CAPITOLO XLIX

GOVERNO MILITARE E CIVILE
DAL 1658 AL 1700.


La coscrizione. - Le guarnigioni. - Il deposito militare d’Annone. - Le leve per ingaggio e per sorte. - Carichi militari. - Risarcimento per la gragnuola. - Pedaggio ai porti di Brivio, Trezzo, lmbersago. - Malviventi. - Rocco Monti scaglia una fucilata contro il proposto di Brivio. - Antonio Erra assassino. - Rinnovazione del diritto di cittadinanza per Erba ed Orsenigo. - Leggi sulla pescagione.

Le minaccie continue di guerra e di sommosse avevano indotti gli Spagnuoli a guernire d’uomini tutte le terre del ducato milanese e per conseguenza anche il vicariato della Martesana, il territorio di Lecco e la Valsassina, precauzione tanto più necessaria per la posizione confinante di tali paesi.
Era questo un peso insopportabile “perché per li frequenti alloggiamenti straordinarj di soldatesca, che di transito o d’ammassa o destinata altrove accidentalmente ritenevansi nello Stato di Milano, seguivano molti disordini, sì dall’ essere instabili gli alloggiamenti, come dal vagar licenziosamente i soldati per le terre dello Stato e per gli eccessi che si commettevano nelli riparti ed uguaglianza, si pensò quindi di rimediare al tutto con segnalarsi alcune terre grosse, dove si fossero potuto tenere soldati con la maggior regola e disciplina possibile a raffresnare il meglio la licenza militare; incaricando ad uno, ovvero a più impresarj, qualunque alloggiamento ancor ordinario, per modo che lo Stato rimanesse sollevato totalmente da qualsivoglia disturbo di alloggiamento ordinario e straordinario e dipendenze da essi.
Per mettere qualche rimedio a tanti mali il conte di Fuentes stabilì di appaltare l’alloggio de’soldati. Il proveditore fu Carlo Peroni, che per sette anni alloggiò, a tutte sue spese, cinque mila soldati, ricevendo in compenso dallo Stato tremila e duecento razioni, ed altre contribuzioni(1).
Negli archivj delle famiglie ed anche delle chiese e principalmente nell’archivio della fabbriceria di Brivio abbondano le attestazioni dei pagamenti fatti dai privati e dai comuni, e gli specchi delle spese annuali.
Le terre principali destinate ad accogliere le milizie miste di Lombardi e di Spagnuoli erano i luoghi di fortificazione e soprattutto Cassano, Trezzo, Brivio, Lecco, Cantù. A Trezzo ed a Lecco risiedevano inoltre due castellani spagnuoli, a Merate abitava ordinariamente l’ufficiale di coscrizione, Annone era il luogo del deposito, ove i soldati ricevevano le armi, e donde venivano loro le paghe e le munizioni.
Nel 1639 erano così aumentate le guarnigioni nello stato milanese che nella sola giurisdizione militare di Annone, che vale nella sola Martesana, si trovavano settecento soldati.
Le coscrizioni si facevano per lo più in via d’ingaggio, talvolta anche per sorte. Quando si ricorreva a questa seconda maniera, ogni feudatario chiamava a sè tutti gli uomini atti a portare le divise nel suo circondario, e secondo l’ordine stabilito per la leva trasceglieva quelli che dovevano vestire le armi, e li mandava forniti d’ogni bisognevole al deposito di Annone, donde venivano spediti al luogo della loro destinazione.
Quando si faceva per via d’ingaggio, presentavansi gli individui che si risolvevano di servire pel loro comune, ricevevano l’arme ed un prezzo convenuto(2).
Da tutti i carichi, che dovevano pagare i possidenti pel mantenimento delle guarnigioni, era esente chi aveva dodici figli, provvida determinazione che pare non venisse sempre trascurata. Difatti trovo molti atti di tale esenzione(3) e fra gli altri uno del 12 agosto 1650, che è una lettera del sindaco Giovanni Battista Colnago a Francesco Chiesa commissario della Martesana, ove gli è ordinato di restituire al comune di Brivio sopra l’imposta delle caserme del 1649 la somma di lire 240 imperiali, che sono l’importo spettante a Pietro Antonio Sala esente per motivo de’dodici figliuoli(4).
Fino al 1635 le contingenze militari erano state malamente disposte senza ordine veruno, all’arbitrio di corruttibili soprintendenti. I re di Spagna paghi di ricevere gli uomini, che volevano levare,badavano poco che il danno fosse equamente scompartito. Ma, venuto l’anno 1635, il ducato di Milano dovette dare 2360 soldati di milizia, per soccorrere Valenza del Po. La richiesta era straordinariamente gravosa, onde per non ridurre molte terre alla disperazione, si pensò a stabilire la seguente legge per un giusto scompartimento di gravezze.
Francesco Sforza bisognoso di danaro avea obbligato i comuni a comperare dalle finanze regie il sale, di cui veniva appaltata la distribuzione. In appresso questo obbligo fu levato, venendogli sostituito un annuo tributo da pagarsi dai comuni corrispondente al consumo di quel genere, e tale tributo fu sempre chiamato il dazio del sale.
Fu dunque stabilito che ogni pieve concorresse nelle coscrizioni a seconda di questa contribuzione, nominandosi quattro cavalieri per evitare che i capitano di leva facessero perfidezze, ingiustizie e frodi. In quest’occasione si potè conoscere che il ducato di Milano dovea fornire un uomo per ogni quattordici staja di sale consumato(5). Anche noi fummo soggetti alla medesima ordinazione, e fatte le debite ricerche si trovò la distribuzione di questo genere fra noi come segue:

Nelle Pievi di Brivio staja 571
" di Missaglia " 409
" di Pontirolo " 409
" di Vimercato " 874
" di Garlate " 315
" di Desio " 903
" di Oggiono " 209
" d'Incino " 549
" di Galliano " 434
" di Mariano " 351   1
" d'Agliate " 645   1
" di Sèveso " 508   3
" di Lecco e tutta la riviera " 2701
Squadra de' Mauri " 131
Squadra di Nibionno " 116
Conte di Casale " 308
La Valsassina " 475

Da ciò è facile il dedurre che noi abbiamo somministrati 707 uomini per quell’onerosa coscrizione del 1635, e la Valsassina presentò da’33 ai 34 soldati, e nella coscrizione poi dell’anno 1646 furono secondo questo calcolo dati da noi 495 e dalla Valsassina 23 o 24 soldati. Gravosa imposizione, che toglieva le braccia più robuste alla coltivazione de’ campi, al sussidio de’genitoni.
Un altro danno risentivano i comuni per l’obbligo che avevano di risancire i danni cagionati dalle gragnuole.
I paesi che erano andati salvi da questa sciagura dovevano, per legge d’uguaglianza, pagare il tributo delle caserme e degli alloggi anche pei comuni che erano stati travagliati dalla grandine, e così il danno, che sarebbe stato particolare, diventava un danno comune senza averne un corrispondente vantaggio.
Per questo si radunarono gli anziani o sindaci seguenti:
Giovanni Battista Ermenulfo di Mariano.
Vincenzo Scanagatta della Valsassina.
Giovanni Angelo De-Pelli d’lncino.
Giovanni Paolo Buga di Brivio.
Antonio Scola d’Agliate.
Cesare Corti di Garlate.
Girolamo Bizòzzero di Sèveso.
Francesco Bernardino Carcassola di Desio.
Gabriele Tadino di Rivolta.
Bartolommeo Sacchetti della Val Cuvia.
Costoro proposte le sconvenienze e le spese Cagionate da questa disposizione, ebbero in risposta: che in avvenire non si sarebbero ammessi più ristauri nel ducato a cagione delle tempeste, fuorchè per rispetto de’ carichi ordinarj, non già per l’uguaglianza, nè per altri carichi straordinarj. Questa disposizione approvata dal magistrato diede motivo ad alcune controversie, ma poi superate anche queste, si convertì in una legge formale(6).
La camera reale riscuoteva un’imposizione o pedaggio sui porti, che per riguardo a quelli di Brivio, Trezzo, Imbersago, Canonica era di denari sei per ogni pedone, 12 per uomo a cavallo, soldi 2 per ogni carrozza, 3 per ogni carro carico, quando il porto era in corda; e il doppio quando fosse fuori. Ma nel 1578 la gravezza divenne maggiore, per essere caduto questo dazio nelle mani di appaltatori, che furono i marchesi fratelli Agostino, e Giovanni Battista Litta e Cesare Negrolo, che sborsarono per questa compera lire 390 mila(7).
I portinaj, non frenati da verun rigore di legge, trascorrevano ad ogni arbitrio nell’esigere i pagamenti, e più d’una volta i nostri porti furono bagnati di sangue. Per questo il governatore don Antonio De-Guzmano marchese d’Ayamonte impose al magistrato ordinario di redigere subitamente una tariffa e il suo ordine fu eseguito il 24 aprile 1587 collo stabilire alcune pene contro i trasgressori.
Altre provvidenze si posero contro i vagabondi riboccanti nelle nostre colline, che assaltavano, uccidevano, rubavano, spogliavano uomini e chiese, e poi si salvavano in un convento. Il governatore Fuensaldagna avvisato che nei teneri dell’illustre Bartolomeo Aresi presidente del magistrato ordinario, alcuni de’quali erano a Desio, Concorezzo, Séveso, Casate, Concesa, Mezzate, venivano in diversi tempi rubate le acque, pescate le peschiere, rubbata la legna, tagliate e scalvate le piante … stabilisce contro i perturbatori di questo possesso la pena dai dieci ai trecento scudi(8).
Il suo successore don Paolo Spinola Doria, informato che nella Giurisditione di Martesana vi si trovano diversi malviventi che uniti infestano la provincia, causando gran timore a quei paesani, tagliando viti e disperdendo frutti in pregiudizio de’sudditi... permette che si possano arrestare da chicchessia, promettendo la liberazione d’un bandito per ciascun d’essi arrestato, e quando non vedano come poterli aver vivi li ammazzino, assegnando lo stesso premio a chi ne porterà le teste al luogo de’banditi(9).
Uno fra costoro fu Rocco Monti di Novate, il quale, vuolsi per ordine di un feudatario, sparò un’archibugiata contro don Pietro Bonfanti di Mondònico, proposto di Brivio, senza però fargli il più tenue danno, sebbene gli traforasse la sopravveste. L’assassino fu dal vicario di Martesana bandito, e il governatore Spinola promise un premio e la liberazione d’un esigliato a chi o vivo o morto lo consegnasse nelle mani della giustizia(10).
Una grida speciale si attirò pure Antonio Erra che commetteva giornalmente eccessi nei cantoni di Canzo et altre terre della Pieve d’Incino e Monte di Brianza, quale benchè capitalmente bandito e poscia condannato nella pena del fuoco e forca per monetario falso et altri enormi delitti, tutavia se ne dimora con ogni franchezza in quel paese senza timore d’essere castigato concutendo or l’uno, or l’altro in disprezzo della giustizia ... Per ciò il principe di Ligne, governatore di Milano promise a chiunque consegnasse vivo nelle forze della giustizia il sodetto Antonio Erra la liberatione di due banditi di caso gratiabile... e quando ciò non si potesse conseguire se non con la sua morte a quel tale che l’ammazzasse promise la liberatione d’un bandito pure di caso gratiabile.
Passiamo ora dalle condanne alle concessioni sovrano le quali erano pure ad ogni tratto accordate o violate.
Le due vicine terre d’Erba e d’Orsenigo, già favorite dai Milanesi, poi da Ottone Visconte col diritto di cittadinanza(11), si videro nel 1648, dietro una loro supplica presentata alla corte di Madrid un anno prima, riconfermati tutti questi privilegj da Filippo VI. re di Spagna e duca di Milano, come si apprende da un decreto del conte di Haro trasmesso nel 1648 ai questori di Milano(12).
Nella collezione delle moltissime leggi pubblicate a codesti tempi ve ne ha molte che risguardano il diritto della pescagione. Una fra queste è in favore del comune e degli abitanti di Brivio, i quali avendo ottenuto per via di transazione col regio fisco la ragione privata di pescare e far pescare e tener edificj sul lago di Brivio, la cui giurisdizione s estendeva dal fossato di Foppenigo ai mulini d’Arlate, dovevano vedere ogni giorno turbato questo possesso dai Bergamaschi che vi si intrudevano con diversi ordigni sì di giorno come di notte, anche con mano forte in gravissimo pregiuditio di essa comunità e suoi particolari, con lesione della Regia giurisdittione e violatione de’confini. Per questo il governatore Principe de Ligne sentite le rappresentanze degli abitanti di Brivio dichiarò, che quel tale, che ardirà pescare in detto lago e non vi haverà ragione o licenza ... incontra nelle pene di 50 scudi per ciascheduna volta da applicarsi al dannificato oltre la perdita degli strumenti, barche et altri ordigni, et in caso d’inhabilità a pagare la pecuniaria di tre anni di galera(13).
Un’altra protegge i diritti di Giovanni Maria Cella sui laghi di Annone ed d’Isella contro alcuni che poco timorati della giustizia si facevano lecito di usurpargli il libero possesso di dette parti de’ laghi e sua pescagione entrando in quelli con burchielli et andando sopra le sue ripe a caccia d’uccelli acquatici disparando contro di essi archibuggiate e convertendo in proprio uso la detta caccia presa in detta parte de’laghi. Veduto tutto questo il duca di Sermoneta, governatore di Milano minacciava contro i turbatori di questo possesso la pena di cento scudi, d’applicarsi per un terzo al fisco, un terzo alla spia, il resto al danneggiato(14).
Alcuni avevano la malignità, per far dispetto, di dar il cocco a mangiare ai pesci, che inghiottendolo erano presi da un mortale sbalordimento. Ad impedire questa perfidezza il governatore don Carlo d’Arragona duca di Terranova inviò una grida al capitano della Martesana, nella quale era minacciata la pena di cento scudi a chiunque ardisse dar paste di sorte alcune a pesci, e in caso d’inabilità di quattro tratti di corda o maggior etiamdio corporale all’arbitrio di Sua
Eccellenza. L’esecuzione di questa sentenza era affidata, oltre al nostro capitano, anche ai feudatarj delle terre(15).
Un’altra grida ordina, che essendosi palesata la peste in Vienna, tutte le terre del lago di Como e di Lecco, da quaranta fuochi, che si cingano di cancelli, nè permettano l’accesso a chicchessia proveniente d’oltremonte se non è munito di fede sanitaria(16). Giova credere che l’esempio di quarant’anni prima avesse resi cauti i nostri padri, e forse a tal mezzo si può attribuire la fortuna d’essere a questa volta andati esenti i nostri paesi dal tremendo flagello minacciato(17).