CAPITOLO XXXV

UOMINI ILLUSTRI
DAL 1411 AL 1516.


Francesco Agliati. Tadeolo. Antonio, Giovanni da Vimercato. Dionisio Parravicino. Bettini da Trezzo. Giovanni Buffi, Dionisio da Ello. Andrea Aicardo Visconti. Antonio da Agrate. - Giovanni Matteo Ferrario.
Michele da Carcano. Antonio Averara. - Marco d’Oggiono. Giovanni Donato da Montorfano. Costantino ed Agostino da Vaprio. Paolino da Montorfano. Antonio da Paderno. Dipinti nelle chiese di Cassano, di Cremona, di Maggianico e ad Annone.


Quanto corre volontieri la mano dalle narrazioni di guerra, di traccotanza, d’oppressione alle pacate vicende della religione, della carità, degli studj! Francesco Alessi Agliati di Seregno, fu vescovo di Gab in Provenza, indi nel 1411 (5 giugno) venne eletto da papa Giovanni XXII, a vescovo di Piacenza in sostituzione di Branda Castiglioni, promosso a cardinale(1).
Tadeolo da Vimercato sostenne la decuria, il vicariato di provvisione nel 1411, fu consigliere di giustizia e quindi senatore. Assunto nel 1385 nel collegio de’ dottori, lesse diritto canonico nelle università di Piacenza e di Pavia e per la sua dottrina fu creato conte Paladino dell’imperatore Sigismondo nel 1418(2).
Aveva egli tre figliuoli uno dei quali, Antonio, fu buon causidico e dettò alcune opere di storia fra cui il successo della morte di Giovanni Maria II, duca di Milano e poi un altro libro de Rebus gestis(3).
Giovanni fratello d’Antonio fu conte Palatino e conte di Valenza presso il Po, e ducale governatore di Genova. L’iscrizione posta nel monastero della Pace dice Giovanni fondatore di quel cenobio. Fu inoltre professore di diritto civile a Pavia e pubblicò molte opere di giurisprudenza delle quali alcune non sono morte. Cessò di vivere ai 10 dicembre 1468(4).
In un tempo in cui tanti erano i rivolgimenti politici, venia naturale una foga d’attendere agli studj della giurisprudenza, che sola, dopo la spada, potea aprir l’adito alle cariche luminose. Giorgio Ghilia di Carsaniga, monaco benedettino, fu vescovo suffraganeo di Como nel 1451. Discendeva egli da illustre famiglia, che possedeva la villa di Vizzago coi fondi che vi sono annessi(5).
Più illustre assai di tutti questi fu Dionigi Parravicino, nato nel villaggio di questo nome sul laghetto d’Alserio. Passò i primi suoi anni in Como stretto in amicizia con Ambrogio De Orchi, di compagnia col quale stampò nel 1474 il Trattato delle appellazioni o congiario di Antonio da San Gregorio. Datosi quindi all’arte tipografica, a quei tempi peculiare de’ soli dotti, studiò assiduamente di latino e di greco, il qual ultimo idioma ormai caduto in dimenticanza veniva richiamato in vigore da Emanuele Crisolora. Venuto quindi a Milano, associato alle sue fatiche Demetrio Cretese, pubblicò la grammatica greca di Costantino Lascaris, che fu il primo libro che si pubblicasse in Italia con caratteri greci. Apertasi poi col favore di Galeazzo Maria Sforza in Milano una tipografia ellenica nel 1476, egli vi rimase, finché visse, in qualità di direttore(6).
Né rimase affatto silenziosa fra noi la voce delle muse, che suonava nelle rozze cantilene di Bettino da Trezzo, meno che mèdiocre poeta brianzuolo. La terribile peste che nel 1487 flagellò Milano, Pavia, Lodi, Como e per conseguenza anche noi, diede motivo ad un poema che il Bettino pubblicò nel 1488 sotto il nome di Letilagia, dedicandolo al cardinale Ascanio Sforza con questi versi…

..l’umil servitore
Bettin da Trezzo dona di presente
Quest’opresella extracta dal suo cuore
Letilogia volgar noncupata.


Ebbe sì caro questo dono l’illustre porporato, che ne ringraziò l’autore con un discreto presente, accompagnato da un sonetto, che fu poi stampato a fronte dell’opera di Bettino. A chi vuol un saggio del modo con cui il nostro verseggiatore esercitava la divina arte del canto riporteremo queste poche quartine.

Belasio, corte ferma al Capitagno
Sopra l’executione et sfrosatori
Cessava d’inquirire malfactori

Et far l’ufficio gli pareva stragno.
Lirnonta dal olive all’altra banda
Vassena: Dua: lizon col ponte dada
Eran umbrosi di metterse in strada

Per non far contra quel che se comanda.
Li forte leuco ch’ebbe già l’onore
In hostes venetorum libertesco
Ch’ esser potrebbe anchor ardito e fresco
A meglio far viveva cum tremore.

 

Belan citadinesco; sicho e bello
Che capo se po dir de la Valsasna
Faceva provisione de la masna
Et se guardava sempre far tripello.


Ci move a pietà il racconto che fa Bettino delle proprie miserie; nato da umile luogo, in poverissima fortuna, fin qui è cosa comune con quasi tutti i poeti; ma quel che egli avea di più importante pe’ suoi scarsi guadagni era una generosa discendenza di sedici figliuoli, undici de’ quali gli furono in poco tempo rapiti dalla pestilenza. Stampò inoltre nello stesso volume la Salutazione angelica, l’Orazione dominicale, e la Salve Regina volgarizzate. L’edizione di questa litilogia, fra le più rare di quel correttissimo secolo XV., è uscita dall’illustre tipografia del Zarotto, come ne dice l’autore stesso nella chiusa del poema.

Antonio di Zarotto parmesano
Molto assentito nel mestier ha impressa
Quest opra e l’ha in piccol volume messa
Per mancho spesa dell’ampio Millano.
Se ne dara a color che ne vorano(7).

Contemporaneo di Bettino fu Giovanni Biffi, latino poeta, che nacque a Mezzago vicino a Trezzo l’anno 1464. Abbiamo delle notizie relative alla sua gioventù in un brano della lettera, che egli dirige al reverendissimo signor conte Salvo spagnuolo, che riporterò qui volgarizzato…
“Essendo io in Milano, scrive egli, metà di quindici anni imparai a scandere versi, e immitando i poeti, composi nuovi carmi; tre anni prima di quel tempo fuori della città nel borgo di Vimercato, a quattordici miglia da Milano, apprendendo grammatica e analizzando molti poeti sotto un erudito sacerdote, conobbi in quella età d’avere facile vena poetica. Studiai pure in Merate sotto Giovanni de’Corvi, scolaro di Filelfo”.

Venuto a Milano vestì l’abito sacerdotale, e tutto poi consacratosi alle arti liberali, diede fuori alcuni carmi latini di compagnia con un Dionisio, nativo di Ello e conosciuto comunemente sotto il nome di Dionisio da Ello, del quale si leggono in quella raccolta alcuni epigrammi latini, povero cosa! Il Biffi durante la peste del 1487 si ritirò a Quinto ove dettò un libro di miracoli della Beata Vergine. Nel 1493 fu cappellano ducale, ma poco durò in quella carica, poichè qualche anno dopo ritiratosi a Mezzago sua patria chiuse i giorni come rettore della chiesa di santa Maria(8).
Domenico Aicardi pavese, essendosi ben meritato di Filippo Maria Visconti fu da questo adottato ed ottenne il cognome di Visconti, colla rettoria a feudo di Carimate presso Cantù(9).
Dal 1430 al 1457 fu feudatario in questa terra Andrea Visconti nato da Domenico capitano de’ Catafratti, siccome legge il suo epitaffio nella chiesa di Sant’Eustorgio in Milano. Dal furore delle guerre godeva passare quest’uomo all’ozio delle lettere e dettò una descrizione del castello di Carate(10).
Restano pure di lui molte lettere ad Enea Silvio Piccolomini, che divenuto papa assunse il nome di Pio II.(11).
Antonio da Agrate è voluto dagli scrittori delle cose milanesi(12) come nativo dal paese d’Agrate nella pieve di Vimercato. Fiorì intorno al 1468, acquistò molta gloria nei fasti della medicina e divenne archiatro ducale. E perchè tutto il suo sapere non morisse con lui, pubblicò alcune opere mediche, intorno ai bagni, alle febbri, ed una specie di galateo da seguire nell’arte da lui esercitata(13).
Di Agrate è pure Giovanni Matteo Ferrario che studiò in medicina, e licenziato si aggiunse al corpo de’ nobili medici di Milano ai 12 aprile del 1436. Insegnò la sua professione nell’ università di Pavia e si acquistò tanta grazia presso la duchessa Bianca Maria, che venne da essa creato protomedico ducale. Nel 1497 pubblicò un’opera igienica intitolandola a Galeazzo Maria Sforza, suo mecenate, e molte altre di questa natura, che furono a que’ tempo assai commendate(14).
Abbiamo già detto che mentre Giovanni Matteo Ferrario serviva alla corte ducale come protofisico, Michele da Carcano dirigeva la coscienza della pia duchessa Bianca Maria Sforza Visconti. Nasceva Michele a Carcano in vicinanza del lago d’Alserio, vestiva in Como nel 1485 l’abito da minor osservante…
“Fu uomo di acuto ingegno, celeberrimo nell’eloquenza, predicò dai Pergami più cospicui d’Italia, trascinando gli animi a voler suo ed era venuto in tanta grazia del popolo, che più volte dalla soverchia concorrenza fu obbligato a tener sermone nelle piazze e nei campi. Incalzava di fronte il vizio, onde ebbe assai persecuzioni e sofferse finanche l’esiglio, dal quale fu richiamato per le preghiere di Angelo da Civate, guardiano de’ minori osservanti(15) “.
Fu confessore, come dicemmo. di Bianca e l’assistette nel passo tra la vita e la morte. Si valse della molta sua erudizione per comporre molte opere di pietà e di morale che furono raccolte e stampate a Basilea nel 1479 alcuni mesi dopo che egli era salito all’eterno compenso delle sue virtù. Restano del suo zelo molti monumenti fra i quali l’ ospedale maggiore di Milano eretto nell’ anno 1476 di cui egli fu il primo consigliere, l’ospedale di Sant’Anna in Como di cui pose egli la prima pietra nel 1468. A Crema nel 1479 eresse un ricovero per gli infermi, che poi si convertì nell’ospedale; nel 1485 fondò il monastero della Misericordia presso Missaglia(16).
Utile fu pure la vita di Antonio d’Averara che resse come generale il convento dei Carmelitani di Mantova. Nacque nel 1511 in Averara, vallata allora unita colla Valsassina; dettò in latino un trattato delle virtù teologali, ed alcuni versi assai meno che mediocri (17).
Ed alle pietose istituzioni del secolo XV, partecipavano pur anco le donne sull’esempio della duchessa Bianca che avea profuse ricchezze nella fondazione di monasteri e d’ospedali. Tra queste merita essere ricordata Prudenza Ciceri di Erba, la quale nel 1470 meritò per l’esemplare sua condotta d’essere mandata a rimettere l’ordine nel monastero della SS. Trinità di Como(18).
Né vuol essere dimenticata la pietà della beata Simona Cantulli di Canzo. morta a Parma l’anno 1474 di nostra salute, che ebbe il titolo di beata. Monumenti d’arte, abbiamo indicati nel periodo di questo fascicolo a cui è intestato il grandioso nome di Leonardo da Vinci. Ora proseguiremo nella storia pittorica de’ nostri paesi. E primo nomineremo il dipinto a fresco esisténte ad Erba inferiore, rappresentante i santi Rocco e Sebastiano ed una Vergine in gloria. È di mediocre stile ma non affatto privo di merito pel colorito: fu eseguito nel 1490 come ne ricorda la iscrizione che lo dice lavoro d’ un Andrea Gentilino fatto per commissione di Pietro de Petris da Sirtori(19).
Pare che allo stesso pittore si vogliano attribuire alcuni altri freschi nella chiesa degli Angioli di Erba eseguiti all’epoca di sopra accennata. Era stabilita da qualche anno da Leonardo da Vinci la scuola di pittura milanese, e come avviene dei grandi maestri, ebbe subito un ricco corredo di valorosi scolari. Fra questi si annoverano alcuni de’ nostri, a’ quali consacreremo qui alcune parole. Marco d’Oggiono, o come lo chiamavano gli antichi Marco d’Uglone, nacque ad Oggiono nel 1470, apprese da ignoto maestro i primi elementi della pittura, indi passato nella scuola di Leonardo, mostrò sì rapidi progressi per cui fu sommamente caro al maestro e diventò in breve uno fra i migliori dipintori milanesi. Né solo seppe trattare le tele, ma riuscì fra i più accurati frescanti di quell’epoca gloriosa per questo genere di pittura, e ne lasciò un testimonio nei suoi lavori nella chiesa e nel convento della Pace a Milano, ove condusse una copiosissima pittura della Crocifissione; opera ammirabile per la varietà, bellezza e lo spirito delle figure. Pochi lombardi son giunti al grado di espressione, che qui si vede; pochi a far composizioni sì artificiose, e vestiti così bizzarri(20) .
Sebbene nelle dipinture ad olio seguisse una maniera meno animata, e meno pastosa che nei suoi freschi nulladimeno è bellissima la sua tavola esistente nella Chiesa di S. Eufemia in Milano; la Vergine con S. Paolo, ed altri santi, l’Archangelo Michele, che schiaccia il demonio, nella pinacoteca di Brera, il deposito della Croce posseduto presentemente dalla famiglia Lecchi di Brescia. Eseguì una copia del Cenacolo di Leonardo pel refettorio della Certosa di Pavia..
“ed è una tal copia, come dice il Lanzi, che, a qualche modo supplisce alla perdita dell’ originale “.
Vogliono taluni che un’altra ne ricavasse pel convento di S. Barnaba in Milano, ma da molti questa. opinione è rifiutata. È pur sua un’altra cena che da pochi anni fu collocata nella pinacoteca di Brera tra i freschi di Lumi e di Gaudenzio, lavoro che molto sofferse nel trasporto per la durezza del muro, donde fu levato, e per la sottigliezza della calce su cui è collocato il dipinto. In tutte queste copie il nostro Marco non era punto fedele al suo originale, poiché appunto l’attitudine che egli aveva all’invenzione lo rendeva incapace di seguire pedestramente le copie de’ grandi lavori che gli venivano commesse. Morì questo illustre pittore a Milano nel 1530 secondo riferisce la maggior parte de’ suoi biografi. Né meno illustre di Marco è Giovanni Donato da Montorfano presso Cantù che ne’ suoi freschi avanzò lo stesso Vinci nell’arte del colorire per quanto dovesse cedergli nell’invenzione e nel disegno. Studiò moltissimo i volti, e le mosse, e se, al dire dello stesso Lanzi…
“l’evidenza con cui espresse le faccie e le mosse fosse congiunta con maggior eleganza, non sarebbe secondo a nessuno. L’opera che rimane di lui è una Crocifissione ricchissima di figure nel refettorio del convento delle Grazie a Milano che se al paragone di quella di Leonardo perde moltissimo pregio, conserva ora una maggior freschezza e vivacità di colorito “.

“Vi è un gruppo di soldati che giuocano; ogni volto ha impressa l’attenzione e l’impegno di vincere. Vi sono anche nel declinato alcune teste assai belle, ancorchè dipinte con la stessa forza le più lontane e le più vicine. Grandiosa e ben intesa è l’architettura nelle porte e ne’ casamenti di Gerusalemme, e con quegli sfuggimenti di prospettiva di cui allora tanto pregiavasi questa scuola. Tien pure l’uso durato fra’ Milanesi fino a Gaudenzio, benchè riformato altrove gran tempo avanti, di frammischiare alle pitture qualche lavoro di plastica, e così formar di rilievo molti Santi, e ordinamenti d’uomini e di cavalli(21)”.
Non vogliono essere dimenticati Costantino da Vaprio di cui non resta di certo, per quanto io sappia altro che il nome; Agostino pure da Vaprio buon pittore seguace anche esso della maniera di Vinci che dipinse a fresco nel convento de’ Serviti in Pavia una Madonna fra varj santi opera di merito sotto cui leggesi Augustinus de Vaprio pinxit 1498. Ci mancano le notizie biografe d’ambedue. Un altro pittore di Montorfano, che fu maestro Paolino rese illustre il suo nome lavorando le vetriate della cattedrale milanese. Cominciò questo lavoro a quanto pare ai 3 agosto del 1404 ricevendo queI giorno il vetro ed il piombo acciò perfezionasse un riparto di vetri istoriati per la sinistra della sagrestia del clero secondario. Terminò quest’opera ai quattordici settembre, e dati segni della sua attitudine ebbe l’incarico di proseguire in altri lavori. Continuò dunque in compagnia dell’altro nostro pittore, Antonio da Paderno e fece cinque campate di vetri valutati in ragione di 12 formi ciascuno. Nella sagrestia della chiesa di Cassano esiste un‘ancona di sei pezzi dipinta alla maniera Leonardesca da Bernardino Fasola di Pavia nel 1516 come legge l’iscrizione lasciatavi dall’ autore. Di questo valente dipintore, che gode una fama assai inferiore al merito, non credo si conosca altro che una tavola esistente in Roma coll’epigrafe Bernardinus Faxolus de Papia jecit 1518. Non vuol essere trascurata a Cassano una visita alla chiesti di S. Dionigi abbellita di tante considerevoli pitture, le quali secondo il giudizio di taluni si riferiscono ad insigni autori. E fra gli altri di Camillo Procaccino si vorrebbero le medaglie all’altare della B. Vergine; del Montalti o dello stesso Procaccino la medaglia al corno del Vangelo, di Martino Veronese quella al corno dell’epistola, e del Sinisello le medaglie nella volta; e quelle laterali alla porta d’ingresso, di Giovanni Battista Fiamminghino, discreto pittore. In genere però di dipinti sappiamo quanto i giudizi debbano camminare guardinghi per non incappare in qualche errore grossolano. Noi qui non abbiamo che riportata un’opinione, gli intelligenti potranno pronunciare una sentenza. Non ci pare fuor di tempo parlare addesso di un bellissimo quadro di Ambrogio Borgognone pittore milanese contemporaneo del Marco d’Oggiono. Vedesi esso nella parrocchiale di Crerneno in Valsassina, ben conservato, sebbene malamente collocato, senza luce, senza prospetto. È il più grande lavoro che conosco del suo notissimo autore, è diviso in nove spaziosi compartimenti, il maggiore de’ quali raffigura la Vergine assunta, gli altri S Gregorio, S. Lorenzo, ed altri santi. Il Ticozzi parlando di esso dice…
“il piegare delle vesti ornate di ricami d’oro improntati sul dipinto, quella secchezza di contorni e l’esilità delle mani ricordano l’antica maniera, ma i volti sono tali che fecero riguardare questo quadro per opera di Bernardino Luino. Nell’atto di osservarlo attentamente col sussidio della scala,. vi lessi in uno scompartimento a chiare note: A Borgognone F. MDXXXV(22) “.

Io vidi da vicinissimo quel quadro, ma invano vi cercai questa epigrafe, nulladimeno non dubitai punto nel ritenerlo per lavoro del Borgognone perché il fare è tutto suo. Probabilmente questo fu l’ultima opera di tanto insigne dipintore perchè egli era già molto avanti nell’arte sua quando venne a Milano Leonardo da Vinci che fu verso l’anno 1483 di nostra salute. Monumenti di maggior merito sono i dipinti di Bernardino Luino, che si ammirano nella chiesa di Maggianico ora staccata dalle pievi nostre, ma fino alla metà dello scorso secolo dipendente dalla giurisdizione ecclesiastica. Consistono essi in una pala a varie campate, ove sono le figure della Madonna col Putto, e il Padre Eterno, lavoro squisito ove diresti accoppiata la grazia del nostro Andrea Appiani colla grandiosità Leonardesca.
Questa squisita opera danneggiata daI tempo fu per parere d’intelligenti ristaurata, saranno sei anni, ed ora è collocata in un nuovo altare di marmi carraresi intagliati. Nel medesimo villaggio osservano gl’intelligenti un ‘altra pala divisa in tre scompartimenti con tre figure intere di Santi, logora dal tempo. Basti per sua lode dire che è di Gaudenzio Ferrari. È nota a tutti l’intelligenza con cui dipingeva Cesare da Sesto, uno fra i più validi sostenitori della scuola milanese. Noi Brianzuoli ne abbiamo una testimonianza in alcuni quadri di figure isolate esistenti nella casa Carpani d’ Annone, compresovi un Padre Eterno, una Madonna, opere moltissimo stimate e visitate dagli amatori del bello. Nella quale medesima casa sono ammirate due teste bellissime una della Vergine in grandezza naturale, l’altra di Cristo opere di Giambattista Salvi più generalmente conosciuto sotto il nome di Sasso Ferrato. Bastano questi pochi cenni a mostrare come sempre la nostra Brianza sia stata feconda d’uomini illustri in ogni genere, e come principalmente le opere del bello abbiano trovato alimento e protezione.