CAPITOLO XLIV

IL CONTE PAOLO SORMANI
FEUDATARIO DI MISSAGLIA DAL 1633 AL 1638.


Bando ai frati di Galbiate. - Il Duca di Rohano scende in Italia. - Occupa la Valtellina. - Minaccia le tre pievi. - Guasta la Valsassina. -Giunge a Balabio. - I Brianzuohi difendono lo Stato. Milizie briantee. - Paolo Sormani condottiero delle nostre legioni. - Partenza improvvisa e furibonda del Rohano. - Le preture urbane.

Quando piacque al Signore la pestilenza terminò, ma non finirono con essa i guai e le sciagure. Duravano le gravezze, gli abusi, le ribalderie de’ malviventi, fatti più audaci da poiché la giustizia, intimorita anch’essa dai mali della peste, aveva lasciati deserti i tribunali, e pressoché perdute tutte le sue forze. Le leggi facevano sentire il loro rigore quasi solamente contro i deboli che non aveano mezzi di poter ridersi di esse. Ne volete una prova? Nel 1635 un malevolo riferì al marchese di Leganes, governatore di Milano che tre frati del convento di Galbiate avevano dato segno di poca affezione alla corona di Spagna, e sparlato della amministrazione governativa, ordinò che subitamente uscissero I tre compresi in questo bando reclamarono contro la calunnia, sdegnando sottoporsi ad una pena immeritata. Ma non che darsi luogo a veruna discolpa avendo voluto il guardiano del loro convento far le difese degli accusati fu involto nella stessa condanna, venendogli assegnato, per confine il convento d’Ameno, dipendente dal vescovo di Novara(1).
Chi ha meditato gl’impareggiabili volumi de’ Promessi Sposi vedrà quanto stesse nel vantaggio de’ ricchi o di guadagnarsi, o di disfarsi de’ frati, che indipendenti, non si piegavano ad adulare le loro ribalderie, ma facevano professione di sostenere i deboli, di far stare qualche soperchiatore nei suoi panni. È vero che non tutti i frati somigliavano al padre Cristoforo, e che i fra Galdino e fra Fazio costituivano pur troppo il numero maggiore, ma quei tre di Galbiate, che forse avevano levata la voce ad un giusto lamento potevano essere appunto di quelli i quali non valevano a tollerare in pace le durezze d’un’amministrazione che non proteggendo se non i potenti, lasciava senza diritti la povertà. Ma veniamo ad altre cose. I Francesi secondo il solito promettendo un riparo a tanta desolazione, e cianciando libertà e indipendenza, posto in campo forze vigorose ne commisero la cura al duca di Rohano, che godeva nome di capitano eccellente, ordinandogli che scendesse in Italia. E difatti il duca (14 aprile 1635) facendosi precedere da un pomposo proclama, entrò dalla parte di Chiavenna nella Valtellina avendone senza molti ostacoli il possesso, ma qualche tempo dopo dagli Spagnuoli e Milanesi, che occupavano il forte di Fuentes, venne ricacciato nell’Engadina (giugno). Rohano dopo aver veduta l’Italia, sentiva più ardente il desiderio di possederla, onde pensando ai mezzi d’acquistarla tornò più forte d’uomini e di munizione; si gettò addosso d’improvviso ai Tedeschi, poi agli Spagnuoli di cui fece una carnificina, superò Giovanni Serbelloni capitano milanese, e così riguadagnò la Valtellina. Indi audace per la prospera fortuna discese sul lago, minacciando le tre pievi ed avrebbe fatto assai più gran male, se Lodovico Guasco, maestro di campo non gli avesse opposta una vigorosa resistenza. Dopo ciò il duca gittatosi sulla sinistra sponda del lago di Como, prese a costeggiare a ritroso il Pioverna entrando nella Valsassina molto opulente di mercantie e bestiami, tutta la mise a sacco(2), distruggendo ad Introbbio le fucine de’ projetti guerreschi, minacciando di spingersi sopra Lecco coll’intenzione d’occupare la rocca di questa terra e rinforzatala con un presidio vigoroso, renderla barriera contro i nemici. Ma non appena dall’altura di Castello spinse lo sguardo su quel considerevole borgo, conobbe quanto ne fosse difficile l’acquisto; tanto più quando seppe che altre volte avevano i Francesi tentata invano quell’impresa; che Giovan Giacomo De-Medici dopo aver occupate le circostanti fortezze più vigorose, come quel. le che erano sovrapposte ad ardui monti, era stato obbligato di partire a mani vuote dall’assalto della rocca di Lecco. Ed ecco mentre il duca di Rohano accolti i suoi ufficiali chiede da essi qualche consiglio in sì difficile momento, spinge di nuovo lo sguardo al borgo di Lecco, e maravigliato vede una torma innumerevole d’uomini d’arme schierati lungo la riva del lago. Erano essi 4000 Brianzuoli comandati dal conte Paolo Sormani, che teneva il feudo di Missaglia, al quale servivano come ajutanti di campo il marchese Giussani feudatario di Mondònico, e il signor Pietro Maria Delfinoni feudatario di Rovagnate. Ippolito Crivelli che guardava la piazza di Lecco in qualità di maestro di campo, avea schierato anch’egli tutti i suoi sul ponte, nel timore che i Francesi non tentassero di passarlo, calando dalle parti del territorio, e schivando il borgo. I nostri Brianzuoli invitati dal tocco del loro campanone quali con forche e badili, quali con lancie, con ispade e con quanto il caso aveva loro dato nelle mani erano accorsi alla difesa della patria e de’ loro vicini. Nè s’erano avacciati a torme sbandate come uomini venuti dalle selve e dai campi, ma con disciplina militare intuonando le animate canzoni di guerra, ed avevano poste le trincee e gli accampamenti come in un combattimento regolare.
“Meraviglia a dirsi! in quell’improvvisa riunione e subitaneo pericolo il veterano soldato aveva raccolte e vestite le vecchie armi, le maglie di ferro, il giaco, il cimiero, l’elmetto ed ogni guisa d’arma difensiva ed offensiva. Ogni fila ora spiegavasi al piano, ora rialzavasi su su per una collina, ora si ordinava secondo il rientrare e lo sporgere del bacino del lago ed era più che mai bella per la scelta de’ cavalli, e per la robustezza della persona. Gli ufficiali regolavano tutta questa soldatesca, pronta a morire da forte, quasi andasse ad un solenne convito. Se qualche straniero leggerà le mie parole, e n’avrà meraviglia come in un subito si raccogliessero tanti uomini agguerriti, dai campi, dai colli, come tanti cavalli da guerra, ei sappia che i nostri feudatarj teneano i loro soggetti sempre preparati alle armi, destri negli esercizj, e pronti ad ogni cenno. Poichè tutta la Brianza, regione campestre, è divisa fra nobili, o fra negozianti vicinissimi alla nobiltà; il resto è turba di servi; per nulla diversa dalla generalità dei contadini, se non che per la bellezza del suo cielo e del suo sole non ismentisce la sua origine battagliera, libera e generosa. Essa è la patria d’antiche famiglie, che vivono del loro, senza padroni, vantando degli avi ...
Ivi cresce una gioventù robusta non degenere, addestrata alle armi dalle frequenti insidie e private nimicizie a cui non manca mai alimento, o per odio de’feudatarj, o per altre ragioni. Con questa disciplina militare appresero a tendere gli aguati, a cogliere l’occasioni, a dare i consigli, ad ubbidire agli ordini come in una guerra formale. Così i padri trasmettono ai figli questi insegnamenti e questo spirito guerresco; né vi è casa, un cotal poco civile, fra quei contadini, ove non istiano in luogo d’eredità, e le arti del combattere, e i militari arnesi, e il favore de’ potenti, e le clientele. I feudatarj stessi intervennero alle guerre straniere, n’ebbero il comando, e ottennero regali presenti; e se talvolta vivevano in famiglia, combattendo fra loro per umore di parti, non poltrivano mai nell’ozio(3).
Non è dunque meraviglia se in questa terra quasi di armi il Sormani poté d’improvviso raccogliere un esercito, e preporgli pratici generali(4)”.
Alla presenza di tanta vigoria di truppe il Rohano depose il suo ambizioso disegno, e rogato per mezzo d’un notajo l’atto di questo suo viaggio(5), ritornò per la già corsa via, fremendo di rabbia e permettendo alle sue truppe, che ne mormoravano, il sacco della riviera di Lecco, e principalmente di Mandello, Bellano e poi della Valtellina(6). Attraversò furibondo la Valsassina, spogliando chiese e monasterj, disonorando vergini, e commettendo ogni guisa di scelleratezze(7). Come i nostri non si videro più a fronte un nemico formidabile, dubitando a tutta prima d’un aguato, sospettarono che il Rohano, schivando la terra intendesse in qualche altro luogo passar d’improvviso l’Adda, e gettarsi quindi su quel di Milano, onde guardarono vigorosamente il porto dirimpetto alla torre d’Olginate, del quale temevano si servisse per incarnare il suo disegno, ma poi veduto che le minaccie si erano risolte in fumo tornarono alle loro abitazioni fra le allegre canzoni della vittoria (1535). Il conte Paolo Sormani, in premio di questa ardimentosa impresa fu dal re di Spagna fatto maestro di campo, nella quale carica si distinse moltissimo principalmente ricuperando Tortona e Girola. I nostri ed i Milanesi lontani dall’inorgoglirsi per sì fortunata resistenza, vedendo il bisogno d’aver nuove forze d’attorno, ottennero dal gran cancelliere don Antonio Romillo, che fosse formata una guardia urbana e campestre a custodia della città e di tutto il ducato. In quei tempi le terre principali del nostro territorio erano Lecco, Trezzo e Cassano che avevano l’obbligo del pari che Brivio di mantenere una guarnigione; Annone era il luogo destinato pel deposito delle milizie; a Vimercato sedeva il vicario di tutta la Martesana, che eleggevasi dal governo spagnuolo e durava in carica per due anni potendo però venir rieletto. Merate, la terra più grossa dopo Lecco aveva anch’esso una guarnigione, e per qualche tempo fu residenza dell’ufficiale di coscrizione. Premana, ove crediamo alla relazione del medico Tadino, era il luogo più popoloso della Valsassina.