CAPITOLO XXXIV

VICENDE RELIGIOSE
EPOCHE PERCORSE.


Fondazione nell’ospitale di Sant’Antonio a Cantù. Della chiesa del Lavello. De’ monasteri di Monbaro. - Di Erba. - Di Sabioncello. - La parrocchiale trasferita da Ganlate ad Olginate Processi di fattucchieri.

Le prime notizie religiose di cui abbiamo a parlare in questo secolo sono intorno ad opere di pietà. Gli abitanti di Cantù fondarono sulla via che dal loro borgo mena a Como un ospedale inaugurato a Sant’Antonio; e lo diedero in mano di pie donne ospitaliere col titolo d’ospitale di Sant’Ambrogio, presieduto da un prete chiamato ministro. E poiché queste donne seguivano dapprima la vita regolare, senza clausura, né voti, né veli monacali, chiesero in appresso di erigere un proprio monastero sotto il nome di Sant’Agostino. L’ospitale abbandonato da esse cadde nelle mani de’ secolari ed assunse il titolo di Sant’ Antonio, e fu destinato al ricovero degli infermi e de’ viandanti. Nel 1480 vivea nella valle di San Martino un pietoso romito conosciuto sotto il nome di Giacomino. La fama del sant’uomo si era divulgata nelle terre d’intorno, e la sua miserabile celletta ribboccava di credenti. Si valse di questo favore per raccogliere limosine e con esse fabbricò una chiesetta nell’anno già indicato. È fama che mentre si gettavano le fondamenta di questa solitaria cappella venisse trovato un cadavere in un vaso chiamato volgarmente navello. Corrotto il vocabolo divenne famosa per miracoli la chiesa della Madonna del Lavella. Ivi si eresse poi, nel 1493 ai 30 giugno, un monistero ove per primo rettore fu un fra Calisto servita, uomo cattivo, il quale lo regolò sì male che non solo venne egli cacciato, ma il convento, levato ai Servi di Maria, e donato ai Minori Osservanti(1).
Sul Montebaro dove ora ascende chi cerca la bellezza della natura per gettare lo sguardo maravigliato sul vago prospetto dei laghi di Brianza, una volta i Francescani sollevavano le pacifiche loro cantilene, e viveano lieti dei proventi delle loro questue. Prima che vi fossero i Francescani in quel luogo era esposta un’immagine di rozza antichità venerata dalle terre dintorno. Venne a taluni capriccio di trasportarla altrove ma postisi all’opera tutti rimasero ciechi. Propagata una tale novella per tutto il paese, gli uomini di Galbiate vedendo il manifesto miracolo della madre di Dio furono presi da tanta divozione verso quell’immagine, che intorno al 1480 vi fabbricarono una chiesa, la quale in breve divenne famosa per abbondanza ‘di grazie e di prodigj. Fu quindi stabilita una congregazione con molti capitoli da osservarsi che vennero confermati da Giovanni Galeazzo Maria Sforza con patente data in Parma l’anno di nostra salute 1488 ai 22 di agosto(2).
Coll’andare del tempo questa congregazione cedette la sua chiesa ed un edificio attiguo, ripartito in cellette e dormitori, ai cappuccini di Castello sovra Lecco verso il 1530. Nel 1532 uscì una bolla di Clemente VII. colla quale proponeva ai Francescani, che bramassero seguire più strettamente gli obblighi della loro congregazione, di ritirarsi in alcuni conventi separati. I cappuccini della provincia di Milano che vollero seguire più austera vita, scelsero per ritirarvisi l’edificio del Montebaro, e da questo luogo ebbero origine i Riformati che in un momento si stesero su tutta la faccia della terra. Questi monaci di Montebaro avevano ai piedi del monte vicino a Galbiate un ospizio chiamato di San Bernardino colla chiesa unitavi per utile dei questuanti e dei frati viaggiatori, che o stanchi o sorpresi dalla notte non potevano arrivare al loro convento. Un altro uomo pietoso, Galdo Carpano, elemosinando nelle terre d’intorno fabbricò nel 1489 il convento degli Angioli di Erba, ove Francesco del Conte, medico milanese, stabilì i cappuccini, a cui in appresso subentrarono i Filippini. Sulle ruine di questo convento il signor Rocco Manliani eresse, secondo il disegno dell’architetto Leopoldo Polak, il palazzo che dedicato a sua moglie volle fosse chiamato dal nome di lei, Amalia. Ivi un’iscrizione legge:

ROCHUS PETRI FIL. MARLIANUS
DOMO MEDIOLANO
CAENOBII VETERIS OPERIBUS A SOLO AMPLIATIS VILLAM EXTRUXIT ORNAVIT AMALIAM EX CONJUGIS KARISSIMAE NOMINE APPELLANDAM
ANNO MDCCCI(3).

Nella divisione antica della diocesi di Milano era stato stabilito capo di una il paesello di Garlate. Nel 1493 la prepositura venne trasferita alla chiesa fino allora sussidiaria di Sant’Agnese di Olginate, antico edificio, oggi rimodernato, e degno di riguardo, nel cui pavimento esistevano già alcune iscrizioni dei secoli quinto e sesto(4).
Serbiamo per ultimo fra le memorie storiche un formale processo intorno al quale non parmi sconveniente allargarmi alquanto. Gualtiero Pellegrino, figliuolo d’un certo Martignone del Roncaccio nella diocesi di Como, accusato come eretico e stregone fu tradotto al tribunale del Santo ufficio. Sostenne due interrogatorj e processi. Nel primo di essi confessò che sino dai tredici anni dell’età sua in poi trovandosi ai servigj di Stefano Dote, di Cesare Maderno, ogni giovedì più di notte che di giorno andava al barilotto. Ivi trovava la maestra del giuoco la quale gli diceva la tale erba è buona pel tal male e tante altre cose, che gli facea poi dimenticare mediante una bevanda. Gualtiero aveva guarito con mezzi non naturali il figliuolo di Giacomo da Monguzzo stregato. Pregato da suo padre di procurargli questa guarigione aveva comandato alla madre del ragazzo di comperare il capo d’un vitello perchè il fanciullo era maschio, osservando di dar al beccajo quanto avesse voluto, indi portatolo a casa di farlo cuocere senza lavarlo, e mangiarselo tutto, salvando le sole ossa, guardandosi bene di darne a chicchessia, neppure per amor di Dio. Dopo ciò Gualtiero, prese quelle ossa con due figli vergini che sapevano recitare il formolario, le aveva portate al Lambro, ed ivi imposto al padre dello stregato di gettare nell’acqua. Così fu fatto, ma le ossa con meraviglia, andarono a ritroso. Dopo ciò aveva imposto che il fanciullo si lavasse nove volte nel brodo del vitello. Quando Gualtiero andò la prima volta dalla maestra del giuoco, questa gli disse…
“vuoi tu essere della nostra società? rinnega Dio e la Vergine Maria”.
Ed avendo egli fatta questa protesta la maestra stese al suolo una croce dicendogli…
“schiacciala coi piedi”.
Trovandosi poi il detto Gualtiero nell’osteria nuova fuori della Porta Comasina di Milano, udito che un certo Ambrogio aveva perdute molte sue cose, gli aveva promesso di fargliele trovare nel modo che gli sarebbe stato suggerito durante il barilotto. Messosi più volte a voler distruggere i malefici, non aveva potuto né saputo, sebbene avesse adoperato molte erbe, il medighetto ed altre amare, come fece con Bertola di Brenna nella pieve di Mariano. Che più? prese una volta la croce, e dopo aver rinnegato il battesimo e la fede, la legò sotto la coda d’un asino e d’un montone. Regalato una volta alla maestra dei giuoco un pajo di capponi, essa in ricambio andata al barilotto gli fece portare dal diavolo un cassone di carne…
“e mangiò anche il Gualtiero di quei capponi, e dopo gli fu dato da essa a bevere una bevanda dolcissima di una ciottola presentatagli dallo stesso diavolo”.
Com’ebbero mangiato e bevuto ecco apparire una quantità di signore che si pongono a danzare con essi, e quindi, fatto il diavolo d’un segno sur un’assa, cominciarono le immondezze carnali, e fu determinato il luogo di trovarsi pel prossimo giovedì. Aveva fatto tempestare sulle campagne di Mariano col segnar un circolo colla croce, indi calpestarla, dicendo alcune parole da non potersi ripetere. Quando voleva indovinare l’esito di qualche malattia riempiva una basletta (tagliere di faggio) d’acqua e postivi tre grani di sale e tre carboni morti recitando certe orazioni costringeva i morti a svelare il futuro, e allora se si trattava d’ un malato dicevagli…
”prendi la tale erba, delitto replicato forse cento volte”.
Nel secondo processo depose che la maestra del giuoco era una certa Sibilla coi piedi d’oca, che ora si mostrava grande, ora piccola, e che non poteva essere altro se non il diavolo infernale, e che aveva da essa imparato a indovinar i mali, nel modo come sopra aveva deposto; che aveva ammaliato il figliuolo della signora Polissena di Besana, il figliuolo d’Antonio d’Asnago in Barlassina, un altro a Desio, una fanciulla ad Asnago, ed aveva altre volte fatto tempestare, e molti e molti altri delitti. I santi inquisitori, mansueti sul mansueto esempio del signore che non vuol la morte ma la conversione e la vita del peccatore, considerando quei che aveva detto nel primo processo e nel successivo, e che altre volte era stato nelle loro mani per questo motivo, e non poteva ritirarsi dalle sue pedate, ed era recidivo e fuori della strada della penitenza, ed aveva lungamente negati i suoi delitti, desiderando con paterno affetto e cordialmente la sua salute… non volendo che diventasse peggiore e contaminasse gli altri coi suoi costumi e pessime suggestioni. Ascoltato in ciò il consiglio del reverendissimo cardinale Carlo, per divina misericordia, arcivescovo della chiesa milanese, ed ottenuta licenza fino alla sentenza capitale, invocato il nome di Dio e della sua madre Maria Vergine e del beato Pietro Martire... giudicarono Gualtiero Pellegrino eretico, e come tale lo condannarono secondo le canoniche leggi e le tradizioni della religione cristiana, abbandonandolo da quel momento al giudizio del potere secolare, e dichiararono confiscati tutti i suoi beni se ne aveva. Questa condanna gli fu letta sulla piazza di Sant’Eustorgio di Milano, alla presenza di Giovanni Lucchino da Olgiate, podestà del borgo di Cantù, al quale venne poi dall’inquisizione rilasciato. Giovanni Lucchino fatto condurre il reo sulla piazza di Cantù, sentenziò che subito al luogo consueto della giustizia fosse condotto e dato al rogo in modo che tosto ne seguisse la morte. L’esecuzione della condanna fu data al nobil uomo Paolo Sorre di Cantù che vi si era spontaneamente offerto. Galeazzo Sforza duca di Milano confermò la sentenza con rescritto del 14 agosto 1453. Tommaso d’Alzate notaro, dopo il suono delle campane e del tamburo secondo la consuetudine, lesse pubblicamente i processi e le sentenze alla presenza dei tre testimonj, Giovan da Ello figliuolo di Zano; Antonio Bernardo della Cassina, e Tommaso di Montorfano. La condanna fu eseguita al 12 settembre dell’anno già detto 1453. Ringraziamo di tutto il cuore la misericordia di nostro Signore che ci abbia fatti nascere in tempi migliori.