CAPITOLO XLII

UOMINI ILLUSTRI
EPOCHE TRASCORSE.


Andrea, Terenzio, Francesco e Lucrezia Alciati.-Primo, Pietro Giacomo e Antonio-Del Conte.-Marc’Antonio Majoraggio. - Adriano Majoraggio. Filippo Archinti arcivescovo di Milano.Marc’Antonio Missaglia.-Pietro Paolo Arrigoni. - Filippo Archinti vescovo di Como. -Valerio Confalonieri. Francesco Civelli. -Marco Aurelio Gratarola. Angelo da Elio. -Ignazio e Scipione Albani. - Giovanni Battista Proserpio. - Francesco Girolamo Subaglio. -Leone Carpani.-Antonio da Galbiate. - Alfonso e ‘Vitaliano Oidrandi. - Bartolammeo Argenti. Cherubino Ferrari. - Tettamanzi proposto di Missaglia. - De-Capitani Proposto d’Olginate. Giacomo da TrezzoGirolamo da Premana. Marc’Antonio Brugora.

I passi progressivi che facciamo verso di noi, ci traggono a fonti donde possiamo attingere notizie più abbondanti, e quindi più di leggieri impinguare il capitolo che, secondo la consuetudine ed il metodo nostro abbiamo riserbato a quegli uomini i quali o per virtù, o per sapere, o per ambedue queste doti insieme accoppiate, si meritarono qualche speciale distinzione.
Reca certo nocumento gravissimo a questo paragrafo l’averlo defraudato dell’illustre nome di Giuseppe Ripamonti, che per già esposti motivi abbiamo altrove e separatamente trasportato, nulladimeno ci rimane ancora un’abbondante ricolta, perchè si vedano sulla scena persone di merito eminente. E tale è di certo Andrea Alciati, storico, filosofo, filologo, antiquario. Vide egli i natali in Alzate nel piano d’Erba il dì primo del maggio 1492 da Ambrogio, Decurione di Milano, e da Margherita Landriana. Studiando leggi a Pavia sotto Giason Mayno ed a Bologna sotto Carlo Ruinio, sì rapido progredì, che nella giovane età di 22 anni fu in grado di scrivere Paradossi e Dispute, che gli meritarono le lodi degli intelligenti. Da scolaro fatto poi maestro dettò leggi in Pavia ed in Avignone, colla promessa dell’annuo compenso di 500 scudi, come dice egli stesso; ma vedendo che la promessa non toccava mai ad alcun effetto, nel 1522 venuto a Milano vi fermò un soggiorno di sei anni. In questo tempo aperse scuola privata di diritto, diede fuori due celebri orazioni intorno all’uso de’sinonimi, dedicandole al magnifico Francesco I. re di Francia, che lo avea in grandissimo concetto. Riferiscono i biografi dell’Alciati che essendo una volta questo re entrato nella scuola di lui ed avendolo inteso far un’orazione estemporanea con inarrivabile eloquenza fu preso di tanta meraviglia che lo volle condurre di compagnia con esso in Francia coll’animo di ritenerlo alla sua corte. Ma Francesco II. Sforza, spiacendogli perdere un uomo di tanto sapere, lo rivocò, minacciandogli in caso di resistenza, la confisca d’ogni suo bene. L’Alciati non si oppose al richiamo, e tornato in Lombardia ed insignito del titolo di senatore, strinse amicizia con molti dotti, fra i quali amò d’affetto parziale il cardinale Bembo a cui indirisse cinque lettere latine. Ma uno studio soverchiamente ostinato trasse nel 1550 l’Alciati alla tomba in età di 58 anni mentre trovavasi nella città di Pavia in qualità di professore. Fu uomo di cattivissima indole, ambizioso, avido della fama e del danaro, invidioso della gloria altrui, capriccioso e dedito al ventre, per cui divenne assai pingue. Ebbe statura avvantaggiata, occhi spalancati e prominenti, labbra tumide e color bruno.
Viveva ai suoi tempi e nella sua casa il gesuita Terenzio Alciati, che aveva raccolti molti materiali per compilare una storia del Concilio di Trento, di cui poi si servì il cardinale Pallavicino. Toccava i trent’anni Andrea Alciati quando nacque un bambino (11 febbrajo 1522) da suo fratello Martino e da Susanna Stampa che avevano trasferita la loro dimora in Cantù. Ricevette questo fanciullo il nome di Francesco, e da giovinetto si mostrò emulo dello zio nello studio delle lingue greca e latina. Fu nominato primo membro del collegio de’dottori di Milano, poi professore di diritto a Pavia, dove ebbe a scolaro il benemerito San Carlo Borromeo, a cui conferì la laurea dottorale. Chiamato a Roma da Pio IV., forse per, interposizione del Borromeo, nipote a quel papa, venne nominato Referendario, e mandato internuncio al re di Boemia. Passò quindi rapidamente per le sempre crescenti dignità di vescovo di Cividate nella provincia di Benevento (1561-1563), poi di San Severo nella Puglia, quindi nella carica di Datano e di Procamerlengo, finalmente fu nominato’ diacono cardinale di Santa Maria in Portico (1565) per interposizione ancora di San Carlo. Fu uno degli interpreti del sacro concilio di Trento, poi penitenziere maggiore in Roma in sostituzione del Borromeo che era stato nominato arcivescovo di Milano. Prima di morire raccomandò a questo arcivescovo che la collegiata di Gabbiano fosse trasferita a Cantù perchè la sua patria ricevesse un lustro novello. Raccolse insigni biblioteche e cessò di vivere in Roma, ai 18 aprile 1580 in età di 59 anni, lasciando stampate molte lettere, alcune orazioni e poesie latine. Un accidente singolare per noi, ma comune pur troppo nel secolo XVI. trascinò in un monastero la virtuosa giovinetta Lucrezia Alciati, nipote essa pure del famoso antiquario. aveva cercata in isposa Girolamo Visconti, tratto più dal desiderio della dote che della ragazza. Pietro, costei genitore, sapute le male voglie del Visconti, decise che non sarebbe sua sposa, ed apertosi colla fanciulla la pregò tanto, che l’indusse a vestirsi il velo monacale. E per sottoporre il Visconti ad una pena vergognosa lo pregò che si compiacesse accompagnare esso genitore e la Lucrezia in una visita devota al sacro monte di Varese. Come la ragazza fu su quell’altura, cercò vedere il convento delle monache, e non appena pose il piede sulla soglia, rivoltasi al falso amante gli disse: Or va a sposare la dote della sciagurata Lucrezia! Detto fatto le si chiuse alle spalle l’uscio del chiostro e fu sposa del Signore, chiamandosi l’illuminata. Mori in quel medesimo convento intorno al 1590 legando i suoi molti beni all’erezione della chiesa della Trasfigurazione in Cantù. Vicino all’Alciati per tempo e per somiglianza di studj vuol essere Primo del Conte, oratore, filosofo, teologo, intelligentissimo delle lingue latina, greca, ebraica, caldea ed arabica, nato da Luigi in Mariaga, terricciuola poco discosta da Incino. Vestì l’abito sacerdotale e tanto prevalse in teologia, che intervenne al concilio di Trento a nome del vescovo di Padova. Sostenne nella Rezia pubbliche dispute coi luterani. Uomo di singolare pieta diede ajuto al generoso Girolamo Emiliani quando percorreva le nostre terre instituendo le case d’asilo per l’infanzia. Morì nel 1593 contando gli anni col secolo, e lasciando ogni suo all’orfanotrofio di Como a cui anche vivente aveva prestati molti servigj. Contribuì ad erigere il convento dei Cappuccini di San Salvatore ad Erba. Tutta la sua famiglia fu piuttosto un collegio dì dotte persone, che un’unione di parenti. Pietro, Giacomo e Antonio suoi fratelli si distinsero i primi due come oratori, l’altro come protonotario apostolico nella corte romana e come autore d’un volume intitolato: De prisca Caesiorum gente. Era pure suo parente Giulio Cesare Del Conte, regio segretario dell’Eccellentissìmo Senato FiLippo IV. di Spagna lo nominò nel 1632 censore de’ libri e nel 1636 fra gli eruditi di Milano. Godeva costui dapprima molti beni a Mariaga ed a Corneno: in Galliano aveva il possesso del forno, ma poi vendette tutto per attendere meglio agli studj e ritirarsi nella’ dotta Milano. Ma non dimentico della patria Brianza ogni anno soleva villeggiare a Monte presso Missaglia, dove possedeva un ameno casino di campagna. Ignoro quando morisse. Una delle sciocche ambizioni degli scienziati e letterati antichi fu quella di storpiare il proprio cognome od il nome della propria patria, sia per un semplice istinto d’imitazione, sia per far dimenticare l’umiltà della propria famiglia o della terra natale. Di questo difetto vediamo macchiato Antonio Maria Del-Conte nato in Mariaga ai 24 ottobre del 1514. Studiate lettere greche e latine a Corio, poi a Milano sotto Lancilotto, e matematica sotto il professore Girolamo Loredano, ebbe in età di 24 anni una cattedra di belle lettere, che però in breve per motivi politici gli fu tolta. N’ebbe molto disgusto il Del Conte, e recatosi a Bologna vi studiò filosofia e giurisprudenza sotto il suo compatriotto Andrea Alciati. Passate le burrasche politiche ritornò a Milano ove riebbe la sua cattedra, ed insegnò l’eleganza delle lettere latine. Era allora nel massimo vigore la setta de’ Ciceroniani a capo de’ quali stava l’ambizioso Cesare Scaligero, che rigettava ogni voce quando non fosse stata convalidata da un esempio dell’oratore d’Arpino, ponendo in un fascio Livio, Tacito, Orazio e Virgilio. Il nostro Del Conte si mise tra questi, ed anch’egli fu preso di mira dall’ arguto Erasmo da Rotterdam quando costui scagliò i fulmini della sua satira contro quella razza di pedanti. Parendo al Del Conte che il suo nome fosse divenuto bastevolmente grande per poter presentarsi in un abito più solenne, stimò bene cambiare il battesimale di Antonio Maria in Marc’ Antonio, stimando cosa indegna portare un nome femminile, e quello di Mariaga che ricordava il suo piccolo casale nativo in Majoraggio, vagheggiando quella studiata combinazione di maggior raggio, che nella sua mente tanto s’attagliava alla splendidezza del suo ingegno. Ma una tale ambizione non fu senza pena, poichè incontrò forti guai col sant’Officio per aver rifiutato il nome della madre di Dio, nè dovette che agli impegni ed alla prontezza del suo talento se quel tribunale stette pago a dargli una severa ammonizione.
Morì in Milano ai 4 aprile 1555 e fu sepolto sotto l’atrio di Sant’Ambrogio coll’iscrizione:

M. ANTONIO MAJORACGIO
DICENDI MACISTRO SINGULARI
LATINIS GRECISQUE LITERIS PERPOL1TO
ET LIBRIS EDITIS ILLUSTRI
QUI FIJBBLICE DOCUIT AN. XIV
VIXIT XLI
BARTOLAM MEUS COMES UXORIS FRATER
B. M. POSUIT(1).

Commentò Virgilio e Cicerone, tre libri di Aristotile ed altri autori; alcuni ne tradusse dal greco, scrisse molti libri di varia erudizione, diverse apologie, poesie ed orazioni. Tutte le notizie di questa illustre famiglia Del-Conte di Mariaga o Majoraggio furono raccolte da Adriano Majoraggio, nato anch’esso a Mariaga che professò l’ordine de’Cisterciensi e le pubblicò nel 1656 in un libro di cortigiania che porta il titolo di Segretario Nobile apologetici tratti d’Adaniro del Conte Romagioja che è l’anagramma di Adriano del Conte Majoraggio(2).
Il considerevole borgo di Cantù fra le sue glorie conta anche quella d’aver dato i natali a molti individui dell’illustre famiglia Archinto, feudataria della pieve d’Incino. Fu tra questi Filippo Archinti, figliuolo di Cristoforo conte di Tainate che come primogenito della famiglia aveva nelle sue mani l’autorità feudale. Filippo studiò giurisprudenza, e licenziato in questa facoltà nel 1527 si mostrò subito uomo d’assai, onde la città di Milano lo spedì per riconciliare a pro di essa l’imperatore Carlo V., incombenza che egli sostenne con universale soddisfazione, comecchè la città non ne ritrasse vantaggio di sorta. Stanco Filippo della vita tumultuosa del foro preferì vestir l’abito sacerdotale, e favorito sì dalla nobiltà della sua famiglia, sì dal suo ingegno arrivò alla cattedra arcivescovile di Milano, ove sedette per molti anni levando tanto grido di buon oratore, che Antonio Litta nel suo libricciuolo della città di Milano disse: Fulget in Archinto Ciceronis lingua Philippo In jure aequaliis Scaevola prisce tibi est(3).
Il duca Francesco II. Sforza l’ebbe in molta considerazione, prevalendosi de’suoi consigli e dell’opera sua in cose di grave momento. Congiunto in nodo di cara amicizia con Sant’Ignazio di Lojola l’ajutò a difòndere la società de’Gesuiti in Lombardia. Ma per la malignità d’un Calabrese che occupava in Milano la carica di regio economo, l’arcivescovo fu quasi sempre tenuto lontano dalla sua sede sotto pretesto di zelo per gli interessi del principato(4).
E quando finalmente Filippo II. re di Spagna ebbe permesso che il calunniato arcivescovo tornasse alla sua sede, l’Archinti non potè approfittare di questo richiamo, poiché mentre preparavasi al ritorno, fu colto dalla morte nell’anno 1558(5).
Il suo cadavere fu trasferito a Milano e riposa ora nella cattedrale presso l’altare di Santa Caterina. Intanto altri de’nostri sorgevano a cariche civili moltissimo luminose. Pietro Paolo Arrigoni di Bajedo in Valsassina essendo dottore del collegio di Milano si regolò sì bene che fu ascritto all’ordine senatorio, nella quale carica diede prove luminose di sapere e d’integrità per cui Filippo III. lo elesse presidente del senato. Morendo lasciò gran desiderio di lui in tutti i buoni. Abbiamo nel fascicolo antecedente riportati alcuni brani della vita di Gio Giacomo Medici, marchese di Marignano, scritta dai suo contemporaneo Marc’Antonio Missaglia, e bastano quelli per dare un’idea di tutto il suo lavoro. Ora diremo qualche cosa dell’autore. La famiglia Missaglia, secondo pretendono alcuni, portava dapprima il cognome di Negroni ed abitava in Ello. Pietro Negroni, che viveva nel 1409 avuto il soprannome di Missaglia, fu il primo che sostituì il nuovo all’antico cognome. Marc’Antonio suo discendente, ricevette la vita da Galeazzo Missaglia, e da Elena Torriana nobili sposi e feudatarj di Canzo e della corte di Casale. Educato nelle belle lettere andò molto perduto per l’italiana poesia, e nel 1548 pubblicò un volume di sonetti, povera cosa, che allora menarono molto grido, e lo fecero ascrivere all’accademia de’ Trasformati che fu aperta in Milano nel 1546, onore tanto ambito allora, quanto non curato a’giorni nostri. Lasciò manoscritta la vita del Medici ove palesa molta intelligenza di cose militari, che fu poi stampata nel 1605, avendo egli cessato di vivere l’anno di nostra salute 1585 dopo aver aggiunto alla sua famiglia il titolo di Conte di Séveso. Il metodo, fin ora possibilmente seguitato da noi di attenerci all’ordine cronologico, quando non degenerasse in un ameno e deforme seguito di fatti ne fece interrompere il filo che ci aveva condotti a parlare della famiglia Archinti; ora Io riprendiamo per rifarci a dire d’un altro Filippo Archinti che fu vescovo di Como e morì in Cantù sua patria l’anno 1632. Delegato dalla santa Sede per la canonizzazione di San Carlo Borromeo assistette pel primo all’apertura della bara e trattò di propria mano le vesti e gli ornamenti ond’era stato sepolto quel santo arcivescovo. Nella parrocchiale di San Michele a Cantù conservasi in una lapide di marmo la memoria d’ambedue i Filippi, e da essa deducesi che dal primo fu consecrata quella chiesa.

ILLUSTRI MEMORIAE
PHILIPPI ARCHINTI
ARCHIEPISCOPI MEDIOLAN I
PHILIPPI ARCHINTI
EPISCOPI COMENSIS
QUORUM PRIMUS
BASILICAM
SECUNDUM ALTARE MAJUS
D. MICHAELI ARCANG.
SOLEMNI RITU
CONSECRAVIT
NEPOTES POSUERE(6).

Valerio Confalonieri di Agliate figliuolo di Gio. Pietro e d’Angelica Confalonieri, pur esso si fece laurear dottore in legge nel 1588, quindi eletto consultore dal santo Officio si chiarì uomo di profonda dottrina; sostenne molte preture(7) e riuscì da ultimo senatore. Perchè gramo di salute fu inviato a respirare l’aria nativa; ma ridottosi a Carate vi morì nel 1625, ove fu sepolto nella chiesa come attesta la lapide di marmo che ancora vi rimane. Il Confalonieri compose varie opere di legislazione lodate dagli scrittori che parlarono di lui(8).
Negli annali della poesia latina del secolo XVI. ebbe un nome anche Francesco Civelli, nato a Cantù sulla metà di quel secolo da Stefano e da Paola Tanzi, come ci riferisce egli stesso alla pag. 53 de’suoi versi. Educato nella filosofia e nelle lettere nel collegio Germanico di Roma vestì l’abito sacerdotale, e in breve fu nominato dal cardinale San Carlo Borromeo proposto di Cucciago, come è ricordato da esso medesimo nei due epigrammi da lui composti in lode de’Santi Gervasio e Protasio(9)
“per gli egregj servigi prestati da lui alla patria ed alla chiesa”.
E Cucciago aveva bisogno d’un uomo del merito e dello zelo ond’era distinto il Civelli, perchè la disciplina giaceva nel più deplorabile avvilimento. Mi è ignota l’epoca della sua morte tacendola e l’Argelati e il Mazzucchelli, e il Piccinelli che parlano di lui. Quando saprete che il più de’ suoi versi sono lodi ed adulazioni a ricchi ed a potenti non vi farà meraviglia se, benchè poveri di pensieri e di forme, trovarono ai suoi tempi molti estimatori. e se esso fu annoverato fra i migliori poeti(10).
I monaci sempre benemeriti dell’umanità, e che noi abbiamo dovuto apprendere ad estimare per lo zelo onde in difficilissimi tempi seppero giovare a’loro fratelli, i monaci si distinguevano anticamente per dottrina. Sarebbe e fuor di luogo, e soverchiamente lungo il ricordare coloro che si resero illustri nelle scienze e nelle lettere, per tutta Italia, onde ci basterà rammentare qualche nostro compatriotto, non ancora compreso nel catalogo che abbiamo presentato. Abbiamo già parlato di Marc’Aurelio Grattarola nel capitolo che risguarda San Carlo Borromeo, ove dicemmo le onorevoli e pericolose incombenze a cui l’ebbe quell’arcivescovo destinato. Nacque il Grattarola a Margno in Valsassina, e giovane abbandonata la sua patria si recò a Milano, ove vestito l’abito sacerdotale si aggiunse alla congregazione degli oblati e ne divenne proposto generale. Dopo tornato dalla Rezia si recò a Roma. dove sollecitò la canonizzazione di San Carlo, ad ottenere la quale si adoperò per due anni. Nominato da Federigo Borromeo canonico della metropolitana si ricusò, poi indotto per obbligo di ubbidienza ad accettare quella carica, dopo averla ritenuta dieci giorni la rassegnò di nuovo nelle mani del cardinale, e si ritirò a vivere romito sulla collina di Arona, dove eresse una chiesa al culto di San Carlo; e dove in odore di beatitudine salì a godere il premio che il desiderio avanza(11).
Chiaro per sapere e per moralità fu il minor osservante Angelo da Ello nativo della terra di questo nome, che compose varie opere ascetiche e teologiche(12).
Ignazio Albano vide i natali a Merate. Forse l’amenità del luogo e la parità dell’aere fu tra le cagioni del suo amor per le muse(13).
Tanto l’Argelati, quanto il Picinelli(14) che parlano di lui, scarseggiano nel darci le notizie intorno alla sùa vita, e solo ci dicono essere stato chierico regolare e carissimo a Federigo Borromeo. Di lui rimangono molti versi latini stampati nel 1586 ed al principio del secolo seguente. Morì nel 1605. Fu pure nella religione dei chierici regolari di Somasca Scipione Albani nativo anch’esso di Merate, e cugino dell’antecedente, versato altresì nella conoscenza della medicina. Fu di poi nominato monsignor protonotario apostolico e in appresso canonico della Scala, e teologo. Scrisse la vita del Venerabile Girolamo Miani fondatore della religione Somasca pubblicata in Venezia l’anno 1600. Morì (1604) in Milano un anno prima del suo cugino(15). Aveva portato l’abito fratesco anche Gio. Battista Proserpio parroco di Verano, il quale sebbene occupato nella cura delle anime scrisse un buon libro di morale intitolato il Senato Accademico, cioè l’origine del povero e de’ ricchi 1620. Recò il cappuccio di San Francesco il padre Francesco Girolamo Subaglio nativo di Merate. Se la dottrina e la saggezza della vita fossero mezzi sufficienti per progredire nelle cariche, potremmo dire che ne fosse fornito il nostro padre Girolamo poiché fu guardiano in molti conventi del suo ordine ed anche visitatore nelle diverse provincie d’Italia. Ma pur troppo sappiamo che anche nel secolo XVI. in cui egli viveva non erano sempre, anzi potremmo dire erano il meno delle volte congiunti lustro d’impiego, regolatezza di vita e perspicacia d’ingegno. Morì nel convento di Sabbioncello presso Merate sulla metà del seicento lasciando alcune opere fra le quali primeggiano La scuola del frate Minore, ‘L’oratorio dei Religiosi, Lo specchio dei prelato regolare ed una Cronica della Riforma de’Minori osservanti della provincia di Milano composta perfino all’anno 1649(16) che fu l’ultimo della sua vita. Né vuoi essere lasciato senza una giusta ricordanza il Padre Leone Carnani di Merone paesello nella piave d’Incino, amicissimo ed emulo di Girolamo Miani, che spese il più del suo in aiuto della soffrente umanità. facendosi per essa povero di gran ricco che era. Pio IV. l’ebbe a conoscere in Roma ed avrebbe voluto sublimarlo a grandi cariche se l’umiltà del Carpani non vi si fosse con fermezza opposta. Infermatosi il Carpani e venuto in termine di morte volle il papa visitarlo personalmente e trovatolo povero estremamente, ordinò che fosse portato alla casa de’ Teatini, ed ivi rimase fra una sincera carità finchè riposò nel Signore e venne sepolto nel loro cimitero(17).
Antonio da Galbiate ebbe gran personaggio nella storia cappuccinesca del XVII. secolo; poichè come minor osservante intervenne a molti capitoli tenuti da questa religione: nel 1628 fu nominato generale di essa. Della famiglia Oldradi milanese un ramo venne a stabilirsi a Cantù. Appartennero a questa Alfonso e Vitaliano che meritano d’essere tolti dalla, dimenticanza. Il primo, figliuolo di Girolamo e di Vittoria Sola nato il 12 ottobre 1564 professò filosofia e teologia, e fu sì distinto in eloquenza che meritò d’essere detto il Demostene sacro. L’eloquenza del pulpito (non è qui il luogo di cercarne le cagioni) non si alzò mai altissima in Italia, e sebbene Segneri la reggesse ai più larghi voli, pure e prima e dopo di lui rase quasi terra a terra, finchè qualche illustre contemporaneo nostro cercò ravviarla per nuovi sentieri. Questo sia detto per mostrare con quali restrizioni accordiamo all’Oldradi il vanto di oratore, per lusinghiero che fosse il soprannome che i suoi contemporanei gli concedettero. Chi conosce quanto il popolo e l’accademie sono facili, cioè erano facili nel secolo XVI ad esagerare nelle lodi e nello sprezzo potrà di leggieri valutare il giusto prezzo del pomposo titolo di Demostene sacro. Quando San Carlo istituì la congregazione degli oblati l’Oldradi fu tra i primi ad appartenervi, poi si fece Cappuccino nel 1594 mutando, secondo l’usanza il nome avuto al battesima in quello d’Agostino; ma o per la durezza della nuova vita, o per altra malattia morì l’anno del noviziato ai 13 di novembre. Quattro anni dopo morto lui vide la luce in Cantù Vitaliano Oldradi, che si fece pure oblato, insegnò rettorica, lesse morale e fu prefetto degli studj nel ginnasio arcivescovile. Giunta la fama della sua carità, e del suo zelo fino alla capitale della cristianità, papa Innocenzo X. con lettere dirette al cardinale Monti arcivescovo di Milano chiamò l’Oldrado a Roma perchè insegnasse teologia nel collègio di Propaganda: poco dopo gli diede la prepositura di Arcisate, lo nominò in appresso canonico e teologo della cattedrale milanese e insieme vicario de’monasteri di Milano e da ultimo inquisitore del santo Ufficio, nella quale carica cessò di vivere l’anno 1661.
Fu pure oblato ed egualmente nacque in Cantù (1603) Bartolammeo Argenti, che dopo aver istudiata teologia e filosofia nei seminarj della diocesi ambrosiana venne licenziato in ambedue queste scienze ed aggiunto alla congregazione dei chierici di San Paolo; maestro di Federigo Borromeo, confessore di Filippo Archinti, arcivescovo di Milano, da entrambi avuto in conto di persona dabbene e sapiente, e più presto amico che dipendente. Fu compagno ad Aurelio Archinti, vescovo di Como in alcuni viaggi per l’Italia e per la Germania, venne quindi nominato lettore nelle scuole Palatine e si distinse anche nella sacra eloquenza. Affezionato alla casa Archinti questa lo nominò parroco di San Michele a Cantù, spettandone ad essa l’elezione. Di là passò curato di San Vito al Pasquirolo in Milano, dignità che ritenne fino ai 14 agosto 1697 ultimo giorno della sua vita. Ci pajono di poco superiori alla gonfia mediocrità del seicento i versi del Padre Cherubino Ferrari da Vimercate teologo, dottore e predicatore. Servano a modello degli altri le seguenti stroffette che tolgo dalle sue Devotissime lodi et orationi da cantarsi alla Madonna Santissima delle guide miracolose di Vimercato, uscite in luce l’anno 1621 e dedicate all’Illustrissima contessa Angiola Borromeo d’Adda

Scendete alati Chori
Da vostri seggi eterni.
Venite Orfei superni
A celehrar gli honori
E le bellezze rare
Di questa Dea che
il nome ebbe dal mare
Qui favorite voi
Coi vostri alti concenti
I nostri bassi accenti,
Mentre che ogn’un di noi
Con suoni e canti honora
Il sol ridente in braccio dell’aurora.
la spine esce la rosa
E questa del ciel Dea
Uscì della Giudea
Fanciulla maestosa,
Tra le cose più belle
Concetta manzi al Sole ed alle Stelle.

E perchè passeremo in silenzio il proposto Giovanni Tettamanzi di Missaglia se fu creduto degno che il suo nome venisse tramandato alla tarda posterità scolpito in pietra ed unito ad un grandioso edificio? Era il Tettamanzi curato di Torrevilla, quando fu chiamato alla collegiata di Missaglia nell’anno 1574 in sostituzione del già nominato cardinale Giovanni Francesco Serbelloni. Regolò la sua chiesa sino all’anno 1605 nel quale morì d’anni 69 lasciando un monumento del suo zelo nell’accresciuto decoro della sua prepositura che egli aveva ricevuto in una deplorabile condizione(18).
Le arti, per dir qualche cosa anche di esse, trovarono un valido sostenitore fra noi in Jacopo da Trezzo nato sul principiare del secolo sedicesimo nella terra d’onde volle essere nominato sull’esempio di quasi tutti i pittori. Si esercitò di preferenza col coniare medaglie e ne riuscì uno de’ migliori. Fra i molti suoi lavori godono voce di preferenza le due medaglie rappresentanti Maria regina d’Inghilterra prima moglie di Filippo II. sul rovescio d’una delle quali coniò Filippo stesso e dell’altra la pace che dà il fuoco alle armi, colle parole: Cecis visus Timidis quies.
Questo squisitissimo lavoro, ed alcuni altri di merito vicinissimo posero il nostro Jacopo in tanto pregio presso Filippo II. che lo chiamò in Ispagna e gli commise molte opere nelle quali riuscì ad eccellenza. Tanta perizia dell’arte lo fece trascegliere a lavorare il tabernacolo dell’Escuriale che egli eseguì di compagnia col suo allievo milanese Clemente Biraghi in meno di sette anni: opera ricchissima di basi, colonne, capitelli fatti di agati, diaspri, onici e corniole ed altre pietre durissime. Pietro Manette parlando di lui dice…
“Le medaglie che Giacomo da Trezzo intagliò sui proprj modelli lo dichiarano uomo più straordinario che non le belle copie ch’egli potè fare delle antiche: ne ricorderò una sola, quella che porta il suo nome colla data del 1578 e rappresenta Giovanni d’Iterrera, architetto di Filippo Il. re di Spagna che succeduto a Gio. Battista di Toledo nella direzione della fabbrica dell’Escuriale ne pubblicò le piante e le alzate con una descrizione stampata in Madrid 1589 “.
Il laico fra Girolamo da Prernana minor osservante morto nel 1628, si era esercitato nell’arte del dipingere, ed aveva dato segno di qualche attitudine in alcuni freschi in refettorj e chiese, per cui i superiori lo avevano liberato dall’ obbligo Religioso d’ogni opera servile. I suoi lavori più distinti furono ne’ refettorj dei conventi di Varallo, di Ameno, di Varese, di Montebaro, di Treviglio, di Lecco, di Dongo, del Giardino a Milano. Lavorò alcune medaglie nella chiesa d’ Ameno, cinque in quella di Sant’Antonio in Valcuvia, due nella chiesa dell’Annunciata di Varese, due nella chiesa di Sabbioncello. Le doti dell’animo andavano poi in fra Girolamo assai più innanzi, che i pregi dell’ingegno; religioso, galantuomo, benefico, al letto d’un ammalato era medico, infermiere, confortatore. Morì nel convento delle Grazie a Codogno(19).

“PP. curae Massaliae vicinitas hanc Sacram Turrim, eorum auxilio anno 1575 funditus incepta et anno 1596 die 4 aprilis Summis P. jo. Antonii Tettamantii PP. labore. et aere perfectam vidisse laetata est valde.”
Nell’esterno del coro della chiesa…
“D. O. M. D. Q. Victori decorato Templo Tria haec et sacella sub Sixto quinto Pontifice Maximo, et Gaspare Vicecomite Med. Archiepiscopo construenda C. D. Jo. Tettamantius Praepositus anno a Partnu B. V. Mariae 1587.

Di merito assai maggiore, ma meno noto di costui è il suo contemporaneo Marc’Antonio Brùgora d’Introbbio del quale vedesi in patria un bel fresco sulla pubblica via, segnato del suo nome. Non sarei lontano dal credere possa essere lavoro del medesimo la lunetta sulla porta parrocchiale di Taceno, perchè è tutta della sua maniera.