CAPITOLO XL

IL PROPOSTO DI SEVESO
DAL 1574 AL 1619.


Infesta le strade da Como a Milano. - Arrestato.Fugge di carcere. - Si ripara in Val san Martino. - Federigo Borromeo a Lecco. - Rifiuta il presidio offertogli del castellano di Lecco.Strano accidente. - Supposizione sulla persona d’esso proposto. - Monsignor Francesco Perlasca

Abusi del clero è la parola che gli increduli oppongono sovente alla santità dell’ augusta nostra religione. Eppure chi ben li consideri, troverà un forte argomento di vanto per quella Fede che non si affogò mai fra le tempeste onde venne sbattuta, per quanto i suoi piloti fossero addormentati e briachi.
Quest’osservazione credetti necessaria prima di narrare la tristissima vita del proposto di Seveso, di cui ci conservò la memoria il savio Giuseppe Ripamonti nella sua storia ecclesiastica della diocesi milanese, nel quale stimo miglior consiglio volgere in un italiano quasi letterale le parole risguardanti un tale avvenimento.
“Nella divisione fatta da San Carlo Borromeo delle diocesi milanesi la regione terza non fu separata dai Bergamaschi se non pel solo corso dell’Adda. In quella parte della diocesi che venne a trovarsi sulla sinistra del fiume stendesi la Valle di san Martino, volgarmente chiamata il ricettacolo degli esuli, poiché confinando con due grandi potenze (gli Spagnuoli e i Veneziani) è luogo di assai sicurezza; onde molti da quel di Milano si gettano in codesta valle e vi conducono una vita, scampata dalle forche, fra delitti abbominevoli. In essa parte celavasi un insigne ladrone sfrattato dalla sua patria per molte nefandità, ruberie ed omicidj tanto da meritarsi fama tra gli assassini medesimi. Lo chiamavano il proposto di Seveso, poiché costui da chierico, fatto sacerdote avea ottenuto quel titolo, e la prefettura della plebena di Séveso. Infestando le strade (poiché la sua chiesa e la sua casa trovavansi appunto sulla via militare che da Milano corre verso Como) assalendo i viandanti, e barbaramente uccidendoli ne rapiva i giumenti e le mercanzie; e per distruggere ogni indizio del su misfatto, portava i cadaveri in sepoltura.
Dopo aver deluse per lungo tempo le umane leggi, riuscì finalmente a quest’esito infelice. Abbominando il cardinale Federigo Borromeo un tanto mostro, l’aveva condannato al remo. Ma, non so se dalle carceri o dalla galera, trovato modo di scamparne, profugo si ritirò in quelle regioni sui confini bergamaschi, fermo di rimanervi nascostissimo, per ispiare il destro di parlare al cardinale, dicendo che avrebbe osato qualche cosa, degna di tramandare ai secoli venturi.
Senza dubbio i partecipi di quel consiglio prevedevano e predicevano che si minacciava contro il cardinale quello che lo scelleratissimo Donato Farina aveva tentato contro San Carlo.
Ma Federigo, nulla curando il pericolo, in occasione di visita a parrocchie ed a chiese, venne dalla Valle san Martino al borgo di Lecco. Uno spagnuolo di quella terra, governatore della rocca, gli mandò incontro due drappelli di soldati, coll’ordine che diligentissimamente accompagnassero giorno e notte il cardinale, dovunque avesse voluto rivolgersi. Dicevano che ciò faceva per giusti rispetti verso il prelato, ma in verità così adoperava perchè il ladro disperato non assalisse d’improvviso il cardinale, o da un luogo occulto non gli scaricasse contro una fucilata.
Quando il cardinale si vide circondato di tanti uomini d’arme e seppe la loro onorevole incombenza, lodato il buon volere del castellano, li esortò a ritornare nella fortezza. E dicendo essi di non poter partire senz’ordine di chi li aveva mandati, inviò al governatore un Girolamo Alfieri, uomo di molta fede, virtù, e carissimo al cardinale, suo scrittore e segretario. Costui, come seppe dal castellano le minacce del ladrone, ne pose al chiaro Federigo, ma questi vie più fece ai soldati istanza d’allontanarsi, tanto che essi lo abbandonarono. Ora accadde che la presenza divina rese e quasi miracolosamente inutile un delitto somigliante a quello del Farina.
Era venuto a Bosisio (la terra di questo nome poco dista da Lecco) e soggiornava in casa del parroco, quando uno di quei tristi, che abitavano la Valle di san Martino, non tanto perchè era loro patria, quanto perché luogo opportuno ai delitti, erasi fatto consuetudine di visitare di frequente il cardinale, e parlargli come se avesse molte cose a dirgli da lui osservate intorno alla disciplina ed allo stato del clero e della chiesa, e trovava presso il porporato facile accesso ed udienza tanto, che gli fece cinque visite, come fu in appresso deposto, nei due giorni che il cardinale erasi fermato in questa terra. E sebbene fosse già terminata la sua visita e il cardinale già sulle mosse, egli non avea ancor posto fine ai suoi discorsi, e voleva di nuovo parlargli. Già saliva il croce sui monti e la famiglia dell’arcivescovo aveva cominciato a partire, e l’uomo ignoto camminava sempre a lato dell’arcivescovo, quando, secondo il solito, suonando la campana di bronzo, pel soverchio scampanellare, cadendo dalla sacra torre il batocchio di ferro, venne a dare nel sinistro piede dello sconosciuto, senza offesa di verun altro. Il ferito quasi privo di sensi si rovesciò supino; tutta l’adunanza andò a rumore, poiché molti temevano non fosse accaduto qualche sinistro al cardinale che trovavasi in quella parte. E sebbene poi lo vedessero illeso, pure tremavano ancora e gridavano per la gravezza del pericolo; si chiedevano a vicenda che cosa ne sarebbe addivenuto, quando quel colpo avesse pur pur deviato, e colpito quel capo d’onde dipendevano la salute e la vita di tutti.
Federigo nulla turbato né dal pericolo, né dalle voci comandò di levar di terra lo sciagurato e diligentemente curarlo; indi se ne partiva. Fu detto volgarmente e creduto, che costui fosse l’ospite di quel ladrone d’un proposto di Séveso, e quel desso che lo teneva nascosto. Non si seppe mai, né quali fossero le loro macchinazioni, né che volessero fare con quell’apparenza di colloquj, o qual via avessero trascelta al delitto. Io non credetti tacere quest’avvenimento, né le voci che ne seguirono, ciascuno poi lo giudichi a suo senno(1)
Il Rivola riportando quasi alla lettera le parole del Ripamonti aggiunge che quell’ospite del proposto “non senza intendimento di lui era venuto per fargli qualche oltraggio: comandò con tutto questo il cardinale che niuna mossa contro lui si facesse; ma che con sollecita cura procurata fosse la sua salute; nel che comandata fu molto la pietà di lui e massimamente quando a notizia di tutti venne ch’essendosi il vescovo ed il podestà di Bergamo di loro volontà offerti di dar a lui prigione l’autore dell’insidioso agguato, rispose di voler lasciar fare la giustizio a Dio(2) “.
La precauzione di questi due autori ci tacque il nome e la fine del proposto ribaldo, né trovai parola di esso nei libri parrocchiali di Séveso; onde sarebbe arditezza pretendere di rimuovere il velo a questo misterioso avvenimento.
Pure se è lecito dar luogo alle supposizioni non sarei lontano dal dubitare che egli potesse essere monsignore Francesco Perlasca giureconsulto e teologo che resse la parrocchia di Séveso dal 1574 al 1587. E m’induce a tale supposto il vederlo scomparir d’improvviso dalla sua carica senza che gli subentri, secondo il solito alcun successore, ma per tre anni sostiene le veci di parroco un frate Agostino Bizzozzero di San Pietro Martire; finché poi nel 1590 fu nominato stabilmente il proposto Giovanni Angelo Sala. Quei tre anni di supplenza potrebbero corrispondere appunto al tempo delle procedure, già lunghissime in quel secolo, ed è precisamente dal 1590 al 1595 quando il tristo stava rimpiattato nella Valle di san Martino.
Questa congettura non mi sembra senza un fondo di vero, pure ve la do con quella riserbatezza con cui si danno sempre le congetture.