CAPITOLO XLV

IL FEUDO CRIVELLI
DAL 1637 AL 1654.


Tiberio Crivelli compera il feudo di Mariano. - Giuramento di costumanza. Voto di fedeltà prestato dalla terra di Vergo. - Cerimonia dell’infeudazione. - Ottiene i feudi della corte di Casale. - D’Inverigo. - Di Verano. - Di Lambrugo e terre adjacenti. - Filippo IV. lo nomina conte d’Agliate. - Enea Crivelli.

Nell’archivio dei marchesi Crivelli, che mi fu conceduto di osservare a tutto mio comodo, vidi un albero genealogico scritto dall’adulazione d’un Giovanni Battista Bianchino professore nel collegio dei dottori di Milano, ov’è esattamente indicata la catena che congiunge Adamo, padre comune degli uomini con Flaminio Crivelli potentissimo signore della Brianza nel secolo XVII. Questa interrotta ascendenza è cosa troppo volgare a quei tempi per cui non ne facemmo punto le meraviglie. Noi lasciando i sogni e le favole ci atterremo alla nuda verità. L’agio onde potemmo vedere tutti gli istrumenti relativi a questo possedimento, e la circostanza d’essere questo il feudo, senza confronto, più vasto nel nostro territorio, mi determinarono a farne un capitolo speciale, esponendovi una volta per sempre le cerimonie di consuetudine in quelle circostanze. Bisogna però che io confessi come non mai l’argomento che ho fra le mani mi sia riuscito più difficile da ordinare e distribuire che nei capitoli seguenti che intendo riserbare alla feudale giurisdizione. Essendosi nel 1643 pubblicata nel Broletto di Milano la vendita del feudo di Mariano, comparso tosto il marchese Questore Flaminio Crivelli lo fece suo per una somma di quindici mila lire, da pagarsi a Filippo Mariani, oltre nove lire da sborsarsi per ogni fuoco al regio fisco. Alcuni anni dopo cioè nel 1647, il signor Tiberio fratello del nominato acquistò dalla regia camera, sommamente necessitosa di denarj, le terre di Rancate, Ponte d’Albiate, Calò, Rosnigo, Villa, Vengo, Santa Caterina, Zuccorino, Briosco con Cascine, molini e terre unite. Era costumanza che il compratore d’una signoria feudale dovesse prestare il giuramento di fedeltà e di omaggio alla Maestà cattolica, perciò il marchese Tiberio sottoponendosi a questa legge, mise le mani sul sacrosanto Evangelio, sostenuto dall’eccellentissimo signor conestabile indi manzi a don Bernardino Fernandez De Velasco luogotenente generale della cattolica Maestà ed al suo governatore nel ducato di Milano giurò sopra l’anima sua e quella de’ suoi:
1.° Che da quel giorno in avanti per sempre
tanto egli, quanto i suoi figluoli maschi e legittimi succederebbero nel detto feudo delle terre e luoghi di Rancate, Ponte d’Albiate ecc.
2.°Che sempre sarebbero ubbidienti feudatarj
e vassalli della regia cattolica maestà e del duca di Milano e dei loro successori.
3.° Che reggerebbero e custodirebbero il feudo ad onore e vantaggio di Sua Maestà e de’ suoi come sopra.
4.° Che niun altro per quanto distinto riconoscerebbero come loro signore, fuorchè la predetta Maestà e i successori suoi come sopra, né mai per qual si fosse motivo presente e futuro verrebbero meno nell’ubbidienza e nell’ osequio dovuto alla Sacra Maestà ed a’ suoi successori, né mai si rivolterebbero contro di essa in qualunque modo o con consiglio, o con parole, o con fatti e nulla mai farebbero, che potesse riuscire dannoso alla persona, all’onore ed allo stato di Sua Maestà e de’ suoi discendenti.
Il questore delegato, secondo la consuetudine fece (ai 26 maggio 1647) a suono di campana raccogliere tutti gli uomini delle terre infeudate, dopo averli avvisati casa per casa col mezzo di Paolo Carli, uno degli uscieri dell’illustrissimo Magistrato straordinario del motivo di questa riunione comunale.Il popolo convocato si presentò al giorno ed all’ora convenuta sulla piazza della chiesa di Santa Caterina di Vengo, luogo destinato solitamente alle radunanze ed ai consiglj popolari, in aspettazione del feudatario. Ma rompendo improvvisamente un furioso acquazzone, si ritirarono quelli che poterono nella casa del nobile Girolamo Confalonieri, che dava sulla piazza di Santa Caterina, e nella sua sala ad alta e intelligibile voce il notajo Camerale Francesco Mercantolo informò la radunanza, che il signor marchese Tiberio Crivelli, avea acquistata la giurisdizione e l’imperio misto sul feudo delle terre e casali sopradetti, che perciò entrava ad occuparli con tutte quelle autorità che erano annesse alla sua dignità feudale. Impose quindi il questore delegato agli uomini dei comuni già detti, che riconoscessero il signor Tiberio come loro feudatario, e subito a lui ed ai suoi successori prestassero l’omaggio ed il giuramento di fedeltà e sudditanza. Udite le quali cose i consoli giurarono perfetta sommissione e dopo ciò tutti gli uomini radunati riconobbero Tiberio Crivelli fratello del signor Flaminio di porta Comasina, il quale sedeva allora col questore delegato sur un piccolo trono, colla spada sguainata nelle mani, giusta il cerimoniale di quelle solennità riconobbero, dico, a signore e feudatario di Vergo e di tutte le terre casali, mulini nominati dinanzi sottomettendosi come servi a lui ed a’ suoi successori, sino all’infinito.
Allora di mano in mano uno dopo l’altro, col capo nudo, inginocchiati, e poste ambedue le palme sul sacrosanto messale tenuto dal signor feudatario, aperto a quella pagina ove stanno le minaccie contro gli spergiuri, ciascuno giurò che d’allora in poi sarebbe stato fedele suddito, avrebbe prestato e mantenuto la dovuta obbedienza e sommissione al signor feudatario Tiberio Crivelli ed a’ suoi discendenti, ne avrebbe custodia la vita, ogni membro e l’onore, avrebbe conservati e difesi i suoi beni con tutte le sue forze, né per quanto fosse da lui, avrebbe permessa cosa che potesse cadere in pericolo, danno, svantaggio, offesa del signor feudatario o de’suoi discendenti, e che quando fosse posto a parte di un qualche segreto l’avrebbe custodito gelosamente, senza manifestarlo ad uomo del mondo né con parole, né con cenni, né in altro modo senza permissione e volontà del signor feudatario, né avrebbe mai fatto parte in alcuna trama segreta in danno della vita o dell’onore del feudatario e de’suoi successori, avrebbe finalmente dette e fatte quelle altre cose, a cui era obbligato in qualità di servo feudale. Salva e riservata però sempre la superiorità di Filippo IV re di Spagna e duca di Milano, e de’ suoi legittimi successori, come pure del magistrato superiore, e di tutte quelle Costituzioni ed ordini, alla cui osservanza era ogni individuo obbligato. Come ciascuno ebbe proferito questo giuramento anche a nome degli assenti, furono letti gli statuti a cui dovevano rimanere soggetti, e quindi il signor Tiberio per sè, e pei suoi successori li accettò, ricevette, riconobbe come suoi sudditi immediati, promettendo di tenerli in luogo di figli, di non permettere oltraggio di sorta contro di essi, di conservare santamente la giustizia, e di osservare l’alto dominio, i decreti del magistrato maggiore, gli statuti e gli ordini a cui ogni feudatario era sottoposto. Le ricchezze del signor Flaminio Crivelli erano esorbitanti, onde appena pubblicata la vendita del feudo d’Agliate, Besana superiore, Inarive, la Costa che fu l’anno 1651 egli subito comperò anche questo, come appare da un istrumento del notajo camerale Francesco Mercantolo datato l’undici ottobre dell’anno già detto(1), e nel 1660 acquistò anche il feudo di Besana inferiore col suo distretto, e territorio, le terre d’Inverigo, Paina, Carugo, Cabiate, Arosio, Incasate, Romanò, cascina Guajan o, Villa Romanò, Bigoncio, Guarda, Brenna, Olgelasca, Camnago, la pieve di Mariano coi dazj del pane, del vino, della carne, e con patto di preferenza nel caso che fosse vendibile il forno di Mariano(2) del qual tenere entrò al possesso il 22 dicembre dell’anno suddetto, colle stesse cerimonie esposte di sopra.Abbiamo già nominato il feudo della corte di Casale concesso da Galeazzo Maria Sforza alla casa Negnoni Missaglia di Ello(3). Estinta la linea maschile di questa famiglia e pubblicata dalla regia camera la vendita di quel feudo, lo comperò lo stesso Flaminio Crivelli stendendone l’istrumento il notaro Tommaso Sorgi ai 7 di novembre 1697.
Quattro anni dopo il medesimo don Flaminio comperò dai conti Giacomo Filippo, Giovanni Battista e Dionigi fratelli Mariani altre terre. Fino dal 1478 la duchessa Bona Sforza a nome di Giovanni Maria suo figlio avea venduto al conte Angelo Balbiani, le terre di Carate, Giussano, Verano, Robiano, Albiate, Sovico, San Giovanni di Baraggia, col mulino di Peregallo. Questi feudi rimasero vacanti e subito lo straricco Flaminio Crivelli li comperò dai fratelli conti Francesco ed Alessandro Balbiani mediante lo sborso di lire 14,162 imperiali oltre il solito sborso al fisco. Morto il conte Claudio Giussano senza figliuoli il magistrato straordinario passò alla vendita del feudo, fino allora da lui occupato, delle terre di Lambrugo, Nobero, cascina Manzetta, cascina di Bartolomeo Visconti nella pieve d’ Incino, colle entrate camerali che erano unite a questo dominio. Enea Crivelli ai 5 aprile 1691 lo comperò in favore de’suoi figli maschi ed in mancanza di questi per una femmina, una volta tanto ed ai 10 novembre di quell’anno medesimo nè entrò al possesso ricevendo il giuramento di fedeltà per Marzetta e Lambrugo dal console Domenico Galimberti e dai signori Francesco Prina, Giovanni Barlassina, Giovanni Battista Bertolino, Antonio Galiberti, e per Nobero e le altre terre dal console Giuseppe Fumagalli, da Francesco Minonzi, Giovanni Battista Fumagalli, Andrea Mauri, Carlo e Domenico Arrigoni, Daniele Zambrana, Angelo Fumagalli, Giuseppe e Carlo Oltrazio, Giuseppe Sambrucco, e Francesco e Pietro Cisero(4).
Don Flaminio Crivelli era attaccatissimo alla persona di Filippo IV. di Spagna. Allorchè veniva pubblicata una coscrizione era fra i primi a raccogliere, armare e spedire gli uomini richiesti, dava lauti pranzi ad onorare la Maestà cattolica, amministrava rettamente la giustizia, adempiva esattamente a tutti i doveri di suddito e vassallo. Per questo il re Filippo gli concedette l’ampio titolo di marchese di Agliate e delle terre di Rancate, ponte d’Agliate, Colorio, Rusnigo, Villa Vergo, santa Caterina, Zuccorino, Brioso, Befana superiore, Giovenzana, Inariverigo, e Costa da trasmettersi in ordine di primogenitura maschile nella sua famiglia(5).
Quei feudatarj avevano i loro uomini pronti sempre alle armi, tenevasi in castelli assicurati da grosse murale da saracinesche, da ponti levatoj, da cannoni in atto di minaccia. La residenza di don Flaminio Crivelli era ordinariamente il suo castelletto d’Inverigo, era convertito in palazzo di cortesia e di amenità, nel quale si conservarono le antiche armature fino a quando i francesi tolsero alla nostra patria tutto, fuorché la memoria. Nel 1655 volendo avere una distinta relazione di tutti gli uomini atti alle armi da lui dipendenti pubblicò un editto, ordinando che i consoli dei comuni mandassero tosto il nome di ciascun individuo da 18 ai 50 anni capace al maneggio delle armi. Trovò d’averne sotto di sé 245, come appare dalle note presentate da ogni consolo esistenti nell’archivio che abbiamo già nominato a capo di questo capitolo(6). Morti i marchesi Flaminio e Tiberio tutti i loro diritti passarono in eredità ad Enea Crivelli già signore, come vedemmo di ricchissime terre e questa riunione rese Enea il più potente proprietario della Brianza. Terminarono poi questi feudi sotto un altro Tiberio Crivelli nel 1777 per la legge generale di Maria Teresa, che obbligò a retrocedere all’erario tutti i dazj del pane, del vino ed ogni altra franchigia ricevendo invece una somma corrispondente.