CAPITOLO XLVIII

IL DUCA FRANCESCO I DI MODENA
AL PASSO DELL’ADDA
1658.


D.Matteo Rosales. - Il duca di Modena passa l’Adda a Cassano. - Processo contro il Rosales ed alcuni di Cassano.

Spagna e Francia, eterne rivali, erano in guerra per la protezione, onde questa alimentava le ribellioni del Portogallo e della Catalogna. I Milanesi stavano per Francia, i duchi di Mantova e Savoja favorivano la parte contraria. Finalmente accomodatosi il duca mantovano coi Francesi, permise al duca di Modena, nemico degli Spagnuoli e già suo prigioniero di prendere la via verso Valenza, per unirsi cogli eserciti che venivano di Francia. Ma non appena Fuenseldagna, governatore di Milano, seppe l’intrapreso viaggio, con tutte le forze, e sue e di D. Matteo Rosales, feudatario di Vailate, cercò opporsi al passaggio dell’Adda. Uno dei luoghi che avrebbe dovuto guardare più gelosamente era il valico di Cassano, sebbene il ponte fosse stato distrutto. Ma trascurata questa diligenza, produsse l’esito che diremo. Il marchese di Giury ufficiale del duca Francesco I. di Modena che aveva l’incarico di visitare le rive dell’Adda per trovare qualche guado, giunto in faccia a Cassano, e veduta dalla destra riva del fiume invece del porto una piccola barca legata a catena, e custodita da sei moschettieri, fece il partito di prenderla e servirsene per traghettare le truppe francesi che erano col duca. All’alba dunque del 14 luglio 1658 ordinata la cavalleria sulla sponda del fiume e dato ordine di far fuoco contro i pochi contadini che difendevano la sponda opposta, con questo subito assalto li atterrì di guisa che i sei moschettieri si rifuggirono nel castello di Trezzo, e i contadini di Cassano cercarono in altro modo salvezza, non valendo a ritenerli le promesse e le minaccie di Matteo Rosales, che era precipitato in loro soccorso. Allora il capitano Della-Bliere con quattro soldati a nuoto impadronitosi della barca, la tirò dalla parte opposta colla perdita d’uno de’suoi quattro compagni. A dodici a dodici passati cento francesi all’opposta riva del fiume, gettarono un ponte perchè valicasse il grosso dell’ esercito. Il quale come fu passato, con poca fatica, per esserne fuggiti quasi tutti i difensori, ebbe nelle mani il castello di Cassano, saccheggiò, secondo la militare usanza d’allora, le case e le chiese, ove molti, credendo inviolabile il sacro asilo, aveano riposti i loro oggetti più cari. Il duca di Modena, dopo aver riconosciuto generosamente quei primi, che ardimentosi avevano passato il fiume, levò l’esercito, dirigendosi verso la Brianza con animo di giungere a Como, impedire la venuta degli Alemanni, tagliare i navigli e ridurre all’angustie la città di Milano. Ma stimolato dal marchese Villa a non allontanarsi dal Piemonte, pose l’assedio intorno a Mortara e la obbligò alla capitolazione 2 agosto 1658. Il governatore Fuenseldagna scaricò la colpa di questo passaggio addosso a D. Matteo Rosales, che aveva infatti trascurati alcuni ordini, ma che non era per niente più colpevole di esso governatore, e come reo d’intelligenza coi Francesi lo fece arrestare e tradurre nel castello di Pavia, colla moglie e coi servi i quali ultimi furono poco dopo rimandati liberi. I processi si fecero prima a Milano, poi a Cassano nella casa del signor dottore Giuseppe Corno fiscale della Martesana. Le persone ivi esaminate sono Giovanni del Bosco, e Battista Cremona di Cassano, incarcerati ad istanza di quei di Vaprio, per essere stati questi violentati da loro a traghettare colla barca i soldati francesi. Il nobile Carlo Porro, che stando in piazza vicino allo speziale Carini, aveva scaricato tre volte il suo archibugio contro i Francesi mentre passavano il fiume. Giovanni Battista Stoppa, castaldo di casa d’Adda, il quale per aver sostenuto il Rosales corse rischio della tortura. Giovanni Battista Onesto, e Giovanni Pancera, Giuseppe Gaeta e Carlo Melegario sindaci di Cassano. Bartolomeo di Barzanò, Antonio Maria Ferrario, Giovanni Guaitano, e Giovanni Battista Piazza, i quali tutti furono sentiti intorno al modo con cui venne eseguito il passaggio, con cui furono piantate da’Francesi le trincee, e a tutte le circostanze di quell’ardimentoso tentativo. Il tribunale spedì quindi il processo a sua maestà il re di Spagna, il quale dopo cinque anni ordinò che il conte Matteo Rosales fosse subito rimesso in libertà, dichiarandolo calunniato a torto. Così andò questo passaggio del duca di Modena, minaccioso ma senza gravi danni per noi che potevamo essere teatro di una guerra sanguinosa.