CAPITOLO XXIII

LABRIANZA SOGGETTA AI VISCONTI
dal 1333 AL 1338.


Azzone s’impadronisce di Lecco, di Cantù e della Martesana. - Bernabò fabbrica i castelli di Desio e di Trezzo. - Ribellione della Brianza. - Giovanni Visconti, Stefano da Osnago, Filippino Foppa messi a morte. - I Guelfi di Val san Martino. - Morte di Bernabò. - Editto del conte di Virtù in favore d’alcuni signori della Martesana. - Piosello da Seratico, vicario della Martesana oppone i suoi diritti contro li ordini del duca. - Formale decisione di Galeazzo. - Statuti della Valsassina. - Ordini ducali.

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Appena Azzone Visconti ebbe, nel modo che vedemmo, la signoria di Como, sottomise anche Lecco, da quarant’anni ribelle dal dominio di Milano. E vedendo che gli abitanti minacciavano di volersene di nuovo sottrarre, costruì, per tenerli a freno, alcune torri, lasciandole guardate da numeroso presidio. E, per unire quel borgo al resto dello stato milanese, eresse sull’Adda il ponte che esiste tuttora rinvigorito di due robuste torri.
Poco dopo inimicatosi coi Grassi, che duravano ancora signori di Cantù, tolse loro ogni autorità e recò nelle proprie mani il governo di quella terra e di tutta la Martesana.
Da quel momento perdemmo ogni guisa d’indipendenza e di governo repubblicano; vedemmo nell’armi nostre la parola libertas sostituita dalla biscia, né ricomparimmo più che in condizione di sudditi milanesi. Azzone però, dopo tante vittorie, fu mite, richiamò in vigore le leggi e cancellò il bando degli esuli, grazia di cui godettero i molti fuorusciti de’ nostri paesi. Morto in età di trentasette anni (1339) fu generalmente compianto e desiderato “il testimonio più verace dell’amore de’ sudditi del merito d’un regnante(1) . -
Era destinato a succedergli Luchino, zio del defunto, per non aver questi lasciato dietro sé alcun figliuolo, ma i Milanesi non volendo porre le redini del governo nelle mani d’un uomo dato alle crapule e dissipatore del danaro, lo associarono col suo fratello Giovanni, vescovo di Novara, dando loro il titolo di signori generali della città e del distretto di Milano. E ciò l’anno 1339(2). Sotto il governo di Luchino non abbiamo di particolare per i nostri paesi che la fermata a Vaprio, il 20 aprile 1343, d’Isabella del Fiesco, quando sotto colore di religione fece lo scandaloso viaggio al san Marco di Venezia.
Morto Luchino sullo scorcio del gennajo 1349, per delitto, come pretendono taluni, di sua moglie Isabella(3), rimase solo nel dominio di Milano l’arcivescovo Giovanni. Sulle prime si rappacificò con tutte le potenze nemiche a Luchino, ma poi scomunicato da papa Giovanni XXII., per essersi procurata la signoria di Bologna, diede alimento alle maledette antipatie de’Guelfi e de’Ghibellini, e si suscitò contro una lega formata dagli Estensi, da’Gonzaghi, Carraresi, Scaligeri, sebben questi imparentati colla famiglia Visconti(4). Ebbe guerra anche coi Veneziani, nella quale pel valore de’Genovesi riuscì superiore: poco dopo la quale vittoria cessò la sua mortale carriera ai 5 d’ottobre1354.
Appena Bernabò fu chiamato a succedere allo zio nel vicariato di Milano soggiacque alla suprema condanna dei dominanti crudeli che:
Invan con cerchio orribile,
Come campo di biade,
I lor palagi attorniano
Temute lancie e spade;
Perocch’entro al lor petto
Penetra nondimen
Il gelido sospetto
Armato di velen.
PARINI.

Per questo sentendo la necessità di rinvigorire i confini del suo dominio contro i nemici, e l’interno contro i sudditi, costrusse delle fortezze a Senago, a Desio e altrove, e nel 1370 rimise in vigore il castello di Trezzo, opera magnifica, con un ponte che congiungeva le due rive dell’Adda(5) e guardato da una torre a ciascuno dei capi. Chi gli avesse detto, mentre con tanta studiata crudeltà fabbricava le prigioni di quel castello: tu dovrai un giorno farne miserabile prova! Così l’uomo ignaro del futuro ritorce sovente nel proprio seno la spada, che aveva affilata pel seno del nemico.
Gregorio XI., bandita una crociata nel 1373, e fattone capo il valoroso conte Amadeo di Savoja, la inviò contro il signore di Milano. Sui campi di Piacenza avvennero le prime avvisaglie, senza però che l’esito fosse deciso. Quindi i pontifici, passato il Ticino e giunti a Pavia, per una vendetta molto comune a que’ tempi, sperperarono i giardini di Galeazzo Visconti e fecero poi di là continue escursioni sopra Milano(6).
Avendo il 24 febbrajo dell’anno stesso il generale Savojardo occupata la campagna di Milano e posti gli accampamenti a Vimercato villa assai ricca (valde opulenta) come dicono i Gazzata(7), molti signori di Martesana, stanchi dell’oppressione, raccolti i loro castaldi e contadini, gli vennero offrendo soccorso di braccia e di vittovaglie. I Briantei da quel momento postisi in armi contro il loro signore misero alla meglio in assetto le fortezze, che rimanevano ancora e per ordine del conte Amadeo, edificarono a Brivio un ponte sull’Adda per agevolare le comunicazioni coi Guelfi, che si erano ritirati nella Valle di san Martino e nelle terre di Carvico e di Mapello(8). Il Visconti trovato mezzo di ruinare col fuoco questo ponte, spartì le forze dei suoi nemici, e quindi piombando addosso all’esercito papalino, obbligò il Savojardo ad uscire dalla Brianza.
Chi può dire la desolazione e lo scompiglio de’ nostri paesi a così subitaneo abbandono? Né furono timor vani, poiché non tardarono le vendette, e primo ad esperimentarle fu Giovanni Visconti, monaco cistercense, abate del monastero di Civate. Il signore di Milano citò costui al suo tribunale, aperto in una sala del monastero e lo condannò, insieme con un altro monaco, suo dipendente, ad essere tagliato a pezzi e gittato alle fiamme(9). Per eguale motivo sottomise alla pena capitale Stefano da Osnago, canonico della collegiata d’Incino(10); Filippino Foppa, dei beni del quale si servì per dotare la chiesa dei Carmelitani di Milano(11), ed un altro brianzuolo, di cui non fu dagli storici tramandato il nome, signore della vitifera collina Montorobbio, colla quale il signore di Milano instituì due cappellanie nella chiesa di san Bernardino in Varese(12). La religione, qual era stata insegnata a Bernabò, non prescriveva il versar sangue di mille innocenti, purché fosse esatta l’osservanza delle cerimonie dell’esteriore culto. Ingannato da sì funesto errore egli alternava il comando d’una pubblica processione colla condanna d’uno sgraziato, l’erezione d’un patibolo con quella d’un altare.
Pensando quindi a punire i Guelfi, che stavano riparati nella valle di san Martino e nella Valcamonica, vi spedì Ambrogio, suo figliuolo naturale, che con un grosso esercito passò l’Adda a Brivio sopra un ponte di barche, ed entrò minaccioso in val san Martino (1373). Spuntava il mattino del 12 settembre, quando Ambrogio Visconti, partito da Caprino, ove erasi fermato per approvigionarsi, s’ avanzava verso Pontida. Le minacce furono inutili, poiché i Guelfi ritirati su per le montagne cominciarono d’improvviso con fionde, con dardi a bezzicare i Milanesi, nè lasciando loro, per la strettezza del luogo, agio a combattere od a fuggire, molti tolsero di vita, assai ferirono e tra questi il medesimo Ambrogio, che portato fuor della mischia, con una coscia traforata, poco appresso cessò di vivere in Opreno(13).
Quando Bernabò ebbe la novella dolorosa, cieco dalla rabbia, adunati molti uomini s’avviò precipitoso a Brivio, e varcato il fiume si gettò nella val san Martino, tagliando per tutto le viti, abbattendo, incendiando le case de’Guelfi, ruinando le terre di Almenno, Palazzago e più altre, infine ponendo assedio al monastero di Pontida, capi de’ quali erano Guglielmo Colleoni, Zantelmo Rivola e Simone de Broli, uomini valenti nel maneggio dell’armi. Dopo quattro giorni d’assedio, finalmente gli assediati ridotti agli estremi, dovettero arrendersi a patti. Ma infelici! Tutti, contro la ricevuta fede, vennero posti a morte e con essi alcuni monaci, che aveano dato loro ricovero, e il convento illustre per antiche nicordanze, fu interamente dato alle fiamme, non venendo che qualche anno dopo riedificato dalla pietà de’fedeli.
Ne bastò tanto crudele vendetta all’animo funibondo del signore di Milano, non rimanendo ammansato se non quando vide tutte le fortezze della Valle san Martino distrutte, assoggettati gli abitatori a pesantissime leggi, molti condannati a tormentose agonie prima di poter gustare il refrigerio della morte(14). A malgrado di tanta fierezza gli uomini di quella valle continuarono per molto tempo ancora ad essere ribelli al principe di Milano, né si piegarono che nel mese di luglio 1377 a condizioni decorose. Alcuni che stavano in essa rifuggiati in quella valle e principalmente a Brembilla ed a Villadadda, trovandosi incapaci di pagare le taglie, ottennero per intercessione di Regina della Scala, moglie di Bernabò, d’essere assolti dal loro debito, e per tre anni avvenire, scaricati da ogni dazio e tributo(15).
Ma s’accostava il tempo in cui la mano di Dio dovea pesare sul capo d’un uomo che avea avuto a vile il sangue de’suoi simili, coperto di lutto tante povere madri e spose, resi orfani tanti fanciulli, dappertutto aperte prigioni, ed eretti patiboli.
Galeazzo, conte di Virtù, signore di Pavia e nipote di Bernabò, appena si sentì atto a far qualche cosa sotto la maschera d’uom timido e religioso cercò impadronirsi anche del ducato di Milano. Perciò finto un devoto pellegrinaggio al santuario di Varese(16) mandò significando a Bernabò, come egli dovendo passare rasente alle mura di Milano, desiderava abbracciare il suo carissimo zio. Il giorno indicato, Bernabò, che tutt’altro sospettava che un tradimento in quell’acqua cheta di suo nipote, accettato volontieri l’invito, senza treno d’uomini, esce dalla porta Giovia per aspettare Galeazzo.
Appena questi giunse, gettato il velo dell’inganno, diede agli uomini che lo accompagnavano, il segno dell’arresto. Allora Jacopo del Verme ghermisce il bastone del comando dalla destra del signore di Milano, Ottone da Mandello strappa le briglie dalle mani del paggio, e cinque o sei altri si rovesciano addosso a Bernabò e lo fanno prigioniero.
L’infelice fu rinchiuso nel castello di Porta Giovia, indi in quello di Trezzo coll’amica Donnina de’Porni. Dicono alcuni che nel secolo scorso si vedeva ancora la stanza, che fu carcere di questo sgraziato, segnata tutto intorno dalle parole tal a mi qual a ti, minaccia che Bernabò aveva scritto a sfogo di rabbia(17). Ora però non ne rimane vestigio, e del castello, tanto celebre un giorno, oggi non vedesi che una torre fra una congerie di rovine. Quante volte seduto su queste eloquenti reliquie ricorsi col pensiero ai tempi di Federico Barbarossa, di Bernabò, del Medici, dello Sforza e di tanti altri illustri capitani, che trovarono in quel castello o un nido di sicurezza od un insuperabile ostacolo. Se tu visiterai le sue ruine, udrai da que’ terrazzani narrarti vecchie leggende intorno a quella ròcca e ridirti in mille guise le crudeltà e le miserie di Bernabò, racconti che non persuadono, ma che ritraggono da un fondo di vero.
Appena l’infelice principe sentì rodersi i visceri dal veleno datogli in una scodella di faggiuoli, di cui era ghiotissimo, proruppe in singhiozzi, chiese i soccorsi della religione, e forse in quella prigionia si acquistò il perdono del cielo. Finché ebbe fiato recitò sommessamente il versetto “Cor contritum et humilatum Deus non despicies” e morì la sera del 19 dicembre 1385, toccando a sessantasei anni. Il suo cadavere trasferito da Trezzo a san Giovanni in Conca di Milano, fu posto accanto a quello di sua moglie, Regina della Scala, sotto un monumento, che ora esiste nel palazzo di Brera. Due suoi figliuoli Rodolfo e Luigi, i quali appena dopo l’arresto del padre erano stati rinchiusi nel castello di san Colombano, furono trasportati, subito morto il padre, in quello di Trezzo, dove Rodolfo finì i suoi giorni il 3 gennajo dell’anno 1389. Il terzo figlio Gian Mastino, che all’atto dell’imprigionamento di Bernabò aveva diec’anni e trovavasi a Desio, si salvò fuggendo a Brescia, indi alla corte de’Gonzaga.
Con atto d’umanità il duca Galeazzo, conte di Virtù, segnalava il principio del suo governo, perdonando in un editto del 17 giugno 1385 alle famiglie guelfe di Brianza, che aveano favorito al conte di Savoja, concedendo di ritornare nelle loro terre, e senza sborso di danaro di essere rimesse al pacifico possesso de’loro beni e diritti(18).
Vedendo quindi Galeazzo che i capitani del Sepnio, della Martesana e della Bulgaria pretende-vano ad una parte del territorio spettante allo stato di Milano, emanò il 15 luglio 1385 un decreto, in forza del quale fu stabilito che la podestania milanese si estendesse non solo alla città, ai sobborghi ed ai corpi santi, ma per dieci miglia all’intorno. Ed essendo contro quest’ordine sòrti Piosello da Seratico, vicario di Martesana, residente in Vimercato, ed Amizzino de’Bozzoli, che rivestiva la medesima dignità sul Seprio e sulla Buglaria, con alcune ragioni per comprovare i loro diritti, Galeazzo che avea nelle mani argomenti più efficaci che le ragioni, fece ai 12 novembre 1385 una solenne dichiarazione, la quale servì poi sempre di norma nel segnare i confini della podestaria milanese. Mediante questa sottrasse dalla Bulgaria, dal Seprio, dalla Martesana e dalla Bazana le pievi di Bruzzano, Bollate, Mezzate, Segnate, san Donato, san Giuliano, Locate, Rosate, Settala, Desio (salvo i borghi di Seregno, Biasonno, Vedano, Macherio), Cernusco Asinario, Bussero, Vigrate, Casal Colterone, Camponico, Cascina Villafranca, Cascina de’ Pecchi, Carugate, Agrate, Caponago e Cascina Baragia(19).
Con un altro decreto (22 settembre 1393) ordinò che la caccia de’ cinghiali, de’ caprioli, delle lepri, de’ fagiani fosse a lui riserbata in tutto l’intervallo fra l’Adda e il Ticino, dalla terra d’Angera, da Como e da Brivio in giù(20).
Durante il governo di Galeazzo conte di Virtù(21) furono compilati gli statuti della Valsassina, dei monti di Varenna, Esino, Dervio, Mugiasca(22), che sottoposti all’esame del duca riportarono piena approvazione.
In Valsassina l’arcivescovo di Milano aveva a questi tempi sette cappellani con cura d’anime ed erano quelli di sant’Ambrogio in Taleggio, di san Giorgio in Cremeno, di santa Maria in Taceno, di san Bartolommeo in Margno e di san Dionigi in Premana(23).
I confini di questa valle, ai tempi in cui siamo col corso delle nostre narrazioni, erano di molto più dilatati di quello che al presente non sono. Stavano soggette alla sua giurisdizione anche la montagna di Dervio e le vicine valli d’Averara e di Taleggio, le quali due non solo aveano una dipendenza civile, ma anche ecclesiastica. Vedremo poi che rimasero in questa condizione fino ai tempi delle guerre sostenute fra i Veneziani e i Duchi dello stato milanese, duranti le quali si ribellarono dall’antico dominio e si diedero nelle mani della repubblica veneziana. Vedremo pure che questa signoria di san Marco nel 1788 ordinò che le pievi di Valtorta, di santa Brigida, di Averara, di Casilio, di Arnigo, Mezzoldo, Olda, Peghera, Pizzino, Sottoschirse e Bromano, che già dipendevano da Venezia nel temporale, si staccassero dalla pieve di Primaluna e dalla diocesi milanese, e si congiungessero invece colla diocesi di Bergamo, ritenendo però immutabile il rito ambrosiano, come avvenne colla vallata di san Martino.
Della Vallassina in particolare non abbiamo che pochissime ricordanze, poiché la troviamo sempre confusa col contado della Martesana, di cui era una delle dodici pievi che abbiamo più d’una volta nominato(24). Onde se mai sembrasse a taluni per desiderio di patrie notizie di scorgere in queste vicende alcuna mancanza di storici interessi risguardanti la pieve di Asso si ricordi che anche di essa parlo, quando nomino la Martesana, e che non mi vennero trovati documenti particolari di essa.