CAPITOLO XXII

VICENDE RELIGIOSE


Sette d’innovatori. - I credenti di Concorezzo. - Stefano Confalonieri. - Congiurati. - Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Tommaso Giussano, Pietro Balsano Carino, Albertino Porro. - Assassinio di S. Piero da Verona. - Roberto Patta da Giussano. - Fra Pagano da Lecco. - Predica contro gli eretici. – E’morto. - S. Miro da Canzo. - Donazioni e locazione. - Alpino da Giussano, parroco d’Inverigo.

Le frequenti innovazioni e riforme di governo temporale aveano stimolato il desiderio delle innovazioni religiose. Fino dal 1232 il nostro compatriota, arcivescovo Leone da Pérego, stabilì severissime leggi contro numerose sette di novatori, di nomi diversi e di differenti opinioni. NeI 1250 si formò una nuova società di credenti, chiamata da Concorezzo, dal nome d’un paesello posto nella pieve di Vimercato(1), la quale non meno di tutte le altre suscitò ire e vendette fra accusati e accusatori, armò più volte il braccio dell’inquisizione, produsse confische di beni, prigionie, tormenti e morti ignominiose. Non tardarono le scomuniche e le intimazioni, e nel 1251, se aggiustiamo fede al Corio, autore troppo scarso di autorità, l’arcivescovo di Milano per ordine pontificio pubblicò: “Che qualunque a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico: item che le case dove eran rifuggiati si dovessino rovinare et li beni in epse se ritrovavano fussono pubblicati(2) “.
Stefano Confalonieri d’Agliate, caporione di questa setta, chiamato dagli storici antenna dell’eresia, concedeva asilo e protezione a quanti erano per sospetti di novità perseguitati, sicché molti ne avea ricettati nel suo castello d’Albogasio in Valsolda. Ma ben presto contro il Confalonieri sorse Pietro da Verona (san Pietro Martire), tanto conosciuto nella storia dell’Inquisizione, il quale nel 1252 trovavasi nel convento di san Giovanni Pedemonte a Como.
Il settario messo al bando dal sant’ufficio si recò travestito a Giussano in casa di Manfredo Cliroro, e tirato costui in giardino testa a testa gli disse:
“Non sai tu che i credenti di Milano hanno risoluto di levarsi d’attorno frate Pietro da Verona e fargliela far finita una volta di gridare e guazzarsi nel sangue. Che te ne pare eh? - Nulla di meglio, rispose l’altro, è pur giusto che non vada fino a Roma a pentirsi. - Ebbene, aggiunse-il Confalonieri, converrà che anche noi non stiamo colle mani alla cintola, ma uno si rechi subito a Milano a pigliare i necessarj concerti. Di conserva si portano ambedue da Guidotto Sacchella e, chiamatolo a parte della congiura, lo trovano del loro parere, anzi più caldo degli altri offre venticinque lire pel compimento del delitto, depositandole nelle mani di Tomaso da Giussano esso pure seguace delle nuove credenze. Una somma discreta depone anche Jacopo Chiuso, ed altri partecipi del misfatto. Trattavasi di trovare chi volesse -assumere la parte di sicario, ma non tardarono ad offrir l’opera loro Pietro Balsamo, detto il Carino, ed Albertino Porro da Lentate, due persone del volgo.
Come fu tutto ordinato, il Confalonieri ed il Cliroro, sempre travestiti, si recarono a Como, poi saputo il giorno preciso che l’Inquisitore doveva portarsi a Milano, corsero a renderne avvisato il Carino, che stava sull’avviso. Né falli il disegno. Il malfattore recatosi a Barlassina, ed apostato l’inquisitore col turbamento di chi s’apparecchia all’assassinio, gli si avventa addosso, gli spacca la fronte con un colpo di scure, e ferisce mortalmente anche fra Domenico, compagno di Pietro.
I contadini di quella terra si scossero a questo delitto; trovarono Pietro spirato, e Domenico che ancora palpitava recarono a Meda, ove a capo di sei giorni seguì il compagno nell’eterna vita. Gli uccisori furono maledetti; il Carino cercò sottrarsi, ma preso venne posto a prigione, dalla quale trovò però modo, corrompendo i custodi, di liberarsi. Non così Stefano Confalonieri, che pagò il prezzo del suo misfatto con una prigionia in vita.
In Valsassina i novatori avevano a capo Egidio Tornano di Cortenova, valoroso capitano il quale evitò fin che fu vivo le persecuzioni del santo ufficio, ma dopo morto venne disseppellito e gettato sul rogo, lasciando poi che il vento ne disperdesse le ceneri(3).
Ma i processi, le prigionie e la morte, come al solito, non mutarono l’animo de’perseguitati.
Roberto Patta da Giussano possedeva nel 1254 il castello Gattedo, nella pieve di Mariano, ove teneva scuola di eresia. Fu appena di ciò avvertito il pontefice, che impose agli inquisitori, che coll’ajuto del braccio secolare v’entrassero, e disotterrassero le ossa dei novatori ivi sepolti. Pronti i Domenicani a quel comando, invasero il castello, gettarono le ossa al fuoco, e fecero distruggere quella fortezza(4). Le opinioni ereticali promosse in Valtellina da Corrado Venosta aveano chiamato colà fra Pagano da Lecco insieme con un fra Cristoforo, ambedue inquisitori del convento di Como. Arrivati costoro alla Colonna, veduto venire alla loro volta una torma di gente, che nel gesto, negli atti significava impazienza, n’ebbero grande allegrezza, ma ben tosto si sentirono trappassata la persona da’colpi di pugnale e perdettero la vita. Le ossa di Pagano da Lecco furono trasportate nel convento de’Domenicani di Como, ed egli onorato col titolo di beato(5).
Molti sorgono in giudizio contro le persecuzioni colle quali i seguaci di san Domenico inseguirono violentemente le opinioni; infatti la chiesa solo minaccia castighi celesti, non vuol la perdizione, ma la salvezza del peccatore, usa l’arma dello spirito che è la parola di Dio Ma forse l’intenzione de’ violenti era pia per quanto i mezzi di punire fossero contrarj allo spirito del vangelo. Il loro errore era colpa dell’ignoranza de’tempi, che avea offuscati anche gli intelletti, che dovevano essere più illuminati; e così, travolte le idee, fu stimato umanità sottoporre a pene temporali gl’infelici che si credevano condannati alle pene sempiterne.
Comunque stia la cosa è compiacenza per noj il sapere che gli esempi di proclamare la religione coi roghi e colle mannaje sono in Italia di grande intervallo minori che nelle altre parti d’Europa.
In riscontro di queste dolorose vicende collocheremo la ricordanza d’un uomo illustre per austerità e santità di vita.
In Canzo l’anno 1336 nacque san Miro da genitori vecchissimi, per cui nascendo fu salutato col nome di Miro quasi meraviglia. Commesso da educare ad un eremita, imparò da lui belle lettere ed eloquenza, e quel che è più, la scienza di Dio. Rimasto orfano distribuì il retaggio paterno, indi recossi a Roma per visitare devotamente quella terra di grazia. Ritornato quindi in patria vi stette finché per divina ispirazione passò a Sorico sul lago di Como ove chiuse tranquillamente i suoi giorni nel 1436(6).
Oggi san Miro è luogo di devoto pellegrinaggio, visitato da’terrieri vicini, e dove ai dì festivi si celebra il sagrificio, quando appena la stagione non corra rigidissima o nevosa. Il povero convento e l’umile chiesetta, innalzata in onoranza del santo, giacciono in un luogo eminentemente pittoresco; poco orizzonte, chiuso da nudi scogli, variato dal rapido torrente della Ravella e da alcune macchie d’alberi antichi. La prima domenica d’agosto al profondo silenzio di quel ritiro succedono i canti di festa, i suoni monotoni, ma sempre cari, delle fistule, delle zampogne; tutta l’altura è gremita di terrazzani festosi, che, finiti gli uffici divini, calano dall’altura e si fermano a merendare lietamente in un ameno valloncello, intorno alle labbra della placida fontana di Gajumo(7)
A compimento della storia religiosa di que’ tempi aggiungeremo una donazione fatta da Enrico di Germania al monastero di sant’Ambrogio del diritto di pesca, presso Mandello (1300)(8), ed una grandissima locazione fatta dal capitolo di Monza ad Uberto da Bosisio ed a Giacomo Coco di Pusiano nelle terre di Muggiò, Bosisio, Pusiano, Cesana, Garbagnate e parte dell’abbadia di Civate e del lago del signor Arcivescovo di Milano(9). Troviamo nominati nel catalogo de’ monasteri d’allora san Colombano di Beverate, san Dalmazio di Casate nuovo, san Giuliano a Figino presso Cantù, san Lorenza di Brianzuola, san Martino di Garbagnate Rota, santa Maria di Figino presso Oggiono, santa Maria a Basiano presso Trezzo, de’Godenti a Mariano, de’Cluniacesi in Cantù, quello di santa Maria a Poenzano, su cui aveva giuspadronato la famiglia Casati, che lo avea pure sui monasteri di Brugora e Casate, essi pure fino allora esistenti(10).
Gli Umiliati, utile istituzione che combinava l’osservanza delle discipline claustrali coll’esercizio d’industriose fatiche, avevano anche fra noi una casa a Cantù, due a Mariano, un’altra a Trezzo(11); l’ordine de’Templari godeva nel 1149 de’fondi nel territorio di Verderio, appigionati in quell’anno dal maestro dell’ordine ad Adelardo, diacono del duomo di Milano(12). Una nobile signora di Vedano, pieve di Desio, nata nel 1247, fondò nella sua patria un monastero a Maria Vergine, che venne poi probabilmente trasferito a Milano ed unito a quello di sant’Agostino in Porta Nuova, che per lungo tempo continuò a portare il nome di Santa Maria di Vedano(13).
Il cardinale Conti da Casate nel 1270 legò alcuni beni a favore della chiesa di Maresso, che a motivo di tale donazione fu staccata da quella di Missaglia(14).
Né crediamo d’omettere, per quanto possa somigliare di poco interesse, che nell’anno 1291 Alpino da Giussano, parroco d’Inverigo, venne scomunicato perché contro il concilio di Lione ed i sinodi provinciali di Milano, aveva ritenuti due


Nec potuere domum redeuntes agmine facto
Accelerare gradus, imbri subitaque procella
Correpti; ad frondes properant magalia latis
In campis subeunt et divi numen adorant.


Traduzione - Come un altro Elia copri di nebbia il cielo, e conforti le moribonde erbe Appena, finita la preghiera, si condensano nel cielo le nubi, nè possono i reduci alle loro case, raccolti insieme, studiare il passo per la pioggia, e per la subita procella; si riparono sotto capanne in mezzo alle vaste campagne, ed adorano la potenza di Dio. Queste parole si riferiscono ad un miracolo operato dai santo valassinese in Lomellina ove, dicesi, impetrasse da Dio la pioggia a quegli abitatori, stremi dalla lunga siccità.


beneficj con cura d’anime. Finalmente essendosi accontentato alla sola chiesa d’Inverigo il 1 di aprile 1291 ottenne l’assoluzione(15). Notizie pochissimo interessanti, torno a ripetere, ma che pur vogliono trovare un posto in una storia municipale.