CAPITOLO LI

UOMINI ILLUSTRI


Lodovico Manni di Cantù. - Antonio Arrigoni di Galbiate. - Andrea Redaelli di Ello. - Francesco Maria Redaelli di Carugate. - Pietro Paolo De-Capitani di Vimercato. - Giulio Cesare suo figlio. - Fabrizio Parravicini di Trezzo. -Baldassare Parravicini di Parravicino. - Carlo Archinti di Erba. - Francesco Arrigoni di Caprino. - Camillo Perego di Pérego. - Giovanni Pérego di Lecco. - Pietro Pérego. - Paolo Monti d’Introbbio. - Giacinto Faggi di Desio._Giovanni Battista Faggi di Desio. - Sebastiano Faggi. - Pietro Paolo Ormànico di Primaluna. - Giovan Ambrogio Torriano d’Indòvero.

Lodovico Manno di Cantù, vestito l’abito di minore osservante, si innàlzò col suo merito a ragguardevole dignità, della quale approfittò per accrescere il decoro ed i proventi alla chiesa ed al monastero della sua patria. Divenuto poi procuratore generale (1672) della sua religione, ebbe tutto l’agio di formar conoscenze, e stringere amicizie con Principi e Cardinali. E chi non sa quanto giovino gli impegni a chi tende ad innalzarsi? Ve lo dica il Manni, che col loro favore venne decorato del berretto cardinalizio, e destinato al vescovado di Acquapendente (1 ottobre 1674), gravoso incarico che egli sostenne con prudenza tanto più lodevole, quanto più rara in quei difficili tempi. Non poté però godere a lungo de’suoi onori, poichè intempestiva morte lo colse l’anno 1683. Seppe accoppiare alle sue gelose incombenze lo studio delle sacre e profane carte, come ne sono prova alcune sue lettere pastorali e l’elogio di Lodovico Munnago(1).
Una somiglianza di dignità unisce a Lodovico Manno, Antonio Arrigoni di Galbiate, che fu vescovo di Ripa Fransone eletto nel 1634, e morto
tre anni dopo questa assunzione(2).
Anche Andrea Redaelli da Elio, minore osservante si fece buon oratore e scrittore, ben inteso come voleva il gusto di quel tempo. e ne sono prova la sua orazione per la pace tra Francia e Spagna(3) e quella per la nascita di Filippo serenissimo principe di Spagna, che non solo fu procuratore generale della Curia Romana, ma venne nel 1668 spedito da Roma ambasciatore a Carlo II. Re cattolico. Quel, viaggio però gli riuscì fatale, poichè lasciò la vita a Madrid, ove fu sepolto nel convento di San Francesco. E questo Redaelli ci richiama un altro dello stesso cognome e nato nella stessa terra, il prete Francesco Maria, parroco di Carugate, il quale entrò in qualche voga di buon poeta per un inno in giambi latini a S. Sebastiano, che fu poi per ordine del cardinale Monti inserito nel Breviario Ambrosiano(4).
Mentre costoro si distinguevano nella carriera ecclesiastica, Pietro Paolo De-Capitani di Vimercato avanzavasi nelle cariche secolari, rendendosi benemerito per la prudenza e carità usate negli anni della carestia e della pestilenza. Giulio Cesare suo figlio, uomo di integrità e di dottrina, da Filippo IV. nominato cancelliere del magistrato ordinario dello Stato di Milano, giovò assai al governatore duca di Feria e fu inviato come oratore alle corti di Mantova, di Torino, agli Svizzeri, ai Grigioni, ai Veneziani, dai quali ottenne le tratte del sale che da quella repubblica venne poi fornito al ducato milanese. Morì d’anni 76 nel 1639(5).
La famiglia Parravicini c’intrattenne più volte a ragionare di essa, quando per ricordare le più illustri imprese militari; quando per rammentare gli uomini in essa distinti per ingegno, dottrina e virtù. Queste parole ci fanno strada a parlare anche di Fabrizio Parravicini, che sebben nato fuori de’nostri confini (a Traona in Valtellina), acquistò la cittadinanza nostra con una non interrotta dimora di ben quarant’anni a Trezzo, ove morì nel 1695. La sua professione era la medicina nella quale si meritò tanto, che i Comaschi, facendogli larghe proposte, lo invitarono loro protomedico, onore e carica che egli pospose all’amore d’un ozio operoso, ma più tranquillo. Frutto de’suoi studj comparvero in pubblico molte operette di materia medica, fra cui è distinto il suo opuscolo sulle acque del Masino(6).
Dell’altro ramo de’Parravicini da Parravicino fu Raldessare, che datosi allo studio del conteggio e della giurisprudenza durò più anni ragioniere in capo nel banco di Sant’Ambrogio dal quale ufficio fu sollevato, il 22 aprile 1693, a segretario de’ 60 decurioni conservandosi in tale dignità sino al 1700 che fu l’ultimo della sua vita. E’ autore di un libretto che ha per titolo: Le Glorie di Sant’Ambrogio, d’un Discorso sull’inegualità del peso, d’un libro, citato anche nei Promessi Sposi, intitolato:
Milano sempre grande nel procurare la promozione de’ suoi figli alla dignità di Pastore, nell’erigere pomposo apparato a riceverli, nel mantenere un figliale ossequio dopo ricevuti ec.(7). L’ampollosità di quest’ultimo frontispizio può rendere un’idea della gonfiezza ed enfasi onde è scritto il volume. Gli altri due non la cedono punto sotto questo riguardo.
Né ommetteremo di parlare di Carlo Archinto feudatario d’Erba e d’Incino, che fu prefetto l’anno 1639 nel collegio de’ 60 decurioni. Studioso delle scienze legali venne nominato vicario di giustizia, quindi prefetto criminale, provveditore generale dell’esercito, magistrato straordinario delle rendite e da ultimo senatore. Morì nel 1665 in Cantù, campestre soggiorno della famiglia Archinti ove dorme, insieme coi suoi avi. nella chiesa di San Michele(8).
A chi considera che la valle di San Martino non fu staccata dalle Pievi di Brivio e di Garlate se non al termine dell’ultimo secolo scorso, non somiglierà strano se io ripeterò fra i nostri Francesco Arrigoni nato a Caprino nel 1610. Dopo avere studiato nei seminarj di Celana, di Santa Maria della Noce (ora soppresso), di Monza e finalmente di Milano, fu ascritto alla congregazione degli Oblati e nominato professore in quest’ultimo seminario. Seppe tanto addentro in lingua greca, che il cardinale Federigo Borromeo l’adoperò assai volte nell’interpretazione di codici antichi. Non morì tra noi, poiché eletto canonico della cattedrale di Bergamo ivi spirò nel settimo lustro dell’età sua, l’anno della nostra salute 1645 ai 28 di luglio, lasciando il suo nome raccomandato a molti libri, che ebbero gran voga finché non furono al tutto repulsi i concettini, le metafore più che ardite, le ampollosità nel pensiero, i bisticci nelle forme(9).
Sono pure nostri alcuni Perego che ebbero qualche fama nella storia letteraria de’loro tempi fra cui nomineremo Camillo maestro nel seminario che compose Una teorica e pratica dei canto fermo, 1622; Giovanni prefetto di Lecco che scrisse in materia di giurisprudenza; Pietro filosofo e teologo che stampò nel 1686 un libricciuolo intorno alla Vaga e miracolosa immagine di Nostra Signora di Concesa che contiene quindici sermoni in lode della madre di Dio, traendo argomento dell’immagine. che si onora nella chiesa di Concesa di cui abbiamo già parlato. Né taceva affatto la voce delle muse, ma con tutte le trine, i nastri, gli ornamenti dell’età sua cantava per bocca di Paolo Monti, nato da Giulio, conte della Valsassina e da Giulia Simonetta. Per quanto misero poeta era però unito in amicizia con molti saggi del suo tempo, fra cui Carlo Maria Maddio, Francesco Lemene e il poeta latino Tomaso Ceva. Le opere che abbiamo a stampa di lui sono molti sonetti e madrigali; di manoscritti lasciò, per quanto ci è noto, due carmi italiani. uno intitolato: Dialogo per introduzione allo rappresentazione di Cristo che porta la Croce; l’altro Le lodi della Povertà. Inoltre la traduzione della sequenza il Diesirae. Nell’edizione dell’opera del Lemene pubblicata l’anno 1711 sotto il ritratto del poeta Monti fatto da Cesare Fiori, si legge il seguente madrigale:

Volea ritrar il Fiore
Con arte industre in sulla sola fronte
La Modestia e il Valore
E qui ritrasse il mio famoso Monte,
Hor dal Fiore animata opra sì bella
Vive, ma non favella,
Perchè il vero valor non è loquace,
E la modestia tace.

Gareggiava con costui Giacinto Faggi da Desio, che scrisse versi non affatto ineleganti, se si riguardano i tempi in cui vennero dettati. Fra le altre sue opere distingueremo il San Giuseppe in ottava rima, traduzione dello spagnuolo, del quale stimiamo meglio recar qualche brano che perderci in inutili lodi.

Voi, Vergin saggia, che di sol vestita
La bianca luna coi bei piè calcate,
E con gioia indicibile e infinita
Quel che tanto abbellivvi, ogn’hor mirate:
Al giusto intento mio date la vita,
La rozza penna e timida guidate
Si oda mia voce, qual sonora tromba
Da le culle del Sol fino a la tomba.
Ecco, che di cantar disegno e godo
De la metà de l’alma che vi regge,
Di quel che per virtù del santo nodo
Sposo è di Voi, che Dio per madre elegge,
Di quello al cielo olmo gradito in modo
Che il liquor di sua vite a l’uman gregge
Sotto al torchio di croce espresso porse;
Onde alla lunga sete si soccorse
Non al Castalio fonte, o a l’Ippocrene
Ricorrer vo, che ‘lmio desire adempia;
Ne il Choro invoco, che ‘lbel Pindo tiene
Come già fé la stolta gente od empia.
Non de la fronde, che amorose pene
Diede ad Apollo, per ornar la tempia;
Ricorro al vostro Sposo, e invoco Voi,
E Smirna cederammi i pregi suoi.

Anche Giovanni Battista Faggi di Desio ebbe un nome nella letteratura poetica, ed il gran merito di non aver mai usata la sua penna se non in cose sacre, ed a vantaggio della giovinezza, in un tempo in cui tanti versi immorali si riproducevano e diffondevano anche nella gioventù. Basti citare fra i suoi lavori letterarj stampati La Ghirlanda, ovvero Ammaestramenti per li giovani per Giovanni Battista Faggi milanese (1606) e La Costanza di Sinforosa, nobile matrona di Tivoli martire di Cristo rappresentata in versi da Giovanni Battista Faggi da Desio, dedicata alla signora Cecilia Abbiata dei Forrieri (1600). Parente suo fu Sebastiano Faggi della congregazione di San Carlo, favorito assai da Federigo Borromeo, come uno de’ più ardenti, se non de’ più felici cultori, delle lettere latine. Nel collegio di Ro, ove stette due anni, ridusse in compendio i 6 tomi che Lorenzo Sura aveva scritto di atti de’ Santi. Compose inoltre I Fiori della sacra eloquenza e della Dottrina cristiana (1610) opera al pari della prima in latino idioma dettata. Intorno a questi due però non abbiamo altra memoria, se non che appartennero al secolo XVII. Bresciani, Milanesi e Valsassinesi si contendono il vanto d’aver dato i natali al dotto Pietro Paolo Ormànico. Ma la contesa è disciolta dalla sua fede battesimale che leggesi nei registri di Cortenova in Valsassina e che dice: Adì 13 settembre 1599 è stato battezzato da me curato uno figliuolo di M. Jacomo Ormanico di Cortenova et de dona Jacomina sua legittima moglie et gli è stato posto nome Pietro Pauolo nata alli 2 suddetto, il compare è stato Antonio dello Selua et la coniare detta Brigida de Ciresi di Cortenoua. Alessandro Mornico. Giovinetto ancora si portò a Brescia ove fermò la sua dimora: studiate la lingua nostra e le straniere si consacrò poi a tutto uomo ai più ardui studj delle scienze filosofiche e teologiche, nelle quali venne laureato. Ebbe anche il facile onore di appartenere a diverse accademie ed acquistò il nome di Ricettato fra gli Occulti, di Timoroso fra i Dispersi, d’Assettato fra gli Erranti, nomi ridicoli per noi, che abbiamo imparato a far quel conto che si conviene di queste inutili società senza scopo, senza colore, senza unione. Tenuto per uomo d’assai, aveva la sua scuola sempre riboccante d’uditori meravigliati alla sua erudizione, ed i Bresciani, gli davano onorevolissime incombenze ed ambascerie. Morì in Milano, ove fu chiamato dal governatore, al quale dispiaceva di lasciar fuori di Stato un sì illustre e dotto personaggio, assegnandogli una conveniente mercede(10).
Della Valsassina fu pure Giovanni Ambrogio Tornano nato ad Indòvero da Giovanni Battista ed Appollonia Massari. Fin da giovinetto chiarì molta acutezza d’ingegno principalmente nelle questioni teologiche solite a tenersi nel seminario. Vestito l’abito sacerdotale ottenne la dignità di protonotario apostolico, poi passando rapidamente per le altre di referendario, di proposto di San Lorenzo, di similiarca nella metropolitana milanese, d’esaminatore prosinodale, di conservatore di molti monasteri e congregazioni, giunse finalmente ai 16 dicembre del 1666 al seggio episcopale di Como in sostituzione di quel Lazzaro Caraffino che è de’ più rinomati vescovi comaschi, e che fece porre il suo nome in tanti luoghi di quella città. Il Torriano vi sedette tredici anni e morì a Calco terra di Brivio, chiamandosi erede la pia casa de’ Catecumeni istituita in Como da Silvia Gallia per istruire nella fede nostra i novelli convertiti.