell’ingratitudine con cui troppe volte si ricambiano i beneficj, venisse a rifuggirsi nella città di Como, dove era accolto cortesemente da Tignacca Par. ravicino e da Filippo Benaglia (29 novembre 1281), che già avversi al signor di Milano accettarono quest’occasione per dichiararsi pronti a brandire la spada contro di esso (3).
E tosto armata una truppa suscitarono la rivolta prima di tutto a Civate (29 novembre 1285), indi in Lecco i cui abitatori ammutinati gettarono dalla fondamenta il palazzo dell’ arcivescovo Ottone, collocato nel cuore del borgo.
Ma tale sollevazione, come quasi tutte, ribadì il potere del più vigoroso, e Lecco invaso da numerosa soldatesca d’aristocratici, venuti nel verno tra le nevi ed il ghiaccio, fu ridotto alla desolazione; de’suoi abitatori parte furono uccisi parte fatti prigionieri, molti obbligati all’esiglio.
Nulladimeno a malgrado della cattiva riuscita Filippo Benaglia non cadendo di speranza si raccolse coi suoi nella fortezza del borgo attendendo l’occasione d’esperimentare di nuovo la fortuna dell’armi. E non appena ebbe inteso che l’arcivescovo Ottone era disceso nel sepolcro, ardì di nuovo chiamare alla ribellione i suoi compatrioti, che ascoltarono subito la sua voce. L’ esempio di costoro produsse la rivoluzione anche nei Valsassinesi, loro buoni e fedeli vicini. Ma non appena Matteo, subentrato all’arcivescovo, ebbe composte le cose del suo governo, impose a Zanazio Salimbeni (1296),’ che con soldati stipendiarj si recasse a Merate (4), e raccolti quanti uomini più potesse nella Martesana, movesse di subito alla volta di Lecco. L’ordine fu tosto eseguito, il borgo che si era rimesso dalle passate ruine cadde nelle mani de’Milanesi e centocinquanta de’suoi difensori furono fatti prigionieri, fra i quali il valoroso Filippo Benaglia, cui la prigionia d’alcuni anni e il rovescio delle cose non poterono staccare dalla causa dei popolari. Matteo, appena ebbe il borgo in suo potere, fece uscire tutti i suoi abitatori, ordinando che si ritirassero nella Valmadrera per rimanervi sino a nuova disposizione; diede la terra in preda alle fiamme; ruinando anche la rocca, risparmiata nei disastri antecedenti (5).
Tanta severità non fece che moltiplicare le vittime senza far scemo l’odio de’nemici, come avviene quando gli animi sono accesi, che mal si raffreddano per ostacoli, sciagure e condanne.
Sul principio del 1285 i popolari, guidati da Goffredo della Torre e sempre soccorsi da Parravicino, corsero con rappresaglie la Martesana, piantando le loro bandiere sui campanili di Carate e Tabiago, dando il fuoco alle terre di Merone e Corneno, ed occupata tutta la pieve d’Incino, vi cagionarono indicibili guasti.
Né stettero i Visconti colle mani alla cintola, ma a rendere male per male, occupato il paesello di Vertemato, con alcuni altri di que’ dintorni, che si erano dichiarati in favore del popolo, preparavano nuove ostilità.
Ma fortunatamente un generoso comasco, Benzone, composte le ire d’ambedue le parti indusse la concordia. Questa concordia fu confermata dalla pace, fra i capitoli della quale troviamo che la rocchetta di Lecco restasse in custodia di Tignacca Parravicino, allora capitano comasco, che i Valsassinesi, i Martesani e i Lecchesi, i quali non aveano mai voluto piegarsi al dominio degli aristocratici, fossero liberi da qualunque bando e persecuzione (6).
Matteo Visconti, non troppo buon soldato, avea dovuto cedere il dominio di Milano all’avversario Guido della Torre, uomo dabbene, quando poteano concedere quei miserabili tempi, in cui i sentimenti d’odio e di vendetta erano ereditarj, ed insegnavasi ai più una religione, che non proscriveva le idee di vendetta e d’assassinio. Tentò nel 1306 1’ esule Visconti, coll’ajuto de’Bresciani, di rientrare nello stato di Milano, ma giunto al ponte di Vaprio lo vide guardato sì bene, che credette miglior consiglio il cessare da un tentativo più presto audace, che ardito.
Se la ritirata di Matteo corroborò la parte popolare, non pose termine alle contese fraterne. Dichiaratosi tutto lo stato milanese per la fazione de’Torriani, questa si divise in due parti, avendo l’una a capo Guido, l’altra l’arcivescovo Cassone, avversissimi fra di loro. Ma Guido, che era il più robusto, fece a tradimento arrestare l’arcivescovo, e i suoi fratelli Pagano, Odoardo e Moschino, accusati d’aver avute pratiche segrete contro di Guido e di tutto lo stato (1390). Napino, un altro de’ fratelli dell’arcivescovo, trovandosi per caso in quel giorno a caccia, appena intese l’arresto, si riparò a Trezzo a mettere sull’avviso Rinaldo, egli pure suo fratello, che era custode di quella fortezza. Qui uniti i due fratelli, sentendosi vigorosi, si preparavano alla vendetta, intanto che l’arcivescovo, il quale cogli altri prigionieri era ‘stato rinchiuso nella rocca d’Angera, scagliava il fulmine dell’anatema contro di Guido e della sua famiglia, ordinando che fosse pubblicato in tutte le terre favorevoli a costui, tra le quali è ricordato Mariano.
L’anno appresso i prigionieri avevano la libertà (1310), quando l’imperatore Enrico VII. di Lussemburgo, sedendo in Asti, chiamò al suo tribunale il dominante Guido, l’esule Matteo e il detenuto Cassone, perchè giurassero la riconciliazione. Matteo, posta la mano sull’Evangelio, promise in faccia a Dio di non mischiarsi mai più nelle cose della Valsassina, di Dervio, di Bellano, Varenna e Lecco tanto al piano, quanto al monte (riviera e territorio), di Concorezzo, Cassano e di tutte le altre terre di diritto arcivescovile; di contribuire inoltre per quanto era da lui, ad impedire che niuno de’suoi turbasse la repubblica milanese riguardo al possesso delle terre di Trezzo e di Vaprio, e procurare che 1’ arcivescovo di Milano potesse condurre dall’Adda e dal Ticino le acque nelle sue possessioni arcivescovili (7).
Ma ritornato Matteo in autorità, per isbrigarsi d’ogni alleanza, accusò Guido come meditasse una rivolta contro Enrico di Lussemburgo, e lo obbligò a cercare salvezza nella fuga, poi Co’ rettori di Milano, assalito di notte tempo la casa di Filippo da Vaprio in porta Orientale, dove abitava l’arcivescovo Cassone, lo costrinse ad uscire della città. Il quale, appena si fu ritirato in Cassano, terra di sua giurisdizione, dovette partirsi anche di là, onde visto impossibile il difendersi, ricorse all’arma potentissima della scomunica, intimandola coll’atto seguente:
“Cassone ecc.... come siede sola la città piena di popolo fatta quasi vedova! ,.. è certo che tu Balatrona (8), figliuolo di Matteo, e voi altri rettori di Milano... ci assaliste a mano armata nella casa di Filippo da Vaprio in porta Orientale, dove abitavamo allora colla nostra famiglia e ci tendeste pestifere insidie.., onde subito dovemmo abbandonare la città e la chiesa, ed esulare per aver salva la vita... Voi ci avete perseguitati anche nel castello di Cassano d’Adda, tendendoci insidie ed occupando il nostro ponte.., perciò, non vedendo modo di sicurezza, abbiamo abbandonato anche quel castello, potendo a stento ritirarci nella città di Cremona ... Mulo da Gropello occupò il luogo e la terra di Cassano, appartenenti a noi ed alla chiesa milanese (e qui seguono le usurpazioni fuori de’nostri paesi), così pure Cressone Crivelli e suo figlio usurparono molti luoghi nostri sul littorale di Lecco, e sui nostri monti e quei della chiesa; ciò sono Dervio, Maggianico, Gessano, Bellano e Varenna .. Tacciolo Pusterla col tuo consiglio, o Matteo, predò la Valsassina e Taleggio, di ragione arcivescovile, e tu, Matteo Visconti, occupasti Lecco, Bellano, Valsassina, Cassano, Treviglio, Bobio e le terre fra Varese e Basano, il porto della valle di Marchirolo e le pescaje del lago di Pusiano... Per questi ed altri delitti, ubbedienti all’ordine di troncare l’albero che non dà frutti buoni, intimiamo a te, Matteo Visconti, ed agli altri soprannominati, se non vi emendate delle predette colpe, una perpetua scomunica privandovi d’ogni commercio umano, della sepoltura ecclesiastica e dell’uso de’ sagramenti (anno 1314) (9) “.
La scaltrezza di Matteo nell’accusare i Torriani come ribelli alla corona Lussemburghese fece si che Enrico VII., il quale prima aveva esaminata gelosamente la causa dei pretendenti e molto favorito l’arcivescovo, ora non solo lo abbandonasse, ma protegesse i suoi nemici, ordinando a Mulo da Groppello di rimanere tranquillo signore di Cassano, al valoroso Cressone Crivelli di ritenere i paesi da lui acquistati nella vicinanza di Lecco; finalmente a Tacciolo della Pusterla di godere piena giurisdizione sulla Valsassina e Valle di Taleggio (10).
Sebbene il dominio de’Torriani fosse interamente caduto, pure Guido vicino a morire in esiguo neI 1312 legò nel suo testamento il ponte di Vaprio, le rocche di Lecco, Montorfano e Verano a sua moglie Brumisonda Langosca, che non potè mai toccarne il possesso, poichè l’illustre famiglia della Torre più non ricomparve in Milano se non in condizione privata (11).
I nostri paesi, domati finalmente dalla caduta di Guido, dovettero piegarsi al governo dei Visconti e combattere sempre per loro.