CAPITOLO XXVII

I CAPITANI DI VENTURA IN BRIANZA
DAL 1412 AL 1447.


Sigismondo, imperatore a Cantù - Lega contro Filippo Maria Visconti. - Francesco Carmagnola acquista Lecco. - I ponti di legno a Trezzo. I ponti distrutti. - Assedio del Castello di Trezzo. - Paolo Colleoni prigioniero. Secondo assedio di Lecco. - Tuzzano Rota signore della valle san Martino. - Rotta di Daniele Venturi a Lecco. - Ambrogio Botaro spogliato dai Valsassinesi. - Pace fra la signoria di Venezia e il duca di Milano. - Ponti costruiti a Brivio da Francesco Gonzaga. - I Veneziani passano l’Adda. - Assedio al castello di Brivio. - Altro assedio di Lecco. - Eusebio Crivelli capitano. - I Veneziani battuti dai Valsassinesi. - Bartolomeo Colleoni e Gattamelata difendono i Veneziani. - Ordini del duca Filippo Maria. - Escrescenza del Lario. - Provvedimenti.

Appena salito Filippo Maria Visconti nel 1412 al seggio ducale proseguì nelle persecuzioni contro i Guelfi e principalmente contro Giovanni Carlo Visconti, loro capo, che erasi di nuovo impossessato di Cantù. Impose a’ suoi soldati di tentare di fitta notte la scalata delle mura del borgo, sperando sorprendere Giovanni Carlo, ma quel colpo gli riuscì vano, poiché questi, avuto il tempo di fuggire, abbandonò la Lombardia, e recatosi in Germania dall’imperatore Sigismondo, col dipingergli a modo suo lo stato della repubblica di Milano, lo indusse a discendere in Italia. Abbandonato repentinamente Cantù dal Visconti e caduto nelle mani de’ducali, Filippo preparava una di quelle vendette da cui non repugnava l’umanità di quei tempi. Ma a sospenderla giunse un ordine di Sigismondo, ove dichiarava l’intenzione di richiamare a sè la decisione di quell’affare.L’imperatore esaminata la bisogna piegò l’animo del duca ad un armistizio giurato con solenne sacramento. Lo citò quindi ad un secondo abboccamento da tenersi in Cantù. Il dì stabilito convennero con molta festa in quella terra l’imperatore e il duca, ciascuna con pompa d’uomini agguerriti e messi il meglio in eleganza. Fra i più illustri che si trovavano ai soldi del duca e che erano presenti all’incontro de’ due principi, additavansi Francesco Carmagnola, Filippo Arcelli e Castellino Marcellino (1413 ottobre)(1).
In questo convegno si trattò dell’incoronazione di Sigismondo, che fu poco appresso solennizzata in Milano (1413)(2).
Avendo Filippo Maria Visconti stretta parentela col capitano Carmagnola, il quale avea cominciata la sua carriera militare sotto l’efficace scuola di Facino Cane, e si era già reso notissimo per molti fatti d’armi valorosamente sostenuti, destò gelosia nei signorotti vicini, onde molti di essi, fra i quali erano i più potenti Cabrino Fondulo di Cremona, Pandolfo Malatesta, Giovan Vignate e il marchese di Pescara, strinsero fra loro una lega contro il duca di Milano (1415).
Per quanto il bisogno di far testa ai progressi dei confederati incalzasse, pure al Carmagnola parve bene non intraprendere le difese se non dopo il verno, quell’anno rigidissimo, e intanto tener a bada coll’astuzia i nemici. Venne la prima sera del 1416. Il castello di Lecco guardato da Loterio Rusca a nome di Pandolfo fu il primo ad essere assalito e conquistato dal Carmagnola (16 aprile). Incoraggiato da sì prospero successo senza frammettere tempo portò questi le armi contro il castello di Trezzo, e lo circondò di macchine murali. Ma, avendovi trovata più resistenza che non avrebbe creduto, stimò dover per primo provvedimento impedire che i Colleoni potessero ricevere sussidj dagli uomini della valle di san Martino, e per questo ordinò che venissero tosto costruiti ponti di sopravvia all’Adda, raccomandati con grosse funi ad ambedue le rive, e ciò per poter passare ad agio dal territorio di Milano a quello di Venezia, ed opporsi alle truppe sussidiarie che fossero per comparire. Vedesti mai, lettor mio, dove l’Adda precipita rapidissima da Bnivio a Trezzo, qualche ardimentoso giovinetto, nel cuore della state, gettarsi tra le spume de’ fiotti: sparire per qualche tempo alla vista de’trepidanti spettatori ed emergere illeso a qualche distanza con applauso di tutti? Uno appunto di questi giovani intrepidi. Esercitatissimo al nuoto, si calava quando era più densa la notte nel fiume, e lottando contro la correntia del acqua spingevasi fino alle costruzioni de’ponti, ne recideva le corde, e lasciava il resto alla balia della corrente. Già due o tre volte aveva ripetuto questo tentativo coraggioso sempre con esito molto felice. quando finalmente trovò un compenso indegno di tanto coraggio. Il Carmagnola avvistosi dell’astuzia fece gettare alcune reti nel fiume e l’ardimentoso giovinetto vi fu trovato alla mattina impigliato ed annegato. Ci duole che la storia, vaga di tramandare la memoria d’uomini innesti all’umanità, taccia il nome di questo prode, meritevole di ricordanza. Per quanto il Carmagnola avesse fatto per interrompere agli assediati la comunicazione fra le due rive dell’Adda non avea mai potuto recluder ad essi ogni via. Pensò quindi, come il primo partito da farsi, di tagliare il ponte di mattone costruito da Bernabò, e quando ebbe ciò posto ad effetto, con grosse macchine e quattro mangani dell’altezza di undici cubiti, lavoro di maestro Bernardo da Provenza, meccanico molto distinto a quei tempi, si diede ad arietare le torri e le mura, e scagliare nella fortezza pietre del peso alcune di trenta libbre. Il Carmagnola vedendo che a malgrado di tutto ciò la rocca resisteva a tanti colpi, né ancora ridevagli speranza d’impadronirsene, credette opportuno di rivolgere le armi contro un fortino nominato il castel vecchio, fra il castello di san Gervasio ed il fiume, e in poco tempo lo ebbe nelle mani, facendo prigioniero lo stesso Phuo o Paolo Colleoni che lo difendeva (2 gennajo 1417).
Paolo caduto nelle mani del nemico e minacciato di forca, per aver salva la vita, s’impegnò a far che il castello di san Gervasio si arrendesse dietro onorevoli condizioni (il gennaio)(3).
Così il Carmagnola rendeva illustre il suo nome anche fra noi e lo recava poi al massimo grado di splendore all’assedio della fortezza di Lecco. Quantunque il borgo da una anno fosse caduto nelle mani del Visconti, pure la rocca durava ancora in potere della lega. Ma che non poteva la voce e l’esempio d’un capitano assennato e prode come Francesco Carmagnola? Non vi fu egli appena che i nemici dovettero cedergli il campo, e il valoroso comandante entrò nella rocca accolto coll’entusiasmo serbato sempre al vincitore. A contrastargli tante vittorie comparve inutilmente una mano di Veneziani sotto la scorta del generale Battista Campofregoso genovese al quale poco discosto da Lecco toccò una generale sconfitta. I Veneziani aveano ricuperata (25 settembre 1428) la valle di san Martino per opera di Tuzzano Rota, principale signore di essa e trovandola strema e desolata dalle guerre antecedenti, per ristorarla le concedettero l’esenzione per dieci anni dal pagare, secondo l’uso, cento ottantaquattro lire annuali, e da ogni altro carico ordinario e straordinario, concessioni che furono ampliate il 25 febbraio dell’anno seguente(4).
Ma desideroso il duca di Milano di averla ancora nelle mani la invase di soldati ducali, e in poco tempo la tornò in suo dominio, e non avendo potuto raggiungere Tuzzano Rota, che si era sottratto colla fuga, obbligò la sua famiglia (barbara legge durata anche in tempi a noi meno discosti) a contribuirgli 3000 scudi, condannando a morte in contumacia il fuggitivo(5).
Invanito Filippo Maria da sì prosperi successi, non contento del florido stato redato dagli avi volse le mire al possesso totale dell’Italia. Ma uno de’ gravi mali cagionati a sè stesso fu l’espulsione del Carmagnola, il quale solo avea a cuore il ben del duca di Milano. Filippo Maria combatté lungamente contro i cattivi consigli degli astuti suoi cortigiani, che voleano la ruina del Carmagnola, ma anche quella volta la malignità trionfò sull’innocenza! Poiché il Carmagnola ebbe colla fuga provveduto alla sua salvezza, il duca confiscò i suoi beni, dandoli a Carlo Malatesta, indi rimproverò fieramente gli abitanti di Mandello per aver lasciato passare dalla loro terra un Sanese famigliare di Francesco, ed ordinò loro che invigilassero ed arrestassero tutti quelli che avessero con costui qualche relazione, minacciando, in caso di disubbidienza, di farli distruggere sino alla terza e quarta generazione(6).
Appena lo Stato di Milano perdette il Carmagnola, si rinvigorirono le forze della lega formata a’ danni del duca nel 1421, e rinforzata di poderoso esercito veneziano, venuto sotto i cenni di Giorgio Cornaro, uomo esperto e vecchio militare, occupò la Valtellina e spedì prontamente Daniele Venturi ad investire i Milanesi. Costui, per mezzo delle scoscese strade della Valsassina, celato ai nemici, comparve d’improvviso addosso alla valle di san Martino, e riportò una vittoria contro l’armi ducali. Fu breve il trionfo, poiché venuto una seconda volta alle mani coi Milanesi, poco discosto da Lecco soffrì una grave sconfitta nella quale perdette molti uomini ed egli cadde prigioniero. Alla fama di questa rotta gli abitatori della Valsassina, che erano caduti nelle mani de’ Veneziani, si ribellarono e coi loro vicini di Bellano e Varenna si dichiarano in favore del duca di Milano. La fanteria veneziana che si trovava in quella valle fu tagliata a pezzi, ed Ambrogio Botano soprastante delle munizioni, mentre conduceva colà per ordine di Giorgio Cornaro trecentoventotto pesi di biscotto, venne dai valligiani spogliato peranco de’ vestimenti. Ciò avveniva nel dicembre dell’anno 1432(7).
Subito dopo per interposizione dell’imperatore e del papa fu conchiusa pace fra la signoria di Venezia e il duca di Milano, nella quale si convenne che la valle di San Martino ritornasse ai veneziani (maggio 1438) La pace fu, come tutte le altre, di breve durata. Nel 1437 si rinovò la guerra nella quale spiccò il valore del generale Piccinino, che in breve sottomise al dominio del duca quasi tutto il territorio bergamasco. Ai 28 di marzo dell’anno suddetto Giovanni Francesco Gonzaga, generale veneziano, venuto alla volta di Brivio fece costruire un ponte sull’Adda disegnato dai due ingegneri Bertolasio Moroni e Martino da Senna(8), e presto passò colle sue truppe sul territorio milanese. Ma appena ebbe traghettata buona parte de’suoi. sorpreso dai Milanesi, fu attaccata battaglia sul ponte di Brivio. Il combattimento pendeva indeciso, quando a dare il tratto alla bilancia in favore dei Milanesi vennero alcuni corpi di sussidio, che freschi e vigorosi gettatisi addosso ai soldati della lega molti ne uccisero, molti ne sommersero nell’Adda, per cui Francesco Gonzaga fu obbligato a prendere altro cammino(9).
Nulladimeno i Veneziani non istettero tranquilli e cercarono di passar l’Adda. Ma la cosa quanto facile ad immaginarsi,era altrettanto difficile ad eseguirsi, poiché Filippo Maria aveva fatto rinforzare tutti i ponti e i guadi, dando tale incarico a Luigi Sanseverino. Non cessarono però i Veneziani dai tentativi finché, colto un sito paludoso poco discosto da Cassano, sotto scorta di Michele Attendolo, passarono il fiume di notte tempo sopra alcuni tronchi di piante gettativi per quest’uso. Subito se n’accorsero i Milanesi, e il Campanella, uno degli ufficiali di Luigi Sanseverino, corse a far fronte ai soldati di san Marco, ma vista l’impossibilità di resistere dovette ritirarsi, e tutti i Milanesi, che erano sulla spiaggia del fiume, si diressero chi qua chi là in diverse castella. Era però difficile pei Veneziani movere direttamente contro Milano, perciò piegati sulla Martesana misero a sperpero le terre, e gettarono per tutto desolazione e terrore. Vedendo quindi l’utile che ritrarrebbero dall’avere pelle mani la fortezza di Cassano con bombarde per molti giorni la travagliarono, ed avutala finalmente, rinforzarono il borgo e la rocca con un robusto presidio; costrussero sull’Adda un ponte di legno, e riparati in essa, non cessavano ogni giorno di devastare le terre ancora in potere dei Milanesi(10).
Alla primavera dell’anno seguente si impadronirono di Trezzo, e piantarono quindi le macchine d’assedio contro il castello di Brivio, ove erano accolti Francesco Piccinino, Carlo Gonzaga, Luigi del Verme ed ottomila tra fanti e cavalieri. Non era quel luogo bastevolmente rinforzato contro gli assalti di tanta soldatesca, nulladimeno gli assediati fecero le più splendide prove di coraggio e di valore, e non cedettero se non quando i nemici erano già entrati nella fortezza, anzi, venuti nell’interno medesimo di essa ad una mischia accanita, fecero costare caro ai vincitori il loro trionfo. Questa resa avvenne il 18 del mese di giugno 1446, e fu stabilito nei patti di essa che i Milanesi avrebbero salva la vita. La sventura però non avea fiaccato l’animo dei vinti i quali si preparavano a ricuperare domani quanto oggi aveano perduto. Lo seppero i Veneziani, e senza ritardo, mossi incontro di loro, li scontrarono poco discosti da Brivio, ed impegnarono con essi un nuovo combattimento, dal quale i Veneziani uscirono superiori. La fortuna era sì amica di questi, che ai 20 del mese stesso giunsero ad impadronirsi di tutta la pieve d’Incino. sgombrando così di Milanesi tutta la parte settentrionale della Brianza.Le genti del duca, che si erano salvate, si acquartierarono fra Milano, Monza e Trezzo, e intanto i vincitori stavano accampati sotto Cassano che era ritornato in mano de’ ducali, e che dopo breve resistenza si arrese; e appena avutolo nelle mani, costruirono un ponte stabile sull’Adda(11) e tutti si diedero a rendere inespugnabile quella terra, irrigandola nell’intorno d’una fossa, e cingendola d’un terrapieno(12).
Né stettero paghi a fortificare Cassano, poiché tentarono una scorreria sopra Milano. Ma, dopo aver fatte alcune rappresaglie e sessanta prigionieri, ritornarono indietro con bestiame, biade ed arme guadagnate. Prima però di rientrare nel loro accampamento in Cassano volevano attaccare i ducali, che si trovavano a Monza, ma non avendo potuto venir con essi alle mani, nel ritorno a Cassano saccheggiarono Vimercato, Melzo ed altre terre(13).
La condiziona del duca di Milano si rendeva ogni dì più infelice, e tutte le spedizioni che intraprendeva gli riuscivano a male. Luigi Sanseverino mandato ad assalire un castello sulla sinistra dell’Adda con alcuni cavalli fu fatto prigioniero dai Veneti uscì di Cassano(14); s’avvicinavano sempre più i Veneziani, ma il duca istupidito non pensava a far preparativi di resistenza. ed unicamente si determinò a mandar delle truppe in Brianza, avvisato che i nemici si dirigevano verso quella terra. Trovavasi allora lo Sforza in Romagna, perciò Nicolò Guarcia mettendolo di giorno in giorno al chiaro degli avvenimenti del campo. il 19 giugno gli scriveva da Cassano…
El campo de l’inimici essendosi levato da qui pressa Milano mercordì 14 del presente ando presso a Melzo poi se volto verso Breuio (Brivio) et lo monte di Brianza et stati a. Breuio fino qui non e intrato in quello Monte ne ha havuto altra fortezza per quanto senta. Il conte Aluyso (Sanseverino) heri andò de la cum la compagnia soa utile et cum alcune fanterie et anche gli debbe essere andato Messer Carlo (Malatesta) cum alcuni pochi de li soy. Dubitase asai non si perda Breuio, et quello paese e che l’inimici non facciano li uno ponte sopra Adda perchè poi et de molte altre cose et de Como se farla poco conto. Queste altre genti del signore sonno a Marignano et per lo paese dintorno et pare siano gente assai utile per quelle che sonno ma male in ordine de danari ecc.(15).
I Veneti resero inutili i provvedimenti del duca e in pochi giorni una dopo l’altra acquistarono quasi tutte le terre di Brianza. Mancava però al compimento di questa vittoria di avere in mano anche il borgo di Lecco, luogo già sin d’allora assai importante e presidiato da molte guarnigioni ducali. Onde sull’alba del 24 giugno 1447 uscirono i vincitori dal borgo d’Oggiono e qualche ora appresso furono al ponte di Lecco…
“quale avea una bellissima rôcca”(16) che trovarono fortemente guardato. Tre giorni consecutivi durò il combattimento feroce d’ambedue le parti(17), ma finalmente i ducali superati e dal numero e dal vigor dei nemici, dovettero arrendersi a discrezione restando molti dei difensori come prigionieri di guerra. All’ultimo dello stesso giugno si intraprese l’assedio del borgo dove era capitano Eusebio Crivelli, uomo consumato nel mestiere dell’armi, che giovò immensamente alla patria sostenendola fino a tanto che nuove vicende la dovessero render libera dagli invasori. Mentre i Veneziani campeggiavano il borgo di Lecco dalla parte di terra, mandarono alcuni di loro a depredare la Valsassina, i quali per metter tutto a guasto…
“si arrampicarono su per luoghi inacessibili. perfino agli uccelli”,
come dice Cristoforo da Soldo. É impossibile presentare un’idea de’ danni, dell’uccisione degli uomini che recarono su quelle grame terre, come pure sui campi di Bellano e di Varenna, ai quali discesero dopo devastata la Valsassina. Giunti a Varenna, vedendo che l’assedio di Lecco procedeva sempre indeciso, pensarono di mettere assieme alcune navi, delle quali le due più grosse erano state trasportate dal lago di Garda. e dieci somministrate dal Malacrida, signore di Musso. Rinforzati da questi sussidj calarono i Venaziani d’improvviso addosso al borgo dalla parte del lago, e così impedirono ai Lecchesi ogni via di ricevere soccorsi o di mettersi in salvo quando avessero toccata la peggio; se non che gli assediati, fatti ardimentosi dalla necessità, si argomentarono ad un tentativo dal quale ebbero la loro salvezza. Benché il giorno 9 di giugno 1447 avessero tentata un improvvisa sortita con cattive conseguenze, pure il 26 del luglio seguente si avventurarono ad una seconda, nella quale il valore degli assediati pose un freno alla confidente baldanza degli assalitori. Poco appresso i robusti montanari della Valsassina, stanchi delle tante scorrerie ond’erano travagliati, ascesero sulle loro vette e dall’alto scagliando pietre ed altri ordigni sopra i Veneziani, gettarono fra di loro lo scompiglio e li obbligarono a fuga repentina. I fuggiaschi, dopo aver veduti molti di loro vittima del risentimento dei montanari, si gettarono sopra Cantù, donde dopo breve soggiorno ritrocessero e ripassarono I’Adda. Ma recò loro meno sensibile la sconfitta Bartolomeo Colleoni con Gattamelata, che difesero finché poterono gli stendardi di san Marco, e per lunga e rnalagevole strada condussero i Veneziani in salvo dal furore nemico. Non rimasero però assai di tempo lontani, perocchè ricomparvero appena ebbero intesa la morte di Filippo Maria Visconti, e posero anche essi in campo delle pretensioni, come altre potenze, sugli stati appartenenti a questo principe morto senza prole. Di Filippo Maria abbiamo in data del 1425 un decreto diretto al capitano di Martesana nel quale gli impone di metter un freno alle estorsioni e cattiverie dei notaj dei maleficj(18); una lettera del 1425 esistente nell’archivio di san Fedele diretta al castellano di Trezzo risguardante Beltrando degli Adelusj, armigero fiorentino fatto prigioniero nella guerra contro Firenze (1425), nella quale ordina di trattarlo col massimo rigore, e di fargli sapere che ove non fosse gravemente ammalato lo avrebbe fatto rinchiudere nei forni di Monza, e tutto questo per avere i Fiorentini mal trattate le genti del duca(19).
La continuazione delle guerre accrebbe le imposte, i dazj e le gabelle, onde nel 1432 venne raddoppiato il carico de’ fuocolari, mediante un’ imposizione esorbitante. Si ricercarono dei nocchieri, e Como ne mandò ben cento in più riprese a Lecco(20). Si impose di nuovo a’ Comaschi di fabbricar altre navi forti, di caricare munizioni ed altri guerreschi apparati, e di fabbricar barbotte, gatti, brigantini, e d’inviarle a Lecco contro le minaccie del terribile Leone di san Marco(21).
Nel 1432 avvenne una straordinaria escrescenza del Lario, che inondò tutte le terre littorali. A prevenir il ducato da simili calamità Filippo Maria interpellò i deputati di Lecco, Mandello, Bellano, perchè indicassero il modo con cui potersi prevenire in avanti. A tale effetto si fecero molti lavori, e si aggiunse una nuova arcata al ponte di Lecco per aprir un più largo corso alle acque. Le spese di quest’opera furono fatte metà dal duca, metà dalla città di Como e le terre litorali(22).
A riparo d’ulteriori inondazione il 2 maggio del 1434 ordinò lo stesso duca l’estirpazione delle gueglie(23) (attrezzi pescherecci), che ostruggono l’Adda tra Olginate e Brivio e che sagrificano il privato interesse alla pubblica utilità(24).

Ma poiché, come ognuno sa, sempre:

Gridan le leggi è vero
E Temi bieco guata,
Ma sol di sè pensiero
Ha l’inerzia privata.
(PARINI.)

il castellano di Lecco piantò nuove peschiere presso il ponte, e cinque anni dopo una seconda e terribile innondazione ne fu l’immancabile conseguenza. Dopo il male si fanno i rimedi! Raccolti di nuovo in Como il 27 agosto 1440 i deputati delle pievi comasche e delle terre di Bellano, Mandello. Vassena, Olcio, si incaricarono di far visita al ponte di Lecco gli ingegneri Pietro Bregia e Pietro Castello coll’intervento del podestà, del referendario e di tre delegati dell’ufficio di provvisione, e si stabilì di rinnovare gli scavi della ghiaja presso il suddetto ponte sottomottendosi, intorno al modo di eseguirlo, al giudizio dell’ingegnere Pizzoleone celebre a’ suoi dì. Allora i Comaschi a loro spese aggiunsero un altro arco al ponte costruito da Azzone Visconti, e ottennero dal duca che fossero di nuovo proibiti gli edifizi pescherecci tanto sotto, quanto sopra il ponte di Lecco(25).
Ma anche questa volta pare non sortisse effetto il divieto, perocchè lo vedo rinovato nel 1515 sotto il dominio dei duca Massimiliano Sforza(26).
I Comaschi onde prevenire alle soverchie innondazioni ed escrescenze del lago sostennero una lunga lite col luogo Pio di Santa Corona, colle monache di Castello, coi signori Gualtieri, Carlo e Giuseppe Monti, Carlo Francesco Longo, Barone Giuseppe Cattaneo, Giacomo Gazzaro, Gerosa Vimercati, coi Padri Somaschi e molti altri compadroni degli edificj chiamati Gueglie e Legnari, volendo che questi fossero distrutti, e dopo visite di due ingegneri camerali Bernardo Rohccco ed Andrea Bigatti e due visite del questore Ortensio Cantore col notajo Giorgio Ottolini ottennero alla fine i Comaschi sentenza magistrale del 10 aprile 1674 perchè le gueglie e i legnari fossero estirpati o mutati di sito, tanto sopra che sotto il ponte di Lecco fino ad Olginate. I padroni delle gueglie si appellarono dalla sentenza magistrale al senato eccellentissimo, e questo decise ai 31 maggio 1674 che dovesse levarsi la quarta o terza parte delle gueglie finché uscisse un nuovo decreto senatorio. Ai 5 giugno il senato confermò interamente questa sentenza ed ai 29 giugno 1674 fu eseguita l’estirpazione delle dette gueglie coll’intervento dei delegati della città di Como e dei due ingegneri camerali Bernardo Robecco ed Andrea Bigatti, del relatore di Como, dell’attuario e di truppa. Furono poi fatte nuove escavazioni e dilatamenti dell’alveo 31 agosto 1676 ma con poco vantaggio poiché nel 1680 avvenne una nuova e formidabile innondazione della città di Corno, onde i Comaschi richiesero di nuovo la distruzione degli altri legnari, per cui il senato con sentenza del 7 settembre 1684 ordinò al magnifico senatore don Cesare Visconti, che coll’ingegnere Benedetto Quartini facesse levare le gueglie ed ogni altro impedimento dell’arco principale del ponte di Lecco, fino al luogo d’Olginate, in quella quantità che bastasse perché il fiume potesse avere libero corso il provvedimento non bastò, quindi nel 1754 si mosse a1l’estirpazione di due altre gueglie e di tutte le bartavellate al Lavello e di tre altre gueglie e legnani a Pescarenico, ed altri legnani ed altre guegliole di sopra al ponte di Lecco sopravvanzate all’estirpazione del 1685 e due altre gueglie nel lago di Brivio.