CAPITOLO XXXII

IL FEUDO DI MARIANO_E DI DESIO
DAL 1537 AL 1538.


Erezione del feudo fatta da Galeazzo Maria a favore di Lucia Reverta. Girolamo Balbiani compera i dazj di questo feudo. - Giovanni Giussano compera il feudo che passa poi ad Ercole Marliani. - Contese fra questo e il conte Lodovico Taverna. - Giacomo Gallarati compera il feudo di Desio.

La scaltra Lucia Reverta di Mariano avea avuto dall’amore con Galeazzo Maria un bellissimo bambino, a cui era stato imposto il nome del duca. Allora raddoppiando le scaltrezze ottenne…
“la giurisdizione dei borghi e delle pievi di Desio e di Mariano, con mero e misto governo, col potere della spada, coi dazj del pane, del vino, delle carni, e dell’imbottato del vino e delle biade. E tante donazioni concedette a Lucia, vita durante, e dopo la sua morte al magnifico Galeazzo Maria Visconti(1) ed agli altri maschi nascituri dalla stessa signora Lucia contessa e dal prelibato signor duca e loro discendenti, maschi legittimi e successori in infinito”.
Poco dopo l’illustrissimo principe, dopo aver confermate le suddette donazioni e concessioni, allargò i diritti della druda dichiarando…
“i borghi di Desio e Mariano colle loro pievi interamente disoggettati da ogni dipendenza dal ducato milanese, ed esenti d’ogni carico e pesi ordinarj, straordinarj, personali o misti, tranne solo la gabella del sale e il dazio della mercanzia dei generi e delle ferrarezze, di diritto finanziario ducale, e l’alloggio de’cavalli e de’ stipendiarj del duca “.
Dopo essere passata da diritto a diritto la contessa Lucia, piegate le ginocchia in presenza dello stesso signor duca, ricevette per sè e pei figli nati e nascituri dal commercio con Galeazzo Maria, e loro eredi e successori in infinito, l’investitura del dominio. Era solito in simili cerimonie far passare una spada sguainata dalle mani dell’investitore a quelle dell’investito. Così fu a questa volta. Lucia con tale prammatica dichiarata feudataria di quella ricca estensione, e vassalla fedele della duchessa e del duchino ereditario, ricevette dai doganieri, ostieri e dalle corporazioni di artigiani il giuramento di fedeltà. Ella poi promise a nome suo ed anche de’figli futuri che avrebbe giovato al sostegno del ducato di Milano, non avrebbe stretta alleanza con chi che sia, né avrebbe concepita o favorita alcuna congiura, che opererebbe per quanto fosse da lei e da loro di tener lontano tutti i disastri e pericoli dal trono ducale, e sarebbe sempre fedele, buona, sincera e debole vassalla, feudataria e suddita de’ naturali e immediati signori ecc. queste cose Lucia, posta la mano sull’ evangelio, giurò(2).
Prima però che il feudo di Mariano fosse materia di sì vile mercato e delle scandalose vicende, che vorremmo neppur ricordare, se pur troppo non servissero a rendere un’idea perfetta di quei tempi infelici, sino dal 1466 (4 novembre) era stata dai riformatori delle entrate ordinarie e straordinarie dello stato di Milano, anche in virtù di ampia procura della duchessa Bianca Maria Visconti e del duca Galeazzo Maria Sforza suo figlio, fatta vendita a Girolamo Aliprando delle entrate de’ dazj di pane, vino e carni di tutta la pieve di Mariano e territorio di essa(3).
Lucia dopo la morte del duca caduta d’ogni autorità, probabilmente dovette cedere anche questo feudo, ricevendo in cambio una somma corrispondente.
Diciamo probabilmente, poiché nell’anno 1538 il magistrato Bellisario Tolentino fece vendita della giurisdizione e ragione annessa con mero e misto impero di tutta la pieve di Mariano, eccettuato il borgo a favore di Giovanni Giussano(4). Giovanni Francesco suo figliuolo vendette questo feudo nel 1590, al conte Ercole Marliani, coi medesimi diritti con cui l’aveva egli ricevuto(5).
Il borgo che noi abbiamo veduto eccettuato nelle cessioni superiori, era in questo tempo nelle mani del gran cancelliere Taverna e suoi eredi conte Matteo e fratelli Taverna, che lo avevano legalmente ricevuto dal conte Belisario Tolentino a danno della famiglia Giussani e poi Marliani. Ma nel 1596 comparve Agostino Guranzano dinanzi al magistrato notificando come i Taverna possedevano il borgo senza ragione niuna, per quanto rinfiancassero il loro titolo coll’istrumento rogato da Giuliano Pessima risguardante la vendita fatta l’anno 1538 dalla regia camera al già nominato conte Belisario. Le ragioni di Guranzano stavano nella sostanza dell’ istrumento medesimo, nel quale era bensì espressa la vendita di centocinquanta staja di sale del borgo di Mariano, ma non si facea pur motto della giurisdizione di esso. Ventilata una tale deposizione, e riconosciuta sincera, il conte Lodovico Taverna cedette al conte Ercole. Nel 1543 il 27 giugno per rogito di Alessandro Sala, notaro di Milano il detto Giovanni Battista Landriani, anche come aquirente della porzione spettante a Giovanni Andrea suo fratello, fece vendita degli stessi dazj al signor gran cancelliere Don Francesco Taverna. Marliani la giurisdizione civile e criminale del borgo coi dazj di pane, vino e carne, e inoltre la ragione sul mercato da farsi in esso luogo in un qualunque giorno della settimana, e la ragione che aveva sul palazzo situato in detto borgo. Rimase quel feudo nelle mani dei signori Marliani fino al 1683 in cui la regia camera permise che ne fosse investito il marchese Questore Flaminio Crivelli per una somma di lire quindicimila da lui pagate a Filippo Marliano, oltre a lire nove per ogni fuoco, versabili dal compratore nel regio fisco. Riserbiamo ad un altro capo la storia posteriore di questa giurisdizione. Il feudo di Desio, tornato alla regia camera, fu da Francesco II. Sforza signore di Milano, per bisogni di guerra esposto in vendita. Comprendeva esso le terre di Seregno, Lissone, Macherio, Bovisio, Massiago, Bassino, Vedano, Molino del Salice, Molino di San Giorgio, Varedo, Pallazzolo, Incirano, Nova, Paderno, Dugnano, Cusano, Balsamo, Cinisello, Cassima Amata, Muggiò, Bollate, Novate, Senago, Pinzano, Cisa, Cassina, Portosello, Garbagnate, Bareggia, Valaguzza, Dérgheno, Castellazzo, Cassina nuova, Cassina di Samt’Appolimare, Molino di Carlone, Meda, Cassina di San Giorgio, Cassina Savina, Cassina Aliprando, Rosè, Vialba, col dazio del pane, vino, carne imbottato, ed altri redditi feudali. Lo comperò Giacomo Gallarati, ma presto ritornò alla regia camera per essersi estinta la linea mascolina della sua famiglia. Esposto di nuovo in vendita ai 23 dicembre 1580 fu comperato dallo spagnuolo don Giovanni Manriquez, figliuolo di don Gargìa, che abitava in Milano nella parrocchia di sant’Eufemia, versando nelle mani del re Filippo di Spagna sessantatremila lire imperiali.