CAPITOLO XLVI

DISINFEUDAZIONE DELLE PIEVI
D’OGGIONO E GARLATE
DAL 1651 AL 1654.


I d’Adda acquistano e perdono le Pievi d’Oggiono e Garlate. - Pubblicazione di questo feudo. - I Procuratori delle due Pievi chiedono la liberazione. - Motivo della richiesta. - Il Vicario della Martesana si oppone. - Trionfo della liberazione. - Ordine di Filippo IV. - Feste per là liberazione. - Lapide di Galbiate. - Sborso d’ogni terra disinfeudata.

Un altro feudo vastissimo era quello occupato da casa d’Adda, che comprendeva tutte le due Pievi d’Oggiono e di Garlate con ogni rendita e regalia. Era tale giurisdizione pervenuta in questa famiglia sino dall’anno 1538. Ma spentasi con Ambrogio d’Adda la linea mascolina de’suoi discendenti tornò alla regia camera, e ciò fu nell’anno 1651. Bisognosa però la camera di trovar tosto un compratore ne pubblicò prima ai 20 dicembre dell’anno già detto, poi ai 15 del seguente gennajo, la vendita che fu appesa in Milano ai luoghi consueti sulla porta del duomo, sulla piazza de’ mercanti, nel broletto nuovo, inoltre sulla piazza e sul pretorio d’Oggiono, sulle piazze di Garlate, Galbiate, di Valmadrera ed in altri luoghi. Comparvero allora i signori Girolamo Galimberti ed Antonio Riva procuratori del comune d’Oggiono, Carlo Simone Ferrario e Bortolameo Carino procuratori della terra d’Annone, Bernardo Soffago procuratore di Sirone, Giovanni Battista Riva e Francesco Spreafico procuratori della terra di Galbiate e presentarono al magistrato camerale una supplica, perché queste terre fossero redente dall’infeudazione, mediante l’effettivo sborso di ventisette lire imperiali per ogni fuoco. L’esempio di costoro fu immitato dai procuratori Giovanni Battista Vertemate e Leonardo Agudio per la comunità di Malgrate, da Carlo Agudio per Sala; da Terzo Bonacina e Antonio Dominicano per Valmadrera, Carlo Francesco Longhi per Buio, Antonio Longhi per Dozio, Giovan-Giacomo Maria e Antonio Riva per Bertezago e Mezzana, Francesco Scaccabarozzi per Garlate, Giovanni Stefano de’ Busti per Molteno, Carlo Francesco Spreafico e Ambrogio Tentorio per Villa Vengano, Domenico Sacco per Civate, Innocenzo Corbetta per Garbagnate - Monastero, offerendo la somma medesima per le terre di cui erano procuratori. Il magistrato approvò la liberazione di questi luoghi, esigendo invece delle ventisette lire offerte un dimezzo fra le obblazioni e le pretensioni. Gli altri luoghi, che appartenevano al feudo del defunto signor Ambrogio d’Adda, furono posti in vendita ed erano le terre di Grazago, Colnago, Cornate, Busnago e Roncello, Bassiliano col suo monastero, tutti nella Pieve di Pontirolo. Esse vennero comperate da Massimiliano Morone pagando quattromila lire imperiali per ogni cento fuochi.
Or giova sapere il motivo per cui le Pievi di Garlate e d’Oggiono cercarono di scuotere il giogo feudale e d’essere assoggettate immediatamente alla giurisdizione del pretore e dei giudici della città di Milano.
“Una delle principali cause, che movono, et hanno mosso la comunità delle Pievi d’Oggiono, et Garlate a dimandar la redentione dell’infeudatione col patuito pagamento di lire 30 per fuocolare questa fu, et la di maggior premura(1) apposta per conditione spetiale nell’oblatione, che ha fatto la terra d’Oggiono, alla quale si riferiscono tutte le altre, che ritrovandosi infastidite, et assediate dalli Podestà, e Vicarj forensi, si compiacesse il tribunale, mentre haveva appo di se l’intiera autorità, et eletione d’unire, segregare, et alterare col mezzo di redentione, o infeudatione le giurisditioni delle terre novamente ritornate all’immediato dominio di Sua Maestà di assoggettarle alli soli giudici sì civili, come criminali della città di Milano. massime, che prima dell’anno 1538 nel quale furono concesse in feudo alla casa d’Adda erano sottoposte pure direttamente a detti giudici, come terre, che sono del ducato, come anche di presente da a conoscere la sogestione della loro banca civile, quale quasi sola fra tutte le altre, che sono sottoposte ad attuarj forensi resta all’attuario civile di questa metropoli, meno in ciò contrastando la distributione della giurisditione de’ giudici, et vicari civili, et criminali forensi fatta nelle costitutioni, quali sendo pubblicate del 1543, non hanno potuto includere, o escludere le Pievi d’Oggiono et Garlate già l’anno 1538 infeudate con meno, e misto imperio; per il che vedendo li Procuratori d’esse terre, che di conditione sì esentiale, e di tanta sua premura specificata nelle oblationi non ha fatto il tribunale moto alcuno, riccorrono nuovamente a quello.
Humilmente supplicandolo degnarsi haver riguardo, che si come si è compiaciuto col mezzo del demanio di liberarle dalla soggestione feudale di non renderle hora tal libertà nojosa, e grave con poco saggio di gusto all’altre terre, che aspirano in quelle Pievi alla redentione col lasciarle sottoposte a giudici, o vicarj forensi da quali sono continuamente infestate ma liberarle dalla multiplicità insoportabile di quelli, con assogettarli solo a questi della città metropoli, il che sperano non solo pur l’urgenza delle loro ragioni, ma anco per la benignità, e zelo di giustizia di questo tribunale, il che etc.”.
Queste sono in parte, le parole che le due pievi diressero al senato, e noi abbiamo creduto meglio riprodurle nella loro natura.
Il dottore Benedetto Boidi, vicario della Martesana, si oppose vivamente, ponendo in campo molte ragioni(2).
Ma la causa della liberazione trionfò dopo un vivo dibattimento di opposizioni, e Filippo IV, re di Spagna con un ordine latino in data di Milano 17 giugno 1654 dichiarò
“che le pievi d’Oggiono e di Garlate non avrebbero più nessuna dipendenza dalla giurisdizione del vicario della Martesana, ma che si sarebbero riconosciute immediatamente soggette ai giudici di Milano come prima dell’anno 1538 quando non erano ancora infeudate “.
Le pievi liberate al ricevere di questo ordine si diedero a feste, a convitti, ad ogni specie d’allegria, si fecero a Garlate, ad Oggiono, a Valmadrera, ad Olginate strepitose solennità ove la più ardente gioventù, parendole per aver cambiato padrone, d’essere rimasta affatto libera gridava viva il senato! enfatica esclamazione ripetuta dalle donne e da quasi tutta la popolazione. Quei di Galbiate per tramandare anche ai posteri una ricordanza del giorno in cui avevano cessato d’essere venduti come un branco di pecore, scolpirono questa lapide che si conserva tuttora.

LIBERTAS
QUAE TOTO NON BENE VENDITUR AURO
LABORE LITE PRAETIO PARTA
GALBIATENSI VICINIAE AC FINITIMIS OPPIDIS
REGIA CONCESSIONE FIRMATA TANDEM ARRISIT
FELIX DIES XVII JUNII ANNI MDCLIV
QUA INFEUDATIONIS AC OMNIS INFERIORIS JUDICTI
EXCIJSSO ONERE
POPULUS HIC SUB POTENTISS. REGIS. HISPANIARUM
VICARIA POTESTATE NEMPE MEDIOLANENSIS SENATUS
SE IMMEDIATE REDEGIT
TANTA EXEMPTIONIS MEMORIAE
QUAM FRANCISCI GEORGII OTTOLINI
REGIAE DUCALIS CAMERA NOTARII
AUTENTICA SCRIPTA PRIVATIM ASSERVANT
HUJUS LAPIDIS RETENTIVA CUSTODIAE
PUBLICE RESIGNANTUR
DIE XVIII. SEPTEMBRIS ANNO MDLXXI(3).