CAPITOLO XLIII

LA PESTE
DAL 1629 AL 1632.


I Lanzichenecchi nella Valsassina, nel territorio di Lecco, nella Brianza. Principj della peste. Prime terre infette. Visita del medico Tadini. Delegati della sanità. Progressi del contagio. Terre più desolate. Termini della calamità. Ultimi paesi infetti. - Beneficenze dei frati. Giovanni Ambrogio Arrigoni untore. Stato della popolazione d’alcuni paeselli.

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Ognuno ha letto nei Promessi Sposi di che spavento furono presi gli abitatori della riva sinistra del lago di Como all’udire che si avvicinava un esercito di 36,000 lanzichenecchi, sotto la condotta del conte di Colalto, mandato dall’imperatore Ferdinando II. di Germania in Italia attraverso le terre de’Grigioni e della Valtellina perchè movessero contro il duca di Bethel, nuovo signore di Mantova(1).
Al timore delle rappresaglie onde si dicevano vaghe queste soldatesche sregolate, s’aggiungeva lo spavento che non recassero seco la pestilenza già dominante nel paese d’onde venivano, e dove il più dell’anno erano molte città e luoghi infetti. Per prevenire questo pericolo i ministri avevano disposto che l’esercito prendesse la navigazione pei laghi di Como e Maggiore, seguendo poi il Ticino e Po, e a tal fine avevano disposto navi barcajuoli, e vivande necessarie: ma i donativi de’ Comaschi fecero disprezzare tutti gli ordini, e le cautele e prendere all’esercito un differente cammino. Prima de’ Promessi Sposi avevamo una minuta descrizione dell’indole di questi forastieri e dei guasti, che cagionarono al nostro territorio, nelle lettere di Sigismondo Boldoni professore di Diritto a Pavia, che villeggiava a Bellano, dal quale parebbe quasi che il Manzoni togliesse un’idea almeno lontana delle angoscie di don Abbondio, tant’era preso da quel maledetto spavento. Le truppe di questi lanzichenecchi, trascorsa la Valtellina fecero ai 20 settembre 1629 stazione a Colico, poi a Bellano, e di là per vie faticose entrati nella Valsassina si scompartirono in varj alloggiamenti(2) abbandonata poi la valle dalla parte opposta, per cui erano entrati, attraversarono il territorio di Lecco e si fermarono alcuni nel borgo principale, altri nei luoghi circonvicini. La terza stazione fu disposta lungo le rive dell’Adda e la seguente, ultima fra noi, a Cassano e nella Gera d’Adda. Quando questa soldatesca stanziava lungo la sponda destra del fiume nominato di sopra, gli ufficiali secondarj approfittavano del terrore ond’erano presi gli abitatori, per cavarne donativi, derubarli; ed avevano per dispetto, la consuetudine di destinare agli alloggi le terre e le case migliori. Per questo i Brianzuoli supplicarono D.Gonzalo Fernandez de Cordova, allora governatore di Milano a voler porgere un rimedio a tanti mali, a tanta sfrenatezza. ma il rimedio non venne per essere il governatore dato alla solitudine ed alla ritiratezza. Quel passaggio durò sino al 3 d’ottobre e le grame terre nostre per più tempo ricordarono la desolazione sofferta. Il male temuto si era pur troppo verificato; da Colico, ove aveva avut Principio era disceso il contagjo anche fra noi e dopo aver infetta ognuno delle terre del lago di Como, e la Valsassina percorsa tutta la striscia tracciata dagli Alemanni. Informatone tosto il tribunale di sanità milanese commise al fisico collegiale Alessandro Tadino di recarsi con Giovanni Visconti, dottor in legge ed auditore del medesimo tribunale nei luoghi e sospetti e già desolati per esaminare quali fossero più veri o i timori de’prudenti o le lusinghe degli ignoranti. I due delegati, partiti da Milano ai 24 ottobre 1629 si recarono prima di tutto ad Olginate e Galbiate ove trovarono già quelle terre sbarrate dai rastrelli, allora cordone consueto intorno ai luoghi in pericolo e già infetti, e gli abitanti sbigottiti, sebbene ancor illesi, per essere scoppiata la peste a Chioso, sulla sinistra riva dell’Adda, quasi di fronte ad Olginate, dove si dicevano già morte 23 persone compreso il parroco, con gavoccioli sotto le ascelle, nelle anguinaglie e carboni in diverse parti del corpo. Facea d’uopo di verificare la cosa, onde il Tadino, senza frapporre indugio, volle traghettare il fiume, conducendo seco anche il curato di Galbiate, uomo pio e di molta carità, perchè amministrasse i sagramenti ai moribondi. Arrivato a Chiuso trovò…
“molto numero d’huomini et donne li quali giorno et notte, dissero habitare alla campagna per il timore del contagio, hauendo abandonato le proprie case et le loro comodità et parevano tante creature seluatiche, portando in mano chi herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino, et chi un’ampolla d’aceto, che dir vero facevano piangere(3)”.
Il medico visitatore n’informò ai 28 ottobre 1629 il tribunale della sanità sollecitandolo a mandar subito a Daniele Erba di Galbiate, chirurgi e monatti perchè ne usasse come aveva avuto istruzione; quindi lasciato l’incarico di sorvegliare minutamente all’esecuzione degli ordini sanitarj al parroco di Galbiate e a Giacomo Francoforte persona, dice il Tadino, fedele et esperta con titolo di Commissario in queste parti(4), residente in Pescarenico si recò a Bellagio ove erano già morte 59 persone con marchi indubitabili di contagio.
Maggiori guasti trovò a Varenna, a Dorio e più di tutto a Colico, donde spedì persone pratiche de’ siti ad osservare alcune ville poste su quelle montagne in luoghi difficilissimi. Finalmente entrarono nella Vallassina ove andava pullulando il contagio, e cacciava gli abitatori delle ville ad attendarsi alla campagna. Saputo esser morto quel giorno il cappellano di Cortenova volle visitarlo e trovò in lui i luridi bubboni della peste. Questo infelice aveva contratto il male nell’assistere il suo padre, il quale l’avea ricevuto dalla servente che era stata la prima ad esserne presa ed a morire. La peste a Cortenova infierì moltissimo colpa della sua posizione, poiché essendovi morti più soldati di febre pestilenziale l’aria trovata infetta non aveva potuto essere purgata da venti che poco possono in quella terra collocata a’ piedi d’un monte in una valle ristretta. Intanto giungevano somiglianti notizie dagli altri paesi. Due donne erano morte anche a Narro villaggio alpestre, fra cui una fantesca di Giovan Antonio Fasola; a Margno, Paolo Molo che aveva dormito di compagnia con gente di Bellano, luogo già imbrattato dal male, e a Premana un fratello della fantesca già detta, per aver portato a casa alcune vesti della sorella; e quello la comunicò ad un suo cugino. Il medico Tadini, che vi era accorso, per mettere quei provvedimenti che poteva e sapeva migliori, ordinò l’imbiancatura delle case, dove avevano alloggiato i lanzichenecchi, i profumi di lauro e ginepro, e l’incendio di qualunque roba lasciatavi dai soldati; che fosse chiusa la casa del cappellano e degli altri morti, e diede al signor Francesco Parolina di Barcone, persona di cuore e intelligente, gli ordini che stimò più opportuni. Non tardò a venirgli l’annunzio che anche il territorio di Lecco provava gli effetti della comune sventura. I pregiudizj che regnavano nella città con eguale estensione, se non maggiore, occupavano gli animi degli abitatori della Brianza, dove naturalmente la gente era più rozza, sebbene probabilmente meno corrotta.
“Dapprima dunque, non peste, assolutamente no, in nessun modo; proibito anche di proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali: l’idea si ammette per isbieco in un aggettivo. Poi non vera peste; vale a dire, peste sì, ma in un certo senso; non peste appunto appunto, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente peste senza dubbio e senza contrasto”.(5)

E quali conseguenze da questa caparbielà in lotta contro l’evidenza! Abbandonata la Valsassina. per accertarsi personalmente degli andamenti del male si recò a Malgrate dov’erano appunto caduti molti ammalati, e rapiti assai fra i quali una giovine di bellissima e vigorosissima figura. Avendo quindi richiesto da una certa Tresenda, sotterratrice del paese, se né cadaveri avesse osservato segni, lividoni, buboni o carboni…
“questa vecchia gabrina s’andava scusando et coprendo la peste, la quale poco dopo pagò il dovuto castigo della sua bugia, perchè fra tre giorni morse con carboni nel petto e nel collo “.
Così la cattiveria di deludere le precauzioni faceva che il male andasse covando e serpendo lentamente, e portasse la sua semente a germogliare per tutto. Dilatandosi il male e richiedendosi rimedj congeneri al bisogno il più possibile pronti ed efficaci. Il Tadini impose che le strade fra Chiuso e Malgrate fossero tosto intercette, impedito il commercio coi vicini, procurata la segregazione degli infetti e de’ sospetti dai sani, e provveduto ai bisogni delle terre. Spedì in pari tempo ordine a Civate, che si guardasse dalla Valmadrera, finché venissero disposte le quarantene e gli spurghi delle cose pericolose ed infette. Fra i siti ove si fermarono maggiormente i Lanzinecchi era Olate, piccolo casale a settentrione di Lecco. Naturalmente questa terra non poté uscir salva, poiché Andrea Baruello artiere di lassù ne fu preso e mori, comunicandola a molti altri fra cui ad una donna di venti anni che usava in sua casa. Un’altra donna era pur morta a Cereda nel territorio di Lecco ma più di tutto infieriva il contagio a Ballabio inferiore ove sempre più spesseggiavano i casi, a tale che in pochi giorni erano mancate ai vivi da trentasei persone, come tredici ne erano mancate a Ballabio superiore ove per mancanza di sepoltori furono dai loro parenti nelle proprie case sotterrati. Il Tadini diede ordini severi agli abitatori di queste due terre che non uscissero ed ai consoli e sindaci che facessero separare gl’infetti dai sospetti e chiudere le loro case. Anche ad Olcio era stato portato via di morte repentina Andrea Cantone barcajuolo, per avere condotte legne al vivandiero della guarnigione di Lecco.
Essendo morto vicino all’Abbadia un soldato tedesco, un giovane chiamato il Rossignuolo l’avea spogliato, e portato a casa i suoi panni. Sua moglie li lavò e morì, morì egli, e morì suo padre, inoltre morì un Matteo Molinaro che aveva assistito nella malattia il Rossignolo. Avendo quindi la figliuola di quest’ultimo praticato in casa di Evangelista Mazza della Abbadia ed ivi dormito, ammorbò tutta quella casa, onde avevano subito cessato di vivere cinque persone, e con esse il sepoltore del villaggio. Né Somasca e Foppenigo andarono salve poiché un ragazzo uscito dai rastrelli vi aveva riportato il germe del contagio. E la peste non toccava solamente le valli poiché nella chiesa di San Martino sulla sommità del monte di Valmadrera fu tra le prime a morire Margherita Figina. in tutto il resto della Valmadrera si era al colmo della desolazione…
“per certo fu cosa, dice Tadini, di grandissima compassione quando vedessimo tante capanne alla campagna ripiene di queste misere creature, le quali con gemiti et sospiri tutto il giorno si sentivano per la morte delli loro padri e madri et de ftgliuoli, oltre l’haver abbandonato le proprie case”.
Né era minore la desolazione in Brianza. Avvenuti ad Olginate alcuni casi, per robe comperate dall’esercito passato, il signor Erasmo d’Adda (feudatario) avea già presi molti provvedimenti prima che arrivasse il Tadini; il quale come vi giunse fece per mezzo del proposto pubblicare che chiunque tenesse cose avute dall’esercito le notificasse. Passò quindi ad Airuno, terra non ancona infetta, e vi fece imbiancare e profumare le case, dove aveano dormito i soldati, e lo stesso uso a Brivio, ad Imbersago dove seppe dal sindaco Ambrosino Viscardo con giuramento non essere qui avvenuto caso niuno. Trovò pure salve le terre d’Arlate e di Paterno, secondo asserì il console Francesco Malvestito, Giunto a Menate chiamò Giovanni Paolo Colnago ed Ambrogio Trezzo sindaci del paese e conobbe da loro che i soldati vi aveano alloggiato due giorni e che morti tre avevano avuto sepoltura in chiesa ma che però la popolazione era sana. Il Tadini fece ivi pure pubblicare l’ordine, di notificare le robe de’ soldati, dopo la qual sentenza un Padre Somasco portò la nota di molti effetti lasciati alla chiesa da uno de’militari che vi era morto. Si portò quindi a Cernusco, a Verderio(6), a Trezzo e dappertutto trovò paesi sani, ma, animi sbigottiti. Mentre i delegati facevano questo giro, Giacomo Filippo Isolano, podestà di Cassano, persona di molta integrità, accurato e vigilante riferì al tribunale di sanità alcuni casi di peste verificatisi di nuovo nella sua giurisdizione ed altri seguiti nella città di Lodi. Sollecitamente il tribunale vi spedì il collegiato senatore Lodovico Settala, medico ottuagenario, che ricordavasi benissimo della peste del 1576 volgarmente conosciuta sotto il nome di peste di San Carlo. Ai 14 novembre vi arrivarono pure i due delegati Tadini e Visconti e seppero essere morte la serva del medico di Cassano, un’altra donna detta la Fraschina e sempre per la solita ragione d’aver comperati o rubacchiati panni de’soldati, poi subito la moglie e i due figliuoli del medico stesso, e tutte le persone che usavano in sua casa; come pure la figliuola, il genero della Fraschina, ed un’altra donna colla sua figlia, che con costei avevano avuto commercio.
Sollecitarono allora il tribunale, poiché essendo i1 medico di Cassano uomo da poco, né ancor ben rimesso dalla peste che l’aveva fra i primi colpito, affinchè mandasse un dottore di maggior zelo e prudenza. Vi fu dunque inviato il signor Marco Prata di Caravaggio, nominato nello stesso tempo visitatore di qualunque luogo della Gerra d’Adda. Cassano fu quindi tosto provveduto di commissarj, monatti, barbieri; raccolte elemosine per ajuto de’bisognosi, che erano pur molti e così fu soccorso alla meglio alle prepotenti esigenze del male. A portarlo a Milano fu il soldato Pietro Antonio Lovato venuto il 22 ottobre 1629 da Lecco con molti panni rubati agli allemanni; egli subito giunto infermò e recato allo spedale morì in quattro giorni. Appena scoppiò il primo caso di contagio a Merate, Girolamo Redaelli, fante di quella terna, detto il Maghino, fuggito con bolletta falsa venne a Milano ed abitò nella casa di Bernardo Bellano, suo cognato cenciajuolo; poco dopo morì e questo fu il terzo caso a Milano (27 ottobre). Giuseppe Bonfanti da Cernusco Lombardone venuto alla capitale alloggiò al bettolino del Carmine ed ivi preso dai dolori morì alla sprovvista i1 25 dicembre, ed ecco il quinto caso di peste in Milano. Fin qui abbiamo esposto una specie d’itinerario della peste che raccontiamo e che allora affliggeva le nostre terre, ora converrà che ne descriviamo i progressi. Quando impresi a narrare le vicende. della mia patria visitai personalmente moltissimi archivi parrocchiali colla intenzione d’osservarli minutamente per ricavarne quante più notizie potessi intorno alla generale disavventura. Ma con mio spiacere, mentre dappertutto erano ben conservati i libri battesimali fino dal 1570, presso pochissimi trovai libri mortuarj più antichi del 1650, e così vidi deluse le speranze di poter avere documenti abbondanti intorno a quell’orribile calamità. Trovai bensì molti legati, intorno a quell’epoca, prova, che gli animi sbigottiti si nifuggivano più che mai al soccorso della religione e profondevano in voti il danaro che forse avevano malamente raccolto.
Proseguirò dunque nella narrazione esponendo quel più, che mi venne fatto di radunare. Eran corsi alcuni giorni da che a Cassano nomi si aveva più alcun caso, e la popolazione con festa solenne alzava preghiere in rendimento di grazie al Signore, quando la morte di Giovanni Pellegata distrusse ogni speranza e mise tutto il paese in confusione. Nel far quella festa il Pellegata, fattore deI marchese d’Adda, cavò fuori da un armadio un sacchetto di polvere, che aveva comperato dagli Alemanni, volendolo adoperare a far un po’ d’allegria più clamorosa. Ma ecco appena dato di mano al sacco, ei viene assalito da dolori di testa sì forti che casca a terra; e portato a letto, lascia tosto vedere sulle coscie le terribili macchie. La febbre pestilenziale fu sì violenta che a capo di quattro giorni cessò di vivere (18 gennajo 1630) lasciando erede dei suoi beni la scuola del Sacramento eretta già da molti anni in sua patria. Il medico Tadino, che trovavasi a Caravaggio informato della morte del Pellegata diede ordine che fossero abbruciate tutte le sue vesti, e i suoi di casa lavati e posti in quarantena. Fortunatamente questo caso per allora fu senza conseguenze, essendo il male rimasto sopito sino all’ estate seguente. Il contagio andò progredendo col progredire della primavera. Nei due mesi di luglio e di agosto, sempre funesti nelle malattie pestilenziali, inferocì con tanta furia che i poveri abitatori della Brianza erano ridotti all’estremo della desolazione. Non si risparmiarono certe precauzioni, l’imbiancatura delle case, i profumi, la separazione degli infetti, trasportandoli in alcune capanne formale di paglia in luoghi aperti, e la sì utile diligenza di seppellire i cadaveri dei pestilenti in luoghi separati, in Fopponi appositamente scavati. Non v’è quasi paese fra noi che non abbia una croce. una cappelletta ne’campi che ricorda i poveri morti del contagio e non ne conservi una salutare tradizionale divozione. Un ordine deI 26 marzo 1630 impone che non si mettano per quell’anno bigatti nelle città e nelle terre dello stato milanese infette o sospette, che non si comperino o vendano vesti usate, nè si lascino introdurre lenti in città. Un altro ordine dello stesso giorno sospende tutti i mercati e fiere del ducato, salvo però quello di Lecco, che permette si faccia secondo la forma stabilita dal signor delegato Marc’Antonio Aresi. Nella parte più meridionale della Brianza era sopito il male, quando alcuni di Vimercato recatisi a Saronno, dove la peste era feroce, comperarono lino, e colla merce portarono a casa di nuovo il contagio che di subito si diffuse in Monza, Vimercato, Cavenago ed altre terre all’intorno, e non molto dopo in Cassano e Trezzo dove i delegati di sanità erano negligenti al sommo…
“Questi ministri si vedevano di rado a tenor delle Informaztont che fece pigliare il tribunale e se non al fine del mese per riscuotere li suoi salarj(7) si sarebbero stati impiegati meglio in dare da vivere alli miserabili infermi atteso l’infelici terre di Cassano, Treviglio, Brigano, Vailate e molte altre, che tutte si trovavano per il contagio e per la fame ridotte ad estrema ruina e necessità(8) “.
Intanto le vittime umane si moltiplicavano ogni giorno, e i libri mortuarj che io ebbi la concessione di vedere contengono lunghi elenchi d’infelici rapiti dalla ferocia del male. Non è difficile immaginarsi la desolazione delle nostre terre in quei giorni di spavento. Non sarà però inutile ripetere qui la rozza, ma schietta narrazione che cavo da un manoscritto privato contemporaneo di quella calamità…
“Nissuno ardiva usciva fuori di casa e se taluno usciva s’accostava né a muraglie, nè ad altro luogo, nè tanpoco permetteva che altri se li appressasse, ma con frettolosi passi sforzandosi ogn’uno d’ andare al destinato luogo aveva sempre l’occhio che non li fosse sparso adosso polve avvelenata e con onto velenoso fosse toccato(9).
Tutte le porte stavano serrate, pochissime botteghe si vedevano aperte, non si udivano se non lamenti e strida, nè altro si vedeva che corpi morti gettati dalle finestre per le contrade e carri d’appestati, che da’monatti si conducevano alle sepulture... in molti luoghi morirono anco gli bestiami; restarono le campagne con le biade senz’essere raccolte, molte vigne senz’esser vendemmiate per mancamento di persone che le cogliesser e godessero. Morì d’ogni sorte di gente nobili, senatori, officiali, ricchi, poveri, grandi, piccoli, uomini, donne. ma la maggior strage fu nella plebe e nelle persone povere e bisognose ed in particolare nelle donne e figlie da marito “.
Sul principiare del marzo la pestilenza era divenuta quasi generale in tutta la Brianza, onde Ambrogio Monti presidente del tribunale di sanità proclamò il 3 di marzo un ordine concepito in questi termini…”
“Perchè il male contagioso della peste non solo va continovando nelle città, provincie e luoghi fuori di questo Stato et anco nei luoghi del medesimo Stato hora banditi e sospesi (eccettuati Brivio, Rozonico e Torre, quali per essere senza sospetto e pericolo contagioso sono stati liberati), ma ancora dilatandosi nelle terre di Serono, Busto grande, Villa Cortese e Trezzano nella pieve di Pontirolo, li signori Presidente e Conservatori della sanità di esso Stato per impedire il progresso del male e per assicurare e preservare ad ogni loro potere la presente e le altre città e luoghi di questo stato, dove si gode (Iddio lodato) intiera e compita salute et acciò ogn’uno sappia per certezza da quali luoghi si deve guardare hanno deliberato di far pubblicare la presente grida ecc.”.
Vengono in questa sospese le terre suddette e loro addiacenze da ogni specie di commercio colla città e col rimanente del ducato; sotto pena che se qualcuno delle terre infette si recasse altrove senza licenza in iscritto, venga subito rimandato e in caso di rifiuto arrestato, minacciando altrimenti un castigo pecuniario ai comuni, consoli, sindaci, regenti e deputati, podestà, giunisdicenti tanto regj quanto feudali.
Le terre infette a cui è applicato questo bando sono, a dir le sole del territorio nostro, le seguenti:

TERRE INFETTE NELLO STATO DI MILANO.

Territorio di Lecco. - Olate, Chiuso, Balabio di sotto e di sopra, Porto di Lecco con case ad esso vicine, San Giovanni la Castagna, Maggianico, Pescalina, Laorca, Bonacina inferiore e superiore, Cereda, Castiglione, San Dionisio, Garlate. - Valsassina. - Barsio, Narro, Margno, Premana, Morterone, Regolo, Prato San Pietro, Prato San Stefano, Barcone, Cortenuova, Primaluna, Moggio, Pasturo, Vimogno e Taceno. - Aveno nella montagna d’Introzzo. - Riviera di Lecco. - Bellano, Ombriaco, Biosio, Onno, Gorio, l’Abbadia, Dono, Salmagna, Varenna e Monte di Varenna. - Martesana.-Arlate, Mondònico, Airuno, Merate, Pozzo di Trezzo e Malgrate

TERRE SOSPETTE.

Nel Territorio di Lecco. - Barco, Lecco, Castello, Acquate, Olcio e Dervio. - Martesana. -Trezzo, Paderno, Busnago, Olginate, Musico nel monte di Brianza.

Fra i paesi che patirono più vivamente di queste desolazioni furono Lecco ove mancarono cinquecento persone col proposto Giovanni Pietro Longhi al quale fu subito sostituito per motu proprio di Federigo Borromeo Filippo Cattaneo Torriani di Primaluna(10); ed assai più Brivio se riguardi alla sua piccola popolazione, dove il proposto Giovanni Battista Ciocca registrò 400 individui morti di questo contagio, compreso il coadjutore Giovanni Battista De-Carlini. Il Ciocca fu vittima del suo dovere, quando più il male infieriva e l’elenco termina appunto coll’ultimo giorno della sua esistenza, onde è a temersi che la strage sia continuata anche dopo la sua morte(11).
Sebbene nei libri mortuarj di Cantù non sia registrato che il solo caso di Camilla Carcano morta a ventun’anno, ed anco questo di sospetta natura, pure dai pubblici editti sappiamo che questo borgo fu delle terre peggio trattate e delle più lente ad essere liberate dal male. Ad Intimiano è indicata la morte del parroco don Cesare Maghetti, di don Lodovico Raimondi canonico della cattedrale di Como, e di quarantasei altre persone. Ne furono spente sessantacinque a Vighizzolo, terra che contava milletrecento abitanti; settanta a Monsolaro daI 4 ottobre 1630 al 10 agosto dell’anno seguente. A Nava terricciuola montuosa nella pieve di Missaglia dal 30 luglio 1630 al primo aprile seguente mancarono duecentoventi anime spiritualmente assistite dal curato Gedeone Ponzone oblato, che fece trasportare i cadaveri infetti a seppellire colla debita precauzione parte in Cortegosa presso Tegnone, parte nella Valle, parte nel bosco della Madonna. Vogliono che Oggiono perdesse quattrocento sessantanove individui, Annone trecento ottanta, Galbiate trecento trentotto. La parte più travagliata fu il territorio di Lecco ove non vi fu terra che ne andasse esente. A Taceno in Valsassina morirono cinquantasette, compresovi il curato Viviano Gusalio; a Primaluna capo della pieve di Valsassina è ricordata la sventura in una cappella vicina del paese ove un iscrizione dice

PRIMALUNAE FIDELIBUS
CONTAGIONE PEREMPTIS ANNIS 1629 VEL 1630.
QUORUM OSSA EX ALPESTRIBUS
RECENS TRANSLATA HIC JACENT(12).

A Valmadrera dopo quei primi casi avvenuti all’arrivo del Tadini che furono dieci non v’ebbe più indizio di peste, onde la popolazione di quelle terre innalzò un tempietto dedicato a San Rocco con un iscrizione sulla porta che legge:

DIVO ROCHO
SERVATORI
CRUDELI PESTE
SERVATUS HIC POPULUS
MDCXXX
MEMOR ET GRATUS
ERIGEBAT HOC TEMPLUM
ANNO MDCXXXXI(13).

Fra gli altri sono indicati nei libri parrocchiali di quel paese quattro soldati colà morti di peste, provenienti da Colico e diretti in Fiandra, nome scritto, come ognuno può a sè stesso vedere, erroneamente. Si vuole che anche Novate abbia sofferti moltissimi guasti, e che sia una reliquia di quei tempi una famiglia che ivi si trova chiamata i Monatti(14). In alcune private memorie è scritto che a Barzanò non si siano salvate che otto persone: a Cremella perirono fino ad una le monache di quel famoso ed antichissimo monastero; credo che nella pieve di Missaglia poche terre andassero esenti, fra le quali Viganò e Cassago; a Barsio terra della Valsassina trovai opinione che non sia uscita illesa se non una famiglia chiamata oggi la Casana.
Anche ad Imbersago nel 1717 levate le ossa dei morti della peste furono collocate in un oratorio appositamente costruito, il quale venne poi rinovato a spese del conte Cesare Castelbarco in una forma assai elegante. Ad Olginate, che già vedemmo tocco dal male sappiamo, essere proseguito a tal segno che paese grosso come egli è, non vi nacquero nel 1631 se non sedici bambini ed una di più l’anno seguente, per cui pare v’abbia assaissimo dominato. Abbiamo dati positivi a credere che il già nominato proposto Antonio Maria De-Capitani morto nel 1630 fosse vittima della generale calamità. Reliquia di questo devastamento sono alcuni terreni rimasti incolti, i quali, a malgrado dei recenti lavori, non poterono per anco riaversi totalmente. Quando finalmente piacque al Signore la stagione dell’autunno in cui si erano riposte tutte le speranze comparve. Né queste speranze furono tutte vane, poichè i casi andarono sempre più diradandosi finché una pioggia benefica caduta in molta abbondanza nell’ottobre 1630 contribuì a por termine del tutto alla comune sventura. Allora s’innalzarono preghiere, si fecero in tutte le terre le esequie per le povere anime defunte e seppellite senza onore di funerali, si eressero chiese, si fecero voti, si moltiplicarono i pii legati e le eredità di beneficenza. Ultime terre fra noi a rigodere la primitiva sanità furono Cassano, Desio, Vaprio, Seregno, Cantù, Cesana, Mondonico, Barzanò, Imbersago, Tregolo, Foppolivera, Romanò, Tramonte, Cernusco Lombardone, cassina Grancia frazione di Calco, Cogliate, Gherghentino, Garbagnate. Monastero nella pieve d’Oggiono, Lecco, Olate, Galbiate, Balabio di sopra e di sotto, San Giovanni alla Castagna, Maggianico, Pescalina, Laorca, Bonacina, Cereda, Castiglione nel territorio di Lecco, Banco, Dervio, Garlate, Acquate, Cava, Abbadia, Onno, Varenna, Pescate, Pescarenico, Germagnedo, Bellegno. Tutti questi siti con un ordine dell’ottobre 1630 del tribunale di sanità di Milano rimasero banditi e sospesi, che vale quanto impediti dall’aver ogni specie di commercio colle altre terre del ducato milanese. Un mese dopo furono liberati pur essi dal bando. È tempo che consacriamo un tributo di riconoscenza alla memoria dei religiosi della Brianza che in quel momento di comune calamità prodigarono la loro vita al vantaggio delle anime de’ loro parrocchiani. Pochi di essi, come trovai scritto, poterono uscire vivi dai lazzaretti e dalle capanne dove entravano per recare i loro servigj alla soffrente umanità. Divenuti così scarsi i sacerdoti supplivano i frati principalmente i Francescani, che si meritarono un’eterna riconoscenza. Più di cento della sola famiglia de’riformati perirono amministrando i sacramenti, o prodigando altre cure agli infermi. Due di questi del convento di San Giacomo a Castello, due del convento di Montebaro morirono assistendo gli ammalati nel territorio di Lecco, e ne’paesi d’intorno; quattro del convento di Sabbioncello scompartiti uno a Brivio dove il male, come vedemmo, aveva rapito il parroco e il coadjutore, un secondo a Merate, gli altri due in luogo ignoto. E questi sono i soli che ci vengono partitamente ricordati(15).
Molti de’ nostri che si trovavano nei conventi di Milano servirono nel vasto e popolato lazzaretto di quella città e vi resero il loro nome benedetto
e riverito. Frate Baldassare da Cassano laico…
“vecchio sì d’anni ma sempre giovane di fervore, il quale in quest’ultima sua azione non fu punto dissimile dal rimanente della sua vita, v’entrò (nel lazzaretto) agli otto d’aprile 1630 con mostre di fervore più che mai grande(16) “.
Il suo servizio fu breve poiché essendosi coperto con una coltre, che era stata posta addosso al padre Felice Casati che si era ammalato di peste e poi risanato, fu colto dal male e il 19 dello stesso aprile volò ad acquistare il premio di sue fatiche. In sua vece venne sostituito fra Giordano da Proserpio, ma subito fatta la quarantena ne uscì per non essere atto a quel peso(17); non così fra Giordano da Melzo che mostrò gran sentimento e spirito nell’abbracciare della santa impresa, tale cime superò le promesse della sua età giovanile(18) e che morì pure nel lazzaretto ai 18 di maggio. Anche fra Sebastiano da Introbbio, dopo aver nel lazzaretto mostrata carità e zelo, cessò di vivere al 14 di giugno, come pure di peste vi morì il 23 di luglio fra Giamhattista da Verano, guadagnando nei primi anni di religione in pochi giorni di fatica molto merito nello stesso servizio di carità(19).
Sono pure ricordati i francescani Andrea da Pescarenico, Felice da Caglio, Bonifazio da Porchera dei quali nessuno sopravvisse. Entrato poi il contagio nel convento de’cappuccini della Concezine in Milano, vi si distinse moltissimo pel suo zelo cristiano in qualità di giovane dell’ infermeria il benemerito frate Valeriano da Asso di cui si tace l’esito(20).
Prima che il Cholera contristasse le ridenti terre della Lombardia potevamo sperare che la massa del popolo nostro fosse meglio incivilita che l’antica. Ma vano error ci lusingava: la ferocia del morbo non fu attribuita al morbo stesso, bensì alla nequizia de’medici, che amavano, dicevasi, per ordine superiore diradare il mondo venuto di già troppo gremito. E chi sbracciavasi a sostenere questa storta opinione erano quei dessi che un mese prima della comparsa del cholera facevano od avrebbero fatto le meraviglie che nel secolo XVII. fossero le genti di natura sì grossa da credere che arti venefiche, operazioni diaboliche e gente congiurata spargessero la peste per via di veleni contagiosi. Il popolo è stazionario e chi crede farlo progredire d’un passo parmi pretenda di dar un pugno alle stelle. Durante la peste del 1630 anche fra noi vedendo che andavano male tutti i rimedj naturali e che il contagio a malgrado di tutte le cure, non cessava di propagarsi e di fare strage, e non parendo che l’unione, il contatto, l’abito fossero un bastevole mezzo di propagamento, furono messe in campo quelle solite ragioni, supposte e credute fino a’ tempi delle pestilenze più antiche, e si sospettò dapprima una frode scellerata che diffondesse il male, poi si appigliò al sospetto come a verità indubitabile. Allora un tener d’occhio sui vicini e sui lontani, una generale diffidenza, una sinistra interpretazione di parole e di atti, per tutto accuse e difese. Un dopo pranzo nei primi giorni del giugno 1630 un nostro Brianzuolo che era il signor Giovanni Paolo Sirtori del paesello di questo nome, trovandosi a Milano camminava in carrozza col fiscale Giuseppe Fossati e lo scrittore Cristoforo Castiglione. Arrivato alle beccarie di Porta Comasina egli smontò col Castiglioni per comperarvi delle carni. Nella macelleria vi era certo gentame che si fece attorno ai due signori come per toccare le loro vesti. Montati di nuovo in carrozza il Sirtori si recò alla Fontana fuori di porta Comasina ad un suo podere ed il Castiglione passò oltre. Ma credereste? in poco tempo ambedue fra atrocissimi dolori morirono in men che trent’ore, mostrando sulle loro vesti segni indubitabili d’unzioni. Non vi volle altro; giunse la nuova anche tra noi colla solita frangia che si appicca alle cose che escono pur pure del corso ordinario, e ingrandì l’opinione che si era già concepita. Non mancarono processi anche fra noi, che somigliano in parte a quelli famosi di Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, che vittime della popolare superstizione morirono fra i più atroci tormenti negando, finché fu. nono padroni dei sensi e della ragione, il delitto ond’erano imputati. Non crediamo uscire dai limiti della convenienza riproducendo qui volgarizzato il compendio d’un lungo processo di questa natura, che mostra come frammezzo all’ignoranza vi fosse ancora chi poteva dubitare che le accuse contro gli untori potessero essere opera d’animo malevolo e nequitoso(21).
A Giovanni Ambrogio Arrigoni deputato della sanità in Valsassina e dimorante nella terra di Cremeno fu annunziato come Francesco Manzoni, detto il Bonazzo, povero contadino abitante al ponte di Cremeno che con tutta la sua famiglia e dipendenti attendeva a seppellire i morti, o, come volgarmente dicevasi, serviva di monatto, era in fama d’aver procurata con pessime preparazioni la morte d’alcuni, perciò prevj i legittimi indizj, furono presi e incarcerati il già detto Francesco Bonazzo, Maria Elisabetta sua figlia, Bernardino Boccaretto, servo in casa del Bonazzo, Giovanni Battista Poncietto, Catterina Rozzoni e Simone Manzoni, detto Gambarello, tutti quanti intrinseci e famigliari del Bonazzo. Emersero durante i processi molte gravi ed incalzanti prove dalle quali appariva il Bonazzo reo della preparazione del detto pessimo unguento e della escavazione dei buboni pestiferi, non solo de’ cadaveri, ma anche de’vivi, per comporre l’indicato pessimo unguento e della dispensa di esso per ungere le porte, i catenacci e le chiavi di alcuni del detto villaggio ajutandolo in questo delitto la detta Catterina Rozzoni e gli altri nominati. Riferiti questi indizj dahl’Arrigoni al supremo tribunale di sanità, quindi all’Eccelso Senato, furono il detto Francesco Manzoni Bonazzo(22) come autore convinto dell’esecrando delitto, e Catterina Rozzoni predetta, correa ed esecutrice confessa, condannati ad essere posti sur un carro e condotti al patibolo, tra via martoriati con tenaglie ardenti, e colla ruota, amputati della mano destra, dopo sei ore strangolati, finalmente abbruciati, e le ceneri gettate nel più vicino fiume. Francesco Bagarone parimenti reo convinto dei medesimi delitti fu condannato a passare la vita nelle carceri essendogli così commutala la pena di morte. L’Arrigoni tenne rinchiusi tutti gli altri soprannominati, tranne il detto Bagarone catturato per opera del prefato egregio delegato nella sua casa di Cremeno separati in diverse camere, ed aspettando quest’ occasione per assumerne le vendette contra gli anzidetti suoi nemici capitali e segreti, indusse ed istigò la suddetta Maria Elisabetta ora con minaccie, ora con lusinghe ed ora anche con promesse di rimandarla libera, di amarla e di sposarla, perché era ragazza da marito, minorenne e dallo stesso Arrigone tenuta a battesimo, l’istigò dico, a deporre falsamente, che Giacomo Maria Manzoni uno dei detti suoi nemici, era il somministratore e l’autore della pestifera unzione; e che aveva data commissione allo stesso Bonazzo di ungere diversi usci e le imposte dello stesso Arrigoni e d’un suo fratello, cioè il quondam Antonio Francesco, già morto di peste. Stimolò egli del pari colle stesse lusinghe, minaccie, e promesse di libertà il predetto Bernardo Boccaretto, giovane di 15 anni, fratello d’un servo dell’Arrigoni. Istigò parimenti la predetta Caterina Rozzone a convenire con Maria Elisabetta e col Boccaretto per deporre il falso contro il nominato Giacomo Maria Manzoni, e ad ajutarlo e sostenerlo in queste false deposizioni. Essi infatti deposero il falso sostenendolo anche sotto una leggiera tortura, contro Giacomo Maria ed un altro Giacomo Manzoni suo secondo cugino, nemico egli pure dell’Arrigoni, come conscio e partecipe delle unzioni, e reo d’aver sullo scorcio del giugno 1630 ricevuto porzione di quell’unguento dalle mani del condannato Bonazzo perché l’adoperasse a pessimi usi. Di più istigò e stimolò la detta Maria Elisabetta e il Boccaretto a deporre falsamente, come deposero, che lo stesso Giacomo era venuto in casa del Bonazzo e di Simone Arrigoni per diverse vie ed in diversi giorni dei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre di compagnia con Chiara Bossa moglie di esso Simone, ed Anna Zanella sua cognata e con più altri, ed ivi tutti quanti colle mani avevano unta la catena dei fuoco, quindi si erano fatti portare al diabolico luogo (lei barilotto, dove negato N. S. G. C. crocifisso, calpestata la croce, s’erano dati a giuochi, a banchetti, a veneree lascivie istigò e subornò ancora la stessa Maria Elisabetta ad accusare falsamente il detto Giacomo Manzoni, figlio di Pompeo, d’aver portati schioppi rotati curti, volgarmente pistole, quando su questo fosse interrogata, ma poi tale interrogazione come fuori di proposito non le venne fatta. Instigò il detto Boccaretto, la stessa Maria Elisabetta e la stessa Rozzone ad incollare falsamente, come fecero, il prelato Simone Gambarello di consapevolezza e partecipazione nella preparazione del detto pestifero unguento e nella escavazione de’ Gavoccioli, volgarmente bignoni di peste, ad accusare falsamente, come fecero, Giovanni De Vivizj di Pasturo, e i fratelli Lorenzo e Giacomo de’ Lodici, come pure Giovanni Suano di cognizione e compartecipazione del detto pessimo unguento. E tutto cio per perdere Giacomo Maria Manzoni e Giacomo figlio di Pompeo, suoi nemici antichi, che erano tra i primarj della Valsassina e sempre erano stati competitori colla stessa famiglia Arrigoni, e per cavar danari dagli altri egualmente a torto accusati. Cercando l’Arrigoni così d’ingannare, per quanto fu in lui, avrebbe deluso con false relazioni il predetto supremo tribunale di sanità, se esso con occhio di linee venuto in sospetto e preveduto questo macchinario non avesse, come fece, mandato un egregio signor inviato, che fatta la necessaria indagine, e raccolti altri indizj scoperse questo agguato e questa diabolica impostura. I quali delitti furono tutti comprovati assai più dalla fuga dello stesso Arrigoni con violenza e fratture dalle carceri del già nominato illustrissimo visitatore, seguita sulla sera o nella notte del 2 maggio 1630 dove era stato posto per la memorata imputazione; onde il senato si riserbò di procedere contro di lui pei suddetti processi e per altri pendenti nell’officio dell’illustrissimo visitatore ecc. Quindi il medesimo signor inviato impose ad un servo banditore che andasse in tutte le parti necessarie intimando la soprascritta inquisizione al soprascritto inquisito (Arrigoni) a cui stabilì il termine di quattro giorni per comparire personalmente alla presenza dello stesso egregio signor inviato dell’ufficio del regio signor capitano di giustizia a Milano affine di difendersi e scolparsi. Dato in Milano, Sottoscritto Marco Antonio Bossio delegato ecc. e sotto Giorgio Serponti cancelliere.
L’Arrigoni si difese contro tante accuse, ma se incorresse in pena o se ne venisse assolto è quello che invano ho cercato di mettere in chiaro.
In quella peste tremenda Milano perdette 185,558 anime, a Treviglio sopra fuochi 550 morirono 4596, a Vailate sopra 253 perirono 1700, a Cassano circa 1350, Como perdette 10,000: la Valtellina da 150,000 abitanti fu ridotta a soli 40,000, e con eguale proporzione soffersero il Bergamasco, il Bresciano ed il resto del Milanese. Abbiamo negli archivj parrocchiali molti testamenti dettati ai notaj che stavano alla finestra, depositando così sulle pubbliche vie l’ultimà volontà. Le tante parole che io spesi a narrare questa sventura avranno richiamate le forti, e concise onde Manzoni eternò sì doloroso avvenimento(23).