CAPITOLO XXIX

DUCATO DI FRANCESCO SFORZA
DAL 1450 AL 150.


Trattato di Vimercate. Solenne ingresso di Fran­cesco Sforza in Milano. Nuovi apparecchi di guerra. Convenzione coi Veneziani. Pace di Lodi. -Suoi patti. Morte di Francesco Sforza. il naviglio della Martesana. -Mlichele da Carcano e Matteo d’Agrate alla corte ducale. - Galeazzo - Maria Sforza nuovo duca. -I notaj rimessi nella Valsassina.-Case d’Umiliati in Brianza. Lucia Raverti di Mariano fa­vorita del duca. - Galeazzo Sforza istituisce il feudo della corte di Casale. - É morto per congiura. - Bona Sforza istituisce il feudo d’Agliate e terre adjacenti. Nuovi tumulti. Enea Crivelli commissrio della Briarìza e della Valsassina. -Dominio di Lodovico il Moro. Abuso dei notaj.- Favor de’ dotti.

Un trattato sottoscritto il 3 marzo 1450 a Vi­mercate, nella villa del conte Giovanni Corio, e ste­so dal notaro Damiano Marliano, conduceva Francesco Sforza sul trono ducale e faceva gridare…
“questo è il giorno del Signore! gadiamo ed esul­tiamo in esso”,
a quella turba che jeri protestava di voler darsi all’inferno e non al villano di Cotignola. La solennità, del ricevimento fu strepitosa: tutta la strada da Vimercate a Milano era fregiata d’ar­chi trionfali e gremita di gente venuta in atti d’esultanza. Francesco a cavallo, accompagnato dalla moglie Bianca e da Galeazzo suo figlio, procedeva lentamente fra gli applausi della turba, deposta ogni alterigia di vincitore.. Toglieva ai Milanesi la libertà e cercava colle dolcezze, colle largizioni farlo dimenticare della perdita peggiore d’ogni altra. Entrò nella città, si recò al duomo, vi ricevette i fregi dall’autorità, ribassò i dazi del vino e del sale, ordinò l’amministrazione della giustizia, ag­guerrì l’esercito, e ritornò in floridezza il ducato di Milano. Ma subito una micidiale pestilenza afflisse la Lombardia, onde veduto il pericolo del tener gli esericiti sull’armi, .propose una convenzione ai Ve­neziani, punti primarj della quale erano, che essi cedessero il fortalizio di Brivio col ponte in suIl’Adda, distruggessero il ponte di ‘Rivolta, e rice­vessero in ricambio molte ricompense. Ma essen­dosi i Veneziani rifiutati a questa cessione, Fran­cesco dovette riprendere le armi, rinforzare Trezzo, Cassano, Lodi, Mellegnano e Pizzighettone, com­mettere ad Eusebio Crivelli di difendere Lecco. Il furore della battaglia a questa volta rispettò il nostro territorio destinato a ricevere da Francesco opere di pubblico vantaggio.
Nel 1454 fu finalmente conchiusa in Lodi la pa­ce tra i Veneziani e lo Sforza, nei patti della quale fu posto che l’Adda appartenesse al duca, salve le ragioni de’ privati, che le bastie di Brivio verso la valle di san Martino fossero demolite, né più si potesse ricostruire, testando il luogo ov’erano col­locate in mano Veneziani, eccetto che al capo del ponte fosse lecito costruire un’abitazione per dieci fanti; che la valle di san Martino coi suoi monti rimanesse della serenissima repubblica co­me avuti della guerra, che la Valsassina, la rocca di Bajedo e Pianchetti, Acquate, Chiuso, Biumo e il pian di Lecco rimanessero del duca, Geradadda e Mozzanica appartenessero ai Veneziani(1).
Questa pace servì di norma nelle contese poste­riori, modificata però in qualche cosa a Cremona nel 1478. I Valsassinesi che aveano i loro statuti, come abbiamo detto, nel 1459 li inviarono al nuovo du­ca per ottenere da lui l’approvazione, e la facoltà di cancellarne, modificare, sostituirne, corregger­ne alcuni. Francesco sottopose i capitoli in contesa ai suoi valenti giuridici Angelo de’ Reate e Baldas­sare Corti perchè li esaminassero, ‘modificassero, emendassero secondo che paresse bene alla loro rettitudine e saggezza(2).
Francesco morì dopo sedici anni di governo agli 8 marzo 1466 in età di sessantacinque anni, la­sciando il figliuolo Galeazzo sotto la tutela della madre Bianca. Fu uomo lodevole se non che ebbe avuta soverchia smania di regnare, portò sul tro­no l’animo del semplice soldato, affabile, moderato nell’ira, amico de’dotti, pronto conoscitore e più facile provveditore de’ bisogni; per tutto il tempo che tenne il ducato l’ebbe sempre molestato dai nemici, dalla carestia, dalla pestilenza, senza che egli mai cessasse di rivolgere l’animo al miglioramento della città e di tutta la terra al suo governo soggetta. Era le più magnifiche opere a cui è associato il nome di Francesco Sforza è il naviglio della Martesana, acquedotto destinato a recar alla capitale del ducato le acque dell’Adda. Fu praticato quest’alveo nel 1460 colla direzione del nostro ingegnere Bertola da Novate(3) e del conimissario Rosino Piola, sotto il castello di Trezzo, facendosi la divisione dell’acqua con uno sperone nell’Adda che pel tratto di cinquecento braccia si innalza solamente braccia quattro, acciocché nelle occasioni di soverchia piena del fiume le acque che vengono in grande copia spinte nel canale, possano facilmente è subitamente scaricarsi ancora nell’Adda. Per poter quindi unire il naviglio della Martesana con quello di Abbiategrasso. attesa la differenza di circa dieciotto braccia del pelo dell’acqua d’ambedue, si costruirono varie cateratte o Conche, una alla, Cascina de’ Pomi, l’altra a santa Maria Incoronata, destinate a moderare il corso precipitoso dell’acqua e così procurare vantaggio della reciproca, navigazione dal naviglio della Martesana a quella d’Abbiategrasso(4).
Alla corte della religiosissima duchessa Bianca intervenivano due illustri brianzuoli della Martesana, ed erano Michele da Carcano suo confessore e Gian Matteo de’ Gradi d’Agrate suo protomedico. Ella diede il castello di Trezzo da guardare a Bartolameo Colleoni, e nominò proposto di Cassano frate Giacomo d’Organigo (8 marzo l453), perchè avendo costui visitate le case delle Umiliate di questa terra e pieve, ed avendole trovate in tanta rujna da esser pericoloso l’abitarle, offerse di ripararle del suo(5).
Né una delle virtù che illustrarono Francesco I. Sforza passò in eredità al suo figlio Galeazzo Maria, che appena uscito dalla tutela di Bianca sua madre, principessa di cara ricordanza, e di Cico Simonetta segretario ducale, uomo di molta dottrina e virtù, raggirato da cattivi consigli, pose a soqquadro le cose del suo dominio vivendo isolato fra le paure, né facendo sentire la sua esistenza se non per mettere leggi tiranniche ed ingiuste.
Galeazzo Maria arresosi alle istanze di Antonio Battaglia e Pietro Arrigoni sindaci della Valsassina, restituì agli abitatori di questa il diritto d’eleggere i notari come anticamente, diritto che era stato levato da un ordine del collegio de’ notari. I Valsassinesi approfittando di questa concessione dessero a questa carica nella valle, fino al primo giorno dell’anno venturo, Bono Arrigoni maestro di scuola, e Leonardo Grattaroli, ambedue uomini prudenti, i quali doveano far le veci del collegio de’ notari(6).




Fra le molte donne amate da questo duca era Lucia di Mariano, moglie d’Ambrogio di Riverti, donna infatti bellissima, ma di rotti costumi. Colei seppe menar sì bene l’acqua al suo mulino che volendo Galeazzo darle un segnale di stima, per la sua pudicizia, ingeniutà di costumi e singolare beltà, assegnò a lei ed ai figli, che da lei e dal duca potessero nascere, per titolo di sempìice donazione, il canale della Martesana e tutti gli uniti privilegi, con ordine che né egli, né i suoi successori potessero alienare tutto o parte del naviglio, quando non assegnassero a Lucia ed ai suoi figliuoli una somma annua di mille ducati d’oro. Ma perchè Lucia potesse godere di tanto diritto, non dovea giacere col marito, né con altr’uomo senza speciale licenza in iscritto del duca, con minaccia che trasgredendo a quest’obbligo fosse annullata ogni donazione. Questo vergognoso contratto era pubblicamente esposto in uno istrumento rogato colle forme legali, nella cui chiusa il duca mostrava la fiducia che Lucia non tradirebbe i suoi doveri, vivrebbe lontana dal letto maritale, promettendole che così adoperando avrebbe provato sempre più gli effetti della ducale liberalità e beneficenza. Tempi infelici quando con pubblico editto si proclamava l’infamia cella franchezza onde i nostri governi comandano la parte, la giustizia, la religione! Trascorso un anno vedendo la condotta di Lucia fedele alle promesse, con altro pubblico documento la onorò del titolo di Visconti, accordando a lei ed a’ suoi figli, quando ne nascessero, da essa e dal duca, il potere di recare per arma gentilizia la vipera col fanciulletto ignudo. Comperò per essa dal conte Pietro Torelli una casa magnifica in Porta Vercellina, e nell’anno medesimo fu nominata contessa di Melzo e di Gorgonzola, dandole pieno diritto feudale sui territori e sugli abitanti, eccettuati i signori milanesi che vi godeano posses­sioni, e questo feudo doveva essere pienamente disgiunto dalla città ed avere una giurisdizione ecclesiastica e civile totalmente separata col titolo di contado di Melzo e Gorgonzola. Le diede inoltre per insegna un circolo in campo giallo su cui erano scritte le lettere Lucia Vicecomes. Comitissa Meltii (Lucia Visconti contessa di Melzo), e nel mezzo del circolo uno scudo in campo bianco diviso in due parti nell’una di esse la vipera, nella seconda due colombe in campo azzurro collocate sopra un involto d’edera verde. E vedendo Galeazzo che queste magnifiche do­nazioni non sarebbero andate a sangue della duchessa Bona sua moglie e del suo figlio Giovan Galeazzo, per questo pubblicò in un ordine…
“che nessuno ardisse molestane la contessa per le cose donate, sotto pena che quando il trasgressore di questo comando fosse la duchessa, avrebbe subito privata della tutela del primogenito legittimo, e quando invece fosse Giovanni Galeazzo sarebbe diseredato della successione al ducato di Milano(1475)”.
Ne qui fu tutto; undici mesi dopo le assegnò alcune terre nel ducato di Vigevano, e finalmente nel 13 gennajo 1476 le fece un’ampia donazione de’ feudi di Mariano e Desio; di cui ci riserbiamo a parlar più partitamene in uno de’ capitoli seguenti. Lo stesso duca concedette nel 1472 ai fratelli Antonio e Damiano Negroni da Elio, detti di Missaglia, con istromento in data del 15 giugno e rogato dal notato ducale Francesco Bolla, il feudo e la giurisdizione della corte di Casale, composta delle terre di Canzo, Caslino, Castelmarte, Proserpio, Longone, Cassina Maniaga, Cassina dei Zani e qualche altra terra, il qual feudo, come ve­dremo, finì nella famiglia Crivelli. Perito Galeazzo Maria per una congiura susci­tata da Nicolò Montano maestro di scuola (1476), gli fu successore Giovanni Galeazzo suo primoge­nito ancor fanciullo, affidato alla tutela di Bona, sua madre, e di Lodovico suo zio, sotto la direzione di Cico Simonetta uomo di grande ingegno e integrità(7).



Nel 1478 Bonn duchessa di Milano bisognosa di danaro, a nome di Galeazzo suo figlio, fece al conte Angelo Balbiani la vendita del feudo di Carate, Agliate, Giussano, Verano, Robiano, Albiate, Sovico, san Giovanni di Baragia e Mulino di Peregallo, ricevendo in cambio il feudo di Chiavenna, che era stato ceduto a Baldassarre Balbiano dalla duchessa Caterina curatrice di Giovanni Maria Visconti duca di Milano. Correano già alcuni anni da che i nostri paesi non erano più in guerra, e giacevano nella pace tumultuosa degli animi abbattuti, obbligati alle durezze, all’umiliazioni, senza diritto niuno, senza neppure il desiderio d’uno stato migliore. Ma l’anno 1483 suscitate le contese fra Lodovico, tutore e zio del duca di Milano, e i Ferraresi e i Veneziani, questi guidati da Roberto Sanseverino pas­sarono con inganno l’Adda a Trezzo, con animo di procedere contro la capitale del ducato. I Milanesi però corsero incontro a loro e li obbligaro­no, dopo una battaglia, a ripassare il fiume. Pare che a quest’epoca il ponte di Cassano fosse stato distrutto, poiché nella cronaca Bossiana leggo…
“che il duca di Calabria, udita la fuga di Roberto, costruiti dei punti presso Cassano, passò il fiume ai 27 luglio (1483) colla fanteria e cavalleria, e dichiarò di voler far guerra sul territorio di Bergamo contro i Veneziani .
Ritornata la calma nel 1491 si tenne un capitolo generale in Parma, ove sedevan sessanta preposti delle congregazioni degli Umiliati, fra cui troviamo Giovanni Antonio Cantù di Brivio, proposto di Sant’Andrea di Monza, e Giacomo Beccaria di Cremona, proposto di San Giorgio di Cantù. In quest’assemblea, presieduta dal maestro generale Girolamo Landriani, si trattò la sopressione del convento delle Umiliate di Cassano, già esistente fino dall’anno 1334 sotto il titolo di San Matteo, e la loro unione col monastero di Santa Caterina di Biassono in Brera di Milano. Cominciarono in questi tempi a rinascere per tutto gli scandalosi umori de’ Guelfi e de’ Ghibellini, che tutto posero a scompiglio, ad insulti, a vendette. Favorivano tali contese le ambiziose tendenze di Lodovico il Moro, che legato col Papa, coi Veneziani e con Massimiliano I., avea ottenuta l’investitura del ducato a danno del suo nipote Galeazzo Sforza. La nostra Brianza, anche a que’ tempi, era una parte del ducato moltissimo importante e per la posizione e per l’agricoltura e tutti gli altri prodotti del suolo opimo. Per questo piacque a Lodovico in quei difficili tempi di nominare il suo segretario Enea Crivelli, commissario di tutta la Brianza, Trezzo, Valsassina e Lecco, concedendo egli autorità, arbitrio e facoltà di comandare, intimando ai sudditi che lo avessero in onore come esso duca(8).
I provvedimenti dell’usurpatore non giovando ai suoi disegni si gettò allo sciagurato partito d’invocare Carlo VIII. di Francia, lusingato dal vano errore che il monarca volesse strappare un esercito dalle dolcezze del tetto natio, superare i disagi d’un lungo e pericoloso viaggio, per solo desiderio di recargli soccorso. Lodovico XII., successore di Carlo, rimesse in campo le pretensioni al ducato di Milano, e disceso a contristare e bagnare di sangue il bel suolo di Italia, obbligò il Moro a scompare in Germania. In un tempo in cui era si facile ai sudditi invocare il soccorso straniero contro i loro principi, questi soleano appoggiare la loro autorità al sostegno di legioni mercenarie. E più di tutto richiedevano l’opera degli Svizzeri, che perduta la maschia virtù di cui erano .esempi i loro generosi antenati, torti dalla savia moderazione, avidi d’oro e di lusso, mercanteggiavano il loro braccio, nemici a chi non li avea forse mai offesi. Lodovico il Moro che dopo il conquisto del re di Francia trovavasi ad Insbruck, dove era cortesemente accolto dall’imperatore Massimiliano, col­l’ajuto degli Svizzeri scese di nuovo in Italia.



Con­temporaneamente spedì da Insbruck Ambrogio Bu­giardo per Bari e Martino Casale per Pesaro e all’ordine che entrambi si recassero a Constantinopoli, usando l’accortezza di spedirli per vie separate acciocché uno almeno dei due potesse arrivare nella città ottomana, per incoraggiare il Turco a passare in Italia ed ajutare il Moro al riacquisto di Genova, promettendogli il suo soccorso nella guerra che il Turco intendeva sostenere coi Veneziani. Ai 4 febbrajo 1500 Lodovico il Moro entrò nella città di Milano dopo cinque mesi che l’aveva abbandonata, ed era ricinto da sedici mila fanti svizzeri comandati da Francesco Sanseverino, e mille corazzieri tedeschi. Il dì appresso il duca si recò a Pavia dopo aver lasciato il governo della capitale al cardinale suo fratello. Ingrossandosi ogni giorno le forze del valoroso duca Lodovico, pei generosi rinforzi che gli venivano dai paesi oltremontani, volle prevalersi di esse per esperimentare qualche azione decisiva contro i Francesi che lo andavano sempre più molestando, e tanto più stimava utile un simile tentativo quanto era maggiormente sollecito, poiché in Francia si facevano grosse coscrizioni per rinfor­zare l’esercito d’Italia. Stabilito quindi d’impadronirsi di Vigevano se ne rese signore ai 25 dello stesso febbrajo, poscia rivoltosi verso Mortara venne alle mani col celebre maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, maniaco fautore della potenza francese. I più accoliti e solleciti capitani sforzeschi consigliavano al duca di venir subito alle mani coi Francesi, prima che il loro esercito non fosse maggiormente ingrossato, ma egli dubitoso e più atto alle lettere che alla spada, pensò sciaguratamente di levare il campo e trasportarlo sotto Novara, città occupata dal conte di Musocco, figliuolo del maresciallo Trivulzio. La città facilmente si arrese agli Sforzeschi il 20 marzo 1500, e il sacco né durò per più giorni.
Intanto i presidj francesi che aveano nelle mani il castello di quella città s’accrebbero per molti sussidj di gente svizzera, e così nei due eserciti nemici si trovarono soldati d’una medesima na­zione. La dieta svizzera stimò dunque bene inviare ai due eserciti concittadini un ordine di sospen­dere subitamente l’ostilità. Per malignità d’Anto­nio Brissey che comandava alle forze francesi, l’ordine non giunse che all’esercito sforzesco, per cui gli Svizzeri che si trovavano in questo ebbero il divieto di combattere, mentre un tal divieto non giunse a quelli che combattevano nelle schiere francesi. Venne il giorno della battaglia, e fu ai 4 di aprile, ma come poteva il duca di Milano con 8000 soldati resistere ad un esercito tante volte maggiore? Gli Svizzeri che non avevano facoltà di combattere, assaliti d’improvviso dai nemici, non poterono resistere, e impauriti calarono le loro bandiere e si posero in fuga. Una capitolazione stesa fra il duca e Ligny fu la conseguenza di questo sgraziato avvenimento, ma dichiarato nullo ogni patto, si rinnovò ai 10 aprile il combattimento, do­po il quale non restando al duca che la salvezza nella fuga, travestitosi da fantaccino, uscì da Novara confuso con gli Svizzeri che abbandonavano quella città. Né bastarono quelle mentite spoglie a proteggere l’infelice; poiché scoperto in quell’abito umiliante fu trascinato negli accampamenti francesi. Ai 17 d’aprile (era il venerdì santo) partì Lodovico il Moro per sempre d’Italia, e fra gl’insulti della plebe trascinato nel territorio francese. Finì i suoi giorni ai 27 maggio del 1508 nel castello di Loches ove era rigorosamente custodito; gran disinganno per chi va in traccia di caduche grandezze. In questo modo ricademmo sotto il governo de’ Francesi, che al loro solito cercavano colle feste colle danze, coi giuochi, farci dimenticare l’indi. pendenza involata(9).





La condizione de’ nostri paesi in questi tempi continuava pur sempre infelice. I notaj della città di Milano, che esercitavano le loro incombenze presso i capitani del Seprio e della Martesana, abu­savano della loro potestà, onde Ludovico il Moro nel 1495 ai 9 gennajo fece un ordine in cui impegnava i capitani de’ due distretti sunnominati a tenerli in freno. Come la maggior parte degli usurpatori, Lodovico cercò far dimenticare i mezzi violenti che gli apersero la via del potere colla magnificenza prodigata principalmente verso gli uomini di lettere e gli artisti. Milano ebbe da lui il Lazzaretto per ricovero de’ malati di pestilenza, la tribuna e la cupola di San Gelso, il portico dinanzi alla chiesa di Santa Maria presso San Gelso, la Porta Lodovica, e Pavia il nuovo edificio dell’Università. Invocati dalle sue largizioni vennero a Milano Leonardo da Vinci, che disegnò le conche del naviglio della Martesana, Polidoro da Caravaggio, Marco d’Oggiono, Cesare da Sesto, il Saluino, il Lomazzo, il Boltraffio, il Bramante, il matematico Luca Paciolo, i filologi Demetrio Calcondila, Alessandro Minunziano, e goderono illustri cariche li storici Donato Bosso, Tristano Calchi e Bernardino Cono. La famiglia Crivelli deve a Lodovico molti favori. Tra essi noteremo la donazione fatta da quel duca ad Enea Crivelli suo referendario di alcune terre, confiscate a pregiudizio di Galeazzo Tignoso, per avèr questi ammazzato Girolamo Foppa da Opreno(10).
Meditava Lodovico un’opera di pubblica utilità, ma venne manco il tempo di porla ad effetto. Veduto il vantaggio che dovea tornare alla città dal poter condurre le acque dell’Adda nel naviglio della Martesana, che vale quanto da Lecco a Trezzo, aveva concepito il progetto di condurre un canale parallelo al fiume Adda, lungo il tratto impraticabile alla navigazione da Paderno a Trezzo.