CAPITOLO XXXVIII

GLI ANNI DELLE SVENTURE
DAL 1596 AL 1616.


Statuti di Lecco. - Quadro deplorabile di costumi. I Feudatarj. - Il conte Secco
Borella di Vi-mercato. - Gian Paolo Osio d’Usmate. - Vagabondi e banditi. - Carestia e calamità. -Perticato della Martesana nel secolo decimosettimo. - Istituzione de’ feudi di Fabbrica, di Monte e di Cantù. - Guarnigioni spagnuole. -I Valsassinesi costruiscono il castello di Fuentes.


Non v’ha forse tempo in cui tanto abbondino le utili leggi, quanto il periodo della dominazione spagnuola. Ma i gridarj, confermando questa verità, danno pur troppo a conoscere la debolezza di quel governo, che ad ogni tratto ripete i medesimi editti, ordini e bandi. Ogni giorno piovevano nuove leggi, che domani già invecchiate avevano perduto ogni loro vigore, e sentivano bisogno d’essere ripetute. Né il solo governo spandeva questo mare d’inutili ordini, ma i piccoli stati dipendenti redigevano e pubblicavano anch’essi i loro statuti come fece il borgo di Lecco nel 1592 stampando in un grosso volume i regolamenti risguardanti l’amministrazione
politica e giudiziaria di esso borgo e del territorio sottoposto(1).
Il governo degli Spagnuoli nelle mano de’ quali noi eravamo caduti, siccome vedemmo, avea reso il ducato milanese provincia dipendente dalla Spagna. Allora entrarono in Italia tutti i pregiudizj di questa nazione, l’alterigia, la cortigiania, il nobile ozio, il disprezzo della povertà, messa in vigore la primogenitura, condannati al sacerdozio od alla milizia tutti i figli cadetti.
Non bastando i titoli di nobiltà, che già si conoscevano, ne furono creati de’ nuovi e stabilito un codice di serventismo fondato sull’immoralità: che nessuna donna si mostrasse in pubblico sola, che il marito, senza attirarsi le beffe, non potesse accompagnare in pubblico la propria consorte.
I tanti mali che derivavano da tale dissoluzione di costumi guastarono affatto la popolazione d’Italia; spezzati tutti i vincoli di famiglia, resero le donne soggetto d’ignobili contese e contratti, popolarono la terra d’illegittime esistenze, e quello che più offendeva, spensero negli animi ogni sentimento di pudore e di galantomismo. Il padre di famiglia non sapendo accertarsi della sincera derivazione della sua prole, non poteva naturalmente aver bastevole diligenza per la sua educazione; e senza pietà contrastava i ‘suoi desiderj, destinando irrevocabilmente i figli, sino da quando stavano ancora nel ventre materno, ad uno stato da cui il più delle volte repugnava la loro inclinazione. Tutte le carezze, i favori erano prodigati al primogenito, destinato all’eredità del lauto patrimonio, egli solo sedevasi alla mensa paterna, inaccessibile al resto della figliuolanza. I figli diseredati, per poter mantenere una vita non affatto inferiore alla condizione a cui sarebbero stati destinati, quando le leggi umane non fossero state opposte a quelle di natura e di sangue entravano nei chiostri e nella milizia portandovi un nome illustre per titoli, e la boria delle ricche attenenze.
Fra i molti altri disordini di quell’età era la sfrenata licenza d’alcuni giovani signori, che raccolti in piccole compagnie giravano di notte in traccia di scandalose galanterie colle donne della classe inferiore. Ciò succedeva fra i ricchi; i poveri poi che sogliono sempre immitare i signori, s’abbandonarono anch’essi alla corruzione, onde scaturì un irreparabile danno al commercio, all’industria ed all’agricoltura. Tale scemamento di produzioni avveniva in un momento in cui gli Spagnuoli, sempre involti nelle guerre, avendo d’uopo di danaro, accrescevano del continuo i balzelli e le imposte. Un nuovo oggetto d’oppressione fu la moltiplicità de’ feudatarj, che nel secolo decimosettimo si divisero la Brianza e resero ancor più miserabile la condizione dei popoli. Poiché i signori che avevano sborsato una somma nel procurarsi il possesso feudale d’un paese, gravitavano sui contadini e sugli artigiani, per potere nel minor tempo fattibile rimborsarsi delle spese, e mantenere il treno fastoso ed i bravacci ond’erano circondati, e far tacere la voce della giustizia quando avrebbe potuto chiamarli ad un rendimento di conti.
Dominati come erano costoro da un immenso concetto di superiorità sul resto della popolazione, spiegavano un’insolente e indomabile alterigia. Ma per sostenersi contro una massa di gente non meno di essi rotta ai più iniqui costumi, dovevano attirarsi d’attorno un cerchio di manigoldi irrequieti, che ricercati dalle leggi sentivano bisogno di mettersi sotto la protezione di qualcuno che fosse più potente che le leggi stesse. I re di Spagna, sebbene lontani, cercavano di sottomettere questi prepotenti, ma i loro replicati decreti venivano oltraggiati e dimenticati. L’adulazione toccava allora l’apice della sua grandezza; i letterati e più i professori di diritto, per bene meritarsi d’un feudatario, ne inventavano a capriccio favolose genealogie facendole risalire ordinariamente sino ad Adamo, genitore comune. Questo lungo ordine di padri lusingava ed accresceva l’ambizione de’ ricchi, e rendeva ancor più abbietta ai loro occhi quella turba che ignorava il nome del suo avo.
Tenendosi nei loro castellotti inaccessibili alla moltitudine, per la quale non calavasi mai il ponte levatojo, né stridevano i cardini delle rumorose imposte, adorne di uccelli rapaci, inchiodati colle ali spalancate e capovolte, o dal teschio di qualche fiera, mantenevano la loro indipendenza da ogni soggezione, e rendevano il loro stato sicuro, commettendo a capriccio oltraggi, frodi, prepotenze, assassinj -
Uno di questi bravacci fra noi era Francesco Secco Borella, feudatario di Vimercato e di tutta la sua pieve, tranne Concorezzo, Agrate, Caponago, Carugate e Baraggia. Costui tiratisi attorno Orazio Gadio, Giovanni Battista Mauro, Stefano Garbasino, Cristoforo Castoldo e Carl’Antonio Baruffo, uomini tutti del suo stampo, si derideva delle leggi e trascorreva ad ogni guisa di delitti. Benché il governo avesse poste delle buone taglie addosso a lui e a tutti quei suoi bravi, pure il feudatario forte nel suo castellotto ingannava tutte le ricerche e le minaccie. Aveva già commessi alcuni omicidj, quando uno più clamoroso obbligò il conte di Fuentes governatore di Milano a minaccie più positive, e fu come segue. Il conte coi suoi scherani stese morta la virtuosa Lucia Vertemate, moglie di Giovanni Battista Piacenza, che resistette alle sue immonde richieste. Divulgatasi la cosa il governatore di Milano in una grida del 10 marzo 1603 dichiarò che qualunque consegnerà vivo o ammazzerà alcuno de’ sopraddetti, oltre al premio pecuniario promesso nelle gride, possa liberare due banditi per qual si voglia caso fuorché gli eccettuati in questa grida. Né vuole Sua Eccellenza che li suddetti condannati per la morte della detta Vertemate possano godere del beneficio della presente grida; anzi gli dichiara per sempre indegni di liberatione et di potere habitare in questo Stato, salvo però se alcuno dei suddetti complici consegnasse e ammazzasse il principale cioè il conte Francesco Secco da Vimercato. Il vedere ripetuto tre o quattro volte il medesimo bando fa credere che egli potesse sempre ridersi della giustizia.
Della medesima pasta era pure Gian Paolo Osio, che aveva castello ed ampi tenimenti ad Usmate, terra piacevole ed amena sul lembo meridionale della Brianza. Sortì ricchezze e robustezza, due qualità, che a seconda di chi le possiede, ponno tornar e sommamente utili e sommamente dannose. Nelle mani dell’Osio ebbero questo secondo effetto. Solito a passare parte dell’anno a Monza in una casa attigua al monastero di Santa Margherita, mentre un giorno guardava dalla sua finestra che dava nell’orto del monastero, ebbe a vedere fra le monache una bellissima chiamata Virginia Leyva figlia di don Martino de Leyva, distinta dalla turba comune dell’altre col titolo di Signora. La mirò e vinto da ardore scellerato a nulla perdonò perché quell’infelice depositasse a suoi piedi quel fiore verginale, che involontaria aveva immolato alla Madre di Dio. La sciagurata corrispose: e da quel momento fu vana la clausura; vana la voce de’ rimorsi, vani i timori delle pene umane e celesti. Un’ancella mostrò d’essersi accorta della tresca, e ne fece motto in un istante di rabbia colla Signora. Non l’avesse mai fatto! La conversa fu uccisa in casa. Divulgate le nefandità della Virginia fu per ordine di Federigo Borromeo trasferita a Milano ove mutò costume, facendo poi tanto bene, quanto male aveva commesso dapprima. E l’Osio sottrattosi alle richieste della giustizia rimase per qualche tempo nascosto, poi riappiccato amore con due altre dello stesso monastero le lusingò tanto che le indusse a fuggire con lui. Erano queste Ottavia Rizia e Benedetta Felice Ornati.
Ma il tristo non appena fu al Larnbro vi buttò entro una, percuotendola con più scalciate del fucile, onde benché salvata dall’acque fra pochi giorni morì, l’altra condottala a Velate nella giurisdizione del suo feudo, la precipitò nel fondo d’un pozzo, deciso di finirla; ma, e venne detto miracolo, fu cavata fuori e pare che sopravvivesse.
L’Osio e i suoi cagnotti Camillo detto il Rosso, Nicolao Pessina detto Panzuglio e Luigi Panzuglio furono citati a render conto di questo delitto; non comparsi, il palazzo dell’Osio fu ruinato dalle fondamenta nel 1608. Giampaolo finì poi ucciso da un suo amico nella cui casa si era rifuggito; è ignoto l’esito degli altri(2).
La mancanza d’ogni diritto per la povera gente aveva contribuito a impoverir affatto i contadini, ma i loro guasti maggiori derivavano dalle continue ruberie di molte bande di ladri, che approfittavano della debolezza del governo e della facilità di trovar sicurezza nei numerosi asili o nella protezione d’un feudatario, o nella loro riunione per infestare la Brianza(3). In un tempo in cui il commercio e l’industria erano in una totale inazione, e l’agricoltura avvilita dall’usuria de’ ricchi possidenti, che esaurivano il loro patrimonio nel lusso, nel mantenimento de’ sicarj e delle drude, invece di impiegarlo utilmente nella coltura de’ campi, dovevano moltiplicarsi gli oziosi, e per conseguenza i vagabondi e i malviventi. Durante il corso di questo secolo abbiamo nel Gridano di Milano moltissimi bandi e sentenze anche di Brianzuoli, che vediamo le tre, le quattro volte nei termini più severi e minaccianti, condannati; prova che le sentenze, perduto ogni vigore, avevano bisogno di ripetersi, ed erano divenute un semplice formolario(4).
Tanta negligenza d’agricoltura e di industria generò a poco a poco le carestie che troviamo frequentissime nel periodo dal 1570 al 1628. La scarsità delle ricolte, i guasti delle caccie de’ signori, lo sperpero delle milizie rialzarono di sì fatta guisa i prezzi dei cereali, che nel 1628 il frumento valeva fra noi dalle settanta alle ottanta lire jl moggio, e perfino cento nei confini; la segale toccava alle cinquanta, il miglio alle quaranta, e valevano un prezzo proporzionato le carni, il butirro e l’olio(5).
L’esagerazione de’ censi non corrispondente alle produzioni invece di accrescere ne’ sudditi la solerzia per pagarli, facea loro abbandonare i campi che diventarono deserti e proprietà de’ comuni. Tutti avevano il diritto di guastarli, nessuno l’obbligo di coltivarli(6). proibisce che niun forastiero di che qualità e preminenza si sia ardisca in conto alcuno di fermarsi, né d’habitare per alcun tempo nelli detti luoghi e sue giurisditioni sotto pena di tre anni di galera, la qual s’eseguirà irremissibilmente contro i contraventori.
Si facevano de’ provvedimenti che in effetto dovevano essere molto utili, ma o nessuno badava a farli eseguire, o si eseguivano in modo, che ne tornasse un utile momentaneo rendendo intanto lentamente più grande la ruina, come certi medicinali, che tosto liberano lo stomaco da un’indigestione, ma poi offendono tacitamente la salute. E questa generale ruina avvenne appunto nell’anno 1628, quando anche nella Brianza, andati scarsi tutti i riccolti, finite le granaglie nelle mani de’negozianti avari e de’fornai successe quello stato doloroso, che ci viene dipinto a pennellate in. delebili da Manzoni e prima di lui dal nostro Ripamonti, testimonio di veduta, e che noi descriveremo brevemente colle parole volgarizzate di questo illustre storico brianzuolo. “Affamarono a morte prima i poveri campagnuoli, poi i meglio stanti: indi il lusso e i vizj cittadini furono involti nella pena stessa. I più prepotenti già terribili un dì per oltraggioso codazzo di bravi, ora soli, mogi mogi coll’orecchie basse, quasi chiedendo pace col volto, servi poc’anzi profumati di unguenti, ministri d’arcani uffizi, or vagavano per città tendendo la mano ad accattare per Dio. Peggio furono puniti i più innocenti, villani, artefici, fabbri, e quei che già prima mendicavano. Gli esercizi delle arti, ove tanti trovavano di che vivere e bene, si chiusero poco a poco, o se rimaneano aperti davano immagine di un campo orrido e sterile. Il popolo condannato all’ozio, languiva di fame: i cittadini già fatti pingui a splendidi banchetti, ora tiravano i remi in barca:
andavano confusi insieme e quei che imbandivano larghe mense e quei che vivevano del rilievo di queste. In figura di cadaveri vagolavano ch’era una miseria il vederli; né la morte, per stragi che facesse, li diminuiva: che quanti più né perivano, tanto più numerosa turba accorreva, dalle campagne non solo e dai monti, ma dalle città e dalle nazioni straniere, sperando pane a Milano, ed o giunti colà con una cera di stupore iracondo mostravano di sentire vivo il duolo di veder deluse le loro speranze, o lungo il cammino, vinta la lena dall’inedia, cadevano esanimati. Né solo si tornò ai pascoli della primitiva selvatichezza, ma peggio che di bestie erano gli alimenti. Chi mangiava scorze d’alberi, procurandosi così una morte anticipata: i contadini cadeano sui solchi tante volte bagnati di lor sudore: chi fuggiva alla città dava di sè così lacrimabile spettacolo, che i cittadini per non vederli abbandonavano la patria. Madri derelitte co’fanciulli, mariti colla squallida prole e colla nuda consorte, case intere di paesani strascicavano gli affievoliti corpi; e se era loro bastata la forza di giungere in città, sdrajati sul nudo pavimento, sotto le grondaje, davano un tristo lezzo, ed un’immagine di varia morte, e di e notte lunghi ululati, tanto più amari a sentirsi, quanto che pareano un’accusa fatta a ciascuno perché non soccorresse a tanto patire. Più mettevano pietà gli agricoltori, quei che tanto aveano sudato per far fruttare l’ingrata terra, ora resi incapaci a lavorare, macilenti, gli occhi infossati, colla pelle informata dall’ossa, le braccia e le gambe diseccate, erano un monumento di pubblica vergogna “. Quell’anno stesso (era nostro governatore don Gonzalo de Cordova) alla messe poverissima s’aggiunse la sconsideratezza di alcuni ministri, e il poco giudizio d’alcuni commissarj dello stato nel permettere che i Grigioni, gli Svizzeri, le repubbliche genovese e veneta, ed altri stati confinanti estraessero i grani dalla Martesana e dal Seprio, non badando alle leggi ed alle condanne che erano minacciate. I molti eserciti che stanziavano nella Brianza(7) contribuivano essi e i loro cavalli a dilapidare e distruggere sempre più le poche granaglie raccolte, che non solo andarono ogni giorno alzandosi di prezzo, ma si giunse a quello di non trovarne più neppure a grossissime somme.
É ignoto a nessuno che le angustie, il digiuno, l’arroganza de’venditori di pane, e la pessima qualità di esso, adulterato con nocive mischianze ridussero la plebe milanese a quel grado di disperazione per cui ai 20 novembre 1629 trascorse al tumulto ed alla sollevazione contro i prestini e principalmente contro quello delle scancie (delle gruccie) come è descritto con innarivabile potenza dall’autore dei Promessi Sposi.
Nè le miserie opprimevano solo i poveri sudditi, ma ricadevano poi di rimbalzo sul governo, che d’altronde impegnato in continue guerre coi popoli soggetti e stranieri era ridotto bisognosissimo di danari. Per questo passava alla vendita de’beni camerali e de’possedimenti feudali.
Ai tempi di cui parliamo nel presente capitolo la villa di Fabbrica nella pieve d’Incino. oggi delizia dell’egregio conte Durini podestà di Milano, fu nel luglio 1594 comperata da Ramengo Casati, uno dei sessanta decurioni(8) che poi ottenne il titolo di conte per diploma datato da Modena.
Alcuni anni dopo, e precisamente nel 1627 al 23 gennajo, Giovanni Battista Pecchio anch’egli dei sessanta decurioni comperò il diritto feudale sulla terra di Monte nella pieve d’Agliate(9).
E quel medesimo anno fu dato il titolo di conte alla famiglia Pietrasanta che già fino dal 22 dicembre 1477 per concessione di Giovanni Galeazzo Maria Sforza duca di Milano aveva ottenuto il feudo delle terre di Cantù, Alzate, Intimiano, Montorfano, Cucciago, Novedrate, Verzago, Rozzago e Figina nella pieve di Galliano. E tutto questo per poter accrescere le sostanze dell’erario.nIl Re cattolico nello spazio di trentasei anni ci mandò quattordici governatori, ma nessuno seppe mettere un riparo alle perdite del tesoro, nè alle prepotenze de’facinorosi e delle piccole oligarchie che si erano formate dai feudatarj
Poiché in questo capitolo ci venne più volte parlato del conte di Fuentes governatore di Milano aggiungerò come egli nel 1603 ponendosi a fabbricare il forte che chiamasi ancora dal suo nome sul monte Tecchio al lembo occidentale nella Valtellina, diede da costruinlo ai guastatori di Valsassina, capo de’quali era Bastiano Fana di Val Casargo. Ed opponendovisi i Grigioni allora padroni di questa valle il Fuentes raccolse una milizia di settecento Valsassinesi, perché stessero pronti alle armi, e mandò inoltre in Valsassina due compagnie una di cento sette uomini sotto il capitano Giovanni Ponti(10), l’altra di sessantaquattro sotto Martino Parazzo, ed altri duecento spedì nel territorio di Lecco, e vi rimasero per ben due mesi, lasciandovi per lungo tempo la memoria della loro dimora. E ce ne fa ricordanza Baldo Cattaneo Tornano nel manoscritto, altre volte da me citato, ove dice nel suo rozzo e semplice linguaggio.
“1604 a dì 6 di genaro. Faccio memoria eterna io infrascritto qualmente hoggi si sono partiti di qui li sudetti soldati per ritornare al loro vecchio loggiamento al loco di Felizano presso Alessandria della Paglia di donde si partiro; et ci hanno lasciato come si dice, il ben servito, perché havendogli loggiati giorni cinquanta v’è andata una spesa grandissima tanto più che havendo essi finite le paghe loro li habbiamo convenuto dar dinari per sovventione a ragg. di 10 per uno, quali dinari quasi tutti sono andati in fumo atteso che sono stati la maggior parte compensati in paglie morte che pretendevano gli offitiali. -. sicché la spesa fatta per il nostro comune fra una cosa e l’altra eccede la soma di scudi cento... In soma lodato sii il S. che si sono partiti et sono ‘stati huomini molti honesti e discreti “.
La Valsassina aveva un governo proprio regolato da un podestà o pretore, nominato dal governatore di Milano, che durava in carica per due anni potendo però essere confermato per un altro biennio. Anticamente sedeva a Primaluna, di poi ad Introbbio nel palazzo detto pur oggi il pretorio, ed aveva diritto di far sangue, dar la tortura, previo però un avviso al senato. Appena entrato in carica riceveva il giuramento di fedeltà in nome della valle da due uomini probi chiamati sindaci, i quali si mutavano ogni anno e dovevano intervenire nei concilj ed assistere alle discussioni giudiziarie. Per l’esecuzione delle leggi, delle tasse, delle coscrizioni, dei censi, si creavano due uomini d’armi chiamati Campari, la carica de’quali non poteva durare più a lungo che quella de’sindaci. Anche ivi erano però tutti gli abusi come tra noi(11).