CAPITOLO XXX

CALATA DE’ FRANCESI
DAL 1508 AL 1593.


Giamonte passa l’Adda a Cassano. - Bernardino Corio ritirato in Brianza ove perde sua moglie. Devastazioni degli Svizzeri. - Il ducato di Milano conquistato da Francesco I. di Francia. Gli avanzi degli Svizzeri battuti a Marignano si salvano per la Brianza e Valsassina. -Gravezze de’ nostri castellani. - Operazioni per rendere l’Adda navigabile.

Abbiamo detto che il re Lodovico XII. pel combattimento di Novara avea riacquistato il ducato milanese. Venuto a Milano vi fu accolto con isplendide feste, celebrate per fanatismo principalmente del maresciallo Giovan Giacomo Triulzio, che doveva poi ricevere da’ Francesi l’ingiusto guiderdone onde troppe volte è ricompensato il beneficio. L’aristocratica repubblica di Venezia era allora all’auge della sua grandezza, onde vicina alla sua decadenza. Padrona de’ mari minacciava di far udire il ruggito del suo leone sulla parte settentrionale della nostra penisola, e tutto sommettere alla sua tenebrosa amministrazione. Di questo ingelositi il pontefice, il re de’ Romani, la Francia, il duca di Ferrara, il marchese di Mantova, la repubblica di Firenze ed il re d’Ungheria, strinsero una solenne alleanza per togliere alla repubblica molti stati che essa possedeva in terra ferma. Ma gli accorti Veneziani, accarezzando il guerriero Giulio II. pontefice regnante, valsero a staccarlo dalla lega; e non fu piccolo guadagno per loro, al quale s’aggiunse l’infermità del re di Francia, per cui le operazioni della lega rimasero sospese. N’ebbero però poco vantaggio, poiché nel 1508 si riunì di nuovo all’alleanza anche la Spagna, che vantava pretensioni per alcune terre della Puglia occupate da’ Veneziani durante la guerra di Napoli. Lodovico XII. fu il primo a mettere l’esercito in campo, e con tremila cavalli e seimila fanti, di cui era generale Giamonte, passò l’Adda a Cassano, e gettatosi sulla Gerradadda, conquistò Treviglio, terminando poi tutte le contese colla battaglia di Vailate, o di Agnadello come la chiamano taluni (14 maggio 1509). Gli Svizzeri calati con lui in Italia erano stati preceduti da uomini furibondi; si dicea che - ammazzavano uomini, rubavano fanciulli, e li mangiavano, che non perdonavano a nulla né santo, né inviolabile. Né il volgo solo era preso da tanto spavento, ma anche le persone illuminate. Tra gli altri il celebre storico milanese Bernardino Corio, all’annunzio dell’appressarsi di questo popolo cannibale, si era ritirato a Monticello, frazione d’Anzano nella pieve d’Incino, ed ivi perdette, vittima del terrore, la moglie sua Agnese Fagnani, il 23 febbrajo 1500(1).
La fece depositare nella chiesetta di sant’Agnese di suo padronato, e le consacrò un affettuoso tributo con questa iscrizione posta sul suo sepolcro.

D.O.M.
XXXIII. secum an. XVII. M. 11 D. XXVI. vixit
Bernardinus Corius M. F. AEdilis Minor qui pa
triae suat historiam edidit auspiciis Lodovici M.
SF. Insubriae principis VII. P. an. D. MCCCCC(2).

Né l’Ariosto avea molto migliore opinione di questo popolo, quando nel suo immortale poema scriveva:

Se il dubbio di morir nelle tue tane,
Svizzer, di fame in Lombardia ti guida,
E tra noi cerchi, o chi ti dia del pane,
Per uscir d’inopia, chi t’uccida.

E il timore non fu affatto panico, poiché gettatisi sul Milanese, saccheggiarono ed arsero le terre di Bresso, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre, onde fu duopo che la città di Milano nel 1512 inviasse un’ambascieria a Lodovico XII acciocchè ponesse un rimedio ad ulteriori devastazioni. La strada era aperta: i Francesi seduti nei loro clamorosi ritrovi vantavano la bellezza delle donne d’Italia, affettuose, piacevoli, schiette e sentivano il desiderio degli uomini galanti. Francesco I. giovano educato a tutti i modi cavallereschi, succeduto a Lodovico XII. l’anno 1515, volle appagare l’animo voglioso. Sceso quindi dall’Alpi nel giardino della natura, gettò lo sguardo sulla rosea beltà delle nostre donzelle e sentì più vivo che mai agitarsi nel cuore la smania di serbare il dominio d’un paese fiorito di tante femminili attrattive. Superò Massimiliano Sforza figlio di Lodovico il Moro e gli Svizzeri che combattevano per lui nella tremenda giornata di Marignano (13 e 14 settembre 1515), indi ebbe il castello di Milano, poi tutto il Milanese e lo tenne tranquillamente per lo spazio di quasi quattro anni. Gli Svizzeri, usciti a stento dalla rotta di Marignano, si scamparono a Como coi feriti e coi brani delle loro armi, il cardinale di Sion coi papalini attraversò la Brianza, si recò a Lecco e nella Valsassina, e per iscoscesi e dirupati sentieri entrò nella Valtellina, indi varcate le Alpi giunse a Trento, poi in Germania a trovar Massimiliano imperatore(3).
Approfittarono di questi tumulti i castellani delle nostre fortezze e principalmente di quelle di Lecco, Trezzo, e Brivio per mettere balzelli e gravezze sopra i loro sudditi…
“sotto specie di provvisione delle fortezze che ogni dì et hora li mettano angarie inexcogitate de Guastatori, de Maestri da muro, voleno legnami, voleno blade, vini et ogni generatione de vittualie, et quod detestabilius est, incarcerano li poveri Huomeni, voleno exercire et exerciscono giurisdictione et chi olza parlare contro di loro, immo cazano li Offitiali dalli Offitii, domandando una forte provisione a questo caso quale reputano de tanta mala sorte, che più non se potria dire et e una coruptela, alla quale se non se li provede ogni cosa anderà in ruina, ricordando che per le provisioni de’ loro Castelli et Fortezze habbiano ricorso alli Generali, ne altramente non se ne impazano di piliare alcune robe alli Populì.”
Queste parole riportate da un rozzo cronista milanese(4) sono proferite da Ambrogio Talenti, Tomaso Landriani, Gregorio Panigarola, Giovanni Stefano Castilioni e Lodovico Vimercati, spediti nel 1516 dallo stato milanese in solenne ambasciata da Francesco I. re di Francia(5).
Il monarca rispondendo capitolo per capitolo alle richieste degli ambasciatori, quando fu a quello che abbiamo riferito, ordinò…
“Che i castellani, i quali ribelli agli ordini tutto operano a loro capriccio, nulla d’ora in poi non possano pel rinforzo de’ loro castelli e delle loro fortezze, nulla fare di proprio arbitrio, ma se abbisognano di vitto, di munizioni o d’ altre cose, scrivano ai signori Generali od in assenza del Generale al Presidente del Magistrato, che subito provvederà, e intanto restituiscano il mal usurpato, o ne rendano un integrale compenso.”
Il magnifico re di Francia tentò ravvivare il commercio per ristorare Milano abbattuto da tante calamità, da pestilenze, da guerre guerreggiate, da carestie e d’altri mali cagionati dagli elementi e dagli uomini più terribili degli elementi. Volendo a questo fine congiungere il Lario col Ticino mandò ingegneri, i quali incominciarono nel novembre 151 minute indagini nella Valmadrera, intorno al lago d’Annone e a quello di Pusiano, poi nel canale della Bevera presso Airuno, ma trovarono l’opera ineseguibile. Si scandagliò l’Adda a Paderno, tanto al di sotto, quanto al disopra delle tre corna, ma non si abbordò a nulla. Finalmente l’anno appresso 1517 gli ingegneri Bartolameo della Valle e Benedetto Missaglia, sotto la direzione di Carlo Pagano, si recarono a Brivio, ed avendo inteso da quei borghigiani che nel secolo antecedente il duca Sforza avea già presi livelli e misure per portar l’acqua da Brivio a Milano, ad essi parve buono un tale progetto, ed idearono di formare un canale, per lo spazio di due miglia, dalle tre corna alla Rocchetta. Furono prese quindi tutte le livellazioni, ed il progetto, trasmesso all’ufficio di Milano, quindi al senato, ottenne l’approvazione, ma per allora rimase inadempiuto, essendo l’esecuzione di questo grandioso disegno riserbata al regno di Filippo V., come diremo a suo luogo. Mentre gli eserciti ordinati si guerreggiavano fra di loro, Francesco Morone di Lecco con una mano di banditi desideroso di riconquistare la sua patria in favore della potenza Spagnuola, fece una leva in Valtellina, e raccolto una nuova accozzaglia di ribaldi e sbanditi e 400 Grigioni, saccheggiò il monte d’Introzzo e la Valsassina; diede il fuoco a Coreno, poi varcato il lago devastò la Valmenaggio sino a Porlezza, arse Menaggio per aver tardato a pagare il suo riscatto, e appena salvò Como per aver ricevuto lo sborso di 100 scudi d’oro. S’armò contro di lui Giovanni della Palissa, conte di Vandenesio, pose in fuga il Morone, e finì coll’ardere la terra di Sorico sul lago di Como(6).
Un’altra turba di masnadieri di cui erano capo Pelosino da Sala, Antonio detto il Matto di Brinzio, e Giovanno costui nipote, tutti scellerati dl mestiere corseggiavano il lago di Como, e non risparmiavano le terre circostanti, né la nostra Brianza. Stavano essi rinforzati nelle Bucche Niccolina e del Piombo, resistendo a tutti i tentativi che facevano i governi per averli nelle mani. Contro Francesco I. sorse il più potente de’ monarchi, quegli su cui stati dicevasi non tramontava mai il raggio del sole, Carlo V., che unito alla lega del pontefice Leone X., del duca di Toscana, del re di Napoli, cercava scacciare dall’ Italia i Francesi e mettere sul trono di Milano Francesco II. Sforza figliuolo di Lodovico il Moro. Presto cominciarono le contese. Correa l’anno 1501, quando Odet de’ Foix, chiamato Lautrec, alla testa di tutto l’esercito francese si schierò nelle vicinanze di Cassano, lungo il fiume, per impedire il varco alle truppe imperiali guidate da Prospero Colonna. Ma la guardia fu inutile, picché i soldati dell’Imperatore, per suggerimento di Francesco Morone sempre nemico della Francia, passarono l’Adda a Vaprio sur una piccola barca, che trovarono celata da’ pescatori fra i cespugli del Brembo, ed assalito alla sprovvista la divisione de’ Francesi, comandata da Ugone Sepoli, che guardava il ponte di Cassano, l’obbligarono a ritirarsi tosto verso la città, inseguendoli senza indugio il generale Lautrec(7).
Dopo ciò gli Spagnuoli strinsero d’assedio Bergamo; durante il quale un certo Lino, persona primaria di Brianza, con numerosa truppa di soldati passò l’Adda per congiungersi con essi. Ma tra via improvvisamente assaliti dal conte Coriolano Brembate, con una grossa soldatesca presso Brembate, dopo aver combattuto coraggiosamente, superati dal numero dovettero cedere e ripassare l’Adda per cui erano venuti(8).
Pare scritto ne’ destini che i Francesi non debbano mai far lunga dimora nel bel paese d’Italia, tante volte scopo de’ loro desideri e delle loro conquiste. Questa fu una delle tante volte a cui successe la perdita quasi immediatamente al guadagno. Francesco I. combattendo alla battaglia di Pavia (25 febbraio 1525) cadde prigioniero degli imperiali, fu condotto alla Certosa nell’atto che i monaci cantavano…
“Bonum mihi quia humiliasti me, ut discam justificationes tuas”(9),
lezione da cui trasse pochissimo vantaggio, indi a Pizzighettone, finalmente a Madrid, ove un anno dopo riebbe la libertà. Iperiodo in cui ci troviamo fu uno dei più agitati per la nostra Brianza. Nel 1509 passati i Francesi per Brivio si gettarono nella valle san Martino e tutta la posero in ruina, principalmente Medolago, ove non ebbero riguardo né a sesso, né ad età, onde quelle povere genti dovettero dichiararsi per la corte di Francia. Occuparono quindi il castello di Trezzo, ove si trovavano nel 1512, d’onde faceano sanguinose scorrerie per la Brianza e per le terre bergamasche(10).
Collegatisi quindi i Veneziani, Carlo V. e Francesco duca di Milano a danno della casa di Francia, Giovan Giacomo de’ Medici si portò a Lecco per impedire il passo a Renzo Orsini de Ceri, che per la Valsassina calava con seimila Grigioni a recare soccorso ai Francesi i quali si trovarono a Lodi, e lo affrontò così bene che lo costrinse a ritirarsi(11).
Né le guerre erano il solo male che contristava la Lombardia, poiché una micidiale pestilenza rese Milano manco di cinquantamila individui, e in proporzione fece altrettanto sul contado(12).
Aggiungi a tutto ciò i tributi gravissimi imposti da Francesco II. Sforza, per soddisfare al suo obbligo verso Cesare, di sborsargli quattromila pezze d’oro subitamente, ed in dieci anni a rate fino alla grossa somma di novecentomila pezze. Furono per ciò raddoppiati i dazj, venne imposto la sesta parte d’un pezzo d’oro per ogni moggio di farina, e di due lire per ogni trenta di vino. Francesco II. morì nel 1534, e con lui terminò la linea Sforza. Carlo V., dal defunto nominato erede del ducato, diede l’investitura degli stati milanesi a Filippo II. suo figliuolo e re di Spagna, e così divennero provincia dipendente dalla grande monarchia Austro-Spagnuola, tanto estesa, come dicemmo, che il sole mai non si perdeva sulla faccia di essa.