CAPITOLO XXVIII

FRANCESCO SFORZA IN BRIANZA
DAL 1447 AL 1450.


Pretendenti alla successione del ducato di Milano. Il Conte Francesco Sforza.-Ruina delle mura di Cantù e di Vimercato. - Melzo si arrende. Giovanni Sforza occupa i ponti di Brivio e di Trezzo. - Gli appostati al ponte di Trezzo. -Innocenzo Cotta svela al Conte i progetti dei Veneziani. - Il campo dello Sforza. - I monti San Genesio e della Rôcca. - Giovanni Sforza battuto. - Combattimenti sul San Genesio, a Brivio. - Nicolò Parravicino capitano dei Milanesi, a Casate Vecchio. - Casate abbattuto dagli Sforzeschi. - Famiglie della Brianza che sostengono la causa degli Sforzeschi. - Stratagemma del Conte Francesco. - Bartolameo Colleoni. - Astuzia di Nicolò Piccinino per ruinar lo Sforza. - Questi si salva. - Autorità di Francesco Sforza sul cuore dei nemici. - Giovanni Sforza respinto da Asso. - Il Ventimiglia tradisce il Conte Francesco. - Nicolò Piccinino fa appiccare a Bosisio Luchino Palmieri. - I Milanesi si arrendono a Francesco per consiglio di Gasparino da Vimercato.

Non aveva lasciato l’ultimo duca Visconti che un’unica figliuola naturale di nome Bianca Maria, la quale ancor vivente il padre era stata data sposa a Francesco Sforza, uomo senza gloria d’antichità, né retaggio di ricchezze, ma illustre di meriti propri. Per questo matrimonio il capitano Sforza pretendeva alla successione de’ beni del suo suocero e si preparava con mezzi vigorosi ad acquistarli. Ma i Milanesi stanchi delle dominazioni e timorosi di nuovi mali, pensando a far qualche cosa da sè per conservare la loro indipendenza. gridarono libertà. Fecero a brani il testamento di Filippo Maria in cui dichiarava erede Francesco Sforza e si accontentarono di nominarlo loro capitano perché si sostenesse contro gli altri pretendenti del ducato milanese (1447), fra i quali erano i meglio potenti Carlo duca d’Orleans, figliuolo dl Valentina nata da Giovanni Galeazzo e i Veneziani. Prese Francesco le redini del governo entrando al possesso di Pavia, Tortona, Vigevano, Mortasa, poi con violenza ebbe nelle mani Piacenza e Cremona, le quali erano la dote di Bianca Maria Visconti sua sposa, invano contrastandolo i Veneziani. Venuto quindi a Cassano e trovando diligentemente custodito da questi, col soccorso di Astorre da Faenza, dopo dieci giorni di combattimento ebbe la rocca e la terra nelle mani, salva la vita e la libertà del castellano.
Come giunse a Melzo, ove era un presidio di Veneziani, la notizia di questa vittoria, le donne di questa terra, essendo i loro mariti arrestati, dato di mano alle armi, espulsero la guarnigione veneziana che rifuggissi a Lodi(1).
Ma mentre le virtù del conte Francesco gli guadagnavano gli animi di molti Milanesi, le sue vittorie lo rendevano ad altri odioso, onde in Milano i viva a Francesco! erano alternati cogli urli di chi gridava per le vie essere miglior partito darsi nelle mani del diavolo, che non del paesano di Cotignola. Ma gli ostacoli rinvigorivano sempre più nell’animo del conquistatore il desiderio d’ottenere gli stati del suocero, onde con un trattato secreto convenne coi Veneziani di ceder loro Bergamo, Brescia, Crema, la Geradadda, da Pandino in fuori, e di guarentire a lui tutte le terre che appartenevano a Filippo Maria, per ottenere le quali i Veneziani dovevano fornirlo di quattromila cavalli, duemila fanti e tredicimila forni d’oro ogni mese, fino alla presa della città.
I Veneziani l’accolsero come la mano del cielo e gli prepararono i mezzi con cui potè accostarsi ostilmente a quella città che sdegnava riceverlo come amico. Dopo un assedio, la cui narrazione fatta dagli storici di quel tempo commove alle lagrime, vedendo di non poter dar corpo a’ suoi disegni d’impadronirsi della capitale, volle sottomettere il ducato. E prima di tutto diede l’assalto a Cantù che dopo avere resistito tre giorni, fu interamente ruinato e spiantate le sue mura a colpi di bombarda. Intimorita da sì efficace esempio, la Brianza stimò bene di cedere amichevolmente, dichiarandosi per mezzo di legati, pronta a combattere in suo favore. Lecco, Melzo e Vimercato mostrarono però diversa opinione e stettero fermi nella divozione ai Milanesi (1448). Ma a loro mal costo; Vimercato fu in gran parte distrutto dalle fiamme; quei di Melzo, sgomentati dall’esempio dei loro vicini, uscirono in atto supplichevole e fecero al capitano la cessione della loro patria, presentandogli le chiavi delle porte del paese.
Tante vittorie avvicinavano lo Sforza alla città, allettato dalla lusinghiera speranza della dominazione. Ma che cuore fu il suo quando intese che i Veneziani ingelositi della sua potenza avevano stretta pace coi Milanesi? Francesco pregò, scongiurò, tutto invano; la gelosia distruggeva l’effetto delle sue vittorie e le lusinghe di nuove conquiste. Che fa allora l’audace capitano? Ricorre ad uno de’ più immaginosi progetti a cui umano ardire potesse sollevarsi, e poiché non può essere amico di niuno de’ due popoli, dichiararsi aperto nemico d’entrambi, e stabilisce far guerra ad un tempo coi Veneziani e coi Milanesi.
E prima cura fu di tagliare ogni via di comunicazione e di vincendevole soccorso fra le due potenze a lui contrarie, onde spediti alcuni de’ suoi nei monti di Brianza, commessi alla cura di suo fratello Giovanni, ordinò loro che tenessero ben guardato il Ponte ligneo di Brivio contro i Veneziani che occupavano la Val San Martino. Quindi pensò a conquistare l’altro passo di Trezzo, ove un ponte di barche agevolava il tragitto dell’Adda. Erano allora castellani di quella rôcca i fratelli Bonifazio, Ricardo, Roberto ed Isopino Villani. Questi, lusingati dai donativi promessi loro da Giovanni Stefano e Goffredino Marliani e da Roberto Sanseverino a nome dello Sforza, promisero di tener chiuso il passo del fiume ai Veneziani e ai Milanesi finché durerebbero le ostilità (1449).
In questo mezzo Fermo Landriani, che custodiva la rôcchetta minore attigua al ponte di Trezzo, mandò segretamente una lettera consegnandola al conte, e nel medesimo tempo gli fece sapere che Sigismondo Malatesta, Bartolameo Colleoni, Cristoforo da Tolentino, Tiberio Brandolino, Giacomo Castellano con commissarj veneziani e milanesi venivano ogni notte alla cheta in quel forte per mirare i ponti che si stavano costruendo in sull’Adda; onde quando avesse voluto averli nelle mani stesse avvisato. AI conte nulla parve meglio. Mandati cento fanti, alla testa dei quali erano Marco Leone e Giovanni Granli suo staffiere, si celarono di notte nel fortino.
Gli aspettati non tardarono a comparire, ma fosse caso, fosse un amichevole avviso tutti rimasero fuori della rôcca tranne Innocenzo Cotta, uno de’ commissarj milanesi che sgraziatamente avrebbe dovuto pagarla per tutti. Ma tratto al cospetto dei conte lo fece inteso come i Veneziani aveano stabilito di concentrare tutte le loro forze insieme e, fatto generale in capo Sigismondo Malatesta, forzare il presidio del ponte di Brivio.
Francesco chiarito del disegno de’ nemici da Cassano ove allora si trovava, precipitò alla volta di Brivio e fece alto sul monte di Calco un miglio e mezzo circa discosto dal ponte sull’Adda. Ma innanzi progredire colla narrazione degli avvenimenti giova cercar la descrizione di quei luoghi teatro delle tante guerre che portarono al trono il conte Francesco per una via di sangue.
“Il monte san Genesio chiamato così dalla chiesa ivi posta e dedicata al martire di questo nome s’ erge all’estremità settentrionale della Brianza e più presto che monte lo diresti cocuzzolo d’una giogaja; poiché i nostri colli, dal Montebaro in fuori, quasi tutto aspro ed incolto, si dilatano insensibilmente alle falde, quindi sorgono, e di nuovo si allargano, finché cominciano ad elevare il dorso fertile e vestito di piante in ogni guisa. Poi dal dorso medesimo si elevano altri monti nominati dai vicini, come insegnarono loro o gli antichi abitatori o la situazione o la natura del colle o gli avanzi d’antichi edifizj. Vicino al Montebaro ispido pe’ suoi massi, vedi il Batavo forse così chiamato da’ suoi primi cultori, al quale succede il nudo culmine Aperto, che s’innalza sopra immense selve, dal quale per vari andirivieni riesci sul san Genesio, monte del pari che l’Aperto brullo e spaziato. Questa altura risponde dalla parte orientale sull’Adda, e volgesi a tramontana verso la Brianza. Le falde convergono a mezzodì. Da questa medesima parte dei monti di Brianza staccasi un altro ramo, quasi di fronte al quale sorge il monte di calco, ed il monte Vecchio, celebre pei suoi vini”.
Fin qui Ripamonti nella storia ecclesiastica di Milano.
Ora procediamo noi nella descrizione. A nordovest di Brivio corre una catena di colline di mezzana elevatezza, fra l’Adda e l’angusta valle di Gherghentino. Il vertice più meridionale di questa catena, che chiamasi la rôcca, doveva essere una valida fortificazione contro i Veneziani, la cui repubblica non era disgiunta dal nostro ducato che peI fiume Adda. Sorgeva su questa rôcca anticamente una chiesetta votata a san Michele, la quale riabbellita fu dedicata alla nostra Signora. Oggi è luogo di pellegrinaggio, ed ogni anno il lunedì dell’Angelo vi si festeggia una frequentissima sagra. E’ bello a vedere in quel giorno la tortuosa via del monte fiancheggiata dalle quindici cappelle dei misteri della passione, brulicare d’ogni specie di persone affaccendate in andare e venire; sul vertice un numero di baracche, baracchette, tavolati, tettoje e botteghe a vento nelle quali si vendono commestibili ed acquavite: il bagattelliere col suo castello dei fantocci e il tornitore della Val Camonica colla sua mercanzia sparsa per terra, fanno arrestare di preferenza i fanciulletti. La turba de’ devoti, dopo aver fatto risuonare il tempio de’ canti divini, dopo terminati i vespri a crocchio a crocchio si sparge pe’ vigneti, onde è vestito il pendio della collina, a rallegrarsi di liete merende. Indi al cadere del giorno saluta quell’altura per non rivederla più, che ad un altr’anno, e discende per la china fra un indistinto suono di zuffoli, di canti e di zampogne.
Ma ritorniamo, che è tempo, alla storia. Francesco Sforza lasciato un presidio de’ suoi sul monte di Calco e nel castello di Brivio condusse il resto ad occupare la rôcca di cui abbiamo pur ora parlato, chiudendo così da ogni parte i Veneziani, che guidati dal capitano Sant’Angelo aveano occupato il monte di san Genesio intercettando ai Milanesi ogni via di comunicazione con essi. Ma poco appresso ebbe il dolore di intendere che i Veneziani erano venuti alle mani coi soldati di Giovanni Sforza suo fratello, e li aveano parte fatti prigionieri e parte fugati. Un uomo di minor valore di Francesco sarebbe a tale notizia caduto di speranza, ma il nostro generale, reso più audace negli ostacoli e ne’ pericoli, conobbe che le lagnanze erano inutili dopo il fatto, che faceva d’uopo di subito rimedio, e che quando non si potesse ottenere la vittoria, il miglior partito era morire da forte. Raccoglie i suoi, tiene una vigorosa orazione, quindi comanda a Roberto Sanseverino e ad Onofrio Rufaldo da Siena, che con sei squadre d’uomini tentino l’ascesa del monte.
Avendo saputo intanto che de’ Veneziani alcuni aveano già passato l’Adda, mandò subitamente uomini a piedi ed a cavallo per impedire il passo del fiume e con questo subito ostacolo obbligò quegli che lo aveano già superato a ritornare senza ritardo alla terra bergamasca.
I Veneziani che stavano sul san Genesio, intimoriti all’appressar de’nemici, si concentrarono intorno alla chiesa, che sorge in luogo di sua natura altissimo alla difesa, e di là si diedero per due ore continue a gittar addosso ai nemici pietre ed ogni guisa di materia, tanto che li obbligarono, per quanto valorosi, a ristare da un tentativo più presto audace che coraggioso, ed a star paghi per allora a guardar le falde del monte.
Intanto che queste cose succedevano sul san Genesio, la guarnigione di Brivio era venuta ad un accanito combattimento con altre soldatesche della repubblica veneziana, ed anche da questo fatto gli Sforzeschi erano usciti inferiori.
Né meno de’Veneziani trionfavano i Milanesi, de’ quali alcuni guidati da Nicolò Piccinino eran giunti ad occupare Casale Vecchio, ed altri sotto la scorta di Ruggiero del Gallo si erano rinforzati sul Monte Vecchio. Saputasi una tale notizia nel campo degli Sforzeschi, il Ventimiglia consigliò a Francesco di rimanere fermo ai suo posto, incaricandosi egli di procedere contro il Piccinino. Una tale proposizione parve meglio prudente che utile al conte Francesco, stimando nulla più nocivo che il dividere le forze in un momento in cui la sola unione poteva resistere all’impeto degli avversari. Propostasi invece una sorpresa sopra il Piccinino, venuta la notte, lasciò accesi nel campo de’ fuochi per ingannare i nemici, indi comandò che tutti ordinati tacitamente si ponessero in cammino.
All’alba del dì appresso lo Sforza trovavasi in faccia a Casale, si gettava d’improvviso addosso agli impreparati nemici, metteva a fuoco il paese, molti pigIiava ed uccideva, e tutta quella terra abbandonava da saccheggiare a’ suoi soldati. Il Piccinino colle reliquie della sua soldatesca si pose in salvo entro le mura di Monza.
I Veneziani stanziati nella valle di san Martino, che stavano alla vedetta, appena s’accorsero che la destra riva dell’Adda era abbandonata dagli Sforzeschi, sperando che fossero stati costretti a ritirarsi per ordine di Sigismondo Malatesta loro generale baldanzosi passarono il fiume. Ma il soggiorno sulla terra milanese fu di pochissime ore poiché intesa la disfatta del Piccinino e il ritorno di Francesco Sforza alla sua primitiva posizione, stimarono prudenza non aspettarlo in quel luogo.
Le cose di Francesco in Brianza forse potevano correre lungamente indecise, se alcune principali nostre famiglie, armati i loro contadini, non fossero accorse a sostenerlo. Queste famiglie erano i d’Adda d’Olginate. i Nava di Barzanò i Riva di Galbiate, gli Isacchi di Barzago tutti, stanchi delle molestie patite per le scorrerie de’ Veneziani ritirati sul monte di san Genesio, e dei molto maggiori danni che temevano pei Veneziani aquartierati nella valle di san Martino, i quali, costruito un ponte di barche presso Olginate, potevano a lor belI’agio venire a bezzicarli.
Approfittò subitamente il conte Francesco delle offerte di questi signori, e posto a capo dei loro uomini d’arme il conte Sanseverino, impose loro che guardassero il Montebaro, per far testa ai nemici della valle san Martino, indossandosi egli la cura di liberare il san Genesio. Né la cosa era difficile. Sommavano i Veneziani a quattro mila, penuriavano i cibi, perché quante vettovaglie spediva il Malatesta, tante cadevano nelle mani degli Sforzeschi; pativano rigidissimo freddo. Francesco prevedendo che breve sarebbe stata la resistenza, occupata la rôcca d’Annone e l’altura di Calco, strinse il monte di guisa che i Veneziani dovettero cedere a patti, e pel ponte d’Olginate ritirarsi sul loro territorio. Tutto ciò avveniva nel dicembre dell’anno di nostra salutare incarnazione 1449.
Questo trionfo di Francesco atterrì i suoi avversari, onde Ruggiero del Gallo, generale milanese, passò dalla parte del conte, che lo ricevette colmandolo di donativi, affidandogli onorevoli incombenze, e per soprassello di astuzia rimandò liberi tutti i prigionieri milanesi caduti in sua mano, dopo aver dato loro un ducato per testa. Con tale stratagemma guadagnato l’animo di assai che prima gli erano capitati nemici, poco dopo ebbe in sue mani tutta la Brianza per opera di quelle famiglie nostre, che abbiamo di sopra nominate.
Ma come potea lo Sforza sperare un tranquillo possesso delle nostre terre finché a’ Veneziani fosse aperto l’adito dal loro al nostro territorio per mezzo del ponte di Brivio? Pensando quindi a togliere anche questo impedimento occupò il monte della Rôcca, di cui abbiamo data dianzi la descrizione e piantate su di essa cinque bastie(2) le cinse di fosse e di steccato. Ma perché i Veneziani cercavano di sturbare tali operazioni, era obbligato a nomi cessar mai dal combattere contro di essi e in questi scontri perdette alcuni de’ suoi e gli toccò la sventura di vedere il Sanseverino ferito fortemente in un braccio da un colpo di verretone. Il danno dello Sforza fu largamente ricompensato dai nemici che perdettero molti de’ loro fra i quali il valente Jacopo Castellano, ucciso da una serpentina.
I Milanesi, benché vedessero andar tutto alla peggio, fermi ancora nel proposito di resistere al conte, affidarono a Bartolameo Colleoni da Bergamo alcuni uomini con cui per la via della valle di san Martino si recò in Valsassina, occupata allora da’ Veneziani, indi gettatosi sulle terre di Bellano, Mandello ed alcune altre, dopo avervi fatto ogni rappresaglia si ritirò a Como che apparteneva ai Milanesi, Ma avendo anche da questa spedizione i Milanesi ritratto pochissimo vantaggio, stimarono miglior partito ricorrere a qualche stratagemma, perché quella forza che non potea esser vinta dal valore, fosse almeno vittima dell’inganno. Che fecero essi? mandarono significando al conte Francesco, che trovandosi molti Milanesi a Como per congiungersi con alcuni Veneziani, i quali per la Valassina erano discesi in quelle parti, avevano per consiglio del Piccinino stabilito di darsi nelle mani del conte, quando egli fosse tanto cortese di benignamente accettarli.
Lo Sforza più capace d’essere tradito che di tradire, fu ad un pelo di rimaner vittima di questa sottile astuzia; giacché stanco della guerra prestò facile credenza alle fallaci promesse, e lieto oltremodo s’incamminò alla volta di Como, conducendo seco anche il Ventimiglia che comandava la guarnigione di Cantù. Trova difatti i Milanesi, fra i quali e i suoi soldati succede un ricambio di baci, di amplessi, di carezze; ma i Milanesi gittata la maschera impugnano la spada, e menano strage fra gli Sforzeschi, che sarebbero andati in ruina quando non fossero stati retti da Francesco Sforza, il quale li sottrasse valorosamente all’ira de’ traditori.
I Veneziani che erano calati dalla Vallassina corsero ancora per qualche tempo le nostre contrade colla baldanza del vincitore; ed occupando altresì alcune fortezze lungo la spiaggia destra dell’Adda e rimettendo il ponte d’Olginate minacciavano di ritornar vigorosi.
Lo Sforza, perdute le posizioni vantaggiose, conservò immutabile il coraggio, ed ordinato a suo fratello Giovanni di occupare la pieve d’Incino e di tenerne lontano Bartolameo Colleoni, s’affrettò a mettere uomini sul promontorio di Bellagio e sul Montebaro. I Veneziani che stavano ai piedi di questo monte lungo la spiaggia dell’Adda, viste le fortificazioni dello Sforza costruite sull’altura, ignorando che il conte si trovava tra quelle, di notte tempo guadagnarono l’erta e sorpresero gli Sforzeschi. In quel primo assalto il vantaggio fu de’ Veneziani, ma tosto mutò aspetto la fortuna, poiché avendo lo Sforza gridato a suoi: “coraggio soldati io sono tra voi!”, gettò tanto spavento nel cuore degli assalitori, che alcuni di essi, raggiunta già la sommità delle fortificazioni, si lasciarono, sopraffatti dalla paura, cadere nel fossato. Tanto vale l’autorità di un capitano! e tanto più apparve quella dello Sforza, quando in uno di questi combattimenti per soverchia arditezza caduto nelle mani de’ nemici fu non solo salvo d’ogni ingiuria, ma ricevette da essi la libertà e segni di cordiale riverenza.
La gioja di questa vittoria fu subito amareggiata dalla fama divulgatasi che i Vallassinesi si erano ribellati contro lo Sforza ed avevano cacciato da Asso il suo fratello Giovanni. Intendere questa novella e spedire Carlo Gonzaga ad Erba per impedire che la scossa della rivolta si propagasse anche per la Brianza, fu un istante medesimo. Il Gonzaga rispose fedelmente alle commissioni, e la ribellione tosto venne compressa. Ma tanti mesi di interrotta ostilità aveano rese così grame le povere terre della Brianza che gli Sforzeschi più non avevano cibo né per sé, né pei loro cavalli; i soldati stanchi di combattere, tumultuavano, non prevedendo il termine di così lunghe contese. Pensando quindi che gli tornerebbe assai utile trar in suo potere la forte città di Monza, spedì Marchetto da Mariano coll’incarico di guadagnarne con larghe somme i custodi. Ma s’ingannò, poiché i Monzesi incorruttibili rimandarono Marchetto com’era venuto. Vedendo lo Sforza che non gli rimaneva altra via per impadronirsi di quella città, tranne una sorpresa notturna dalle parti del Lambro, mandò Carlo Gonzaga e Antonio Ventimiglia perché nel cuore della notte effettuassero quest’assalto.
Partirono dal campo di Vimercato, ove era il conte Francesco, i due generali con un grosso rinforzo d’uomini, ma smarrite le vie, dopo un lungo errare fra boschi e campagne, si videro alla mattina a Carate. Lo Sforza avutone tosto l’avviso, mandò imponendo di subito, che il Ventimiglia ritornasse a Cantù e il Gonzaga si tenesse nel luogo ove si trovava.
Raccolse quindi a consiglio i suoi generali e volle sapere da essi ciò che stimassero espediente in quello stato ruinoso; e Roberto Sanseverino, Cristoforo Torelbo salernitano, Sacromoro da Parma e Paolo da Roma gli consigliarono concordemente di ritornare nell’alta Brianza, al fine di guardare la sponda dell’Adda da’ Veneziani, i quali, quando avessero potuto varcarla, sarebbero certamente riusciti vincitori. Francesco, che d’ordinario sentiva il parere altrui e faceva a modo suo, approvò un tal consiglio, ma non acconsentì d’abbandonare quella sua posizione; e solo mandò uomini sul monte di Calco, perché lo tenessero avvisato dell’andamento delle cose nella Brianza superiore.
Con questo mezzo seppe in breve che tutti i castelli sull’Adda si erano dati ai Veneziani, che non gli rimaneva fedele che il solo d’Imbersago(3), che Bartolameo Colleoni aveva occupato il Montebaro, che il Malatesta alloggiava a Galbiate, e che era stato ristabilito il ponte ad Olginate.
É difficile immaginarsi una posizione più pericolosa di quella degli Sforzeschi, ma altrettanto difficile immaginarsi un generale più intrepido che l’eroe di queste battaglie. Ordinò il conte Francesco che fossero rinforzati tutti i campanili posti fra il suo campo ed i nemici; mandò Giovanni, suo fratello, a cingere di trincee e di fosse il borgo di Seregno; impose al Ventimiglia che si rinforzasse con mille fanti e cinquanta cavalli in Cantù dopo aver fatta la maggior possibile raccolta di grani. Ma il Ventimiglia già da qualche tempo dava segni manifesti di poca fede, anzi stava trattando di tradire a’ Veneziani per larga somma d’oro il borgo a lui affidato. Se ne accorse tosto Francesco, ma saputo nel medesimo tempo, che il Piccinino avea intenzione di abbandonare i Milanesi ed accomodarsi col loro nemico, prima di passare al Ventimiglia mandò subito un suo fidato, che fu Luchino Palmieri Sforza, acciò promettesse onori, compensi al Piccinino, quando avesse dato corpo alle sue intenzioni. Venne il Palmieri, ma trovò che questo generale avea mutato consiglio, poiché ricordando la capitale inimicizia durata fino allora tra esso e il conte, non gli pareva di poter mettere nuova fiducia nelle costui promesse. E per mostrare che il suo mutamento non era di parole, tradita ogni fede, ogni diritto di gente, fece porre le mani addosso al Palmieri, e di notte vicino a Bosisio lo fece appiccare per la gola ad un albero. Il conte, che come dicemmo, avea carissimo il Palmieri, giurò in faccia a Dio che quando potesse aver il Piccinino in sue mani gli avrebbe fatto costar carissimo quel tradimento.
Riuscita così a male la speranza di guadagnarsi un generale valoroso come il Piccinino, vide più stringente il bisogno di impedire i danni che gli potrebbero derivare dalla mala fede del Ventimiglia, quindi risolse di procedere egli stesso verso Cantù. Ma prevedendo che questo generale non sarebbe stato sì sempliciotto di rimaner ivi ad aspettarlo quietamente, mandò innanzi venti uomini, che fino al suo arrivo guardassero le strade, né promettessero a chicchessia di potervi passare. Così fu, e subitamente egli stesso con dodici squadre cavalcò sino al borgo e sorpreso il Ventimiglia, volea farne le vendette, ma spiacendogli di infierire contro un generale, che aveva tante volte combattuto valorosamente per lui, s’accontentò di farlo arrestare e mandano al suo campo di Lodi e quindi a Pavia.
Dopo tanti combattimenti, tanto sangue versato per la smania di regnare, Francesco non vedea punto migliorare le sue condizioni, quando a far quanto egli non aveva potuto, bastò una carestia, che infierì in Milano sì orribilmente da riempiere di raccapriccio al solo leggerne le vive descrizioni lasciateci dal Decembrio e dal Ripamonti; quella carestia fu seme di discordia e di avvilimenti anche nei meglio valorosi; la plebe dal chiedere pane passò di leggieri a chiedere cambiamento di governo, a cominciare terribili carneficine fraterne. Allora per le robuste parole di Gasparino di Vimercate, la città di Milano dopo trenta mesi di repubblica si arrese a Francesco Sforza nel 26 febbrajo del 1450(4).