CAPITOLO XXI

I GRASSI DI CANTU
DAL 1323 AL 1333.


I fratelli Grassi si scuotono dal dominio de’ Visconti Vendetta de’ Grassi. - Si sottomettono di nuovo. - Giovanni da Verona. - Tradimento di Franchino Rusca. - Pagano Avogadro traditore della patria. - Invasione di Como. - Viva Azzone Visconti, signore di Como! Morte di Ravizza Rusca. - Macellai di Como. I Grasseschi superati. Trentaquattro appiccati.

Al principio del secolo X1V., la famiglia Grassi, per servigi resi ai signori Visconti, aveva ottenuto il possesso del borgo di Cantù, ed era divenuta terribile nei paesi dintorno. Capi di questa famiglia erano i due fratelli Giovanolo e Gasparo i quali non poterono andar salvi dal desiderio comune del loro secolo, quando voleano tutti comandare, nessuno obbedire. Sicché (essendo i Visconti battuti dalla Crociata, bandita contro loro da Giovanni XXII.) costoro trovandosi gagliardi e atti a far grandi cose, rinforzarono il loro borgo con mure e torri grossissime, indi protestandosi nel 1323 liberi d’ogni soggezione, con giuochi, collo spender largo e con apparente familiarità ribadirono il loro potere. Durarono in questa indipendenza nei due anni della Crociata, indi nei dieci mesi che Galeazzo, Luchino ed Azzone Visconti furono tenuti prigioni negli orribili forni di Monza. Ma Azzone, riacquistata la libertà e nicomperato con sessanta-mila fiorini il vicariato di Milano, salì presto a tale autorità, che i Grassi, vista la mal parata, furono tra i primi a piegarsi al nuovo signore, a prestargli divozione, e a nulla ommettere per trovar buon merito presso di lui.
Ad imitazione di costoro, anche Franchino Rusca, signore di Como, entrò in qualche accordo col Visconti; pure, poca fede prestando all’amicizia, perché egli era solito farne poco conto, cercò legar parentela cogli Scaligeri di Verona, ottenendo per moglie la figlia di Verandino Longarolo, che era cognato di Mastino della Scala. E come Franchino partì da Como per celebrare le nozze, menò con sè gran codazzo di signori, fra i quali e per leggiadro corpo e per accorte maniere e per ricco ornamento primeggiava Gasparo Grassi, fratello di Giovanni. Un giorno che costui cavalcava un bellissimo destriero nobilmente bardato, fu visto da Mastino della Scala, il quale, preso da meraviglia a quel bel gesto e conosciutolo per uomo d’assai, chiese a Franchino chi colui fosse; e poiché fu chiarito del nome e dell’essere dei Grassi, si meravigliò forte come il Rusca non cercasse, col far suo Cantù, di togliersi d’attorno la suggezione di un vicino, che potrebbe, quando che fosse, riuscirgli dannoso. Ma il Rusca, trovando impolitico il consiglio, perché conoscea quanto amore il Visconti avea posto ai fratelli Grassi, negò per allora d’acconsentire ai desiderj di Mastino. Eppure questi, mosso da quel suo animo turbolento ed avido di seminar discordie, fece e disse tanto presso Ravizza, fratello di Franchino, che giunse a fargli credere, come i Grassi meditassero un tradimento per togliere a Franchino il principato di Como. Ravizza, uomo incapace d’ingannare, ma capacissimo d’essere ingannato, espose il pericolo al fratello, e insieme convennero di prevenire quel colpo. Concertarono dunque di bandire un sontuoso banchetto, d’invitare Giovanni Grassi, sotto colore di convalidare sempre più la vicendevole amicizia, e di preparare per dopo il banchetto un giuoco che dovesse poi terminare colla morte del Grassi. Invitato venne costui, ma appena fu entrato in casa Rusca, un servo d’indole buona e caritatevole, nel levargli il mantello gli sussurrò all’orecchio il tradimento. Quanto utile un avviso tempestivo! Giovanni fece vista di perfetta confidenza e tranquillità finché durò il convito, ma appena vide cominciarsi quel giuoco, finto alcun suo bisogno, uscì dalla stanza, discese, montò sul cavallo che aveva imposto di lasciare sellato, e partì precipitosamente alla volta di Cantù.
In quel tempo, in cui il perdono era considerato un inciampo alla gloria dell’uomo, Gasparo, Giovanni ed il costui figlio Stefanolo inveleniti, meditarono una subita vendetta. E conosciuto come il Rusca fosse in sospetto presso il Visconti per la sua parentela cogli Scaligeri e pel suo animo sleale, si recarono tosto a Milano, e dipinto ad Azzone con neri colori il tradimento del Rusca, lo sollecitarono ad impadronirsi di Como, mostrandogli la facilità dell’impresa, e promettendosi eglino mallevadori dalla riuscita, poiché sarebbero essi coi loro soldati e paesani entrati in quella città, ed avrebbero piantata la bandiera col biscione.
Da queste promesse infiammate Azzone Visconti, già caldo anche prima, promise subitamente ogni assistenza e gratitudine. I due fratelli, recatisi quindi a Como, e cercato di Pagano Avogadro, con accorte maniere e con larghe promesse lo indussero a procurarsi dal cognato Ravizza le chiavi di Porta Torre, acciò vi potessero entrare i soldati di Cantù. Anche questo tentativo riuscì felice, e il vilissimo Pagano scese al vergognoso contratto.
Il dì dopo, ecco, nobilmente vestiti, comparir sulla ringhiera Giovanni, Gasparo e Stefano, ed esporre al popolo di Cantù il tradimento de’Rusca, vestendolo delle più orribili forme. Dietro a questa arringa il popolo concordemente uscì in un grido di vendetta, al qual grido le donne che dalle finestre l’aveano udito, corsero a staccar l’armi dalle pareti, a forbirle, ad aguzzarle senza sapere neppur per chi dovessero essere adoperate. Tant’era a’ quei tempi la sete di sangue! Il popolo s’accolse nella chiesa, per non lasciar senza religione neppure il delitto, e il parroco, celebrata una messa solenne, benedisse i guerrieri come andassero a suggellare col proprio sangue le verità del Vangelo, e intuonò festosamente il Veni Creator Spiritus. Alla cerimonia succedette tra i guerrieri e le donne un ricambio di saluti, di baci, di ricordi, di pegni, di promesse. Ed era pur duro contrasto veder tanti soldati vestiti di maglia di ferro, togliersi fra le braccia i loro pargoletti, che forse non dovevano più rivedere, e questi intanto scherzare inserendo le piccole dita tra i fori della visiera, e abbrancando le piume cascanti dagli elmetti.
Stefanolo alla testa di duecento cavalli parti da Cantù sopra una neve altissima, e contro un vento gelato.
Un’ora appresso la partenza de’cavalli Uscirono da Cantù milleduecento contadini a piedi senza uniforme, ma i più con un cappello rotondo in capo, con un farsetto di grossa lana legato alla cintura da una larga cinghia di cuojo, da cui pendeva un’ azza tagliente. La cavalleria intanto appena giunta alla Camerlata, per cenno di Stefanolo, si fermò e vi stette, mentre egli discese a Como per mettere sull’avviso l’Avogadro. Come egli fu ritornato, rinnovò gli ordini, comandò che senza schiamazzo entrassero in città, si fermassero sulla piazza di san Fedele, ed ivi aspettassero tranquillamente la fanteria, che non avrebbe molto tardato ad arrivare. Dopo ciò i cavalieri calarono alla meglio giù per la rapida scesa a cui coll’andar del tempo fu sostituita la magnifica strada Napoleone. Arrivati poi alla città, trovata aperta la porta Torre, entrarono e si fermarono al luogo convenuto.
Era domenica, e i sacri bronzi invitavano i fedeli agli uffici di pace, onde una turba di gente passando sul sagrato della chiesa, guardava i Canturiesi, e come si conosceano tutti vicendevolmente, così si salutavano, s’intrattenevano in amichevoli discorsi e passavano oltre. Le donne, che pongono di leggeri amore ai soldati, allentavano il passo davanti a costoro, per essere viste, sorrise, e sorridere. Poverette! e fra poco doveano piangere i loro padri e i loro mariti per colpa di quei soldati! ,.. Il freddo era, come dicemmo, rigidissimo, e il vento sibilava nelle orecchie dei guerrieri, i cavalli intolleranti di dimora nitrivano e scalpitavano; la fanteria non arrivava, onde quello star lì fermi due ore senza ristoro annojò sì quei soldati, che funestamente convennero di tentar da soli il colpo pericoloso. Onde, sollevata la bandiera di Milano, gridarono ad una voce: evviva Azzone Visconti, signore di Como!
Questo urlo risuonò per tutte le vie, e Ravizza, fratello di Franchino, appena l’intese, uscì dalla chiesa di san Fedele, ove trovavasi intento ad ascoltar messa, per mettersi al sicuro nella vicina Torre rotonda. Ma avendolo veduto Stefanolo, inviperito com’era, si slanciò sopra di lui, e fece per atterrarlo d’un colpo di daga. Pure Ravizza, prode e agile nel maneggiare la spada, reso vano quel colpo, giunse a ferire il Grassi in una coscia. Lo sdegno di Stefanolo traboccò; fece impennane il cavallo indi lo calò rovinosamente, rovesciando sotto le gambe dell’animale lo sgraziato avversario e insieme percuotendolo colla mazza nel capo, sicché gli ebbe schizzati gli occhi, peste le tempie e sformata tutta la persona. Un centinajo di uomini trasse attorno a questo spettacolo; ma i Canturiesi in un momento, ruotando la mazza alla disperata, cominciarono a scaricare su loro senza badare né a chi, né come, e li ebbero subito dispersi. La città erasi levata a rumore, raccolti i soldati, eppure non sapevasi ancora il perché di questo rumore. Franchino, udita la morte di Ravizza, corse a nascondersi nell’angolo più appartato di sua casa, ove nella maggiore angustia ascoltava quei terribili viva ad Azzone. Se non che ordinatasi la cavalleria comasca, di gran lunga più forte che quella del nemicho, si gettò addosso agli assalitori mentre attraversavano la piazza del duomo e li costrinse ad insaccarsi nella contrada di Quadra. Venne il soccorso d’onde era meno aspettato! i macellai, che abitavano per avventura in quella contrada, come videro tanta furio di nemici accorrer verso loro, spinsero fuori delle botteghe i ceppi del loro mestiere, e formarono così una barriera. In quel serraserra di chi cercava scampo e di chi inseguiva, i Canturiesi ebbero la peggio benché si difendessero disperatamente. Stefanolo facea prodezze da non credere, ma infine dovette soccombere al numero maggiore, e si sentì così stretto dalla moltitudine, che più non poté avere scampo. Dei duecento Canturiesi cento cinquanta poterono mettersi in salvo, quindici rimasero morti, e trentaquattro, fra i quali Stefanolo, fatti prigionieri.
La fanteria guidata da Gasparo e Giovanni, appena fu vicina un miglio a Como trovò i cavalli che dirottamente tornavano a Cantù, e inteso che tutta la città era a tumulto stimò bene ribattere la fatta via.
All’annunzio della vittoria Franchino, trattosi fuori dal suo nascondiglio, per la rabbia e pel dolore del perduto fratello, stabilì farne le più crudeli vendette. Onde, fatti tradurre i prigionieri d’avanti a sé, e schierare nel portico di casa sua, sceso a vederli, volle riconoscerli uno per uno, e ordinò che si dovessero tutti appiccare per la gola alla Torre rotonda, e che prima fossero legati colle braccia alle reni, svestiti dell’elmo e d’ogni arma, circondati da una moltitudine di lance, e tra i fischi della plebe, che insulta sempre a chi è in catene, tradotti per quelle vie in cui dianzi cavai-cavano superbamente. Le campane suonando a festa convocarono la gente da tutte le vie, la plebe raddoppiava le grida di gioja. Alcuni dei prigionieri meno forti di spirito piangevan,o ma i più erano impietriti e camminavano lentamente dietro la folla dei vincitori.
Franchino ebbe presto a pentirsi d’essere stato troppo crudele, poiché i Grassi ed i Vitani maturarono le vendette. Nei 1335 Benedetto d’Arnago, vescovo di Como, nimicissimo allo scomunicato Rusconi, volendo ritornar alla sede d’onde era espulso, cinse la città dalla parte del lago, e i Grassi la campeggiarono da terra. Franchino era in pericolo, ma non osava uscire contra i nemici perché forti e perché persuaso d’essere venuto in odio anche a’suoi, per la crudeltà, pei tributi e per le angarie che ogni giorno avea rese maggiori. Che fa egli? di soppiatto si porta da Azzone Visconti, lo supplica di ajuto, ma questi gli risponde ciò che Franchino avea già detto una volta ad Azzone: “rincrescergli del suo male, ma non potergli porgere rimedio”. Non valsero preghiere, onde si rivolse allo Scaligero di Verona, che si prestò volontieri a mandargli degli armati. Ma questo sussidio tornò affatto inutile, giacché i Veronesi non poterono superare le rive dell’Adda preoccupate dai Visconti. Franchino, veduta vana ogni speranza, e conoscendo i desiderj della città, raccolto il popolo, rinunciò ad Azzone la signoria di Como, ritenendo quella di Bellinzona. li 5 agosto 1335, il Visconti con potente esercito ed un corteo di Grasseschi entrato nella città dei Lario vi fece innalzare sopra ogni torre la bandiera viscontea(1).