CAPITOLO XIX

I PARRAVICINI DA PARRA ViCINO
DAL 1312 AL 1351.


Tignacca e Strazza Parravicini profughi da Como. Il paesello di Parravicino. - Tignacca podestà di Como, di Cremona e Piacenza, - S’unisce all’esercito de crociati. - Assediato in Monza. - Fatto prigioniero e riscattato. - Marco Visconti. – I Guelfi passano l’Adda. - Morte di Cressone Crivelli. - Rainerolo da Pirovano. Arresa del castello di Tegnoso. - Combattimento nel Lambro. - Assedio e caduta di Monza. - Luigi Parravicino. - Beltramino Parravicino. - Erezione della chiesa di Casiglio.

La nobilissima famiglia Parravicino di Como nelle fazioni di quella città essendo stata colla fazione de’ Vitani, appena questi furono sottomessi alla parte de’Rusconi dovette abbandonare la patria recandosi parte in Valtellina, parte nella pieve d’Incino. Taceremo gli avvenimenti di quella, Come affatto stranieri al nostro racconto, diremo invece quelli della seconda.
Quella terra che oggi si chiama Parravicino sul lago d’Alserio, e che attira gli sguardi per la singolarità della sua torre pendente, era a tempi di cui parliamo, umile casale abitato da pochi contadini. Gli esuli Parravicini, scelta questa terriciuola per loro dimora, le diedero il nome della loro famiglia. Tignacca che abbiam già nominato(1), e Strazza suo fratello, uomini valentissimi nel maneggio dell’armi, divennero tra breve i più potenti signori di Martesana, attendendo a far ravvivare le arti e l’agricoltura.
Quella vita di ritiro fu di poca durata, poichè quando tornarono i Vitani in patria, Tignacca fu eletto podestà di Como, e portò le armi in Valtellina e sottomise il castello di Boffalora, posseduto da Corrado Venosta, ed asilo de’Rusconi.
Poco appresso nominato podestà di Cremona, e un anno dopo di Piacenza, seppe regolarsi destramente fra le contese che laceravano quelle città, suscitate da Alberto Scotto, dai Fontonesi, dai Landesi e dai Fregosi.
Tignacca, carissimo a Guido Tornano, avea saputo disarmare la costui ira, quando, dopo aver fatto arrestare Cassone arcivescovo e i suoi fratelli, preparava una feroce vendetta contro Napino e Rinaldo, che si erano rinchiusi nel castello di Trezzo(2).
Di Strazza Parravicino restano minori memorie: pur sappiamo che attese sempre al mestiere dell’armi, e fu anch’egli tenuto per uomo d’affari durante il governo di Guido della Torre.
Il valore però dei due fratelli dovea risplendere di luce più bella nell’assedio di Monza. Appena entrato Galeazzo al governo degli stati milanesi (1322), ordinatosi un esercito crociato, composto di dodicimila fanti e quattromila cavalli, ebbe l’ordine di gettarsi sul Milanese. E non appena quella soldatesca giunse a Vaprio per dirigersi verso Monza, i due Parravicini, raccolto un esercito di Martesani ed offerto il loro braccio alla crociata, con segrete pratiche ottennero che Guzzino Bonn, il quale custodiva quel borgo a nome di Galeazzo Visconti, ne aprisse loro le porte (1323). E avendo inteso che Galeazzo avea intimato, sotto pene gravissime, a Guzzino di abbandonare la custodia del borgo, i due fratelli l’istigarono a rispondere francamente, che volea servire agli amici ed alla sua patria, mentre ne aveva i mezzi, e che voleva ritenere la terra da lui custodita finché le cose andassero di quel piede(3). Tale risposta fu olio a fiamma. Galeazzo dopo aver tentato invano con minacce e con promesse d’indurre il castellano di Monza a tradire i due Parravicini, raccoglie uomini, deciso di nulla omettere per riconquistare un luogo tanto importante. Promette il sacco del borgo a’suoi soldati quando possano entrarvi e così con uomini infiammati dalla speranza del bottino investe Monza con ogni guisa di macchine, e privatala di tutti i soccorsi di cibi e d’uomini, sparge negli assediati la costernazione ed il terrore. Inutilmente i valorosi Parravicini colle parole e coll’esempio tentano sostenere il coraggio dei rinchiusi; invano dipingono loro la desolazione e’ i mali della sconfitta; invano richiamano al pensiero la sorte della moglie e dei figliuoli in balìa de’vincitoni.-Il borgo cede e il prode Tignacca, ultimo a deporre le armi, cade prigioniero, nè può riscattarsi che collo sborso di duecento fiorini d’oro(4). Esultò Galeazzo a queste vittorie, ma fu breve il trionfo, poichè colpito dalla scomunica e travagliato da un nuovo esercito pontificio, vedendosi in pericolo, mandò uomini a guardare i passi di Cassano, Vaprio, Trezzo e Brivio per cui doveano transitare i suoi nemici.
Ma con tutta la sua vigilanza non potè impedire che i pontificj non trovassero il guado alla Cassina Bagna, due miglia discosta da Trezzo. Fra i concenti d’un festoso Vexilla regis prodeunt quell’esercito vincitore s’innoltrò sul Milanese e ciò fu Ai 25 febbrajo del 1323.
Furono pronti a congiungersi coi pontificj i GueIfi di Martesana, guidati dai due Parravicini e dai feudatarj di Bernareggio, alcuni di Lecco, capitanati da Simone Crivelli signore di quella terra, molti Valsassinesi scorti da Giovanni di Taleggio, finalmente assai profughi milanesi, venuti ai cenni di Giovanni Rozemonte e di Francesco Garbagnate, che da ardente fautore de’Visconti era divenuto loro implacabile nemico.
Non tardò a scorrere il sangue, e noi Guelfi avemmo sulle prime la peggio, poiché Matteo Visconti fattosi incontro a noi ci obbligò a retrocedere fino alla riva dell’Adda, e per sopraccarico di nostra sventura avendo colto Simone Crivelli e Francesco Garbagnati in difficilissima posizione e separati dal resto dell’esercito, crudelmente di sua mano li tolse di vita, gridando poi, colla spada levata, in atto di beffe “Viva la chiesa! muojano i traditori della patria!(5)
Nulladimeno la fortuna de’Ghibellini fu breve, perocché noi, ordinato di nuovo 1’ esercito, cacciammo Marco, acquistammo le terre di Cassano, Trezzo, Vaprio e Brivio e il 26 febbrajo 1322 giunsimo a Vimercato recandoci il dì appresso’ ad assediare Monza.
E quindi dopo un assalto vigoroso entrammo in Monza. Galeazzo dalle parti di Gorgonzola, ove avea riportata la vittoria di Tresella, appena intese il nuovo trionfo de’nemici, precipitò con una grossa truppa a rinovare l’assedio di Monza. In questo suo viaggio essendosi fermato a Concorezzo, terra che si era dichiarata in favore de’pontificj, volea impadronirsene, ma tra per non perder tempo, tra per compassione di quegli abitatori, procedette nel suo cammino, senza recare ad essa offesa nessuna(6). Una vittoria suol essere l’addentellato di molte altre. I soldati, sotto il capitano che li condusse una volta al trionfo, fatti più coraggiosi affrontano i pericoli con quell’intrepidezza che si rende maggiore negli ostacoli. Galeazzo dopo che ebbe condotti i suoi soldati intorno a Monza, veduto di non poterla domare coll’assalto, la ricinse con un blocco tanto largo, che stendevasi a ponente fino a Desio, ad oriente giungeva a Vimercato, a settentrione toccava il castello di Tegnoso nella Pieve di Missaglia. E, per rendere più funeste le sue operazioni militari, raccolse in quest’ultimo castello una mano di nobili Brianzuoli, a capo de’ quali era il nostro Rainerolo da Pirovano, i quali dovevano assalire e rubare coloro, che recavano cibo agli assediati di Monza. Avendo questo provvedimento resa più misera la sorte de’ Guelfi, Passerino della Torre, capo dei popolari di Martesana, vista l’importanza di avere nelle mani questa fortezza, impose ad Elia della Rocca, uomo d’infima condizione, salito ai più alti gradi della milizia, che con mille duecento uomini a piedi e altrettanti a cavallo, attaccasse la fortezza. L’assalto avvenne al 18 giugno del medesimo anno 1324. Rainerolo trovandosi a termini pericolosi scrisse subitamente a Marco Visconti, il quale guardava il blocco dalla parte di Vimercato, perché accorresse in suo soccorso, ma il Visconti non gli potè dire per tutta risposta che “Non sono più a tempo di difendervi al monte, oggi però vi difenderò al piano; abbandonate la ròcca e venite con me contro i nemici” Ma mentre Rainerolo preparavasi ad eseguire i consigli del Visconti, caduto il castello Tegnoso nelle mani di Passerino della Torre ed egli con molti altri fatto prigioniero, lasciò ai vincitori un ricco bottino. Sebbene per questa novella si sbigottisse alquanto il valoroso Marco Visconti, che era già sulle mosse per congiungersi con Rainerolo, nulladimeno, passato con quattrocento militi tedeschi il Lambro sul ponte d’ Albiate, occupò la riva del fiume. Intanto Passerino, che avea odorate le mosse di Marco, era corso a rimpiattarsi nel letto del fiume quasi asciutto, come spesso, affine di cogliere i nemici ad un agguato. Ma per quanto questo eroe dei Guelfi fosse coraggioso ed esperto, trovavasi a fronte di un uomo più esperto e più sagace di tutti. Appena Marco Visconti s’accorse dei Guelfi celati, piombò addosso a loro inaspettatamente e nel letto del fiume stesso diede un sanguinoso combattimento. Passerino mostrò il coraggio d’un uomo intrepido e valoroso, e benché perdesse trecento de’suoi, ed egli coi pochi che gli restavano avesse dovuto ripararsi a Monza, nulla scemò di grandezza. Marco, stimando utile il non perdere tempo a raccogliere il bottino, lo lasciò nelle mani dei contadini di quei dintorni, e si ritirò a Desio(7).
Al dimani Marco tentò nuove imprese, e con un esercito fresco, assalito il borgo di Carate, vi entrò a forza, facendo, tra le vie stesse del paese, una deplorabile carneficina de’Guelfi che vi erano raccolti(8).
Nel medesimo tempo Galeazzo, compresi i danni che poteva recargli il ponte di Vaprio per cui passavano i rinforzi dei pontificj, si recò colà nel febbrajo del 1324 per distruggerlo. I Guelfi che si trovavano a Monza, lette le sue intenzioni, volarono a prevenire quel colpo, serrandosi a capo del ponte. Ma a loro danno; poiché Galeazzi veduto che i nemici, per difendere il passo dell’Adda, avevano abbandonato il paese di Vaprio, mandò alcuni de’suoi più arrischiati con ordine che quando appena vedessero impegnati i difensori del ponte, entrassero nel borgo e in più luoghi vi appiccassero le fiamme. Così fu. Appena i due eserciti vennero a fronte scorsero le fiamme che distruggevano una terra per loro così importante, e atterriti non ardirono più resistere, ricevendo senza difendersi i colpi dei nemici, che li inseguivano e li ferivano da ogni banda, e gettati sulla sinistra dell’ Adda non poterono più congiungersi con quelli che si trovavano in Monza. Questi scarsi di tutto, fuorché di coraggio e di valore, si difendevano così da non lasciar a Galeazzo speranza di superarli in battaglia. Perché risolto egli d’intercettare ogni vettovaglie agli assediati, apportò loro una mancanza di cibi così miseranda, che più non poterono resistere. Unica salute nella disperazione è disperare della salute: gli assediati avidi di tentare un ultima prova, usciti dalla città si scagliarono con furore e con ira contro gli assediatori; ma, circondati da numero molto superiore, ben presto andarono tutti a confusione e dovettero abbandonarsi a discrezione. Così Monza, dopo otto mesi di blocco, fu obbligata ad arrendersi a Galeazzo Visconti il 10 novembre 1324.
Né qui cessarono tutti i suoi guai, poiché venuto Lodovico il Bavaro a Milano, e trovando gli abitatori di questa città pronti a riceverlo coll’armi, si volse contro Monza sperando di trovar ivi miglior accoglienza. Ma essendosi d’improvviso il Lambro ingrossato per continue piogge, tanto che a memoria d’uomo non si era né visto mai sì tremendo, nè mai udito sì strepitoso, il Bavaro mal pratico dei luoghi, veduti tutti i ponti o rovesciati o soverchiati dal fiume, disperava di poter giungere a Monza finché le acque non fossero scemate; ma alcuni (1329) della parte guelfa, tra i quali il nostro Ramengo da Casale, che si erano uniti allo straniero, fattisi guida de’suoi eserciti lo condussero al di là del fiume sul ponte d’Agliate.
Lodovico appena giunto sotto Monza intimò agli abitatori che si arrendessero, ma trovata una forte resistenza dovette impiegare tutto il vigore delle sue soldatesche per aver quel borgo nelle sue mani.(9).
In tutte le vicende colla maggiore possibile brevità raccontate in questo capitolo, i due Parravicini ebbero sempre importantissimo personaggio. O vincitori per la loro intrepidezza, o vinti per ritrosia di fortuna e per inferiorità di forze, serbarono sempre immutabile la fermezza dell’animo.
Ora un altro illustre personaggio della stessa famiglia ci richiama dalle idee di guerra e di sangue alle miti di carità e di religione, dalle fragorose turbolenze del mondo alla pace d’una curia vescovile e d’un umile chiesetta.
Non guari discosto da Parravicino trovi un’altra piccola terra chiamata Casiglio. Qui da Luigi Parravicini nacque Beltramino, che fu nel 1336 creato vescovo di Chieti. Premendo ad Azzone Visconti, appena ebbe il dominio di Como, di mettere in questa città un vescovo fautore della sua parte, fece nominare Beltramino. Venuto costui in fama d’uomo di lettere e di santità fu chiamato in Avignone da papa Benedetto, e da lui incaricato d’un ambascieria alla città di Bologna che si era sottratta dalla dominazione pontificia. Beltramino sostenendo assai bene la difficile incumbenza, indusse i Bolognesi a star paghi ad una capitolazione stesa dal vescovo medesimo, e con ciò si rese tanto grato a papa Benedetto, che in ricambio lo trasferì dal vescovado di Como all’arcivescovo di Bologna. Essendosi poi, nel 1351, molto vecchio d’anni, recato ad Avignone per tentare una riconciliazione fra papa Giovanni XXII. e Giovanni Visconti arcivescovo di Milano, ivi perdette la vita senza poter mettere ad effetto le sue generose in tenzioni(10). Beltramino nei momenti dell’agonia tornò col pensiero alla terra natale e desiderò di riposare nella chiesetta che egli aveva fondato in Casiglio alla madre di Dio, della quale riservò il padronato alla propria famiglia. Ivi in un urna di marmo ornata della sua figura coperta del pallio, della stola e della mitra, colle mani incrocicchiate al petto, giacciono le sue ossa; un Crocifisso, la Beata Vergine e l’evangelista Giovanni adornano la pietra, che forma il davanti dell’arca, e intorno vi leggi quest’iscrizione: Vir in Christo reverendus D. Beltraminus de Casilia dormit in hoc tumulo, tumulatus MCCCLI. die VI. Augusti(11). NeI basso del mausoleo segue l’iscrizione: In Curia Romana diem suum clausit extremum. lndulgentiam unius anni et quadraginta dierum huic suae
AEcclesiae impetravit, et Bononiensi ÌEcclesiae ubi Episcopus. D. Zucconus frater ejus fecit fieri hoc opus(12). Anticamente leggevasi presso questa tomba i seguenti rozzi versi, riferiti nelle visite del cardinale Federico Borromeo:
Questo si è il vescovo grazioso
Dagli Pallavizini procreato,
E di ragion civile dignitoso,
E di ragion canonica dottorato,
El quale de Bologna fo Pastore
Della città Cumana similmente
Del Santo Patre fu aoditore
E questa Gixia fece incontenente(13).