CAPITOLO XXV

PANDOLFO MALATESTA
SIGNORE DEL CASTELLO DI TREZZO
DAL 1406 AL 1414.


Malatesta investe il castello di Trezzo. - Ottone da Mandello si oppone invano. - Malatesta si unisce coi Guelfi e ottiene il castello di Trezzo.Principio dei feudi di Carate, Albiate, Giussano e Sovico. - Il Malatesta travestito fugge da Monza. - Assalti per bande. - Facino Cane assale il castello di Trezzo. - Amnistia fra Guelfi e Ghibellini. - Malatesta nella pieve d’Incino. - È scacciato da Trezzo. - Combattimento nella valle di Rovagnate.

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Sgombrato l’interno della Martesana dalle bande tumultuarie de’forestieri, nome che allora davasi pure a chi era nato vicino un miglio dalle nostre terre, Giovanni Maria Visconti diede ordine a Pandolfo Malatesta, suo generale, d’impadronirsi del castello di Trezzo. Ma quanto era facile il comando, tanto ardua dovea riuscirne l’esecuzione. Abbiamo più volte parlato della robustezza di quella rocca, abbiamo detto come i Guelfi la tenessero con vigilanza custodita, e come la natura di quei luoghi sia molto sfavorevole agli assalitori. Di ciò persuaso il bravo Malatesta credette agevolar l’impresa attaccando il castello da due parti perché le forze degli assaliti fossero divise e quindi meno vigorose.
Appena la notizia del pericolo penetrò nel castello, e seppero i Colleoni che una parte delle truppe di Pandolfo, avendo passato l’Adda, s’avvicinavano dalle bande di Brambilla, mandarono Ottone da Mandello, uomo molto conosciuto nel mestiero dell’armi, il quale con una turba corresse a contrastare il passo a’ nemici. Fece il Mandello quant’uomo può in una difficilissima circostanza, ma ebbe la peggio; perdette molti de’suoi, ed egli fatto prigioniero, venne tradotto a Caprino, messo in carcere, nè potè riscattarsi se non collo sborso di ventimila formi d’oro(1).
Il mestiero dell’armi caduto dalla sua destinazione era declinato in un vilissimo mercato, in un’arte affatto stipendiaria. I capitani che oggi combatteano a pro d’una potenza domani comparivano in campo confusi tra gli eserciti del suo avversario. Questo fu il caso di Pandolfo Malatesta. Da nemico de’Guelfi, d’improvviso abbandonando la causa di Giovanni Maria Visconti, strinse lega con loro e il 23 agosto 1404 entrò nel castello di Trezzo. Aveva il duca di Milano preveduta questa infedeltà, onde per mettere assieme e danari e vas salli ricorse al solito ripiego dell’infeudazione. Fu allora che ebber principio i feudi di Carate, Albiate, Giussano e Sovico, ceduti il 23 aprile 1403 al conte Girolamo Barbiano con istromento di Giovanni Besozzi segretario ducale. Ma il rimedio non rispose al bisogno, poiché il Malatesta passò subitamente dalla parte di quei Guelfi che tenevano assediata già da gran tempo la città di Monza, onde venne dichiarato nemico capitale, e come tutti i ribelli messi al bando del ducato. E per sostenere la minaccia coi fatti, Giovanni Pusterla, capitano ducale, giunto di notte fitta a Monza e trovato modo d’entrarvi d’improvviso, mise a sacco le case de’Guelfi e si diede per tutto a cercare del Malatesta. Ma la fortuna protesse il disertore, il quale, uscito precipitosamente dalle porte della città conquistata, si poté mettere in salvamento nella casupola d’un mugnajo, dal quale fu vestito d’abiti volgari e per sentieri fuor di mano ridotto salvo al castello di Trezzo.
Da quel momento rese il suo nome funesto nelle terre d’intorno. Alla testa d’una ciurmaglia, a cui dava il nome di Guelfi, a fronte d’un’altra ciurmaglia che si chiamavano Ghibellini, senza più sapere il significato di questo nome, nel luglio 1404, assalì Ponte san Pietro, ove uccise due fratelli a Locate, fece parecchi prigioni e guadagnò molto bottino di vittovaglie e bestiame.
E queste tumultuose rappresaglie erano rinovate di frequente. In pochi dì i Guelfi di Trezzo assaltarono il castello di san Gervasio, proprietà di Comignolo Osio, di Descavedo de’Federici, uno di Francesco e fratelli Crema di Madone, appartenente alla famiglia Maldora, di Chignolo, Treviglio, Cisano, Boltiero, Sforzatica, dappertutto rubando e disastrando; a Mapello uccisero a tradimento da quaranta Ghibellini; poco dopo Puho Colleoni, padre del famoso Bartolammeo, con trecento fanti e sessanta cavalli, passato il fiume si gettò addosso a Suisio, appartenente a Taddeo Poma, e lo strinse con impeto sì furioso, che di subito l’ebbe nelle mani, insieme colla moglie di Carabello Poma, e sette uomini e le loro rispettive consorti, che vi si erano ritirati sperando di trovarvi sicurezza.
Intanto che la soldataglia di Trezzo tornava dalle sue conquiste, si metteva in viaggio contro di essa un uomo stimato fra i più distinti condottieri di quel tempo. Facino Cane, al soldo del duca di Milano, credendo bene prima di assalire il castello di Trezzo, il travagliare alla spicciolata le bande, che ogni giorno ne uscivano, le assalì in varj luoghi della valle san Martino, indi il 28 ottobre 1405, occupata la riva di san Gervaso di fronte al castello di Pandolfo, e piantatavi una batteria si pose a tentare coll’assedio la fortezza. Nulla intimoriti i Guelfi dall’aspetto di tante armi e macchine di guerra osarono passar il fiume e venir alle mani cogli avversarj. L’esito era incerto, quando sopraggiunto al castello dalla banda milanese un corpo di ducali, guidati da Francesco Visconti, i Guelfi furono obbligati a ripassare il fiume e difendere più da vicino il loro castello. Se v’è coraggio al mondo fu quello degli assediati, che resistettero con tale costanza al maggior numero de’ nemici, che questi credettero di abbandonare per allora quell’ impresa da cui niun vantaggio potevano aspettare.
A mettere qualche rimedio a tante piaghe fu composta un’amnistia fra gli Arrigoni di Taleggio, i Suardi e i Ghibellini di Brambilla da una parte, ed i Rivola e i Bonghi di val san Martino, i Rota, i Locatelli di val d’lmagna; ed un’altra ne venne (a’ 5 settembre) stabilita fra Pietro Suardi, e i Guelfi di Brambilla, di Almenno, Sedriate, Valbreno, delle valli di san Martino e di Imagna(2).
Nè meno deplorabile era la condizione dei Brianzuoli. Pandolfo Malatesta con Giovanni da Vignate inoltratosi ostilmente sul territorio milanese minacciava dappertutto ruina. E tosto la pieve d’Incino, seplunca in ogni tempo receptatore d’ogni ribelle e contrario al suo segnore(3) sorse a parteggiare pel Malatesta. Ma il duca di Milano gli spedì tosto incontro quante forze di Ghibellini potè radunare sotto i cenni d’Estore Visconti, di Facino Cane e di Francesco Rusconi, il quale ultimo fu singolarmente funesto alle nostre terre infestando e saccheggiando la pieve d’Incino, e facendovi molti prigionieri della famiglia Parravicino, avversa al duca. Dopo ciò il Malatesta inseguito da Facino fu costretto ad uscire dalla Brianza.
Ma qual cuore fu il suo quando cacciatosi a fuga al castello di Trezzo, gli vennero serrate in faccia le porte dalla vigorosa potenza de’Colleoni, che vollero rimaner soli in quel nido sicuro, d’onde potevano a posta loro infestare vicini, assalir nemici e portar armi dove più loro quadrava? Stettero sul niego ad ogni intimata del repulso.
La ruina di Pandolfo poco giovava ai duchi di Milano, finché il castello di Trezzo durava nelle mani de’Colleoni. Per questo Facino assalitolo vigorosamente ne obbligò i castellani ad una capitolazione, ponendosi però fra i patti di essa che il castello dovesse rimanere in podestà di chi allora lo possedeva.
Il duca di Milano sdegnato per questo accordo spedì sollecitamente il suo generale Jacopo del Verme per rinnovare l’assedio, ma l’esito non rispose al suo desiderio; perocché le opere degli assediatori furono di notte abbruciate, ed essi respinti con un’improvvisa sortita. Nè a questo si rimasero i loro danni, poiché mentre i soldati di Jacopo del Verme ritiravansi verso Milano poco discosto da Vaprio, circondati dai Guelfi di Cassano, molti vi rimasero prigionieri, alcuni perdettero anche la vita.
Nè i fraterni umori erano nei soli nostri paesi, ma infierivano più che mai a Milano. Per questo alcuni Guelfi, o quelli almeno che chiamavansi tali, abbandonato il pericoloso soggiorno della città si mettevano sotto il patrocinio dei Colleoni, rifuggendo a mezzo; altri si gettavano sul bresciano, portando soccorso a Panciotto Malatesta. La potenza de’ Visconti sentia le debolezze della vecchiaja. I1 duca Giammaria, crudele non meno d’Ezzelino, ma ben lontano d’averne il coraggio e la conoscenza militare, serrato nel castello di Porta Giovia non ardiva mai presentarsi all’esercito, ed ogni incombenza affidava a generali mercenarj, mal fidandosi de’ suoi. Per suo comando, Galeazzo da Mantova conosciuto capitano, forte di cinque mila pedoni ed altrettanti cavalli; varcata l’Adda a Brivio, stabilì assalire il ponte di Trezzo dalla parte bergamasca. E già era arrivato a Medolago, cinque o sei miglia discosto dal luogo ove era diretto, quando, trovati i Guelfi, venne alle mani con essi. Sulle prime parve superiore, ma nell’ istante che Galeazzo levava alquanto d’in sugli occhi la visiera per confortare i suoi, colpito nella fronte da un dardo perdette la vita, e ciò fu il 1406. La qual morte fu cagione che il duca si sottoscrivesse il 27 settembre ad una tregua(4).
Durante questo tempo Pandolfo Malatesta colle armi assediò la Porta Giovia, e dopo aver obbligati i rinchiusi ad una capitolazione, si ritirò sul Bresciano, poi ardì di nuovo passar l’Adda al luogo di Brivio; entrò nella Brianza, occupò la valle di Rovagnate, uno dei punti più vigorosi fra noi per le molte fortezze ond’era guardata, ed ivi si trovò a fronte d’Estore Visconti e di Facino Cane.
Il giorno di Pasqua (7 aprile 1409) mentre i riti della chiesa comandavano pace in nome di quel Dio che compieva in quel giorno il mistero della Redenzione, s’incontrarono i due eserciti, e tutto il dì si fece macello. Però, quando l’oscurità della notte sospese le operazioni militari, per consenso d’entrambi gli eserciti, fu stabilito che al domani si ristasse dall’armi per adempire all’obbligo pasquale, così ben preparati come erano.
Ignoro se altri combattimenti per allora ivi succedessero, so bene che Facino Cane ed il medesimo Estore, pochi dì dopo assalirono i Guelfi che infestavano le vicinanze di Cantù, sostenuti da Carlo Visconti, a cui non mancava per essere gran generale che una causa migliore, ed altri che fermatisi nel campanile di Desio ogni dì faceano nuovi guasti e ruberie. Facino arse costoro nel loro campanile, indi conchiuse un accordo coi castellani di Trezzo, coi Guelfi di Cantù, con Bernabò Carcano ed obbligò Giovanni Carlo Visconti caporione de’ Guelfi ad umiliarsi in Monza ed a cedere le armi.
Facino Cane per mezzo di queste vittorie, ricompense e compere, aveva acquistato un ricco patrimonio di moltissime terre fra le quali si annoveravano la Valsassina, Cantù, Cassano, tutti i colli della Brianza, di cui morendo lasciò erede la moglie Beatrice di Tenda, conosciuta per le sue sventure, che divenne poi moglie del duca Filippo Ma

nia Visconti, ultimo di questa famiglia, il quale succedette al fratello Giammaria quando una mano di congiurati tolse questo crudele signore dal numero dei viventi nel 1476.
Non è del nostro assunto narrare la storia di questo assassinio onde ricorderemo solo come Giammaria recandosi a messa nella chiesa di san Gottardo alla corte ducale fu assalito dai giurati, ed a colpi di pugnale steso trafitto.
Questo duca morto assai giovine non avea lasciati figliuoli, onde si ruppero contese tra i discendenti di Bernabò e Filippo Maria, allora in età di vent’anni, fratello del duca defunto. Estore Visconti, figliuolo naturale di Bernabò e di Beltramola Grassi di Cantù si era, negli ultimi anni del duca defunto, impossessato di Monza e pare che ivi attendesse il destro di rendersi padrone del ducato. Difatti, appena morto Giammaria, fu mandato Bartolammeo Caccia, frate domenicano, a riconoscere Estore e Carlo Visconti per legittimi signori di Milano, ma durarono in questa dignità per solo un mese. Poiché Filippo Maria coll’ajuto de’ soldati stipendiarj di Facino poté finalmente obbligare Estore ad abbandonare la città, e rinchiusolo nel castello di Monza ve lo tenne assediato per qualche tempo, finchè Estore, ferito in una gamba da un colpo di spingarda, uscì subitamente di vita. Il suo cadavere si conserva tuttora intiero nella chiesa di san Giovanni di Monza, e vi si riconosce la rottura della coscia.