CAPITOLO XXXI

IL CASTELLO DI MONGUZZO
STORIA DI GIAN GIACOMO DE’ MEDICI


Sito del castello. - Alessandro Bentivoglio. - Medici uccide Monsignorino Visconti. - Acquista Musso. - Ottiene le rocche di Musso e di Chiavenna. E’ perseguitato da Antonio di Leyva. Si collega col Pellicone di Canzo. Ambrogio Castano battuto a Canzo da Giovanni d’Urbino. - Il De Medici acquista il castello di Monguzzo. - Supera Lodovico Belgiojoso. Fa prigioniero Guido Sirtori. - Avventura dei due sacerdoti. - Martino Mondonico impiccato. - Il Medici battuto a Carate. - Tradimento di Gasparino Sardi. - Il Villaterello e il Brisighello castellani di Lecco.
L’assedio di Lecco. - Palamede d’Adda d’Olginate vendica la morte di Antonio Maria Negro ucciso dagli Spagnuoli. - Cessa l’assedio di Lecco. Esultanza di questo borgo. - Pedraccio da Erba perde il ponte di Lecco. Il Medici lo riacquista. -Pace fra lo Sforza ed il Medici. - Battista De Medici compera Lecco. - Morte del Pellicone. Suo ritratto fisico e morale.


Foto
Fai click per ingrandire la foto 
Durante queste contese si formò ed accrebbe fra noi una potenza che avversa ai Francesi ed agli Spagnuoli cercò di governarsi in uno stato d’indipendenza. Il castello di Monguzzo, collocato sul vertice della collina di questo nome, il quale è una delle più deliziose della Brianza, nel 1527 apparteneva al duca Francesco Sforza secondo di questo nome, ed era guardato da Alessandro Bentivoglio, già signore di Bologna. Una sera dopo che il Bentivoglio era rientrato da una sua solita gita di diletto, si serrarono le due ampie ale della porta, e tutto quel castello si mise in silenzio. Ma la quiete fu breve; poiché si fecero presto sentire alcuni robusti colpi di martello nell’imposta, ai quali risposero di dentro gli ululati dei segugi, e poco dopo comparvero sulla soglia alcuni servi della famiglia a domandar che si fosse…
“Chiedo del signor Alessandro” ,
disse colui, che avea poc’anzi dato il segno, e che era un bel pezzo d’uomo messo elegantemente, e seguito da una trentina di altri armati da capo a piedi, che, a guardarli, non pareano quei dessi a cui dormir in grembo. Non era visita quella da far anticamera, onde quel signore di subito intromesso in un ampio salotto al cospetto del Bentivoglio, presentò al castellano una lettera del duca di Milano suo signore, che quegli aperse con molta ansietà. Il latore del foglio era nientemanco che Gian Giacomo Medici, signore del castello di Musso, nome assai famoso nella politica di que’ tempi, e principalmente nei paesi della Brianza e del Lario. Poiché quando il marchese di Pescara mosse a nome di Francesco Maria Sforza contro il borgo di Lecco, che favoriva i Francesi, egli combatté sul ponte dell’Adda con tanta fermezza, che fu di maraviglia a tutti, durando con incredibile costanza, ai rigori più tormentosi della stagione. Né minore coraggio avea mostrato la notte in cui a Vaprio i soldati di Prospero Colonna, varcarono l’Adda. Poiché egli conosciuto ed assalito dal conte Pepoli e dal generale Lautrec, si difese con tale valore e intrepidezza, che non pure conservò la vita e la libertà, ma procurò che gli Svizzeri e gli Spagnuoli a loro agio passassero il fiume. Avendo poi ucciso di propria mano Monsignorino Astore Visconti (1523), l’aria di Milano gli somigliò mal sana; onde preferì di allontanarsi, e per via d’inganni fece sua la custodia del castello di Musso. Avendo poscia acquistata anche la rocca di Chiavenna, salì a tale autorità, che fu preposto al governo non solo della torre di Musso, ma d’ambedue le rive del lago di Como e della Valsassina. Ne veniva di conseguenza che non dovesse tale potenza andar a sangue a tutti; perciò vedendo la necessità di far fronte, scrisse al capitano Nicolò Pellicone di Canzo nella Valsassina, soldato accorto e valoroso, che mettesse insieme quanti più giovani potesse, cercando principalmente di tirar dalla sua que’cittadini milanesi che in patria si vedevano poco sicuri. Così fu fatto. Avuta intesa di ciò Antonio di Leyva, per disperdere quella soldataglia, mandò un capitano spagnuolo, di molto nome, chiamato Giovanni d’Urbino, con un buon numero di cavalli ed archibugieri (1524). Per la stagione che da molti giorni correva piovosa avendo traboccato il Lambro, era dall’acqua coperta la strada sì che appena potevano passarvi ad uno ad uno i cavalli. Il Pellicone giunto a Canzo sua patria, non volendo obbligare i soldati molli d’acqua a proseguire, ignorando d’essere inseguito, lasciò il comando di quella truppa raccogliticcia ad Ambrogio Castano, suo alfiere. Ma mentre si era egli recato a Bellagio per preparar navi da traghettare i suoi fino a Musso, ecco suona d’improvviso a martello, ed ecco appunto Giovanni d’Urbino cogli Spagnuoli che assale il borgo, vi entra furiosamente bravando, minacciando, e dando addosso a que’poveri Italiani ne fa un orribile macello. Non appena il Pellicone ebbe l’avviso, che precipitato a Canzo, svestì d’ogni potere il Castano giustamente…
“perchè non è dubbio che il Castano non solo poteva impedire I’entrata del ponte, stretto, posto sul Lambro; ma, senz’alcun pericolo, poteva per li buchi che erano et che in un subito vi si potevano fare ne’ muri che fiancheggiavano il ponte, ammazzare con le archibugiate, quelli che erano sulla riva del fiume e anche sul ponte; perchè il detto ponte non poteva capir tutti, né potevano, col ritirarsi, pensare di salvarsi, perchè seguiti dagli Italiani con I’ajuto de’paesani in quelle strettezze di passi et con quella brutta qualità di tempo, nel quale non potevano adoperare gli archibugi, né meno si potevano valere de’cavalli, erano per capitare tutti male, solo a colpi di sassi, et la perdita di sì fiorita gente avrebbe scemato le forze et la riputazione al Leva”.(1)
Riuscito così a male questo progetto del Medici, e sdegnando d’altra parte di possedere la sola terra di Musso, lontana da Milano e composta di nudi e sterili monti, pensò trasportare il suo dominio in luogo più felice. E dopo aver posto l’occhio sopra diverse terre della pieve d’Incino, aveva preso partito sopra Castelmarte, gruppo di case al lembo meridionale della Vallassina che allora apparteneva a Marc’ Aurelio Missaglia, quel desso che scrisse la vita del Medeghino; facendogli gola quel casale a cavallo d’un monte, sì ben fortificato da essere pressoché inespugnabile.
Ma mutò di parere, poiché, vedendosi in faccia il castello di Monguzzo, che gli pareva più comodo, perché…
“più vicino al piano e già ridotto a mediocre fortezza, e bene agiato di alloggiamenti nobili; cosa che non aveva Castelmarte nel quale erano se non abitazioni di contadini”(2),
si deliberò di pigliar su quello qualche deliberazione. E non trovando modo più onesto di averlo, si recò a Milano, e sussurrò all’ orecchio del duca che il Bentivoglio, come dicemmo, castellano di quella fortezza, era inerte e negligente, che gli imperiali, quando solo il volessero, avrebbero potuto impadronirsene; e seppe tirar sì bene l’acqua al suo mulino, che ebbe dal duca una lettera, nella quale veniva imposto al Bentivoglio di cedere di subito in mano del presentatore di quella la custodia della fortezza (1527).
Quest’era appunto il foglio che il Medeghino, come abbiam detto, consegnò nelle mani del signor Alessandro, il quale, poiché l’ebbe letto, rimase come trasognato. E se gli pizzicassero le dita di far passare a quel prepotente d’un Gian Giacomo la voglia di tôrre simili incombenze, non me lo chiedete; ma misurate le sue colle forze dell’avversario, vide che il miglior partito era accomodarsi alla meglio colla fortuna, appiccando ad un arpione la voglia di osservare più a lungo da quell’altura i bei laghetti sottoposti, rischiarati dal primo raggio del mattino, le sue gite deliziose, e tutte quelle altre amenità che non si conoscono che da coloro ai quali, dopo averle gustate una volta, non ne resta che una grata ricordanza. Antonio da Leyva, non andandogli troppo a genio questo cambiamento, impose tosto al conte Lodovico Belgioj osò di recarsi a Monguzzo con molte genti per toglier il castello dalle mani del Medici. Tale spedizione ebbe un esito molto infelice, e il conte Belgiojoso, perduti più di cento soldati, dovette abbandonare quell’impresa. Ma ben di rado i popoli guadagnano nei mutamenti. Ve lo dicano i poveri uomini di Brianza, a’ quali toccò di provare che stampa d’uomo aveano in casa loro; poiché il Medici, appena vi piantò radici, non pensò che ad erigere per tutto tribunali, magistrature, carceri, e che carceri! patiboli, per chi appena avesse menzionato l’antico castellano. E come il pesce grosso divora il piccolo, così il Medeghino, non contento a padroneggiare sul popolo, calava addosso o per diritto o per traverso agli altri minori signorotti circonvicini e li facea prigionieri, né li riponeva in libertà che al prezzo di esorbitanti somme(3).
Quando poi il desiderio di far male cedeva alla compiacenza di divertirsi, niuno più del Medici sapea trovar diletti secondo il suo cuore. E qui a dirne una fra le tante che ne fece a Monguzzo, sceglieremo questa. Saliva egli una sera sul viottolo di Monguzzo recitando, con quella divozione che allora si accordava benissimo coi più colpevoli delitti, il rosario, facendone scorrere tra le dita le pallottoline. Quand’ecco alcune facce da scomunicati gli traggono dinanzi due poveri preti, bianchi e quasi uscissero allora di sepoltura, accusandoli come avessero rotto non so che divieto del Medici. Gian Giacomo freddamente impose ai preti che s’inginocchiassero, e ad uno de’ suoi bravi che portasse una scure. Di paura simile a quella che entrò allora ai miseri sacerdoti, non so se né voi, né io mai abbiamo provato. Ed ecco intanto quegli della scure. La fronte del Medici è corrugata, il braccio è già alzato in atto di comando, escono già dalla sua bocca quelle tremende parole…
“Tronca la testa di que’ due...”
E dopo un po’ di pausa infernale aggiunge rami, additando due rami che pioveano sulla strada. Come l’ordine fu eseguito, si volse ai preti non ancor rinvenuti dallo spavento, imponendo loro severamente che facessero maggior conto dei divieti del signor Gian Giacomo(4).
Di queste soperchierie non vi scandolezzate, ché erano comuni con tutti i signori di quel tempo i quali però non avevano il valore del Medici, che dal suo castellotto calava, con un branco dei suoi, addosso agli Spagnuoli che tenevano gran parte della Brianza superiore. S’ardì più volte assalire le rôcche di Lecco, di Brivio e di Trezzo, e con si prosperi successi, che il Leyva soleva dire…
“tornargli più dannose le tumultuarie bande del Medici, che non tutta la regolarità delle armi ducali “.
“Impadronito dunque il castellano di tutto il monte di Brianza, siccome quel che con la faccia sempre ridente et con una certa apparenza di libera maniera di procedere et con parole, che non mostravano punto di fittione, facilmente si obbligava ogni sorte di persone, si fece per favoriti alcuni principali di detto monte di Brianza; et penetrando con quella sua singolare acutezza in un subito i cuori degli huomini; conosciuti gli humori sapeva in che si poteva valere di loro, accarezzando chi a lui paresse, che valesse, e specialmente quelli che havevano seguito et possedeva et possedevano qualche Torre, et Castelluzzi, de’quali ne abbondava quel paese; ai quali lasciato il dominio per minor sua spesa, mandava, secondo le occasioni, ajuto di genere, sopra tutto quando erano travagliati dai presidj spagnuoli di Brivio et di Trezzo; havendo però prima fatto prendere molti dei più ricchi del paese, che per altro non conosceva atti ad alcun suo servitio, ed imprigionatigli a Monguzzo, con l’asprezza delle prigioni gli costringeva a pagare grosse somme di denari et il medesimo faceva di tutti quelli che d’altra parte dello stato gli venivano alle mani...(5)”.
Avea tirato dalla sua un uomo del suo stampo, avaro, bestiale, manesco, traditore, chiamato Martino il Mondonico, da un paesello montuoso di questo nome in Brianza, e l’avea creato esecutore delle sue tirannesche imposizioni, incombenze che egli eseguiva con somma crudeltà. La natura del Mondonico non era un mistero pei nemici dei Medici, onde il Leyva gli proferse larga somma d’oro quando gli bastasse l’animo di farla finire una volta, che era pur tempo, a quel bravaccio d’un Gian Giacomo o togliendolo fuori dello stato di far male, o indebolendolo quanto fosse più possibile. Che volete? il Mondonico, anch’egli provò a tutta prima qualche ribrezzo a questo tradimento; ma poi quel giallume dell’oro gli tolse affatto ogni buon sentimento dal cuore, e niuno ignora che la coscienza tace a chi la vuol far tacere. Meditò, e venne a pensarne una da quel birbo che era, ma poveretto dovea ricevere il suo salario prima del sabbato! Fra i castelli di Brianza che appartenevano al Medici, era uno de’ più forti quello di Perego che guardava la valle di Rovagnate, posto in luogo eminente con assai grosse muraglie e due alte torri senza alcuna fossa; del quale restano tuttora alcuni avanzi. Attendete l’astuzia. Martino Mondonico toglie seco una banda di ladroni matricolati, e sotto colore d’averli arrestati per ordine del Medici, condottili al castello di Perego, ne prega il custode a lasciarglieli riporre in quella fortezza per una notte, dandogli parola che sarebbe venuto a cena con lui. Fin qui tutto andò a seconda, vi condusse dentro i prigionieri, li disciolse, ordinò loro d’impadronirsi del castellano. Ma quando attendeva che gli Spagnuoli venissero a fare il resto, ecco altro che Spagnuoli, è il Pellicone che per ordine del Medici con molte genti venne di notte sotto il castello, e fatte alcune imboscate intorno a quel forte, l’investì, lo prese, v’entrò con tanta fretta da non lasciare al povero mariuolo più campo di salvezza. Il Mondonico e i suoi compagni furono subito fatti prigionieri e tradotti a Monguzzo. E perchè la giustizia d’allora andava per le brevi, il Medici fece piantare tante forche quanti i colpevoli, e in poche ore un dopo l’altro vi furono tutti appiccati. Così fosse stato del povero Martino, il quale invece di una morte spicciativa, dovette tollerare tutti i travagli che uomo può soffrire prima che la morte ponesse termine ad un’agonia protratta a più giorni! Visto il Medici come non poteva prestar più fede nei suoi, assoldò una legione di Grigioni, a cui diede ordine di trovarsi a Carate, grossa terra poco discosta dal suo castello. Il Leyva che teneva gli occhi addosso al Castellano, udite queste disposizioni, abbandonò la città con vecchi e valorosi veterani, ai quali comandò per ravvisarsi al bujo, che si vestissero in bianco. Toccava le campagne di Carate quando l’alba indorava le volte del Mombaro; ma subito venne veduto da una scolta, che stava sul campanile di quel borgo. Il Medici sollecitamente avvisato, commise ai pochi Italiani che aveva seco di scendere al piano e difenderlo come meglio potessero; ed ai Grigioni, che si collocassero fra Carate e la Costa d’Agliate, acciocché il Leyva o fosse tagliato a pezzi coi suoi mentre cercava di passare il Lambro, o ritornando pel suo migliore a Milano, desse al Medici un nuovo argomento di menar vampo e rendere gli spagnuoli in questo modo più odiosi ai paesani…
“che oltra l’odio che havevano al Leva sono sempre nemici a chi fugge”.
Per quanto fossero utili le disposizioni del castellano di Monguzzo, un tristo effetto vi corrispose; ed i Grigioni, come è l’uso di quella sospettosa natione, dubitando anche prima che il Medeghino avesse segrete intelligenze col Leyva per trarli a ruina e indebolire la loro nazione, sì confermarono in quest’opinione quando videro l’esito della battaglia (1528).
Poiché collocatisi nei luogo che era stato disegnato, sulla riva del fiume sotto Carate, videro in una posizione assai più elevata e felice comparire i soldati del Leyva; ed essi subitamente tolti di mira, per essere serrati nel loro squadrone, cadevano sotto i colpi delle moschettate senza speranza di vendetta, onde abbassate le picche abbandonarono quel posto per ritornar pieni di furore verso Carate. Ma fu impossibile, poiché essendo dagli Spagnuoli già padroni di quella terra, impedite le strade con carra somministrate dai contadini, essi vennero ributtati dalle archibugiate, e stimarono meglio tornarsi verso i loro paesi. Il castellano ultimo fra tutti, vista impossibile ogni resistenza, si salvò correndo a precipizio sur un cavallo tanto che con mirabil salto passò un carro che gli impediva la strada(6).
Riuscita bene questa spedizione, pensando il Leyva come proseguire nelle sue imprese, incitò l’animo dello spagnuolo Villaterello governatore di Lecco, avverso quant’altri mai al potere del nuovo signorotto. Teneva questo governatore in ostaggio un certo Gasparino Sardi, carissimo al Medici. Approfittando della posizione di costui, gli fece promessa della libertà quando avesse voluto tradirgli il castello di Musso. Il Sardi, piacendogli una tale proposizione, si dichiarò pronto al contratto chiedendo però un mallevadore, per la somma di quattrocento scudi. Mallevadore fu Palamede d’Adda, padrone della torre d’Olginate, uomo di lauto patrimonio e caro al Villaterello. Il Sardi appena uscito, corse a Musso ad abbracciare il Medici, gli contò il tutto piano e disteso, e per parere di costui volle ingannevolmente eseguire le sue promesse. Che fa egli? Raccoglie il fiore degli Spagnuoli, fra cui un fratello dello stesso Villaterello, giovane di singolare virtù, e sotto colore di trarli alla vittoria, li conduce alla morte. Poiché sulla soglia della rôcca di Musso vennero tutti assassinati, non restando campo di fuga che a due, i quali, credendosi salvi per miracolo di Dio, si votarono Francescani. Il Villaterello, sopraffatto dal dolore di essere stato cagione di tanta sciagura, scongiurò fino a che ebbe il cadavere del fratello, indi si tolse dalla vista di que’luoghi di troppo funeste ricordanze per lui, lasciando la custodia di Lecco a Lucio Brisighello(7), che era venuto con una banda di Calabresi non meno crudeli che valorosi.
Non fu tardo il Medici a cingere de’ suoi anche il magnifico ponte di Lecco con un robusto rinforzo di Veneziani. Stavano contro di lui il Brisighello, il Leyva, il Balbiano, il Torello e più altri capitani famosi con forze maggiori dell’avversario. L’assedio fu sostenuto da ambedue le parti con coraggio grandissimo; molti di quelli che guardavano Lecco, usciti dalla fortezza rimasero feriti, e tra gli altri l’alfiere Francesco d’Ischia, a cui era stata da una palla frantumato uno stinco. Finalmente il Brisighello, venuto in difetto di vettovaglie, per consiglio del podestà di Lecco, fece uscire da sessanta fra’ suoi più valorosi; ma s’accorse del cattivo consiglio, quando seppe che venuti alle mani col Pellicone erano tutti caduti prigionieri del castellano di Musso. In quelle strette il Brisighello mandò tosto per soccorsi al Leyva uno Spagnuolo chiamato Caravacca, di singolare sagacità nell’ufficio di spia. Nè passò molto che vide alcune barche spiccare dalla riva di Malgrate, cariche di vittovaglie, e venticinque Spagnuoli approdare alla sponda di Lecco sotto i colpi dei soldati del Medici. Il soccorso fu tenue riguardo al bisogno, atteso che il Medici stringeva ognor più l’assedio, e guardava gelosamente la parte di lago, onde fu d’uopo d’un nuovo rinforzo. Accorsi in sussidio il conte Lodovico Belgiojoso, il conte Filippo Tornielli e Cesare da Napoli con scelti soldati, il Brisighello sperava di trovar sorte migliore. Ma le speranze anche questa volta tornarono vane, onde il Leyva saputo che anche il nemico avea ricevuti molti ajuti d’uomini freschi e valorosi, risolse di recarsi egli stesso a sostenere la fortezza. Giunse a Monza e si gettò sulle terre di Brianza(8).
I signori di questa terra, che favoreggiavano quasi tutti al castellano di Monguzzo, veduti i soldati del Leyva li molestarono assalendoli, tagliando le strade, e con mille durezze, e soprattutto si distinsero i Pozzi signori del castello di Perego. Il Leyva, visto di non poter sottomettere questo forte, per non lasciare alle spalle alcun luogo che gli potesse tornare molesto, circondatolo con cannoni lo obbligò alla resa. Condottosi di poi ad 0lginate, quattro miglia discosto da Lecco, ed avutane la fortezza, dopo debole resistenza, da Antonio Maria Negro parente di Palamede d’ Adda, che ne era, come dicemmo, il castellano, i soldati spagnuoli passata tranquillamente l’Adda sul ponte d’Olginate procedevano verso Lecco. Ma venuto in capo ad un alfiere tedesco d’uccidere, contro la data fede, il Negro, con quest’atto per poco non ruinò affatto le soldatesche del Leyva. Perocché Palamede d’Adda salpato un veloce brigantino con buonissimi rematori ed alcuni de’suoi più valorosi, si condusse ove sbarcavano le prime genti del capitano spagnuolo e fatta una sanguinosa vendetta, prima che giungesse la seconda barca del soccorso, tutto bagnato di sangue ritornò a’ suoi, mandando ad un tempo genti veneziane a guardare un passo stretto chiamato il Pertugio(9), tenendosi egli alla difesa dei posti più difficili che avea rinforzati con fossati e bastioni. Il Medici intanto era venuto alle mani coi nemici, ma vedendo che il Leyva avea superato il passo del Pertugio, mal fidandosi dei Veneziani ordinò a questi d’imbarcarsi e ritirarsi nel castello di Musso, ed egli stesso visto di non poter tentar nulla di sicuro, sebbene Lecco per la gran batteria che vi si era fatto fosse ridotto in grado di non poter essere difeso, e Giovanni Battista de’ Medici, fratello di Gian Giacomo, uscito da Monguzzo avesse ricuperato i castelli caduti nelle mani del Leyva, entrò nella sua barca e fece vela alla volta di Musso. La sorte dell’assedio era decisa, quando, per vantaggio del re cattolico, il Leyva stimando di dover guadagnare l’animo di Gian Giacomo, gli propose larghissimo compenso, e la custodia della rôcca di Lecco, quando avesse voluto prestare il suo braccio a favore della Cesarea Maestà. Così avvenne. Il Medici, tradito il duca di Milano suo signore, da quel punto fu vassallo della nazione spagnuola, e comandò che dinanzi alle sue schiere fosse portata la croce bianca invece della rossa che fino allora aveano avuta.
Gli abitatori di Lecco, stremi delle miserie tollerate in sì lungo assedio, esultarono quando riebbero la libertà; lo che avvenne ai 28 del marzo 1528. Fecero allora un voto di santificare il giorno di San Giuseppe la cui ricordanza era in quel mese festeggiata, e di recitare ogni dì cinque Pater ed altrettante Ave Maria come vien ricordato nella lapide che si legge nel fianco della porta laterale della chiesa di San Niccola, parrocchiale di quel borgo, e che dice(10)

D. O. M.
LECUENSES A BELLO FAMEQUE VEXATI DIVI JOSEPH
FESTUM AGERE AC QUINQUE QUOTIDIE ORATIONES
DOMINICALES, ANCELICASQUE SALUTATIONES DICERE
VOVERUNT: NAM CUM RES DIVINA QUARTO KAL. APRILIS
MDXXVIII CELEBRARENTUR AB OBSIDIONE LIBERATI
FUERE. SIC ETIAM A PESTILENTIA MALE AFFECTI
IN DIEM DIVE CATHERINE VOVERUNT SANCTIFICARE VELLE
DIEMQUE VIGILIAMQ BEATIS5IME VIRGINIS MARIE
DIVI ROCCHI SEBASTTANI AC CATHARINE COMPROBANDOQ
ITERUM DIVI JOSEPH VOTUM PESTIS QUIEVIT AC LIBEROS
QUARTO KL APRILIS MDLXXXI EOS RELIQUIT AN SS JUBILEI MDC

Poco dopo fu stabilito che egli ritenesse le torri di Lecco e di Musso e abbandonasse quella di Monguzzo, conducendo fuori di Brianza tutti i suoi presidj. Figuratevi che cuore fu quello del duca Sforza quando ebbe inteso il tradimento del Medeghino! Adirato fece mettere a prigione il brianzuolo Antonio Dugnano, uno de’ più ardenti seguaci di Gian Giacomo, uomo ricco d’ingegno, che giusto di que’ tempi era venuto per accidente a Milano. Il Medici a vendicarsene recatosi a Cantù (1529) s’impadronì di molti ducali, e li chiuse nelle prigioni di Monguzzo, scrivendo al Bentivoglio, allora governatore di Milano, facesse sapere allo Sforza che se ardisse qualche cosa di grave contro il Dugnano, l’avrebbe egli fatta pagare assai cara a’ suoi prigionieri. Lo Sforza fece ragione pel suo meglio di ridonare la libertà al prigioniero, e il Medici del pari aperse le porte a’ que’ dello Sforza. Al potere del Medici non mancava che il nome per essere reale. A Lecco ed a Musso fece battere monete improntate del suo nome e del titolo Conte di Lecco (1531)(11).
Quando ebbe nelle sue mani il possesso della terra di Lecco, avuti certi motivi per dubitare che i monaci del convento dei padri Osservanti di San Giacomo, posti un tiro d’archibugio fuori del borgo, non serbassero animo ostile contro di lui, diede ordine che tutto il convento venisse spianato. Ma nel 1529 o per coscienza o per altri motivi ordinò che fosse comperato un pezzo di terreno in Castello vicino un mezzo miglio da Lecco e vi fosse eretto un nuovo convento coll’antico titolo di San Giacomo per gli stessi padri d’osservanza. In appresso questo cenobio si accrebbe assai colle limosine del Medeghino, dei popoli d’ intorno e principalmente di quei di Lecco. In questo il Medici, acquistata anche la Valtellina, la facea da principe, informando de’suoi acquisti il pontefice, il re di Spagna, il senato veneto e lo Sforza. I Grigioni per vendicarsi della perdita della Valtellina, paese molto affezionato al marchese Gian Giacomo, assalito con furia Introbbio intimarono a’ paesani che lo guardavano, d’arrendersi. Ma udito dai valorosissimi Introbbiesi rispondersi freddamente che si sarebbero dati nelle loro mani quando i Grigioni avessero le terre di Bellano, Musso, Lecco, e visto che quei montanari avrebbero difesa fin che fossero durati in vita la terra de’loro avi, retrocessero ponendosi in Gravedona per guardar da quella parte il castello di Musso. Poco appresso il Lario fu teatro di orribili carneficine tra gli Sforzeschi e i Medicei, quasi sempre con vantaggio di questi. Ma parendo allo Sforza che il primo passo per ruinare la potenza del suo avversario fosse di privarlo del castello di Monguzzo, mise gente insieme, e commessala a bravi condottieri, la mandò subito ad assalirlo. L’assedio durò alcuni giorni con valore dell’una e dell’altra parte; per quei di fuori combatteva il desiderio della conquista, per quei di dentro il desiderio della vita e della libertà, più forte che quello della vita. Perduto ogni timore di morte, d’ambedue le parti si davano segni di singolare eroismo. Di fuori moriva Bernardino Pietrasanta milanese, alfiere del conte Francesco Gallarati, colpito da una palla di moschetto mentre per una via erta e difficile saliva a piantare la bandiera del duca sopra il riparo de’nemici. Di dentro il Criminale, alfiere del Pellicone, cadutogli morto allato un suo tenerissimo fratello, prese il cadavere e lo gettò fuor dalle mura, acciò la sua vista non contristasse i difensori. Il numero prevalse, e degli assediati i più furono fatti prigionieri. Quella virtù che comanda anche sul cuore dei nemici, fece rispettare il valoroso alfiere che riebbe la libertà; altri che poterono mettersi al sicuro, fuggirono a Musso a riunirsi col resto delle forze. Così il duca ebbe nelle mani il castello di Monguzzo. Pensando quindi a riacquistare anche quello di Lecco, raccolse nuove genti, e commise al colonnello Alessandro Gonzaga di Mantova, perchè fatte le provvisioni necessarie procedesse alla volta di quella fortezza. Il colonnello eseguì fedelmente gli ordini e fece una barriera con cui separò Lecco dal ponte, ed egli col nerbo della truppa si pose a Castello disponendo tre cannoni per battere da quella parte; mise a Malgrate il capitano Corsino da sant’Angelo con due compagnie; al capitano Pedraccio da Erba, soldato di mirabile fortezza d’animo e di corpo, diede ordine di far testa al Vistarino, che trovavasi a combattere il ponte. Non tardarono questi due a scaramucciare, e il Vistarino, come il più provveduto d’uomini, ebbe la sorte migliore. Indi avendo detto per vanto a Petraccio…
“se il tuo padrone vuoi misurare con me la sua spada, eccogli pronta la mia” questi rispose…
“il mio signore è marchese, né vorrà combattere con un semplice soldato, onde sarà meglio conveniente che io faccia la sua vece e così ci proveremo da pari a pari “.
E da parola a parola vennero fra loro ad insulti e minaccie.
Questo alterco tornò fatale a’ soldati del Petraccio; imperocché appena ebbe egli abbandonata la custodia del ponte, i pochi che vi erano rimasti a guardarlo dovettero venir a patti col Vistarino e gli cedettero il ponte Giovan Giacomo Medici salito allora con una grossa mano d’uomini su molte navi si spinse verso Mandello ove il Vistarino, dopo fortificato il ponte di Lecco, si era ritirato, venne alle mani sul lago stesso, ma di subito ebbe il dolore di perdervi suo fratello Gabriele, soldato di ventidue anni, dei più arrischievoli e valorosi. Il suo corpo fu depositato nella chiesa di San Giacomo a Castello, dove qualche tempo dopo venne ad onorarlo di sontuose esequie papa Pio IV., fratello anch’egli del Medici e zio del nostro San Carlo Borromeo (1531). Volendo poi Gian Giacomo liberare Lecco da’ ducali che l’assediavano, ordinò, il giorno 11 giugno, che novantadue de’ suoi ne’ quali avea posta maggiore confidenza, vestissero una camicia e sopra essa una benda bianca ed una rossa, e soprattutto una cappa nera. Indi ragguagliato dal suo esploratore Caravacca dei ripari nemici, del corpo di guardia, dell’alloggiamento del colonnello, del motto di convenzione dato alle sentinelle che era San Cristoforo, ne informò i soldati, dando loro ordine che si mettessero in via, né facessero bottino, né prigioniero finché non udissero il tamburo. Imposto quindi al Pellicone ed al Gabriele Serbelloni(12) come dovessero governarsi, venuta la notte e raccomandatosi alla vergine santa Barbara di cui quel giorno ricorreva la festa, si presentò in faccia al ponte. Ma caduto a terra un Tedesco colla sua pesante armatura produsse tal rumore, che la sentinella del ponte gridò all’armi! Fu presto Gian Giacomo a buttarsi al suolo con tutti i suoi. Il custode del ponte, accorso in camicia alla voce della guardia, stette lungamente orecchiando, ma nulla venendogli veduto, né udito, rimbrottata la sentinella, tornasse a letto. Il marchese rialzatosi, ed ordinato a’ suoi, che al primo strepito fossero pronti ad accorrere, con due de’ più arrischiati alquanto fra loro discosti s’appressò alla sentinella, le diede la parola convenuta, poi afferratala per la gola la trapassò con un pugnale. Indi cogli altri due entrato nel corpo di guardia gittò un caldano di fuoco nel viso ad un caporale sonnacchioso, poi alzando un grido chiamò gli altri, che gettatisi in Castello con fuoco e con armi fecero un macello di genti ducali. Il marchese entrato nelle stanze del colonnello Alessandro Mantovano lo sorprese in letto, che badava a tresche e non che ai Medici, lo fece prigioniero, fugò le sue genti che scomparono fino su quel di Venezia, s’impadronì di tre pezzi d’artiglieria e tutto fece tradurre nel borgo di Lecco. Non era però completa la vittoria del Medici; poiché il Vistarino che trovavasi a Mandello, udita la sorte de’ suoi compagni, uomo coraggioso e consumato nell’arte della guerra, raccolse i suoi e precipitò a campeggiare Lecco dalla parte del lago. Allora stanche ambedue le parti, il Medici e il duca, di tanti combattimenti, stabilirono una tregua. Si stavano ancor facendo le pratiche d’un accordo quando il marchese, parendogli che il danno stesse tutto dal canto suo, di notte all’improvviso assalì Malgrate, tenuto dal capitano Corsino, ed uccise le guardie entrò in quella terra, sfondò le porte della casa ove abitava il capitano, ed ammazzatolo mentre coraggiosamente si difendeva, in poche ore tolse di vita tutta la guarnigione. Finalmente (1532) l’arcivescovo di Vercelli operò per conciliare a miti sentimenti di pace l’animo di Francesco Sforza e di Gian Giacomo Medici, e vi riuscì, ponendo per condizione che il Medici abbandonasse Musso e Lecco, e tutto quanto possedea colà di armi, polvere, picche e vittovaglie, e che ricevesse dallo Sforza in ricambio quarantamila lire in contanti alla mano e mille annualmente, e il titolo di marchese di Marignano con qualche altro vantaggio. D’allora prese servigio ai soldi del duca di Savoja, indi di Carlo V. di Spagna, che lo adoperò in molte arrischiate imprese; da ultimo fu generale della lega fra Cosimo de’ Medici di Firenze, Papa Paolo IV. e l’Imperatore Carlo V. contro i Pisani, e sempre mantenne la gloria di capitano. In questo minacciati di nuovo i Milanesi d’un’invasione per parte de’ Francesi presero la risoluzione di chiamare in loro soccorso il marchese Gian Giacomo de’ Medici, che sollecitamente accolse l’invito, pronto a prestare alla sua città gli ultimi servigj. Ma non era appena arrivato, che da grave malattia sopraggiunto, oppresso dagli anni e dalle tante fatiche militari, morì ai primi di novembre 1555 compianto dai Milanesi e dagli Imperiali. Il suo cadavere fu trasportato con pompa solenne fino a Marignano: e di là poscia da Pio IV., suo fratello papa, succeduto a Paolo IV., venne trasferito nel duomo di Milano ed onorato d’un bel monumento, fatica di Leone d’Arezzo. Alcuni anni dopo, pubblicatasi dai marchese del Vasto, bisognoso di danari, la vendita di molte entrate dello stato, Battista de’Medici fratello dell’illustre capitano comperò Lecco insieme colle tre Pievi per meno di dodici mila scudi(13).
Il capitano Pellicone nativo, come dicemmo, di Canzo ebbe sempre gran personaggio durante queste calamitose vicende. Finalmente ferito in una coscia fu trasportato a Lecco; d’onde, non potendoglisi cavar la palla, dopo composto I’accordo, Il Medici che lo amava della maggior tenerezza comandò che fosse trasportato a Milano. Ma l’infelice non potendo più reggere al dolore spirò tra via…
“Fu il Pellicone di statura grande et mal composta, di faccia, et barba lunga di colore cineritio, di fronte superba, et occhi malinconici, et nell’eseguire fu diligente, fedele, et valoroso, fu grato ai soldati, et gran persuasore con parole succose è polite, le quali egli aveva apprese in Lucca, ove dimorò gran parte de’ suoi primi anni. Vestiva habito soldatesco, ma pomposo e con molto oro. Fu crudo et d’animo altiero et desideroso d’accumulare, et però non allattando le soverchie spese, si fece rapace et usurpatore delle facoltà private. Rapì la moglie d’un suo compatrioto e poco di poi fece ammazzare il marito; parendogli così di poterla sposare legittimamente; ma quando morì si vide ritolto quasi tutto il rapito, e per compimento di miseria, ad istanza d’un certo suo creditore di piccola somma minacciato più volte dai birri di levargli il letto sopra il quale già era: grande esempio veramente di chi nelle prosperità non si ricorda degli obblighi, che s’hanno a Dio, né dell’immensa sua giustizia, credendo con la sola potenza humana da adempire e perpetuare gli ingiusti suoi desiderj(14) “.
Con questi oggetti di rustica antichità fanno un bellissimo contrasto i mirabili lavori in Sovero eseguiti con incredibile pazienza, e diligenza per cura dello stesso signor Boara. Meritano pure essere veduti in quella raccolta molti oggetti di belle arti, di mineralogia e di produzioni animali.