CAPITOLO XXXIX

FEDERIGO BORROMEO
DAL 1595 AL 1600.


“ Ingresso in Milano. - Alessandro Confalonieri proposto di Mariano. - Visite in Brianza, Valsassina. - Compendio de’ suoi provvedimenti. - La Madonna d’Imbevera - La Madonna del Bosco. - La Madonna di Concesa.

Fra le persone, che la nostra storia ricorda con maggiore riverenza e cara memoria dobbiamo collocare il cardinale Federigo Borromeo, venerabile pastore, la cui fama in questi tempi è divenuta popolare, non meno che il libro dei Promessi Sposi. Federigo nacque in Milano(1) ai 18 agosto 1564 da Giulio Cesare e da Margherita Trivulzio, stratti ambedue d’antichissime e nobilissime famiglie. Quando morì San Carlo 1584 i Milanesi avevano richiesto che Federigo venisse aggiunto al collegio de’cardinali, ma la loro domanda non fu compita che tre anni dopo, allorché il Borromeo aveva appena tocchi i 23 anni. Nel 95 morto Gasparo Visconti arcivescovo di Milano, Federigo nominato a succedergli non si sottopose a questo carico se non dopo replicate preghiere.
L’ingresso del nuovo arcivescovo in Milano fu tanto clamoroso, e tale lo stipamento del popolo sulla piazza del duomo che il festeggiato corse pericolo di rimanere schiacciato “tanto era in quei costumi d’incomposto e di violento, che anche nel far dimostrazione di benevolenza ad un vescovo e nel regolarle, si dovesse andar presso all’ammazzare” come dice Manzoni.
In quella solennità onde il popolo attestava le speranze riposte nel nuovo porporato, faceva un personaggio principale Alessandro Confalonieri, prevosto di Mariano, che a cavallo chiudeva l’esultante corteggio spettando, per antichissimo costu ------Regola di compartire i carichi tanto camerali, quanto localied altri a terra per terra della Valsassina sopra lire 103. 0 8 come segue:

Pasturo - - Lir.
Bajedo
Barsio
Cremeno
Cassina - -
Moggio
Comenedo .
Introbbio - -
Vimogno - -
Barcone
Cero
Pissina
Primaluna - -
Cortabio
Cortenova e Pra
S. Pietro - -

me, sempre a tre individui della famiglia Confalonieri d’essere capi e promotori nelle entrate degli arcivescovi milanesi.
Noi vedemmo la prima volta il nuovo Pastore nel 1602 quando amministrò la cresima in Vallassina soggiornando ad Asso. Passato di poi a Lecco, a malgrado di tutte le dissuasioni volle salire al montuoso Morterone ed alla valle dell’Inferno luoghi presso che inaccessibili per chi non è cresciuto fra quelle montagne.
Ne meno gli riuscì faticoso il viaggio ch’egli intraprese nel giugno del 1608 per la Valsassina conferendo la cresima il 15 di quel mese a Pasturo, il 16 ad Introbbio, il 17 a Primaluna ove si fermò parte di tre giorni, il 20 a Cortenova, alloggiando, secondo il suo costume sempre nelle case de’ parrochi. In quel viaggio versò lagrime di contentezza vedendo quel popolo venirgli incontro con atti di riverenza e ridestare colle sue melodie l’eco di quei monti. Mentre curioso indagava la natura di quei siti e di quegli abitanti venne informato come sopra una difficile vetta trovavasi il convento delle Agostiniane di Cantello, che per la sua lontananza dall’abitato non era stato da lungo tempo visitato dal Vicario, per cui non avevano mai quelle monache potuto rialzare un muro sfasciato per la vetustà, e così rimanevamo mal difese nei loro doveri. Non sì tosto lo riseppe il cardinale che fu subito a quel monastero, e consolate quelle vergini con affabili parole, le comunicò, vi cantò gli ufficj divini, e provide ai loro bisogni rimbrottando in una lettera il negligente Vicario(2).
Nelle terre di Brianza più comode e più vicine veniva sovente, tratto dal desiderio di mettere freno alla corruzione del clero, regolarne la disciplina, e confermare i popoli nella fede(3).
Preceduto dalla fama delle sue virtù entrò una volta anche nella valle di Sammartino. Il popolo per vederlo, per baciargli il lembo della veste s’accalcava così stretto intorno a lui in ogni terra ove giungeva, che per ordine dell’arcivescovo dovevano gli abitatori di essa terra uscire dalla chiesa e lasciar l’ingresso alle moltitudini venute da altre terre e da altre valli.
Era Federigo d’indole austera e insieme dolce ed affettuosa; con quanta franchezza moveva una paterna ammonizione ad un prepotente, con altrettanta amorevolezza chinavasi ad accarezzare un fanciullo che gli attraversava il cammino, e a sollevare un oppresso che a lui ricorreva. Quei potenti stessi che avrebbero dovuto abborrirlo, sedotti dall’umiltà e santità della sua vita partivano da lui pieni di riverenza. La classe più umile non poteva restare dal venerare un uomo, che dall’altare predicava sì popolarmente, che anche la più minuta plebe poteva capirlo. Abborriva Federigo l’avarizia e più quando la trovava nei ministri dell’altare, come coloro che sono la fiaccola splendente sul monte visibile a tutti. Mosso da questo suo santo principio rinfacciò severamente la condotta d’un prete brianzuolo che non badava a nulla più che a rammassare danaro, e perchè il rimprovero non si riducesse a semplici parole lo condannò in una pena pecuniaria ed in oltre all’annuo sborso di ottanta scudi da pagarsi per la chiesa fino a tanto che fosse ridotta al suo termine(4). Dirò in poco le principali opere di questo santo arcivescovo per non uscire dai limiti segnati dalla mole del mio lavoro.
Smembrò le due parrocchie di Giovenzana e Brianzuola dapprima incorporate; e nel 1578 quella di Sirone(5) da quella di Dolzago; soppresse l’antico capitolo collegiale di Barzanò, perchè indisciplinato e renitente a tante minaccie di San Carlo e di Gaspare Visconti, trasferendo uno di essi canonicati a Santa Maria Podone di Milano, riducendo gli altri a semplici beneficj, e trasportando la prebenda prepositurale alla parrocchiale di Lomagna; nel 1610 venuto a Brivio, trovando troppo scarso il numero de’residenti canonici, diede regolamenti di providenza. Ampliò la cura di Rovagnate(6) trasportò sul sommo del colle il monastero di Bernaga, che trovavasi prima in luogo più basso esposto alle insolenze ed agli sguardi secolari, ponendovi la prima pietra della chiesa di San Gregorio; eresse la parrocchia di Brongio che prima dipendeva da Molteno.
Nel 1626 venuto a Meda ed entrato solennemente nel monastero femminile fondato dai fratelli Aimo e Vermondo Coni vide nella chiesa le ossa di questi due santi, e con una solenne processione levatile dalla tomba ove giacevano le collocò sull’altare della chiesa perchè fossero in pubblica venerazione(7).
Per le monache aveva una predilezione speciale nè mai le perdeva dall’animo. Quindi saputo che la sua diocesi era riboccante di soldati spagnuoli, con una circolare del 15 settembre 1622 ordinò alle priore de’monasteri una gelosissima custodia delle clausure ed un’assoluta proibizione a qualunque soldato, per qualunque si fosse pretesto di violarla. Risapendo però che, a malgrado di tale raccomandazione, i soldati non lasciavano di molestare le monache di San Lorenzo da Vimercate, ripetè appositamente, e in termini più espressivi l’ordine che fossero rispettate le sacre vergini entro i loro ricinti(8).
Quando la nostra storia si risolveva ad una concatenazione di poetiche ed animate vicende, il mio dire camminava forse a seconda di esse, franco ed animato. Ora che la poesia della storia dovette cedere il campo a notizie più esatte ma di minore importanza, ad ogni parola che scrivo temo di riuscire freddo e nojoso. Per questo cerca di supplire colla varietà delle narrazioni per poter in qualche modo spezzare la monotonia del mio racconto. Ci sono riuscito? giudicatelo voi.
Una fanciulla di Barzago corse un giorno a riferire alla propria madre d’aver veduta la Madonna; se ne divulgò la voce, e la devota credenza di quei contadini eresse una cappelletta alla gloria della Madre di Dio. Dopo raccolte alcune limosine quel povero edificio fu convertito in una chiesuola che divenne celebre col nome della Madonna d’Imbevera. In questo stato la visitò Federigo nel 1611 epoca del suo secondo giro per le terre della Brianza.
Veduto che la frequenza dei pellegrinaggi che si facevano a questa chiesetta erasi un cotal poco raffreddata, e pur volendo che ne fosse al più presto eretta una più elegante che gli abitatori di Barzago e di Sirtori avevano votato, destinò per la sua fabbrica tutte le oblazioni già fatte e che giornalmente si farebbero. Ordinò poi che terminato e consacrato l’edificio, vi fossero dette settimanalmente due messe, secondo il legato di Antonio e Giovanni Pietro Perego, promotori principali di questa pia erezione, i quali si erano obbligati di pagare perciò annualmente sessanta lire imperiali. Dichiarò finalmente che quell’oratorio doveva per sempre essere membro della parrocchiale di Barzago, e che nessuna funzione vi potesse essere celebrata se non per consenso del parroco di questa terra. E perchè i Perego avessero a godere qualche diritto su questo santuario, impose che della cassa delle elemosine una chiave rimanesse presso il curato e l’altra presso di loro(9).
Secondo una consuetudine la frequenza ogni giorno crescente dei visitatori di questa chiesetta nell’anniversario del prodigio cominciò a convertirsi poco a poco in una sagra, la quale facendosi ogni anno maggiore pervenne sino a nostri giorni, e perchè è senza dubbio la più considerevole de’ nostri paesi credo bene farla conoscere anche a coloro che non l’avessero o per caso o per lontananza veduta, e che invece degnassero d’uno sguardo questo mio qualunque egli sia lavoro.
“Chi drizza(10) a quella volta, già ode lontano assai una romba simile al romoreggiar della marina. Ed ecco le vie, che d’ogni parte vi capitano, brulicar di gente, contadini, artigiani, soli, a coppia, a gruppi, a frotte. Giovanotti con cappelli di paglia artificiosamente intrecciati a trafori, adorni con piume, specchietti, galanterie quali contenti del frustagno e del taglio all’antica, mentre altri vestono larghi pantaloni, invano e dal curato e dal fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d’insubordinatezza e d’irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, ad urtoni rompono la calca, od in ischiere colla zampogna fanno risuonare concenti rusticali. Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel dì permettono che per devozione vadano a Imbevera ...
Nel bosco poi e sul piazzuolo si innalzano assiti e trabacche, si spiegano tende, curvansi ed intrecciansi a pergoli, a capricciosi frascati i rami, si


Così la .pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non sul basso del giorno, tanto più tardi, quanto ciascuno è o si crede da più. Monza, Milano, Como, Bergamo, e sì v’è due passi, risentono alle corsie loro la mancanza del fiore e della scelta de’ cittadini: e dove sono? al bosco d’Imbevera. Zerbinetti che sbraveggiano su sbuffanti puledri, o trionfano in tilbury eleganti; gran signori in comodi cocchi con ambiziose mute condotte a centinaja di zecchini dai pascoli dell’Olstein e dell’Olanda: fittajuoli, che staccarono dalla benna e dall’aratro i robusti cavalli svizzeri, e rivestirono di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti o sorgenti plebei, i quali noleggiarono a più alto prezzo un calesso, due ronzoni e un vetturale, che cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti, che coll’industria sperano di potere quando che sia mutar in carrozza la timonella, di cui ora s’accontentano: il granajuolo nella sedia o nella carretta, che lo porta il sabato ai mercati di Lecco, o alle calende a Bergamo, tutti in somma qui piovono a darsi aria, a vedere, a farsi vedere...
Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo alla semplicità, che aggiunge tanto più all’allegria quanto più la scioglie dagl’impacci, andrebbe affatto in inganno. Il lusso più finito, le più sontuose gaie di vesti, di fronzoli, di gioie sono di sbalzo trasportate dal corso delle città al bosco d’Imbevera. La signorina venuta, già un mese a villeggiar qui poco oltre, fra il grosso bagaglio non si dimenticò d’un vestitino a posta per questo giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa coi vezzi donatile dallo sposo: quella ciarpa, quel cappellino furono rinnovati per isfoggiare alla Madonna d’Imbevera. Belle dalle guance sparute, dalle parche occhiate, meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini, forosette dalle gote rubiconde e mene come melerose, che nelle solenni processioni dei villaggio sentonsi dire: - Ve’ com’è bella “, qui compaiono insieme, le prime appoggiate ad un braccio fedele, beando di lusinghiero ritenuto sorriso il milordino, che con membra e con andar femminino sbircisce colla lente, e sussurra meditate cortesie: l’altre colle compagne, dando ascolto a’ vivaci scherzi ed alle espressioni, più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e dell’artigiano: finchè vanno queste a tracannare l’acquavite e la spumosa birra, l’altre a gustar il gelato e le paste sfoglie sotto i padiglioni dell’effimero caffè.
Chi di là abbassa lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli da villano, da signore, da prete, da cittadina, brillanti colori e colori dilicati; il sedan ed il vel crespo alternati colla stamina e coll’amoella; fogge testè arrivate da Parigi, presso a quelle da un anno abbandonate alle provinciali, all’altre che già discesero al contado, alle più antiche custodite dalle matrone in memoria de’tempi migliori. Qui le piume d’uccello del paradiso ondeggiano a canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il taglia-borse, e frena l’allegria d’un ubriaco. Qui gli uomini creati dalla natura a consumar e godere, misti con quelli da essa destinati a stentar e lavorare per gli agi dei primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche sono riurtati sdegnosamente dal prediletto della fortuna, gonfio per dieci generazioni d’antenati ai par di lui oziosi, il colore e le membra dilicate del quale fan prova del sangue più gentile, cioè degli squisiti bocconi e del far nulla. Qui un veterano dalla legion d’onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d’Ulma e d’Austerlitz, trovasi a fianco del coscritto, che una sola notte passò in quartiere fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la schifiltosa corteggiata raccomanda al suo amico che le sontuose trine da lui donatele non lasci sconciare dal contatto del ruvido corpetto, che la setajuola guadagnò d’oneste fatiche.
Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de’ ventagli, de’ fazzoletti, delle lenti; lo sguardo ansioso di chi cerca, il dolente di chi troppo ha veduto; il confidente sussurrio delle recenti spose, e l’arguto chiacchierare delle terribili madri, che hanno tre fanciulle da maritare, volgi dall’altra parte ove sale il bosco, ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi, che disposti nel più pittoresco modo fra le macchie ed i Castani, e sul molle tappeto del muschio, godono la merenda e lo spettacolo che l’onda della folla scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d’occhi al loro piè. A tale scena deliziata la vispa zitella, esclama: - Deh! com’è bello! “ nel mentre stesso che un’altra coll’ingrata maestà del quarantesimo anno, dice sospirando: - Al confronto d’anni fa! “non c’è la metà gente, la metà lusso, la metà allegria “. Così il giovane, cui I’ età deI primo amore tutto dipinge a colori di rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza di boschereccio collo scialoso, della naturalezza coll’eleganza, della franca giovialità campestre colla contegnosa della città: intanto che un altro, cui l’esperienza rese itterico lo sguardo, torce la bocca esclamando: -Pazzie! venirsi a pompeggiare in un bosco!”
V’è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta segreta, dove anni fa in questo giorno istesso incise un nome, il nome d’una fanciulla, con cui si erano giurati eterno, inseparabile amore: la pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l’amore svanì: ed esso appena ricordò l’amica perchè la vide laggiù, contenta madre dei figli d’un altro. Ancora v’ha chi, non così logoro dai diletti cittadini, da non sentire l’incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le creste, e di là sta osservando la bellezza del cielo che s’inazzurra sui poggi e sulle valli di Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un’esagerazione quando io vedono dipinto nelle tele de’ gran maestri: e che in quell’ora imporporandosi ai tremuli raggi del sole che si nasconde, fa spiccare all’occhio ammirato le sommità dei colli e dei monti, che formano cornice ad uno de’ più graziosi paesaggi, mentre gli augelletti(11) ...
Un’apparizione poco diversa da questa accadde alla Madonna del Bosco vicino ad Ariate pieve di Brivio. Alcune buone femminette badavano alle agnelle pascenti nelle campagne, quando calato un lupo dal monte e ghermito un bambino se lo rapiva per divorarlo. Pensi chi ha figliuoli come dovesse stare la povera madre di quel fanciulletto; strillava, domandava soccorso, si gettava le mani nei capelli, pregava Dio e la Madonna che volessero salvare il suo bambolo. E fu tanto devota quella preghiera che il lupo ammansato depose la preda al cenno d’una donna, che da un castano si mostrò alla tapinella che non cessava ancora di piangere e di tremare. Quella donna era la madre di Dio, e come segno della verità della apparizione il castano, che non aveva cominciato se non da poco tempo a mettere le foglie comparve di un tratto ricco de’ suoi frutti maturi da poter diricciare.
Al luogo santificato dalla presenza divina fu innalzato nel 1632 un devoto scurolo e nel 1644 una chiesa, ove la miracolosa comparizione è attestata da questa iscrizione:
d’una gamba, persuasa da Firma di Concesa, si fece recare piena di fiducia a questa fontana, e lavatavisi quasi di subito risanò. Lieta oltremodo coll’assenso di suo marito votò una chiesa da erigersi nel luogo del favore, e difatti nel 1611 ajutando le limosine de’fedeli, fu fabbricata la devota cappella, a cui venne in appresso unito un convento di Carmelitani Scalzi. Il curato Manetta accrebbe la divozione per quella chiesa sostituendo al quadretto antico di carta uno a olio, lavoro d’un suo fratello. Antonio Ottoboni, successore del Manetta e poi curato di San Babila a Milano, desideroso d’erigere a tanta Protettrice un edificio meno indegno, s’adoperò perchè la pietosa Anna Landriana Monti, che abitava a Vaprio, madre del cardinale Monti, arcivescovo di Milano, contribuisse in parte all’erezione di questo sacro edificio, di cui furono gettate nel 1621 al 5 agosto le fondamenta, e che fu terminato due anni appresso Andò tanto innanzi la divozione per questo santuario che il cardinale già nominato ordinò che due oblati di San Sepolcro vi stessero per celebrarvi quotidianamente la messa, e finalmente nel 1641 lo consacrò solennemente(12). Quel luogo sempre solitario, si converte in sito di festa d’allegria ogni anno nell’anniversario di quel miracolo. Da poco tempo una comoda e doppia scala costruita a spese del signor conte Cesare Castelbarco per utile dei pii visitatori mena dal piano a quella chiesa ov’è una delle più deliziose vedute della Brianza orientale.
Un altro santuario che di quei tempi entrò in molta venerazione è quello della Madonna di Concesa. Nel luogo ove ora sorge la chiesa fu anticamente trovato, lavorando sotterra un fonte, e credendosi scaturito da un’antica sorgente miracolosa, che già si vedeva nella parrocchiale della vicina villa di Concesa, eccitò la divozione di molti, i quali lavandovisi riportavano segnalate grazie. Ad un albero vicino fu appesa 1’ immagine della Madre di Dio, onde quell’acqua venne detta il fonte della Madonna.