CAPITOLO XXXVII

SAN CARLO BORROMEO
DAL 1566 AL 1596.


Visita le pievi d’Incino, Asso, Oggiono. - Fonda varj collegi. - Seconda visita. - Erezione della parrocchiale di Maggianico. - Fa prete il conte Secco di Vimercato. - Arricchisce la propositura di Brivio. - Pergamena dell’archivio d’Oggiono. - Ordina la traslazione della prepositura di Galliano. - Provedimenti riguardo alla collegiata di Brivio. - Soppressione della collegiata di Barzanò. Lutero. - Sforzi. del cardinale per salvare l’Italia dalla riforma. - Giorgio Retacci proposto di Lecco. - Pietro da Lecco. - Erezione della parrocchia di Boststo. -La peste del 1576. - Zelo di San Carlo. - La peste in Brianza. - Terre infette. - Francesco Crivelli, - Fondazione del convento di Pescaréntco. - Nuova visita. - Vincenzo Albano proposto di Brivio. - San Carlo trasferisce il convento della Maddalena a Lecco. - Sopprime de’ canonicati a Primaluna. - Erige la parrocchiale di Introbbio. - Marc’Aurelio Gratarola. -Mandato fra i Reti. - Processato in un’osteria. Ultima visita del Borromeo in Brianza. -Consacra la chiesa di Dolzago. - Morte del Cardinale. - Donato Farina. - Opere dell’arcivescovo Gasparo Visconti.

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Condotti dal filo della nostra Storia veniamo a raccontare gli avvenimenti più importanti delle molte visite, che ci fece lo zelante arcivescovo San Carlo Borromeo. Questo periodo in generale è più famoso che conosciuto, tanto che l’idea che se ne ha volgarmente è molto incerta ed alquanto confusa, un’idea senza confine, di miracoli. di beneficenza, ma niuna distinzione di tempo, di luogo, di corso e di progressione. Nel 1566 tutta la pieve d’Incino era in festa; festa nelle chiese, festa negli abitanti, festa nei villaggi, un’ansietà, un’aspettazione impaziente, un addobbar di vie con frascati, fascie e drappelloni e porte trionfali: i parrochi raccoglievano i popoli nelle ‘chiese, e davano loro precetti ed istruzioni. Fra questa solennità udivasi un nome più solenne di tutti, ed era quello di CARLO B0RR0MEO! arcivescovo e cardinale. Infatti l’operoso San Carlo, già da sei anni arcivescovo di Milano veniva la prima volta nel 1566 insieme con Alessandro Corigiano, vescovo di Aix in Provenza, a visitare le terre d’Incino(1), Casiglio, Pusiano, Lambrugo, Masnaga, Cesana, Castelmarte, nel qual ultimo paesello stendeva il progetto della riedificazione della chiesa di Legnano, indi passava a Canzo, poi ad Asso, ove stette due giorni e di là ascendeva pei difficili luoghi di Valbrona a toccare le parti meno accessibili della Valassina. In questa valle trovi più d’un precipizio, che case nel lago di Lecco, tanto ruinoso da rendere pericoloso assai il viaggiare in queste parti. Giù per uno di questi burroni ruinò colla sua mula lo zelante pastore, e fu pianto per perduto; ma con meraviglia e con gioja universale fu veduto riascendere illeso, come se di suo volere si fosse calato da quella china. Uscito dalla Valassina passava per Oggiono, Elio, Civate, Lecco, dappertutto amministrando i santi Sacramenti dell’ Eucaristia e della Confermazione. Appena giunto il santo Pastore in una parrocchia esaminava la condotta de’sacerdoti, la disciplina deI paese, lo stato economico della chiesa, la sua amministrazione, i sacri vasi, gli altari, le vesti rituali; non facile alla lode però non la negava quando la stimava opportuna; spiegava tutta la forza della severità quando stimava che questa fosse il rimedio migliore. Gli archivj parrocchiali, ch’io visitai abbondano di assolute ammonizioni. e di precisi ordini e ne son ripieni la voluminosa raccolta delle lettere di San Carlo depositata nella Biblioteca Ambrosiana, e gli atti di visita esistenti nella curia arcivescovile milanese. In questa sua visita ordinò la fondazione di tre seminarj, uno a Celana allora prepositura di Brivio che dapprima fu regolato da un monaco dell’ordine Celestino, poi vi succedette come rettore il sacerdote Carabello dell’ordine degli Oblati(2). un altro a S. Maria della Noce presso Inverigo, nella pieve di Mariano; e dispose che venisse aperto il terzo a San Fermo di Cesana presso il lago Eupili, nei quali erano istrutti i giovani, secondo la loro età, prima d’essere ammessi al seminario maggiore di Milano. Quest’ultimo però non fu eretto che sotto Gasparo Visconti, come diremo(3).
Nell’anno appresso 1567 vedendo piene di disordini le chiese della campagna milanese si determinò di visitarle una seconda volta per mettere qualche rimedio a’ mali derivati dall’indisciplina del clero. Tornò dunque nella Brianza, trascorse di fretta le rive dell’Adda. si gettò nella Val san Martino, salì a venerare le spoglie di San Girolamo Emiliani, si recò a Lecco da dove eresse la parrocchiale di Maggianico, poi entrò in Valsassina per luoghi aspri e disastrosi. Impiegò in quella visita metà del settembre, ed al principio d’ottobre tornando a Milano, deviò dalla strada grossa per visitare Vimercato, dove fece prete il conte Secco, la prima famiglia di quel paese, nominandolo anche suo protonotario, e dandogli poi la prepositura di quel borgo. Nel 1570 trovando che i proventi della prepositura di Brivio erano sì miserabili da non bastare all’alimento del proposto, che allora era Claudio Giussani, parroco contemporaneamente anche della parrocchiale di Barzanò, l’arricchì, sopprimendo alcuni canonicati, e la rese così fra le più pingui della Brianza(4).
In quell’anno stesso fu ad Oggiono, e vi lasciò una pergamena nella quale rimprovera il costume de’ preti di vestirsi all’altare disponendosi alla messa(5).
Per consiglio del cardinale Alciato, ordinò che il collegio de’canonici, fino allora residente in Galliano, per indisciplina e per più altri motivi venisse trasferito nella chiesa di San Paolo a Cantù, la quale traslazione non fu compiutamente effettuata se non nell’anno 1582. Poco appresso proclamata con un editto generale la soppressione delle case degli Umiliati, società dapprima utile ed operosa, dipoi scandalosa ed inerte, il Borromeo (1570) fu autorizzato da Pio V. (Ghislieni) a prevalersi delle loro molte sostanze in pie fondazioni. Trovavasi in Brianza nel 1571 quando gli venne la novella inaspettata della morte repentina di Albuquerque governatore di Milano. Non ricevette appena questa notizia, che, abbandonata Missaglia. ove in quel tempo conferiva la cresima, precipitò alla capitale per consolare l’afflittissima famiglia del defunto, nè acconsentì di ritornare fra noi, se non quando gli parve che il tempo avesse posto un qualche rimedio a tanto dolore. Allora giungendogli sempre nuove informazioni svantaggiose del cleri di Brivio, disordinato, senza disciplina, pochi i canonici e vagabondi, il proposto o non mai o di rado risiedente nella parrocchia, si recò direttamente in quel borgo (1571), e veduto che il fatto rispondeva pur troppo alla fama, ordinò che i canonici di Brivio(6) ed il proposto facessero la residenza effettivamente e recitassero quotidianamente le ore canoniche. Tante sollecitudini non produssero però i frutti corrispondenti, e i disordini del clero continuarono anche sotto il suo successore Gasparo Visconti. Ma mentre il zelantissimo cardinale ordinava le cose della sua diocesi, un incendio scoppiato nella Germania, minacciava la ruina di tutta Europa. Papa Leone X. dedito a deliziarsi non aveva curato di reprimere gli sforzi che faceva Martino Lutero per istabilire nuovi dogmi, distruggere la pontificia autorità, negare la necessità del battesimo, la presenza reale nell’ostia sacrosanta, la confessione, il purgatorio, i santi, sottrarre i preti dall’obbligo del celibato, togliersi in una parola affatto dalla sommissione alla santa sede. La negligenza del papa favorendo il monaco di Wittemberga, preparò funesta semenza di guai pei suoi successori e per la fede di Cristo. Gli uomini santi nulla omisero per opporsi al divulgamento delle nuove credenze, e principalmente che ne fosse salva l’Italia, sede del principe della cristianità, dove era assai a temersi che non ne fossero di subito infetti gli ingegni acuti, svegliati, sempre vaghi di novità e di mutamenti. Fra i primi campioni della fede immaculata del Redentore fu il sollecito Carlo Borromeo, che a rischio d’essere accusato di soverchia rigidezza, minacciò severe pene contro coloro, che incautamente corressero all’opinioni eterodosse, e incaricò molte fidate persone, principalmente sacerdoti e parrochi, di vigilare alla moralità dei paesi, e di segretamente manifestare il nome di coloro che fossero o colpevoli o sospetti. Uno di questi incaricati fu Giorgio Retacci proposto di Lecco, molto benemerito del santo Officio. Un giorno (1573) mentre nella costui parrocchia si facevano le esequie d’un defunto egli intese un certo Pietro parlar male d’un don Benedetto sacerdote, e lasciare scappar parole contro il purgatorio e l’utilità degli uffici. Il proposto non tardò ad informarne il cardinale, ed avuto ordine di far arrestare il colpevole lo inviò al vescovo di Bergamo perchè lo facesse custodire nelle carceri vescovili Ignoro che poi seguisse di questo sciagurato(7).
Il proposto nominato essendo carico d’età e di fatiche, per aver servito ben più che dodici anni in qualità di vicario del santo ufficio nel suo borgo il quale è passo di molta importanza, e per aver esposto delle proprie facoltà e la propria vita a molti pericoli in perseguitar heretici, penando inoltre del mal della gotta, espose i propri bisogni al cardinale di Pisa. Questi conosciuta l’aggiustatezza della domanda pregò San Carlo, a volerlo trasferire ad un canonicato di San Giorgio in Milano, oppure, poiché la prepositura di Lecco non rendeva allora più che cento scudi un anno per l’altro, ad arricchirla di qualche altro beneficio, acciocché esso supplicante possa vivere et adoperarsi per la santa inquisizione a gloria di N. S. Iddio e ad estirpazione delli heretici(8). Allora il nostro arcivescovo unì alla prepositura di Lecco quella di Palanza, e così ne accrebbe considerevolmente le annuali produzioni. Fino a quest’epoca il luogo di Bosisio era dipendente dalla parrocchiale di Casletto, o Castelletto come chiamavasi una volta probabilmente dal forte che vi era e di cui rimane qualche vestigio in vicinanza della chiesa di San Marco, ora recentemente ed elegantemente rimodernata. San Carlo veduto quest’ultima chiesa troppo angusta per tanta popolazione, nel 1576 dopo aver visitate le terre di Rogeno, Casletto, Garbagnate, venuto a Bosisio, ordinò che questo luogo fosse eretto in parrocchia indipendente(9).
Un’altra calamità era riserbata ai giorni del venerando cardinale che dovea far risplendere di luce invidiabile il suo zelo. Nel luglio del 1576 avendo Milano festeggiato con solennità straordinaria l’arrivo di due principi stranieri, non tardò a sentire i primi sintomi della pestilenza. Già da alcuni anni la capitale e tutto il ducato erano contristati da una tremenda carestia, per cui molti da robusti e ricchi si erano resi deboli e meschini. A minorare tanto male il generoso Arcivescovo ordinava una giornaliera distribuzione di pane, di vino, di riso, di legumi per tenere i più cadenti in vita; e perché nella comune disgrazia non rimanessero inoperosi i tesori dei ricchi, si recava da essi e colorendo ai loro occhi la miseria del popolo, li incitava alla pietà. I doviziosi incoraggiati dall’esempio dello zelante pastore non solo accoglievano i poverelli alle loro porte, ma inviavano larghe somme all’Arcivescovo, perchè ne facesse utile ai bisognosi della città e della diocesi. Esaurite però queste largizioni si resero a poco a poco più micidiali gli assalti della pestilenza. Al primo svilupparsi del male nella città di Milano alcuni ricchi cittadini, dimentichi d’avere de’fratelli con cui dividere le ore di sventure, come avevano divise le ore di gioia, uscirono subito dalle mura, recandosi in terre straniere e cosi accrebbero lo scompiglio e lo scoraggiamento nei loro concittadini. A prevenire però i mali che potevano derivare da questo abbandono il santo Arcivescovo, intrepido, e confidente in quel Dio, che ascolta le preghiere de’buoni, rimaneva in mezzo alle sue agnelle, le raccoglieva, e con tre solenni processioni sollecitava la misericordia divina. Ma alle sante speranze del cardinale successe naturalmente una dolorosa conseguenza, poiché quelle pro cessioni a piedi nudi giovarono a dilatare la pestilenza. Si accorse di ciò allora quando il male era fatto, onde vedendo non aver più forza che le parole di religione e di conforto, l’Arcivescovo nel suo Memoriale fatto per il popolo scriveva…
“La città di Milano era già quell’arbore eccelso veduto nei sogni di Nabucodonossor, che colla sua cima toccava il cielo e si dilatava in vista sino agli estremi termini di tutta la terra …Città di Milano, la tua grandezza saliva al cielo, le tue ricchezze si estendevano sino ai confini del mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza, concorrevano da ogni parte a confortarsi de’sudori loro sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case e godere delle tue comodità, facendo stanza e nido nei tuoi siti. Ecco in un tratto fu prostrata a tuo dispetto la tua superbia; sei fatta di subito dispregio agli occhi degli uomini, sei ristretta dentro a’ tuoi muri. Sono rinchiusi nei tuoi confini le tue mercatanzie, le tue ricchezze, i tuoi traffichi. Non vi è più chi venga ad abitare teco, a nutrirsi de’tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mani e vestirsi de’tuoi panni ..”
La Bnianza fu tra le prime terre ad essere infette della peste, portandovela un certo Moretto garzatore di lana, che ne fu preso a Milano nel borgo degli Ortolani ove infieriva, e diffondendola subito a Seregno, sua patria, donde si stese alle terre vicine. Gli abitanti di Seregno, prevedendo i danni che sarebbero tornati al loro commercio, quando si fosse sparsa voce che erano tocchi dal male, comechè ne morissero assai ogni giorno, a lungo lo tennero nascosto; ma finalmente i deputati del luogo dovettero scoprirsi, chiudere molte case del borgo e far capanne per riporvi gli ammalati. Ciò succedeva nel febbrajo 1576. Poco dopo giunse a Milano la notizia che annunziava tutta la Brianza contristata dal contagio(10).
Allora l’ardimentoso Carlo Borromeo non ponendo limiti alla sua carità precipitava colà donde gli altri fuggivano, entrava negli ospitali degli appestati, gli incoraggiava, amministrava loro i sacramenti, lodava i frati che generosamente ponevano la loro vita per la salvezza de’propri fratelli. E veduto che la morte scemava ogni giorno questi pietosi soccorritori dell’umanità, da Milano mandava a noi alcune persone zelanti fra cui merita dalla storia particolare menzione Francesco Bernardino Crivelli, uomo di indomabile carità, che con intrepidezza e religione sostenne il suo pericoloso ministero. Ma poiché non fu mai penuria di maligni e d’ignoranti, così non mancarono taluni che accusarono il Crivelli d’aver propagata la crescente pestilenza, onde egli stimò miglior partito abbandonare i colli della Brianza, e portare i suoi soccorsi sulle rive del Lago Maggiore. Carlo Borromeo a dispetto de’ magistrati non ristette mai dalle sue pietose operazioni, e dal visitare gli asili di morte. Questo è uno de’ più ripetuti e più bei quadri della vita del santo Arcivescovo. Quasi ogni villa, anche oggi, va superba di aver un dipinto, una cappella su cui ‘vedi rappresentato Carlo che amministra il Viatico, frammezzo a’moribondi, e questo è un tributo di riconoscenza a quell’Uomo che tanto si meritò la generale estimazione(11).
La peste intanto si dilatava, ed una legge fatta ai 28 ottobre dell’anno stesso vietava agli abitatori di Lentate, Seregno, Lurago, Vedano, Meda, Varedo d’uscire dal paese, ed ordinava che fossero piantati all’intorno di queste terre i rastrelli. Procedevano i mesi e con essi il micidiale contagio. Quali siano stati i paesi tocchi nella Brianza mancano gli argomenti che lo indichino; ho però nelle mani un ordine a stampe del 20 aprile 1577 il quale dichiara essersi sviluppata la pestilenza a Caponago, Bruzzano, Carate, Cantù, Romanò, Inverigo, Massajola, Canonica del Lambro, Annone, Garlate, Olginate(12), Barzanò(13), ed Albese. Trattandosi a Menate di fare i necessarj ospitali, un benefico signore cedette gratuitamente per quest’ uso cinquanta pertiche di terreno che per grata ricordanza furono poi dette il Campo della Carità, collocato dove in appresso venne eretto il convento di San Rocco(14).
Il Giussano nella vita di San Carlo, dice che le terre infette in quell’occasione nel Milanese furono più che cento, ma non ne ricorda che poche. Sappiamo però da altre testimonianze, che la maggior parte di questa somma era formata da terre Briantee, ove, per circostanza locale, o per altro motivo, le pestilenze regnarono sempre con micidiale violenza. Quando piacque al Signore, sull’appressarsi del verno dello stesso anno 1577 la ferocia del male cominciò a diminuire, poi cedette del tutto, nè rimase che il timore d’un nuovo riprodursi nella ventura primavera, per non essere stati i panni convenientemente purgati(15).
Fortunatamente la tema fu vana. San Carlo approfittò di questa tregua per mantenere nei popoli la pietà inspirata da un salutare spavento ; riprendeva i sacerdoti, che non avevano in quella dolorosa condizione mostrato lo zelo conveniente al loro ministero, che avevano preposta la infingarda sicurezza all’utile pericolo, le cure del corpo a quelle dell’anime fraterne. Diceva sconvenire ai ministri dell’altare le umane cautele mentre compartivano i sacramenti agli appestati, dovendo seguire il loro dovere, e del resto confidare pienamente nel Signore. Aggiungeva però che in quelle azioni che non fossero proprie dei sacerdote anch’essi non dovevano tentar Dio, ma usare tutte quelle cautele che potevano tornar vantaggiose alla loro salute(16).
La liberazione repentina dalla peste fu generalmente attribuita a prodigio, e San Carlo valendosi di questa pia credenza scrisse nel suo Memoriale…
“Una cosa, figliuoli miei, vogliamo pur anche aggiungere innanzi che finiamo questo capo, la quale servirà a far conoscere meglio la grandezza del beneficio ricevuto. Non fu alla città sola dalla misericordia di Dio fatta grazia dell’estinzione della peste, e della sanità, ma insieme ancora alla diocesi, e così favorevolmente, che in un medesimo tempo, furono liberate dalla contagione e l’una e l’altra. Quasi cento luoghi di questa diocesi furono già presi da questo male, e per Dio grazia non fu all’ora pur un luogo di questa gran diocesi, che non fosse libero dal morbo. Siane sempre benedetto il Signore da noi particolarmente, che conosciamo quanto fu gran de la grazia, che Dio si degnò di farci”.
Ma per uscire da questo argomento doloroso torneremo alle istituzioni ecclesiastiche. E prima di tutto parleremo della fondazione del convento di Pescarenico, pietoso asilo di pace, che ricevette lustro invidiabile ai dì nostri dall’autore de’ Promessi Sposi. Desiderosi i Cappuccini d’aver una casa della loro religione a Lecco per commodità d’alloggiarvi nelle gite che essi facevano da Bergamo a Como ed a Domaso, ottennero da don Giovanni Mendozza governatore di Milano e dal cardinale San Carlo di gettare le fondamenta d’un convento a Pescarenico, terra in vicinanza di Lecco. Questa nuova casa religiosa fu per ordine del nostro Arcivescovo benedetta dal proposto di Lecco con solenne cerimonia nel maggio del 1576 colla presenza stessa del governatore Mendozza, affezionatissimo ai Cappuccini. E perchè la fabbrica deI convento potesse trovare più sollecito fine, terminata la solennità, il Mendozza in persona con altri signori andò fra la turba accorsa e per le ville intorno, col bacile a raccogliere le limosine che furono abbondanti e giovarono assaissimo al nuovo edificio(17).
In questi tempi avvenne pure la fondazione del convento di San Rocco presso Menate. Passava il Cardinale sotto quell’altura di compagnia con un francescano di cui ignoro il nome del francescano, come gli ebbe narrata la pietà di quel signore che aveva ceduto gran parte del fondo di quell’altura perché vi fosse piantato il lazzaretto per gli appestati di Menate, acciuffando l’occasione, gli mostrò la convenienza che quel luogo fosse consacrato dalla presenza d’un edifizio sacro. San Carlo comprese le intenzioni dell’accortissimo francescano, ed acconsentì che su quell’altura fosse eretto un convento di Cappuccini. Subito dopo la peste i nostri paesi erano in una totale ruina; orfanelli gettati sulle vie; parrocchie sprovvedute di sacerdoti; donne fatte scandalose per la mancanza di sussidj; buone leggi andate in trascuranza; prepotenze di ribaldi, resi più vigorosi per la mancanza d’opposizione. Tutti questi mali richiamarono più volte lo zelante Pastore fra noi, la cui presenza bastava a rimettere l’ordine fra i tumulti, il coraggio nel cuore de’ disperati, i traviati sul retto cammino. Nel luglio del 1579 venne festosamente accolto nella pieve di Desio, ove lasciò molte utili ordinazioni relative a quella collegiale di San Materno, instituita da San Giovanni di Dio. Quindi di compagnia coll’illustre architetto Pellegrino Pellegrini entrò nella pieve di Galliano, ed ordinò fra l’altre cose il ristabilimento del campanile della chiesa di San Paolo a Cantù. Il suo ordine fu eseguito secondo il disegno dello stesso Pellegrini(18).
Nel maggio 1581 visitò minutamente la pieve di Seveso, e nel mese seguente fece un nuovo giro per tutte le altre della Martesana, fermandosi a Vimercato, ove a richiesta del popolo instituì un convento di Cappuccini, ed accolse ivi due vescovi venuti per averne consiglio sul modo di governarsi nelle loro diocesi(19).
Anche l’anno seguente abbiamo avuta la compiacenza di averlo fra noi, quando passò recandosi dalle parti di Bellano al faticoso suo viaggio della Valsassina, dopo aver visitate le pievi di Perledo e di Dervio. Il popolo di Cortenova lo accolse con singolari dimostrazioni di rispetto e d’esultanza, e serbò come reliquia preziosa una sua mitra, che si custodisce anche oggidì nell’oratorio dei Santi Fermo e Rustico di padronato Mornico(20).
Da quel villaggio parti per recarsi a consacrare la recente chiesa di San Matrino, arrendendosi alle preghiere di Marc’Aurelio Gratarola di Margno, rettore della valle, e poiché ebbe finita questa cerimonia ordinò che fossero calate a terra le campane per poterle benedire. Ma veduto mancare le macchine necessarie a questa faticosa operazione, egli vestito dei sacri arredi episcopali ascese dignitisamente sul campanile per una scala a piuoli e compì in quell’attitudine la cerimonia(21).
Trascorsa tutta la Valsassina non ommise le valli Taleggio, Torta ed Averara, passando in quelle, allora selvatiche terre, un intero mese e lasciandovi perenni sègni della sua carità e del suo zelo. Tornato fra i Valsassinesi e veduta assai miserabile la condizione loro con singolare beneficenza perdonò ad essi il tributo d’un anno che gli dovevano come ad arcivescovo milanese, ordinando che fosse convertito in ornamento delle chiese. Era sua intenzione di visitare anche quella volta Lecco, ma per l’angustia del tempo non potendo dar corpo al suo desiderio, convocò il clero della valle, e stabilite molte cose risguardo alla religione ed al culto, scrisse al proposto di Lecco. “Io aveva determinato di esaminare la vostra terra prima di recarmi a Milano, ma assai impedimenti mi ritennero in questa valle più che non credeva. Nulladimeno ho il pensiero di passare per di costà, e, raccolto il popolo, corroborarlo col Pane, e se fa d’uopo, confirmarlo col crisma. Questo poi farò alla quarta feria (5 settembre 1582) se Dio acconsente ai miei disegni, perché le vicinissime solennità della nascita di Maria mi vogliono alla città dove stabilii essere per la feria sesta. Laonde sul vespro della terza feria paleserete la mia venuta, e se non potrò trovarmi a Lecco pel dì appresso, quando l’unione del clero abbia, un po’ di sofferenza, certamente il dì venturo dell’alba sarò tra voi. Così fece, al giorno sette attraversò la Brianza, e l’ottavo dì del mese era giunto a Milano per celebrare il pontificato nella cattedrale(22).
Aveva compagno in questi suoi viaggi Vincenzo Albano, preposto di Brivio(23).
A costui, trascorrendo l’Elvezia, diede incombenza di scegliere, coll’esperimento d’un esame, da quegli Svizzeri due giovinetti da essere istrutti gratuitamente nel collegio di Celana. I fanciulli prescelti furono Donato Curzio e Giovanni Sacco, il quale cresciuto in età descrisse il viaggio per l’Elvezia del nostro Arcivescovo e del nostro proposto(24).
Ritornato ai 19 di giugno del 1583 da un viaggio a Vercelli ove era stato a porgere gli ultimi soccorsi al defunto Carlo Emanuele, duca di Savoja, pareva che la salute sua richiedesse potentemente riposo, ma il cardinale poco badando alle esigenze del corpo il 10 agosto salì di nuovo la sua mula e dirigendo il viaggio verso alle colline di Brianza, visto dapprima Olginate, Calolzio, Vercurago, Galbiate, dove consacrò l’altar maggiore, passò quindi per la Valmadrera, salì a Castello, d’onde ritrocesse fermandosi a Lecco. Qui pensando come mettere al riparo dalle ingiurie e dagli insulti il monastero di Santa Maria Maddalena, ai quali lo esponeva la sua solitudine, ordinò che fosse trasportato entro le mura stesse del borgo; se non che trovando le monache renitenti al suo salutare provvedimento, per allora non fece eseguire un tal ordine. Finalmente in ottobre, venendogli scritto dal governatore di Lecco che egli si rendeva garante dell’ubbidienza d’esse monache, rispose con un rescritto concepito in questi termini…
“Mi fu gratissima la vostra lettera recentemente consegnatami, e più assai di vedervi contributire alla esecuzione della mia sacra amministrazione. Per quanto spetta alle monache di Santa Maria Maddalena, che mi raccomandate di cuore, vi prometto, che io le ho in conto di figlie amatissime, e da questa benevolenza e dalla pastorale sollecitudine, che guarda solo all’utile delle loro anime, deriva la mia disposizione di trasferirle dall’attuale domicilio. Questo vantaggio spirituale io stimo doversi preferire a tutti gli umani riguardi. Assai di buon grado intendo quindi da voi, che esse hanno risoluto di prestarsi spontanee al mio decreto, e vi confesso che per questa loro volontaria sommissione fui preso da tanto amore, che ho risoluto di pormi tutto alla cura di esse. Quanto a ciò che mi riferite da ultimo, di radunare il collegio de’ canonici, stabilirò quando sarò giunto ad Oggiono, dal qual luogo farò una gita costà per eseguire il vostro e mio desiderio e tutto quello che stimerò vantaggioso ad accrescere l’onore divino, Da Parabiago 8 ottobre 1583 “.
Venne difatti a Lecco; provide a quanto stimava più necessario e voleva progredire il suo viaggio per la Valsassina, quando saputo a Balabio che il marchese Sforza di Caravaggio suo parente era in termine di morte, rivolse il cammino per assistere in quegli ultimi momenti il moribondo, e per consolarne l’afflittissima famiglia. Un tale accidente tolse ai Valsassinesi la compiacenza d’averlo un’altra volta nelle loro terre, ma non impedì che nella seconda metà dell’agosto di quell’anno stesso venisse ancora tra noi a visitare Vedano e Lurago, donde per pressanti bisogni dovette di nuovo ritornare a Milano. In quest’anno medesimo 1583 soppresse i quattro antichi canonicati di Primaluna, dei quali erano, al momento dell’abolizione, investiti Giovan Antonio Arnigoni, Alessandro Mornìco, Venturino Ripa e Paride della Torre, ed eresse la cura d’ Introbbio, staccandola da quella di Pnimaluna(25).
L’eresia intanto si avanzava. Il contado di Chiavenna passato dalla signoria di Milano a quella delle tre leghe grigie per la vicinanza, pel commercio, per la lontananza di persone veramente religiose era già pieno delle novità scandalose. San Carlo affidando ad uomini di savia condotta e illuminati di confortare nella fede quelli che non erano ancor infetti del contagio luterano, mandò Domenico Boverio, chierico regolare a Poschiavo, e Marc’Aurelio Grattarola, sacerdote della congregazione degli Oblati a Piuro, terra allora molto popolosa, nella valle di Chiavenna. Nacque Marc’Aurelio Grattarola a Margno montuoso villaggio della Valsassina in un’umile casa che si addita tuttora. Fu consacrato Oblato dallo stesso San Carlo, e si governò sì bene che da Federigo Borromeo venne per tre volte eletto generale di quella società, e meritò d’essere trascelto a procurare l’apoteosi del santo Borromeo. Recatosi, verso la Pasqua del 1584 a Piuro dove gli eretici menavano orgie nel tempio della Madre di Dio, incitati da un monaco ribelle al convento, egli vi rimase tranquillo per alcuni mesi con frutto delle anime, finché gli eretici, saputo che a Poschiavo era stato arrestato Nicolò Rusca, arciprete di Sondrio, chiamarono anche il Grattarola dinanzi a’ giudici, perché dicesse il motivo della sua venuta in quei paesi. Sostenne l’interrogatorio e sentì accusarsi primo come spia del cardinale Borromeo, secondo come violatore delle leggi, perché straniero era venuto fra i Reti, terzo come seminatore di storte opinioni, quarto come promotore del calendario gregoriano, quinto come segreto istigatore del popolo contro i luterani, sesto finalmente come sollecitatore di notturne adunanze. La santità della condotta del Grattarola, l’austerità e la tranquillità del suo aspetto comandarono sul cuore dei suoi giudici, i quali in numero di quindici sedevano nella taverna, invece del tribunale, adorni di collane d’oro; onde gli fu commutata la pena capitale nella multa d’una lauta cena, da darsi a tutte sue spese(26).
Fu però liberato anche da questo carico, a patto che si guardasse bene dal dire una parola di tale ingiuria col cardinale Borromeo, ed ebbe la licenza di rimanere liberamente a Piuro. Il Grattarola partì di corto da quel luogo funesto, per recarsi a Milano; ma poco dopo ritornatovi per nuovo cenno del cardinale, vi rimase fino al principiato novembre dello stesso 1584. Il quale anno 1584 fu l’ultimo della travagliata carriera mortale del Borromeo. Già da qualche tempo il santo cardinale sentiva più sempre indebolirsi le forze, e l’attività venir ogni dì più ritrosa al buon volere. Nulladimeno amò rivedere di nuovo una parte della sua diocesi, riformare ancora i molti abusi, che a malgrado delle tante sue cure, non erano scomparsi, e morire se così era destinato, sul campo dell’onore. Nel principio di quell’anno dopo aver raccolto l’undecimo sinodo diocesano e stabilite molte istituzioni relative ai vicari foranei, pose un rimedio alle orgie del carnovale, diede delle disposizioni pel digiuno della quaresima; eresse il tempio della Madonna di Rhò, stabilendovi un collegio di sacerdoti, stabilì di fondare un ospitale di convalescenti, intenzione che fu poi eseguita da Gasparo Visconti suo successore, dando in Milano ai padri della Congregazione di San Giovanni di Dio il locale ove è presentemente la pia congregazione de’ Fatebenefratelli. Celebrata nella metropolitana la solenne processione della Santa Croce uscì nel maggio alla visita della diocesi, eresse a Legnano una collegiata, poi rientrato in città vi fondò il monastero delle monache cappuccine di Santa Barbara, e sulla metà del settembre avendo udito che monsignor Francesco Bosso, vescovo di Novara, vicino a morire desiderava la benedizione del cardinale, si pose in viaggio, vide il vescovo agonizzante e celebrò le sue solenni esequie; indi si recò a Vercelli, poi a Torino, finalmente ritornò a Varallo, ove fece gli esercizj spirituali, e stabilì l’erezione del collegio d’Ascona. Sì lungo viaggio finì d’infiacchire le sue forze, ma non potè diminuire la costanza dello zelante prelato. Volle dunque prima nell’agosto(27), poi nell’ottobre rivedere la Brianza. Ai 12 d’agosto’ amministrava la cresima nella pieve d’Oggiono, e ai 13 si recava a Dolzago per consacrarvi la chiesa parrocchiale(28).
Morì ai 3 di novembre 1584 in giorno di sabbato alle ore tre di notte nella virile età di quarantasei anni, un mese ed un giorno(29).
Il Borromeo lasciò eterna ricordanza delle sue virtù, ed uno de’suoi meriti maggiori è d’aver tanto contribuito a difendere l’Italia dal morbo minacciante dell’eresia. Aveva in sè tutte le qualità bisognevoli in quei tempi, ricchezza e nobiltà di famiglia, fermezza di carattere, prontezza più che comune d’ingegno, zelo di religione, favore di pontefice e di principi, venerazione del suo gregge. Con tante utili qualità il cardinale potè ristabilire l’ordine della sua diocesi e delle terre vicine, riordinò la dottrina e la morale; tutti i vescovi dipendevano dalle sue decisioni. Ebbe molti nemici e ben lo doveva un uomo tanto vago delle innovazioni. Sanno tutti che Donato Farina, frate umiliato del convento di Caravaggio e nativo di Brianzuola, come asseriscono molti, tentò di togliergli la vita, e che il santo rimasto illeso, interpose la sua autorità in favore del reo, il quale poi colto in furto fu condannato e giustiziato. Alcune terre della Brianza memori de’servigi ricevuti da San Carlo, fra le altre Brivio, Olginate, Lecco ed Asso, fecero nella sua apoteosi l’offerta d’un candeliere d’argento. Molte delle savie istituzioni lasciate imperfette o solamente disegnate per la morte di San Carlo vennero proseguite e terminate in gran parte da Gasparo Visconti che gli succedette nella dignità arcivescovile. Al Visconti dobbiamo l’erezione del seminario di San Fermo a Cesana fatta nell’anno 1591, la consacrazione dell’ oratorio di San Bernardo sul Montevecchia (1592) eretto da Giovan Antonio Scacabarozzi(30), e della chiesa dei Santi Fermo e Rustico a Cortenova nella Valsassina. Il cardinale Borromeo aveva cercato di impedire gli abusi inveterati nel clero di Brivio, ma non potè riuscire a buon esito; onde il suo successore per rimettere l’ordine e stabilire la residenza comandò che dei nove canonici rimasti dopo la riduzione fatta da San Carlo, ne fossero soppressi sei e il mazzaconicato, e le vicarie, e coll’ unione delle loro tenuissime rendite stabilito un nuovo provento pel solo proposto, e gli altri tre canonici residenti. Quest’ordine fu del 1586 23 giugno colla data di Ozeno nella pieve di. Rosate(31).
Le altre opere di questo Arcivescovo fra noi si riducono a consacrazioni di chiese, a nomine di parrochi ed a qualche decreto conveniente alla disciplina ecclesiastica, che sarebbe troppo nojoso il voler qui riportare.