CAPITOLO L

I TEMPI DELLA BATTAGLIA DI CASSANO
DAL 1700 AL 1736.


I Gallo-Ispani in Brianza. - Carlo Vaudemont li respinge. - I Savojardi rinchiusi nei nostri castelli. - Giuseppe Cossoni si dichiara in favore dei Tedeschi. - Doria attraversa la Valsassina. - Il principe Eugenio e il maresciallo Vandome alla villa il Paradiso. - La scala rotta. -Combattimento. - Ritirata dei Francesi. - Ritirata d’Eugenio. - Frate Lino salva i Francesi. - Posizione degli eserciti nemici. - Battaglia regolare. - Il tedesco Linange muore. - Eroismo di Cotrone. - Eugenio ferito lascia il comando a Bibra. - Gli imperiali cedono. - I Prussiani disfatti. - Bella ritirata d’Eugenio. - Generali rimasti sul campo. - Il Milanese cade nelle mani degli Austriaci. - Lecco rimane fedele ai Gallo-Ispani. - Intimazione d’arrendersi. - Il cavaliere Canini. - Arresa di Lecco. Festa agli Alemanni. Istituzioni religiose. - Confraternità di Brivio. - D’Oggiono.

La morte dell’infermiccio Carlo II. di Spagna sconvolse tutti gli stati d’Europa; Francia, Austria, inghilterra ed Olanda si contesero colla spada il diritto di successione, mettendo ciascuna in campo pretensioni o di parentela o di testamento. Né in questa agitazione di cose venne risparmiata la nostra Brianza, poiché calati i GalloIspani a presidiare il ducato milanese, per opporsi all’avanzamento delle armi tedesche, resero la nostra terra teatro di guerre sanguinose. Prima di tutto, pensando essi a munire i passi dell’Adda, vi mandarono forti presidj lungo la riva destra del fiume, sotto la custodia di Monroy colonnello de’dragoni, Val de fuentes e Copola generali conosciuti. Ma mentre questi condottieri badavano più alle danze ed ai bagordi che all’esecuzione de’loro doveri, il principe Carlo di Vaudemont, guadato di notte il fiume con un drappello di cavalleria, e portatosi a Cassano dove era acquartierato lo stato maggiore, precipitò sopra quella terra con tanto impeto, che fece prigioniero Monroy, ed obbligò gli altri due colonnelli Valdefuentes e Coppoli a fuggir precipitosamente in abito di camera. Alleato coi Francesi era Vittorio Amadeo II. duca di Savoja, ma giunto il 1703 mutando consiglio si gettò dalla parte dell’imperatore Leopoldo di Germania. Luigi XIV. per farne le vendette ordinò al maresciallo Vandome di far prigionieri i soldati piemontesi, che si trovavano misti negli eserciti di Francia e di Spagna, per cui quattro mila e cinquecento Savojardi, perduta la libertà, vennero rinchiusi nei castelli di Brivio, di Trezzo, di Cassano e in più altri, ove molti finirono la viti, per duri trattamenti o per contagi sviluppati fra loro(1).
Il duca di Savoja senza soprassedere, se ne rivendicò coll’imprigionamento degli ambasciatori francesi e spagnuoli, come pure di molti soldati di Francia, che si trovavano a Torino ed in quelle vicinanze.
Alla fama di tali vicende il principe Eugenio di Savoja, generalissimo delle truppe tedesche, calato dalla Germania a marcie forzate si pose in cammino verso il ducato di Milano per sostenere le pretensioni di Carlo, figliuolo di Leopoldo imperatore di Germania. Subito al suo presentarsi sulle nostre frontiere molti de’Lombardi si dichiararono in suo favore, fra i quali Giuseppe Cossone di Dongo, avo dell’ultimo pretore feudale di Brivio, il quale intitolatosi capitano cesareo raccolse sul Lario i fautori dell’Austria nei poveri avanzi del castello di Musso. La Valsassina si accorse di questi preparativi guerreschi dal rapido passaggio che fecero per essa il marchese Giovanni Battista Doria e duecento ottanta cavalli imperiali, con animo di sorprendere il castello di Fuentes; ma, fallitogli il disegno, do vette gettarsi nella Valtellina. In questo il principe Eugenio, venendo dal Bresciano giunse all’Adda in faccia a Cassano. Cercando quindi, lungo la sinistra del fiume, un luogo ove non fosse dal nemico molestato, arrivò di fronte al Paradiso, villa de’Gesuiti collocata fra Trezzo e Cornate, ove era accampato il duca di Broglio con uno squadrone di fanteria francese. Trovando questo luogo opportunissimo a tentarvi il passaggio, potendovisi facilmente gettare un ponte per esser l’ Adda piuttosto stretta, e i Francesi che guardavano la sponda opposta incapaci di opporre una lunga resistenza, ordinò che subito fosse gettato il ponte e piantata una batteria per disfarsi di chiunque avesse voluto impedirne gli operaj. Credeva Eugenio di provvedere ai mezzi del passaggio, prima che il maresciallo Vandome potesse accorrere in soccorso del duca di Broglio, ma un accidente imprevedutò deluse le sue speranze. Ed è siffatto. Rottasi accidentalmente fra via la benna su cui era trascinata una scala, il tempo che si spese nel riadattarla diede agio alla vanguardia di Vandome d’unirsi al corpo comandato dal duca di Broglio Eugenio, non per questo caduto di speranze, dié ordine che si sollecitasse la costruzione del ponte; ma non potea avere la fortuna più avversa; poiché, trascinate dalla correntia dell’acqua le travi e le scale, vide essere passate già ventiquattro ore, senza che si fosse venuto ancora al termine dell’impresa.
In questo venendogli scorto sull’opposta riva il maresciallo Vandome, che erasi unito al duca di Broglio suo fratello, e che ordinava di dar fuoco ad una batteria per disperdere i lavoratori del ponte, comandò anch’egli a suoi di far fuoco. Sebbene i Francesi avessero piantata una batteria di venti cannoni, che dominavano molto avanti sulla riva opposta del fiume, pure gli Imperiali perché collocati in più elevata posizione godevano d’un vantaggio singolare, ed erano inoltre resi più potenti da una linea di granatieri e fucilieri, che Eugenio avea disposti perché all’uopo investissero i nemici. Come il maresciallo Vandome s’accorse del pericolo a cui esponeva i suoi, facendoli avanzare sotto il tiro de’moschetti, stette pago al comandar fuoco ai cannonieri per impedire le operazioni del ponte. Ma visto che i colpi del nemico erano più attivi, allontanati i suoi soldati dalla riva del fiume, e collocatili dietro alcune siepi e macchie che ingombravano il piano, per poter essere in grado d’assalire gli avversarj, quando avessero tentato il passaggio, li chiuse con trinceramenti che mandavano la loro punta infino all’Adda(2).
Eugenio che aveva l’acutezza di penetrare nelle intenzioni del nemico, benché avesse condotto a perfezione il ponte, avvistosi dell’imboscata, evitò d’esporre i suoi soldati al rischio d’essere tagliati a pezzi, prima di poter ordinarsi in esercito, e fatto distruggere quel tanto che aveva fatto del ponte, acciocché non potesse tornar vantaggioso ai suoi nemici, si recò a Pembrato. Ciò il 15 agosto. E colà stava aspettando il destro d’un nuovo combattimento, allorché venendogli detto come il maresciallo Vandome si trovava acquartierato nell’isola di Cassano, posizione molto svantaggiosa, previde che quando gli riuscisse di sorprenderlo prima che si unisse col duca di Broglio, non avrebbe potuto fallirgli la vittoria. Che fa egli? postosi di subito in cammino, quando fu poco discosto dall’Adda ordinò al barone di Radt di spingersi innanzi colla vanguardia, osservando sempre un rigoroso silenzio. Ma, non appena questi giunse alla riva del fiume, seppe che i due generali francesi erano già uniti, e quindi, vedendo imprudente una sorpresa, cercò cavar partito da uno stratagemma. Fingendo astutamente di piegare verso Rivolta, ed ottenuto così il suo intento di staccare i Francesi dal fiume, comandò a’ suoi s’ avviassero a dirittura verso un ponte, che i nemici aveano costruito in faccia a Camino, e tentassero di gettarsi tosto sul territorio di Milano. Ma il tentativo uscì a vuoto, poiché un certo Fino, minore osservante laico che stava alla vedetta, odorò subitamente le intenzioni del principe imperiale, e gettatosi nel fiume a nuoto arrancò all’isola, ove trovavasi il duca di Vandome, informandolo punto per punto del pericolo presente(3).
Il duca precipitò a contendere il tragitto. Sebbene il passato non preludesse un avvenire felice, pure Eugenio, dopo molte considerazioni, risolse di commettere la decisione della vittoria alla sorte d’una battaglia. La disposizione del campo presentava questo aspetto.
“Il Ritorto grande esce dall’Adda rimpetto a Cassano, dalla parte di levante, e sbocca nel Serio al disotto di Rivolta Nuova. Da questo esce un altro canale detto Ritorto piccolo, che attraversando lo spazio posto fra il Ritorto e l’Adda, entra in questo fiume al di sotto di Cassano, dimodochè forma un’isola triangolare nella quale era tutta l’ala destra francese, una parte della sinistra ed il ridotto, ossia il forte che difendeva il ponte di Cassano”...
“La cavalleria, stando fuori dell’isola formava una specie di seconda linea. Sul Ritorto era un ponte di pietra, e di qua di questo (sulla sinistra dell’Adda) due cascine (la Taranta e la Colonella) nelle quali gl’Imperiali aveano messo otto compagnie di granatieri, comandate dal colonnello della vecchia marina. Il principe Eugenio sulle ore 17 (verso mezzodì) si avanzò colla fanteria, la quale colla diritta toccava l’Adda e col rimanente s’allungava sopra la campagna attigua al Ritorto. Coi primi battaglioni assalì da tre parti la gran cascina, a’fianchi della strada maestra ed oppresse con impeto le sei od otto compagnie di granatieri francesi; altri uccidendo, altri spingendo ad annegarsi nel canale, mentre volevano ritirarsi. Quivi stabili una batteria di cannoni, che, per essere in sito alquanto rilevato, dominava tutto il ponte e il terreno basso dell’isola. Fece poi occupare la prima bocca assai profonda del Ritorto sull’Adda, ove son dodici porte di legno, che danno l’ingresso all’acque a misura del bisogno, serrate le quali si sminuì qualche poco l’altezza dell’acque. Tuttavia ve ne rimase assai, poiché altre due bocche contigue, quantunque più superficiali, però più larghe, non avendo ripari da chiuderle, proseguivano a versarne in copia nel Ritorto “…
“Il principe Eugenio era nella pianura vicina al canale del Ritorto, sulla sponda opposta a quella che occupavano i nemici. Stendevasi la sua destra fino all’Adda, là donde si derivava il canale, e la sua sinistra stendevasi pure tant’oltre, quanto più si poteva, lungo lo stesso canale. Avea ordinato tre attacchi, uno per ciascun’ala e l’altro nel centro, ma prima di potere azzuffarsi col nemico bisognava passare il Ritorto o a guado o sul ponte; e per la profondità dell’acqua giudicò meglio impossessarsi prima del ponte, per cui poteva introdursi nell’isola in cui stava l’inimico. L’esercito imperiale era senza dubbio più forte del francese, perciò il principe Eugenio volendo trar profitto della superiorità fece assalire, come si è detto, le due cascine che coprivano il ponte di pietra, per cui le otto compagnie di granatieri francesi benché facessero un terribile fuoco, pure dovettero ritirarsi. Non avendo avuto il tempo di rompere il ponte, lo ingombrarono di rami d’alberi. Eugenio impadronitosi delle cascine andò a riconoscerlo e trovando che non era infranto, ma solamente difeso dai granatieri poc’anzi scacciati dalle cascine, diede ordine al conte di Linange, tenente-generale, d’assalirlo con alcune brigate di fanteria. Disposte queste in colonna s’inviarono coraggiosamente contro i granatieri francesi, che incapaci di resistere furono tosto respinti e dispersi”.
La vittoria non fu che apparente, poiché i granatieri, riordinati e rinforzati dal sussidio di corpi freschi e vigorosi, si scagliarono di nuovo con assai furia contro un corpo d’Austriaci, comandati dal generale Linange con una sorpresa così inaspettata, che alcuni degli Alemanni per evitare il ferro nemico, ritirandosi al di là del ponte rimasero affogati nell’Adda. Ma a rimettere il coraggio degli Austriaci bastarono le vigorose parole e più di tutto l’esempio d’Eugenio, che ordinò di nuovo a Linange di far testa ai nemici. Questo generale ubbidì, ma mentre più coll’opera che colle parole sosteneva il vigore de’suoi, colpito da una palla, rimase subitamente estinto. Chi può dire lo scompiglio dal campo austriaco a sì funesto accidente. Tale era la sorte dell’ ala destra dell’ esercito d’Eugenio. Nella sinistra intanto ferveva un caldo combattimento col nemico, dal quale non stava separata che pel canale del Ritorto, non più largo di sei piedi. Pochi colpi uscivano senza effetto. Eugenio, non appena seppe la morte del Linange, si precipitò nell’ala destra, e rirfrescato di nuovo il combattimento con incredibile veemenza, ruppe la sinistra dei Francesi, guadagnò il ponte sul Ritorti, ed inseguì i nemici fino al ponte dell’Adda. I Francesi, invigoriti dal maresciallo di Vandome, si gettarono nel forte del ponte, e sbarrativisi con carri ed equipaggi, presero a far fuoco, e a sostenere quello de’ nemici, durando in questo conflitto, finché Eugenio colla superiorità del suo talento giunse a scacciare i Francesi dai ripari fatti ed inoltrossi fino al ridotto del ponte. Avrebbe voluto subitamente spingersi più avanti e conquistare anche questo ricovero, ma lo trovò e per la forza ond’era guernito e per la sua posizione, da sè medesimo difeso. Nulladimeno ad onta della difficoltà di questo assalto, Eugenio ne mostrò ai suoi soldati l’importanza, e come li ebbe persuasi, egli il primo, l’attaccò, e dietro a lui i suoi soldati in folla. La vigoria degl’Imperiali fu così estrema che si videro fuggire dinanzi tre reggimenti di dragoni spagnuoli, ed alcuni altri di Francesi, i quali spaventati si gettarono nel fiume, ove i più perdettero quella vita, che avevano salvata dai nemici. Il maresciallo Vandome, con quell’autorità che si era acquistata in tante battaglie felicemente sostenute, cercò a malgrado della perdita di questi di rimettere il combattimento, pugnando egli stesso, come l’ultimo de’suoi soldati, fra un circolo d’ufficiali che perdettero quasi tutti la vita. Fra costoro vuoi essere distinto il capitano Cotron, che vedendo il fucile d’un tedesco appuntato al petto del maresciallo, si scagliò di mezzo ricevendo nel proprio seno una palla, che non era destinata per lui. A malgrado però di tanto valore e di tanta generosità, i Francesi venivano sempre respinti sulle rive del fiume, né rimaneva altro scampo, che quello di gettarsi nell’Adda, che stava alle loro spalle. Il principe Eugenio, che troppo coraggiosamente esponendosi al fuoco nemico aveva toccata una ferita in una gamba, sebbene perdesse sangue e ne gemesse del dolore, non si ristette mai dal combattere confuso coi suoi soldati, finché ferito anche nell’altra gamba da una seconda palla, fu obbligato a ritirarsi per essere medicato, e lasciando intanto il comando generale a Bibra, che non bastò a sostenere gli animi degli Imperiali inviliti dall’assenza del loro generale. La fortuna si mutò, gli Imperiali da inseguitori furono inseguiti, né si arrestarono che sul ponte del Ritorto, dove un corpo di Prussiani, guidati dal principe d’Anhalt, combatté vigorosamente, attraversando il canale stesso, che in un momento pei molti che vi rimasero uccisi, fu tutto vermiglio di sangue. Il combattimento era molto disuguale. I Prussiani oltre aver bagnata la polvere ed i fucili, si trovavano chiusi da due canali, ed erano in numero molto inferiore, onde aggiuntosi per soprappiù che il principe d’Anhalt riportò una grave ferita, rimasero pienamente disfatti. I pochi Imperiali che erano rimasti al di qua del Ritorto soffersero una strage per opera dei Francesi, che dal castello di Cassano facevano un fuoco incessante, senza poter essere in situazione di ricambiare. Eugenio veduta l’impossibilità di passare l’Adda a Cassano stimò miglior consiglio comandare una ritirata, che venne eseguita con regolarissimo ordine. Non si diede mai battaglia, che sì poco durasse e costasse invece tanto sangue. A più di ottomila sommarono i morti sul campo. a più di seimila i feriti. I più considerevoli perduti o feriti mortalmente, tra i Francesi furono il maresciallo Mauriac, il cavaliere Forbin, Guerchois, Chaumont e Mirabeau. Maggiori furono in questo riguardo le perdite degli Imperiali: il duca di Lorena, giovinotto di diciannove anni, ucciso quando le speranze cominciavano a cangiarsi in realtà, il principe di Wirtemberg, il generale Bibra, Leiningen ed Harsc ed il conte di Linange, di cui abbiamo già parlato, tutti rimasero estinti(4).
Eppure a malgrado di tanto sangue versato, pendettero ancor dubbi l’esito della battaglia e il merito della vittoria, pretendendola ambedue le parti, ciascuna magnificando le proprie, diminuendo, le prodezze dell’avversario. Eugenio dopo questa battaglia si riparò nella Ghiara d’Adda, donde nella notte del 9 ottobre 1705, levato il campo si ritirò nella Bresciana; e presa, dopo qualche tempo, altra direzione, si recò nel Piemonte, combattè alle porte di Torino, molti uccise de’nemici, fra cui il maresciallo Martin, molti ferì, nel cui numero il duca d’Orleans, nipote di Luigi XV. e volse in piena rotta i Gallo-Ispani. Allora potè procedere verso la città di Milano, entrarvi come in trionfo, ivi per decreto dell’imperatore Giuseppe I. ai 24 settembre assumere il governo dello Stato, e proclamare a duca il principe Carlo d’Austria. Sebbene il ducato milanese si fosse piegato alla dominazione austro-sarda, pure Lecco fino a tutto novembre 1705 durò nelle mani dei Franco-Ispani che continuavano a mantenervi un governatore. Allora per ordine d’Eugenio un corpo da trecento Austro-Sardi, prese la via verso Lecco, ed alla mattina del 3 dicembre 1705 fece alto sotto la casa del marchese Longhi a Pescate, che è un gruppetto di case pochi passi al di sotto del ponte, tirando verso Milano. Il capitano di questa soldatesca, che era Lorenese, avanzatosi in faccia a Pescarenico, fece affiggere al ponte ed alle porte di Lecco gli ordini imperiali, quindi mandò entro il borgo il cavaliere Canini, figliuolo naturale del principe Eugenio con un tamburino ad intimare a don Cristoforo Kicano spagnuolo, governatore di quella terra, che cedesse la piazza in mano de’ Tedeschi. I Lecchesi stanchi del dominio spagnuolo, ed avidi di mutamento si levarono ad una voce gridando viva l’imperatore di Germania! Vivano gli Alemanni! Il mercato, (era quel giorno un sabbato) ad un tratto fu deserto, poiché tutti e compratori e venditori precipitarono incontro ai nuovi signori adorni di mappe verdi, d’allori, di mortelle e d’altri ramoscelli. Il cavaliere Canini, cominciati i trattati col governatore Kicano, vedendo ‘che levava questi le pretensioni inviò sollecitamente un soldato per sentire il generale Eugenio che si trovava a Trezzo, e intanto pose due guardie a cavallo, che si mutavano ad ogni ora, alla vista del ponte e del castello, affinché non fosse condotta via cosa veruna. Con tanta accoglienza gli uomini di Lecco festeggiavano l’arrivo degli Alemanni, che non cessavano dal portare da bere a quei due soldati di guardia, tanto che quando avevano terminato il loro compito, ritornavano brilli al quartiere di Pescate. Il Canini ottenne quindi dal governatore di Lecco che trenta de’suoi soldati austriaci potessero entrare nel borgo per non avere a Pescate bastevoli foraggi; ma, come appena li ebbe messi dentro, ordinò che s’impossessassero del ponte, vi ponessero due cannoni lasciando otto uomini a custodirlo. Tornato al domani il soldato da Trezzo coll’ordine d’Eugenio che Lecco fosse ricevuto a discrezione, il generale Canini impose che tutti gli Spagnuoli fossero disarmati; opera di poco momento, per non esservi in quella terra che trentacinque militari, dei quali quattordici soli abili all’armi e gli altri tutti uomini da poco; indi comandò al governatore che abbandonasse quella terra, usandogli però ogni maniera di cortesia, restituendogli la spada, e volendolo seco a pranzo in casa di Giovanni Battista Sacchi, proposto di Lecco. Anzi fatte apprestare due barche grosse, una per trasporto della famiglia del governatore, l’altra della sua roba che dovevano dirigersi verso Mandello, ove il governatore aveva desiderato ritirarsi per una quindicina di giorni, fece sì che un bruscolo del suo mobile non andasse smarrito. Così Lecco cadde in podestà degli Alemanni i quali seguendo il modo di governare degli antecessori vi posero governatori, d’alcuni de’quali ci vennero tramandati i nomi(5).
Il principe Eugenio dichiarato governatore di Milano mentre preparava a stringere maggiormente il castello, che si teneva ancora pei Francesi, d’improvviso il 13 marzo 1706 fu conchiuso un trattato fra l’Austria, la Spagna e la Francia, in vigore del quale si obbligarono ad abbandonar la Lombardia. Invece del principe Eugenio, occupato nel soccorrere i Veneziani contro la Porta, subentrarono, come nostri governatori, i conti Luigi di Vandome, Massimiliano di Lewenstein, e Girolamo Colloredo, buono e zelante magistrato. Da queste lotte uscì vincitrice l’Austria, e Carlo VI., salito al trono imperiale, fu accurato del bene, dell’utile e del commercio. Ma non ebbe a godere lungamente della pace poichè, a motivo della successione di Polonia, venne in rotta coi Francesi, che alleati coi Piemontesi condotti da Villars, superati i castelli di Milano, Cremona e Pizzighettone, occuparono la Lombardia. I nostri castelli furono allora incomodati da numerose soldatesche. A Cassano stanziarono dapprima, 1728, i Bavaresi comandati dal capitano Dentici napoletano, postivi per timore che non calassero gli Spagnuoli, a motivo delle controversie per la successione di Polonia, venne in rotta coi FranPiemontesi del reggimento di Chersi, e Francesi del reggimento Doffè, partiti i quali ultimi per recarsi nella fortezza di Lecco, furono suppliti da un battaglione di Svizzeri. Emanuele III. re di Sardegna alleato colla Francia, veduta l’importanza di fortificare il castello di Cassano, si recò egli stesso a visitarlo, ordinò che sotto la direzione d’un certo Perucchetti, capo mastro, fossero costruiti de’parapetti e terrapieni, ed affidò l’amministrazione de’ magazzini al signor Carlo Francesco Milani, che era fra i primi possidenti di quella terra. Quasi contemporaneamente colla resa di Pizzighettone succedeva quella di Lecco e di Trezzo per mancanza di presidio, obbligati a calare a patti senza difendersi. Toccata tal sorte anche al castello di Fuentes, quasi tutto il ducato milanese fu così occupato da’Francesi, i quali si prepararono a stringere d’assedio il castello di Milano, che sullo scorcio del dicembre 1732, cedette ad onorate condizioni. Rimanemmo poco tempo, secondo il solito, in podestà della Francia, poiché la pace di Vienna, 1736, ci ritornò alla casa d’Austria. Poche sono le religiose istituzioni fra noi de’ cinque Arcivescovi che succedettero agli operosissimi Borromei, e che furono Alfonso Litta (1651- 1681), Federigo Visconti (1682-1693), Federigo Caccia (1693-1699), il cardinale Giuseppe Archinti (1699-1712) e Benedetto Erba (1712-1736) ove ne eccettui le solite visite, cresime, confessioni e comunioni generali. Quindi non abbiamo creduto conveniente farne un capitolo separato, accontentandoci di riportare le poche notizie seguenti. Entrata in questo tempo la pia costumanza di diffondere le scuole de’confratelli, due si distinsero sulle altre o per ricchezza di patrimonio o per santità di fine. La scuola del Santissimo di Brivio aveva considerevolissimj beni, eleggeva sulla piazza comunale a pluralità di voti il priore che nel 1695 era il conte Francesco Corio, proprietario del laghetto e figlio d’un senatore ducale di Milano. A questa lasciò larghe rendite Francesco Carozzi nel suo testamento, 15 novembre 1669, ordinando che:
“ li priori e scolari di detta scola abbino di tenere un libro mastro, nel quale si noteranno le mie entrate di anno in anno e le spese che si faranno e dove anderà detta mia eredità di detti miei beni nelle cause suddette, per potere dar conto al Molto Reverendissimo signor Prevosto di Brivio che per tempo sarà, qual deputato e delegato per mio Esecutore.”.
Intorno allo stesso tempo, 7 marzo 1698, l’arcivescovo Federigo Caccia erigeva canonicamente nell’oratorio di San Lorenzo in Oggiono la confraternita dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine con ampie indulgenze concedute da papa Innocenzo XII. in una bolla del 4 aprile 1698 a quei confratelli

1.° Che interverranno alla Messa ed agli altri divini uffizj.
2.°Che alloggeranno i poveri.
3° Che comporranno o faranno pace fra i nemici.
4° Che accompagneranno alla sepoltura i cadaveri dei loro confratelli.
5° Che andranno a qualsiasi processione.
6.° Che accompagneranno il SS.° Sagramento.
7° Che indurranno il peccatore alla salute.
8.° Che insegneranno agli ignoranti quelle cose che appartengono alla divina salute(6).

Dai quali capitoli appare la santità del fine, onde erano stabilite queste secolari società, fini, che non cessano d’essere santi per quanto assai membri, che appartenevano a queste compagnie, o li ignorassero, o li trascurassero del tutto. Il clero, sebbene non ridotto ancora alla disciplina ed esemplarità de’nostri giorni; dopo i provvedimenti dei cardinali Borromei aveva risentiti utili miglioramenti; maggior frequenza e zelo nei suoi ministeri, minore scostumatezza, più decenza nelle chiese, più decoro nei suoi uffici. Per questo gli arcivescovi, che vennero seguitando a Federigo Borromeo, trovarono già il terreno ben preparato, onde non fu d’uopo che mostrassero quell’attività di cui erano stati sì animati e San Carlo e il cardinale Federigo.