CAPITOLO XXXVI

GLI ASILI D’INFANZIA
DAL 1537 AL 1566.


Il Santuario della Valletta. - Il padre Rottini. La scala santa. - La Chiesa Compendio della vita di S. Girolamo Miani. - Sua carità. -Francesco del Primo erige il convento di San Salvatore ad Erba. - Leone Carpani di Merone fonda un orfanatrofio. - L’orfanatrofio di Somasca.-Il convento di Sabbioncello. Autodafè fra Osnago e Lomagna.

Chi ha visitato il santuario della Valletta presso Somasca, ove in divoto pellegrinaggio accorre molta gente da lontani paesi per inchinarsi sulla tomba del venerabile Girolamo Miani, santo di incancellabile ricordanza, padre degli sgraziati orfanelli, ha gustata una compiacenza di cui non è labile la ricordanza. Al tempo de’ nostri padri questo Santuario era luogo di selvatica e devota bellezza e nulla più; ora quel sito si potrebbe dire anche di amenità, dappoiché il benemerito padre Rottini, dopo abbandonate le tumultuose vicende mondane fra le quali erasi gettato, venne a chiudere gli ultimi suoi giorni su questa altura, fra la divozione e le beneficenze, versando il suo patrimonio nell’erigervi una chiesetta rotonda che fu poi dal marchese di Breme adornata d’un bel quadro, lavoro del professore Giuseppe Mazzola. In questa chiesa riposa da circa diec’anni il cadavere del Rottini, il cui nome è ricordato ancora con riconoscenza da quei terrazzani. Oggi una comoda salita conduce dal paesello di Somasca al luogo del santuario; a metà di questa, corre sul monte brullo e scosceso una scala aspra, disagiata, che dai devoti è guadagnata a ginocchioni, e che riesce ad una cappella, su cui leggi segnati a matita i nomi di molti visitatori, fra i quali più d’uno non ignoto alle lettere ed alle scienze, e d’onde spingi lo sguardo per un ameno prospetto di acque, di monti, di villaggi. Da questa cappella discende un lungo e tortuoso sentiero tagliato fra i greppi che confluisce, se posso prevalermi ditale espressione, ancora sulla comoda strada che guida alla Valletta. Il luogo principale e che primo viene visitato in questo devoto sito è una povera chiesa, il cui lato orientale è formato da un nudissimo scoglio su cui appoggia l’altare. Le tre altre pareti di muro sono gremite di voti e di tavolette, alcune delle quali ricordano i tempi tumultuosi in cui la Valle di San Martino dipendeva dalla repubblica Veneziana, ed era il ricetto di banditi e malfattori. Questa chiesa si vuole eretta sul sasso ove San Girolamo Miani, sdegnoso della mollezza della vita, era solito passare le solitarie notti fra gli stenti e le penitenze. Attigua alla chiesa trovi un’acqua che tiensi in venerazione, perché credesi derivata dallo scoglio per un miracolo del Santo colà venerato. A tanti divoti sentimenti onde sono penetrati i visitatori di quell’altura, uno di natura diversa si frammette quando ascendono a vedere il castello della Valletta, che riposa eloquente come il cadavere d’un uomo famoso. Girolamo era noto a Venezia verso il 1481 dai nobilissimi Angelo Miani e Dionora Morosini; creato provveditore dell’esercito veneziano assediato in Castelnuovo da Massimiliano imperatore di Germania, si difese così bene, che, quantunque il castello fosse caduto, sdegnò d’arrendersi. onde venne fatto prigioniero e tenuto in istrettissimo carcere. Liberato si votò tutto a Maria Vergine, fuggendo le vanità e le leggerezze mondane. Entrata un’orribile carestia in Italia il Miani, punto di pietà di tanti infelici ridotti all’estrema desolazione, andava per la città di Venezia a recare soccorso e conforti di consigli e più di fatti, portando sulle proprie spalle i cadaveri che giacevano miseramente per le vie. Instituì una scuola di dottrina per migliorare i costumi della sua patria facendosi egli stesso bambino fra i bambini, per poter meglio rizzar que’ piccoli germi della società sulla strada della salute. Come ebbe in Venezia stabilito quell’ordine che desiderava, deciso di fondare anche altrove congregazioni di beneficenza venne finalmente a fermare la sua dimora nella diocesi di Bergamo e poi nel paesello di Somasca in Val San Martino che era pieve di Garlate nell’anno 1528 in cui il Miani vi si pose. Vi raccolse i più poveri fanciulli delle terre convicine, e li tenne come propri, facendo che apprendessero ad una bottega un mestiere e serbando a sè la cura di preparare i loro letti. il loro cibo e di ammaestrarli nella scienza del Signore.
Di là partì una volta colla sua famigliuola e recatosi ad Erba alloggiò presso il signor Francesco del Primo, medico di quel paese, quel desso a cui va, in gran parte debitore della sua erezione il convento de’ cappuccini di San Salvatore. Recavasi allora il nostro Santo a Como per fondarvi due asili d’orfanelli. Fu poi a Merone con ventotto fanciulletti e si fermò nella casa di Leone Carpani, che assunse la pietosa cura di quegli orfani, e con lui rimase per qualche mese. Trattandosi quindi d’eleggere un luogo, ove fosse il principale stabilimento di questa congregazione di carità, il Carpano e San Girolamo volevano metterlo a Merone nella pieve d’Incino, ma essendosi adoperato assai un prete di Vercurago venne deciso che fosse collocato nel piccolo ospizio di Somasca. Girolamo raccolti ivi alcuni sacerdoti e laici com-mise l’incarico di attendere all’educazione spirituale e corporale di quei fanciulli, che abbandonati dai loro genitori avrebbero forse dovuto correre la strada del disonore e della perdizione. Così ebbe principio quella Società che da Pio V. fu poi riconosciuta e chiamata col titolo di Congregazione di Somasca.
Morto San Girolamo l’anno del Signore 1537 ai 7 di marzo nell’età di cinquantasei anni fu sepolto in Somasca nella chiesa di San Bartolameo, ove si venerano ancora le sue ossa rinchiuse in una cassa di vetro, custodite dalla Congregazione de’ Somaschi che ivi per interposizione di Sua Altezza il Principe Viceré nostro fu dal 1823 ristabilita(1).
Mi sia lecito riportare qui alcuni versi ove con calore d’affetto sono ricordate le lodi di ‘questo benefattore dell’umanità.

Chi piange?
Del fallo rampolli innocenti;
Fanciulli sull’urna dei padri gementi,
Pan chiedono, un pane che il Mondo negò,
Ma pace! Quel Nume che i gigli ha vestiti,
Che all’agno tosato gl’inverni fe’ miti,
D’un soffio d’amore bell’Alma ispirò.
Tu sorgi, o MIANI; raccetti gl’infanti,
Sei gaudio agli afflitti, sei guida agli erranti:
T’avviso a quest’opre. Vangel di Gesù.
E ancor dalla conscia Somasca collina
Se il pio sul tuo frale laudando s’inchina,
L’esempio fedele l’incora a virtù.
Le sparse ah! feconda sementi leggiadre:
Adempi, Tu SANTO, le veci di padre
Con questi orfanelli, che tolti all’error
Devôta pietade nutrica qui insieme
Di giorni migliori nell’utile speme,
All’arti, alla patria, di Cristo all’amor.

Ouanta dolcezza arreca dopo che la storica verità ci trasse a parlare di tutt’altro. quanta dolcezza ripeto il ragionare de’buoni! degli uomini stili che vale ai dì nostri come veri benefattori dell’umanità! I nostri fanciulletti imparano a distinguere con particolare venerazione questo Santo e additano con innocente inganno come opera de’ suoi orfanelli gli avanzi dell’antica fortezza e delle mura ond’era circondata. Una pietosa credenza popolare attribuisce a questa santa famigliuola l’erezione di quella scala santa, onde i visitatori che vengono da lontani paesi portano via come reliquia di cosa sacra un frammento di pietra, un ciottolo raccolto su quella ripida salita. Sappiamo che né S. Girolamo, né i suoi figliuoletti ebbero mano a quell’opera faticosa, ma questa credenza del popolo è una tradizione fedelmente custodita sebbene senza fondo di vero. La riverenza per un’utile pietà ed operosità, non paga d’additare le vere testimonianze di essa si compiace di fingerne e di crearne delle nuove. E perché siamo sul ragionare di religiose fondazioni proseguiremo in questo argomento. Una confraternita intitolata la compagnia degli scolari della Madonna di Sabbioncello, eretta nella piccola chiesa di questo nome, discosta circa un miglio da Merate, si diede ad accrescere con donazioni ed elemosine i proventi di Questa chiesa tanto che nella prima metà del secolo decimosesto le sue rendite arrivavano all’annua somma di 24 ducati d’oro. Il pontefice Paolo III. col consenso di Giambattista Airoldi, rettore di san Giorgio in Pagnano, (da cui questa chiesa fin allora era stata dipendente, donò ai padri del convento della Pace in Milano quel religioso edificio coi beni che gli spettavano. Allora questi monaci, ottenuta dal papa licenza, fabbricarono sull’altura di Sabbioncello un convento, e lo smembrarono dalla parrocchia di san Giorgio, a patto che pagassero a questa nel giorno del santo titolare una libra di cera lavorata ed un’altra di incenso(2).
Nel 1588 avendo i Riformati di Milano, solamente i quattro conventi di Lecco, Mombaro, Treviglio e Caravaggio, il padre Giovanni Gandino (la Robbio, custode della Riforma, chiese al padre Girolamo Cavalli, ministro provinciale e definitore delle provincie che fosse aggiunto a quei quattro già nominati, anche il convento di Sabbioncello, come quello che agevolava i mezzi d’andare e venire dagli altri conventi riformati; il padre provinciale acconsentì a questa domanda con concessione data il 26 gennajo 1588, e che nell’anno seguente venne confermata da Francesco Tommaso da Massa, commissario generale, come appare da documento autentico conservato nello stesso convento. Nel 1595 ai 14 ottobre con istrumento rogato da Giovanni Battista Remadigio, notaro della curia arcivescovile, furono i frati allegeriti dall’annuo obbligo del cereo e dell’incenso da darsi alla chiesa di san Giorgio. L’edificio quale vedesi oggi fu fabbricato a poco a poco, ma per la maggior parte nel 1627 -sotto il guardiano frate Bernardo da Merate per istanza di fra Girolamo Francesco da Merate allora discreto custodiale; la cisterna nel mezzo venne scavata nell’anno 1648 per sollecitudine di fra Agostino da Merate, ministro provinciale della riforma; nel 1692 dal padre Giovanni Grisostomo da Merate guardiano fu innalzato il portico fuori della chiesa, e nel 1715 per opera del padre Innocenzo Ravasio da Merate padre di provincia, furono dipinte le cappelle della Via Crucis lungo la comoda ascesa al convento, le quali vennero poi ristaurate nel 1757 da Giacomo Malvini milanese, e dall’architetto Caldara (la Ponte nel Piano d’Erba(3).
Abbiamo preceduto di qualche anno l’epoca in cui ci troviamo col nostro racconto per non lasciare interrotta una memoria storica molto subalterna. Non vuol essere dimenticato, per quanto dolorosa sia la ricordanza di sgraziati avvenimenti che attestano l’ignoranza e la ferocia de’ tempi, il solenne atto di fede che i Domenicani eseguirono fra Lomagna ed Osnago facendovi abbruciare alcune donne incolpate di streghe. I Benedettini di Porta Comasina di Milano avendo scoperto nella loro chiesa le ceneri de’ santi Sempliciano, Martirio, Sisinio ed Alessandro le esposero alla pubblica venerazione. Era andata in quell’occasione moltissima gente alla città principalmente della vicina Brianza. Ma quando erano maggiori il tumulto e la religiosa allegrezza, s’annuvolò il cielo, il tuono rumoreggiò e poco dopo cadde una gragnuola sì furiosa, che tempestò le teste della moltitudine, mettendo molti in pericolo di lasciarvi la vita. In quei secoli superstiziosi in cui si pretendeva conoscere il motivo d’ogni accidente, la plebe più minuta attribuendo questa sciagura a sdegno che ne avessero avuto i santi per essere loro turbato il riposo, arrovellata coi Benedettini, invase il convento minacciando volerli ammazzare. Tutta la città erasi levata a rumore e se ne temevano pessime conseguenze. I maligni pero, assecondando l’ignoranza de’ tempi, fecero credere, né fu loro difficile, per questo fenomeno, tutto naturale, dipendeva da prestigi e da arti diaboliche; e l’opinione divenne tanto comune, che il Santo Uffizio fu obbligato a chiamare al suo tribunale molte sventurate donnicciuole che avevano pubblica voce di streghe. Chi risentia più di quella disgrazia erano le genti di campagna, che avevano veduto in poco d’ora andar in fumo le tante concepite speranze, onde, saputo che in Milano s’inquisivano le fatucchiere, come autrici di tanto disastro denunziarono al santo tribunale non poche femmine, tra cui madri di famiglia, e saggie consorti, perché quel giorno mal arrivato erano andate alla capitale e furono ]udicate dalla inquisitione per strie et a Osnago et a Lomagna sul monte di Brianza a gran splendore arse(4).
Sulla collina che corre fra le due terre nominate, una casa solitaria, a guisa di bicocca, chiamata anche oggidì la casa delle streghe dove alcuni scavi recenti attestano esservi stata qualche abitazione, più che al presente considerevole, è appunto il luogo ove secondo la generale opinione, avvenne l’esecuzione della sentenza.