CAPITOLO XXIV

LE DUE ROSE, O I GUELFI E I GHIBELLINI
DAL 1388 AL 1405.


Colori distintivi. - I Suardi e i Colleoni. - Ghibellini e Guelfi della Brianza. - Quadro di que’ tempi. - I Colleoni acquistano il castello di Trezzo. - Ottobone Salimbeni. - Terre Guelfe della valle san Martino. - Contese fra i Guelfi e i Ghibellini. - Negligenza de’sacerdoti. - I Ghibellini di Olginate e Galbiate. - Ordini di Gaieazzo conte di Virtù. - Tumulti nelle pievi di Mariano e d’Incino. - Franchino Rusca. - Giovanni Carcano da Cantù. - Sue glorie e sua morte.

Chi verso il 1390 avesse visitate le rive dell’Adda da Olginate a Cassano, come pure le valli di san Martino, Sassina, Averara, Taleggio, Brembana ed Imagna avrebbe veduto uno spettacolo molto strano.
Dappertutto i contadini portavano un segnale di vario colore, e si chiamavano Ghibellini quelli che alla cintura recavano una fascia bianca e sulla testiera del cappello un fiore, e ordinariamente una rosa, dello stesso colore; si dava il nome di Guelfi a quelli che avevano il fiore e la fascia di color vermiglio(1).
Questi due nomi già antichi in Italia, e seme di maledette discordie, perduta affatto la loro originaria significazione, non servivano più a distinguere i favoreggiatori del pontefice e dell’imperatore, ma quando rompeva una discordia, un disparere, una contenzione in un paese, ogni contadino all’esempio del suo padrone assumeva uno di questi due nomi senza conoscerne il significato.
Nel periodo di tempo dal 1390 al 1400 in valle di san Martino erano detti Ghibellini i fautori della casa Suardo di Bergamo, e Guelfi al contrario i seguaci della casa Colleoni; in Brianza poi la linea di demarcazione fra le due parti era segnata dall’amore o dall’odio verso il duca di Milano, chiamandosi Ghibellino chi favoriva la sua causa, Guelfo chiunque stava per la causa contraria. Sebbene alcuni anche de’ Guelfi nostri fossero favoriti da Galeazzo conte di Virtù, e ristabiliti nel libero godimento delle loro franchigie, pure assai rimanevano proscritti, altri avevano sdegnato di approfittare di quel perdono, molti finalmente non si erano punto fidati, e ritirati sulle montagne attendevano il destro di maneggiare le spade e far prova del loro vigore.
Tutte le terre sentivano le tristi influenze di questo contagio, e presentavano un orrido quadro di civili discordie; ogni fratello armato contro il seno del proprio fratello; nuovi tumulti, azzuffamenti ad ogni istante, sempre un mirarsi con visi cagneschi, un offendersi a vicenda con insulti personali o con nomi di scherno. Questi azzuffamenti leggieri e disordinati aveano a poco a poco accresciuta la potenza de’Guelfi ai quali tornò poi di incomparabile vantaggio l’acquisto del castello di Trezzo, di cui abbiamo già le tante volte detta l’importanza.
Era un giorno dell’estate 1393 sulla bass’ora; il castello quieto; la guarnigione, posta dai Visconti a custodirlo, sparsa per le osterie, ai bagordi, al buon tempo; il castellano Ottobone Salimbeni piacentino, uomo di tristissimo stampo, passeggiava sugli spaldi ripensando al collega Turtonoro da sant’Evasio, che era stato da lui pochi dì innanzi per gelosia di governo barbaramente trafitto. In questo ode un calpestio, spesseggiare, farsi più dappresso, e poco stante addocchia una decina di muli carichi di vino, guidati da altrettanti uomini in apparenza di mulattieri disarmati. Fermatosi il convoglio, due mal in arnese si fanno sotto le mura del castello, e pregano il Salimbeni ad accogliere quelle poche cariche di vino come mandate dai due fratelli Pietro e Paolo Colleoni, che avevano verso il castellano obbligo di non so qual beneficio. Il ponte levatojo è calato, i mulattieri vi entrano; tre s’avanzano contro il castellano, gli pongono le mani addosso, e strettolo con funi lo legano ad un anello sporgente dalle muraglie. Quei tre erano in petto e persona i due fratelli Colleoni ed un certo Sozzi, il loro più ardente favoreggiatore. Gli altri traditori si gettarono sui pochi, che rimanevano alla guardia del castello e menando colpi disperati a quelli che non gridavano viva i Colleoni! li tolsero di vita. I prigionieri furono mandati a Bergamo, e il castello restò nelle mani dei due Colleoni, che dovevano per lungo tempo rimanervi e rendersi temuti nei paesi d’intorno.
A questa notizia tutti i Guelfi, rialzate le speranze, occupati di subito i castelli di Medolago, Solza, Calusco e san Gervasio in vai san Martino, eressero la bandiera coll’arma de’Colleoni, e menando un gran vampo offesero tutte le vicine terre di Villadadda, e Brembilla di vai d’Imagna e Vanzone, dappertutto uccidendo e furfantando, a nulla nè sacro, nè augusto avendo riguardo, ogni dì rinovando gravi tumulti(2). Se una compagnia
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d’uomini della rosa bianca giungeva in terra de’ Guelfi, questi e quelli subito si guatavano, cominciavano ad urtarsi, dall’urto a venire alle parole, dalle parole correr subito ai coltelli, e le piazze de’villaggi e perfino le chiese erano obbrobrioso campo di così misere avvisaglie. E la parte trionfante non aveva più confini nelle sue vendette; dopo aver versato il sangue dell’avversario, non ristava finché non avesse posto il fuoco alle sue case e devastate le sue campagne.- Nè mi chiedete se i soccombenti cedessero in ferocia alla fazione superiore, poiché nella fuga uccidevano il bestiame del nemico, sperperavano, devastavano i suoi campi, traffiggevano i contadini che vi trovavano a lavorare, e la pubblica quiete era sempre contristata da nuovi scompigli. I giorni di festa poi erano più che mai profanati da simil guisa di scandali. Ubbriachi quelli che portavano le insegne bianche e le rosse, se l’uno toccava le terre dell’altro, era ben di rado che subito non corressero le pugnalate; questo dirai pure delle sagre, dei mercati, delle fiere che si chiudevano sempre con una tragica fine.
E ad accrescere l’accanimento delle fazioni contribuiva l’esempio tanto efficace de’sacerdoti, che approfittavano dell’immunità dal foro secolare, per farsi baldanzosi, maneschi, accattabrighe, sempre pronti a cavarsi di sotto la veste un coltello, un pugnale(3). I parrochi, principalmente nelle valli bergamasche, intendevano a vergognosi guadagni, e dimentichi d’ogni loro dovere, più non badavano a spiegare il vangelo e la dottrina. E benché alla negligenza di costoro sopperissero i frati, specialmente i Mendicanti, superiori alle miserie di quei tempi, pure vedevano il frutto delle loro parole avvizzire, prima di giungere a maturanza.
Galeazzo conte di Virtù, duca di Milano, cercava d’intromettere la pace fra questi umori, e difatti nel 23 agosto 1393, ebbe dalle due parti un giuramento di vicendevole sicurezza(4). E perché questo trattato avesse maggior vigore con un altro ordinò, che entro un mese dalla data dell’editto ciascuno restituisse il mal tolto, distruggesse le balestre, i nastri, le saracinesche, le fosse, le torri, i forni, le volte, i fortalizj, edificati senza speciale permissione di lui, sotto pena che se qualcuno d’Averara Scalve, Taleggio e Brumano rompesse tali convenzioni, gli uomini di queste terre avrebbero pensato a punirlo.
Ma perché il duca di Milano, mentre cercava di indurre la concordia, dava sempre il tratto della bilancia a vantaggio de’suoi favoreggiatori, perciò fra l’inorgoglimento di questi e la prostrazione della parte opposta, non poteano durare i miti sentimenti di pace. Infatti il secondo di questi due ordini usciva il 10 dicembre dell’anno suddetto, e il 12 ferveva ancora dappertutto il furore delle contese fraterne, poiché i Ghibellini d’Olginate e Galbiate, tronfi della predilezione ducale, danneggiarono Medolago, Solza, san Gervasio, e prevedendo che non sarebbero tardate le vendette de’ Guelfi, si ritirarono a Vanzone in casa d’Antonio Suardi. E le vendette difatti non indugiarono, poiché sorpresi dagli avversarj, parte furono uccisi, molti cacciati a fuggire, appiccate le fiamme alle case de’Suardi e di chi faceva causa con loro.
Lettor mio, informato della storia di que’tempi non è d’uopo ch’io ti dica se gli insulti erano sempre vendicati e se la vendetta fosse cagione di nuovi, lunghi e sanguinosi tumulti; monotone vicende, di cui non sono ancora scomparse la ricordanza e le funeste conseguenze, e di cui narrando la storia più d’una volta sentii venir manco il vigore e la iena, stanco di passare di delitto in delitto, senza trovar mai un atto di virtù che riconfortasse l’animo affaticato. La noja che forse provasti, o lettore, in questa uniforme narrazione ti renda idea di quella che pur io provai, meditando le croniche bergamasche di fra Celestino(5), del Castelli(6), del Calvi(7), ove è dì per dì registrato sul far d’una gazzetta quanto questi tre scrittori corrivi, di buona fede, ma poveri di giudizio,
e sempre dominati da spirito di parte, aveano veduto o sentito. Aggiungi per soprasello a ciò uno stile intralciato, pari alla materia, una narrazione non mai rialzata da un pensiero meno che triviale, da un lampo, neppure languido, d’ingegno, e ti persuaderai che il dar un’unione a questo racconto non è costato a me fatica minore, che a te noja nel farne la lettura.
Né le cose camminavano più quiete nell’interno della Brianza, essendo tutto il piano d’Erba messo a tumulto da Franchino Rusca di Como, che unitosi coi Ghibellini di Olginate e coi loro vicini di Galbiate, dopo aver fatto gran male a Lecco, a Varenna, a Mandello si era gittato furibondo nella pieve d’Incino. Ma ben presto rinchiuso nel castello di Erba dagli abilissimi capitani Giovanni Carcano e Giacomo Grassi, entrambi di Cantù, che menavano una banda di ottocento soldati stipendiarj, dovette abbassarsi a chiedere una pace, che a dispetto del capitano Carcano gli venne dal duca acconsentita(8).
Franchino non era uomo da cui attendere osservanza di patti, perciò appena uscì dalle mani degli assediatori si rovesciò sulla pieve di Mariano tutto confondendo nella sua vendetta senza rispetto a floridezza di campagne, a santità di luogo, a probità di costumi. Però anche questa volta rintuzzato il suo orgoglio dal valoroso Giovanni Carcano, si vide obbligato ad uscire dalle terre occupate, intanto che il Grassi avea appiccato fuoco a Vertemate.
E perché la sua fuga non dovesse essere senza danno de’ nemici progettò di precipitare a Cantù, farvi prigionieri i Grassi ed i Carcano, parenti del capitano, e tenerli in condizione d’ostaggi. Ma non sottigliò abbastanza l’astuzia, poiché il Carcano da cui era inseguìto, odorata l’audace intenzione, lo prevenne correndo a Cantù per avvertire i minacciati, che stessero sull’avviso, e ponessero il borgo in istato di difesa. Dopo ciò, mettendosi gd inseguire di nuovo il Rusca, lo andò cacciando, finché lo pose dei tutto fuori delle nostre terre, e si seppe alcuni giorni dopo che erasi ritirato nella valle di Lugano(9).
Approfittarono di questa partenza i grami abitatori del piano d’Erba per interporre il duca di Milano a mettere un rimedio a tanti mali, e il duca difatti, nel maggio 1404 proferendo una di quelle sentenze che confondono il reo coll’innocente, ordinò che fosse mantenuta una pace generale, sotto pena di distruggere le case di chiunque la turbasse e de’suoi congiunti fino al quarto grado di parentela(10). Se non sapessimo che già allora le leggi erano un semplice formolario, senza che uomo badasse alla loro esecuzione, potremmo congetturare che molti avranno dovuto soffrire il rigore di questa legge.
Il Carcano, benemerito d’aver liberate le nostre terre dagli assalti di Franchino, ritornato in patria ricevette i degni onori, ma caduto in odio de’ Grassi, che erano il primario casato di Cantù, e che consideravano la gloria del capitano come umiliazione propria, lo tolsero di mezzo col veleno, quando appunto sperava una vita più riposata(l1).
La morte non fu però invendicata, poiché Barnabò Carcano, suo congiunto, unitosi con Giovannolo Curione di Asso, si pose a favoreggiare la parte de’ Vitani e contribuì non poco all’ingrandimento di essa, e per conseguenza alla ruina de’Grassi, che stavano pei Rusconi (1406).