CAPITOLO XLVII

VICENDE DEI FEUDI
DAL 1630 AL 1657.


Feudi Airoldi. - Monti. - Archinti. - Sirtori. - Pretensioni e Statuti della Valtaleggio. - Feudo Malaspina. - Ariberto. - Brivio disinfeudato. - Successiva proprietà del lago di Brivio. - Feudi Brebbia. - Sormani. - Lucini. Aresi. - Carpani. - Orrigoni. - Pietrasanta. - Parravicini. - Giussani. - Omodei. -Calderara. - Carcano. - Dugnani. - Erba. - Visconti. - Stampa. - Confalonieri. - Cavenago. - Imbonati. - Arbona. - Besozzi. - Origo. - Gemello. - Casati. - Bonelli. -D’Adda. - Carera. - De-Capitani. - rotti. - Statuti di Limonta e Civenna. - Becco in Brianza di Basilio Bertucci. - Quadro statistico de’ feudi brianzuoli.

Se siete padri vi sarà accaduto più volte di trarre a mano un bamboletto, vostra tenerissima cura, e di vederlo ad ogni tratto soffermarsi dinanzi ora ad un ballocco, ora al canestro del caldarrostajo, ora alla vetrina degli zuccherini e del pandolciato; farvi cento interrogazioni, non restar pago a nessuna e ripetervi le dieci volte una cosa già detta. Così io in faccia a tanti avvenimenti tutti belli, tutti seducenti dovetti arrestarmi dinanzi ora a questo, ora a quello, fare un ammasso di domande a me stesso e di ben poche rimanerne soddisfatto.
Abbiamo riferite le notizie di alcuni nostri feudi, ora procedendo nello stesso argomento, crediamo soffermarci alquanto a passare in revista le altre feudali giurisdizioni.
Per quanto la camera accrescesse le gravezze e l’imposte, le spese erano così enorme che le faceva d’uopo di quando in quando d’alienare i beni dello Stato. Per questo ad ogni tratto al Broletto nuovo di Milano si vedevano esposte in vendita nuovi feudi, con ampj diritti di giurisdizione, d’aver soldati proprj, di godere i proventi de’ dazj, di recare titoli di marchese e di conte.
Unico a comparire durante il funesto avvenimento della pestilenza è il feudo della val Gherghentino accordato il 30 marzo 1630 dal magistrato, secondo il solito con diritto di primogenitura, a don Giovanni Airoldi, milanese(1). Ma i disturbi del contagio, e le sue conseguenze non posero l’Airoldi al reale possesso della sua giurisdizione che sette anni dopo(2). Questi Airoldi poi nel 1674 con diploma regio del 5 ottobre ebbero il titolo di marchese di Gherghentino.
Venuto l’anno 1647 e crescendo i bisogni, il magistrato straordinario pubblicò nel medesimo tempo all’incanto i feudi della Pieve d’Incino, di Lecco, della Valsassina, e di Sirtori, tutti poderi moltissimo considerevoli. Fra i competitori trionfarono Cesare Monti che acquistò ai 20 aprile 1647 il feudo della Valsassina, venendone investito l’anno appresso(3); Marcellino Airoldi tesoriere generale, che comperò la terra di Lecco e suo territorio con investitura del giorno ed anno istesso(4); Carlo Archinti, cavaliere del velo d’oro il quale ottenne ai 3 di luglio dell’anno medesimo la padronanza feudale della pieve d’Incino(5); ed Evangelista Sirtori che rilevò agli 8 agosto di esso anno il feudo di Sirtori(6).
Questo mercato di terre e d’uomini generava naturalmente de’forti contrasti. Ai 6 giugno, sempre dell’anno medesimo, furono invitati gli uomini di Vedesetta, terra ora bergamasca, allora dipendente dal ducato milanese, a prestare il giuramento di vassallaggio al soprannominato conte della Valsassina, il quale pretendeva che anche Vedesetta fosse di sua proprietà, come confinante col suo feudo. Ma gli uomini di questo comune, dolenti di vedersi venduti, provarono che essi non dipendevano dalla Valsassina se non nello spirituale, ed il magistrato supremo menando buone le ragioni di quelle genti dichiarò che essi non apparterebbero al feudo della Valsassina, ma sarebbero soggettati ad un altro padrone. Anche questa decisione non talentò ai Vedesettesi, onde venendosi dal magistrato (30 aprile 1649) posti all’incanto, mandarono essi un tale che all’asta propone la maggior offerta e così furono salvi dalla infeudazione, dopo cui il magistrato se ne dichiarò egli stesso patrocinatore (11 novembre 1652). Vedesetta pagò annualmente al magistrato per varj disturbi di questa lite un capretto per ogni questore di quella radunanza, e due pel presidente, ma nel 1663 si liberò anche di quel balzello sborsando lire trecentosessanta milanesi per una sola volta(7).
Prima che l’erario vendesse ai privati tutti questi possedimenti, Cesare Malaspina, antico feudatario di Malgrate cedeva questa terra a Ferdinando II. di Germania che ne investiva Filippo IV. suo nipote, incorporandola al ducato di Milano, di Pavia e d’Angera (8 novembre 1621). L’imperatore Leopoldo rese questo feudo ereditario nei figliuoli maschi e femmine primogenite nati da legittimo matrimonio del suddetto duca. Ma un bisogno di potente esigenza fece annullare tutti questi diritti, e anche questa terra tornò in dominio privato nelle mani del marchese Bartolomeo Ariberti(8). Abbiamo veduto come il considerevole borgo di Brivio fosse stato infeudato al conte Girolamo Brebbia, che possedeva già con diritto privato il castello di quel paese, cedutogli da Carlo V. per ricambio di danni sofferti mentre sosteneva le sue parti. Or avvenne che mal soffrendo gli svegliati e liberi uomini di Brivio la soggezione immediata d’un feudatario, si raccolsero a consiglio e decisero di nulla ommettere per poter ottenere la loro liberazione. E poichè godeva quel comune un ricco patrimonio nel diritto d’affittare la pesca del suo laghetto, si decisero di venderlo e i denari ricavati presentarli alla corte di Spagna per procurare la loro disinfeudazione. Così fecero; il lago fu venduto alla contessa Corio Visconti(9) e i Briviesi mandarono una legazione a Madrid offerendo alla camera una somma maggiore di quella già offerta dal conte Brebbia, e la camera che badava ad accrescere il regio erario, dichiarò libero d’ogni infeudazione il comune di Brivio. Tutto ciò avvenne nel 1647. I Brebbia per aver una giurisdizione a cui appoggiare i titoli di nobiltà in quest’istesso anno cercarono l’infeudazione d’un altro comune ed ebbero quello di Barzago con tutti i diritti, privilegj feudalj, imperio misto come appare dall’istromento di compera(10) e da quello d’immissione(11)
I due parenti Claudio e Carlo Parravicino discendenti dell’antichissima famiglia di questo nome già da noi conosciuta in epoche più luminose per la storia di Brianza desiderarono un feudo ed ebbero il primo Corogna presso Erba(12), il secondo Parravicino e Casiglio(13), ottenendo ambedue il titolo di conte per diploma spedito da Parma l’anno 1701.
Altre terre della Pieve di Missaglia, quali erano Campsirago, Cremella, Viganò, Cologna e Brianzuola vennero vendute quasi contemporaneamente a Federigo Giussani al quale servì questo feudo per conseguire il titolo di marchese(14).
D’un altro feudo vastissimo, venduto in questo torno di tempo venne investito Bartolomeo Carpani ai 14 novembre 1656 ed agli 11 luglio 1659, che comprendeva le terre di Cassano nel Pian d’Erba, Albese, Carella, Carpèsino in parte, Càrcano, Penzano, Corneno, Vignarca, Castellazzo, Gagliano, Brùgora, Arcellazzo, molino Rete, Busnigallo, Torresella, cascina Ferreria, molino Sant’Angelo e Casletto nella squadra di Nibbionno(15).
La Brianza era a quei tempi illustre per valenti guerrieri tra i quali si distinse il capitano Giuseppe Carpani fratello del succitato Bartolomeo, che nel 1639 combatté in Piemonte contro i Francesi sotto la fortezza di Cheri ove “con gran bizzarria investendo con le sue compagnie il nemico, ed atterrando con suoi colpi il capo francese, se la cavalleria di Napoli lo seguitava, faceva di gran male e lo scomponeva (l’esercito francese); ma essendo stato più ardito e valoroso che fortunato si ritirò ferito con la sua compagnia poco meno che disfatta(16)“. Ebbene questo generale, dichiarato conte per concessione reale del 4 luglio 1648, s’impadronì con investitura del 1657 del paesello di Buccinigo, illustre per le antiche discordie civili de’ sacchi e de’Parravicini(17).
La famiglia Sormani che godeva già la giurisdizione sulla terra di Missaglia, di cui era stato rivestito il capitano conte Paolo, già menzionato, ottenne il medesimo diritto nel 1648 sui paeselli di Nava, cascina Fumagalla, Sarizza, Sarizzana, Tegnone, Cagliano, Bestetto, Giovenzana, cascina Panizzara, Veglio e Campsirago(18).
Non meno considerevole possessione otteneva il marchese Giovanni Antonio Lucini, venendo accolto ai 15 febbrajo 1651 feudatario con tutte le cerimonie use a quel tempo, dagli abitanti d’Osnago, che è uno de’ più deliziosi paeselli della Brianza(19).
Due anni appresso Francesco Sirtori acquistò Torrevilla, Lissolo, montuoso casale di bellissimo prospetto su quel di Missaglia(20).
Elbo, Dolzago, Figino, Cocoredo, Maconaga, Villa Vengano sono terre vicinissime ad Oggiono. Queste, messe alla pubblica vendita, toccarono a Giovanni Pietro Orrigoni, questore delle entrate straordinarie, venendone investito ai 20 febbrajo 1653, e decorato del titolo di marchese ai 5 giugno del 1665(21).
Nel medesimo 1653 Antonio Pietrasanta de’feudatarj di Cantù acquistò Novate, terra di Brivio(22).
Ora ci permettiamo di percorrere alquanto l’epoca in cui ci troviamo per uscire dal campo in cui siamo entrati, sperando che i lettori non ce ne faranno colpa, tanto più che questa trasposizione di epoche non altera punto nè la fisonomia, nè le particolarità storiche del secolo di cui stiamo parlando.
E prima di tutto diremo che Lodovico Busca fu nel 1659 investito del feudo di Lomagna con tutti i dazj, imbottato del grano e de’ vini, diritto di spada, ottenendo poi con cesareo diploma del 21 aprile 1661 titolo di marchese di Lomagna(23).
Carlo Omodei marchese di Roderico ed Almonacir in Ispagna fu investito ai 21 maggio 1675 di Cusano terra di Desio(24), e il marchese Bartolomeo Calderara ai 23 marzo 1683 acquistò Paderno, pur esso nella Pieve di Desio(25); Luigi Carcano ai 18 agosto 1684 comperò andandone in possesso il 15 settembre 1687, Anzano, Pugnago nella Pieve d’Incino, Camisasca, Brenno, Centemero, Musico(26); quell’anno stesso ai 2 marzo il giureconsulto Giulio Dugnani fece l’acquisto feudale della terra di Dugnano nella Pieve di Desio(27), ed Alessandro Erba del consiglio segreto, e questore delle rendite straordinarie fu investito col titolo di marchese ai 5 aprile 1684 dell’ampio tenere di Mondònico, Valicelli, Porchera, Olchiellera, Colzano, Bruscò, Brùgora, Riva e Naresso(28).
L’anno istesso il feudo di Galliano passò dai Pietrasanta nella marchesa Visconti Stampa; l’anno dopo il conte Federigo Confalonieri ebbe Colnago e se non erro anche Verderio colle più ampie concessioni(29) e l’anno appresso Cesare Cavenago s’impadronì per via di compera della terra di Concesa(30), ed il giureconsulto marchese Girolamo Parravicino, 30 giugno 1686, comperò Macherio nella Pieve di Desio(31), e nel 1689 il conte Nicola Imbonati, questore delle rendite ordinarie, fu dichiarato feudatario d’Alserio e della vicina terra di Tassera, celebre pel combattimento dei Milanesi col Barbarossa(32). Giovanni Carlo Arbona questore delle rendite ordinarie ai 4 settembre 1690 ebbe in feudo Agrate(33), ottenendo nel 1708 il titolo di marchese; la contessa Aurelia Bezzosi acquistò quello di Carugate(34), e nel 1692 Francesco Origo ottenne i medesimi diritti sulla terra di Cortenova nella Pieve di Missaglia(35), e Bartolomeo Gemello su quella di Rovagnate che era già stato per tanti anni feudo della nobile famiglia Delfinoni(36), e il marchese Francesco Casati sulle due di Casate vecchio e nuovo(37).
L’istituzione degli ultimi feudi avvenne in sul finire del dominio spagnuolo, durante la guerra di successione, e poco dopo. E sono essi la stessa terra di Rovagnate che per estinzione della linea maschile Gemelli ricaduta in mano del magistrato straordinario fu di nuovo posta in vendita e comperata da Pietro Paolo Arrigoni di Esino, senatore ducale, che tre anni dopo ebbe il titolo di conte di Rovagnate(38); il luogo di Merone comperato nel 1711 da Carlo Francesco Carena col titolo di contado(39)
Il feudo Secco Borella da Vimercato.
Il feudo di Vimercato, di cui già parlammo, e che era stato da Galeazzo Maria Sforza dato a Gasparo De-Capitani, passò, dopo la morte di Gaspare Giovanni Battista Secco Borella fratello di sua moglie cavallerizzo maggiore del duca. Nella famiglia Secco Borella rimase tranquillamente fino al 1733 quando rimase unica erede di esso la contessa Giulia Secco Borella maritata Trotti e madre del senatore. Sostenutasi una lunga lite, essa ne uscì trionfante, e poste le sue armi gentilizie sulla piazza della chiesa di Vimercato, ed una iscrizione oggi appena appena leggibile attestava in faccia ai suoi popoli soggetti la riportata vittoria. Morta essa le subentrò suo figlio il senatore Trotti nella cui famiglia durò sino alla generale soppressione delle autorità feudali.
Ed eccoci finalmente a Cassano d’Adda che nel 1782 fu venduto dal principe Pio Bonelli al marchese Giovanni Battista d’Adda, la cui famiglia aveva già anticamente avuta quella giurisdizione(40).
Tutti però questi feudatarj avevano una dipendenza dalla corte di Spagna; non così gli abati di Sant’Ambrogio, che ne erano del tutto dissoggettati e potevano a loro posta far valere nelle terre di Limonta e di Civenna ogni guisa d’autorità, levar uomini, impor taglie, dazj e gravezze.
Nel 1640, Sebastiano Contanini abate del monastero conte signore e padrone in temporale e spirituale delle terre di Civenna e di Limonta, vedendo che gli statuti di quei due comuni esigevano riforma, si recò nel suo feudo, e deputati in nome di tutti quei sudditi, Giovanni Battista Gazziello, e Ottavio Bianchi per la comunità di Limonta; Bernardo Bolgiero e Bernardo Cermenati per quella di Civenna, alla presenza dei due podestà Giovanni Campione di Limonta e Tomaso Fioroni di Civenna riformò i capitoli degli statuti a maggior profitto, commodo et utilità et anco a maggior decoro di dette terre(41).
L’abate di Sant’Ambrogio aveva il diritto di nominare il pretore, privilegio che avevano pure i d’Adda a Cassano, gli Sfondrato nelle squadre de’ Mauri, di Nibionno e nella corte di Casale, i Crivelli ad Inverigo, i Brebbia a Brivio e che durò fino al termine del secolo passato, quando furono abolite le preture feudali(42).
Alcune di queste signorie furono cantate con adulatorj versi da Basilio Bertucci, che nel suo Bacco in Brianza cercava lusingare gli ozi e guadagnare il favore di questi potenti. Ne riporteremo alcune strofere il favore di questi potenti. Ne riporteremo alcune strofe.
O di Galbiate buon moscatello
Di madre asprissima
Prole dolcissima
Che dalla natìa selce
Teco rechi bensì la robustezza,
Ma non già la durezza,
Anzi hai tu tal dolcezza
Che io esprimere abbastanza
Non saprei, se non con dire
Che nulla (fuori che del tuo buon sire
Il costume dolcissimo) l’avanza…

Empi l’altro di quel dolce
Che il palato alletta e molce
Del Signore di Missaia
Onde i costumi si soavi e piani
Trasse bevendo il general Sormani(43);
Il terzo colma
Del delicato
Vin, che beato
Cantar fa lieto il gloria,
Di Besana al Parrocchiano



Su mio coppiere
Un colmane di quel di Montevecchia
Di cui chi beve mai non invecchia,
Onde la sua grande eloquenza e sola
Trasse il gran Panigarola;
L’altro di quel spiritoso
D’ Intignoso
Ond’ ebbe il dotto stile
Il cavaliero Serbellon gentile(44).

Il terzo infine colma d’Inverigo
Valentissimo via, la cui mercede
Al par di Siracusa
Vanta Milano ancora il suo Archimede(45)


Su: si colmi del vino
Che solo per la mensa sua riserba
Il grande signor d’Erba(46)
Egli è un via, che chi ne beve
Tal virtù da lui riceve
Che diventa uomo di stato
Ed assieme gran soldato.


Prendi coppier, lui sciacqua
Col liquor più robusto
Che al marchese Novate
Tributano le vigne di Merate,
Risciaqualo di poi col via di Lesmo
Poi l’empi del medesmo;
Bevanda portentosa,
Ambrosia armoniosa,
Da cui trasse il suo vario
Sapore e la garante
Vena dolce e piccante
Dell’Insubre Senato il Segretario(47).

Non vi crediate che io dandovi questi versi li stimi un qualche cosa di buono.