CAPITOLO LII

GOVERNO DI MARIA TERESA
DAL 1736 AL 1789.


Feste per l’ingresso di Filippo di Spagna in Milano. - Ristabilimento della dominazione austriaca. - Costruzione del ponte di Cassano. - Utili provvedimenti dell’Imperatrice. - Distruzione delle peschiere di Brivio. - Il censimento. - Il naviglio della Martesana. - I Paroni si stabiliscono a Brivio. - Le preture regie. - Istituzioni d’alcuni mercati. - Ruina di Gero e Barcone. - Assassini. - Carlo Sala. - Innovazioni di GiuseppeII . - Soppressione de’ conventi.Progresso delle manifatture, e miglioramenti dell’agricoltura. - Persone benemerite e premj compartiti.

Disceso nella tomba fra il pianto de’suoi sudditi il mite e benefico imperatore Carlo VI. prevedemmo tosto che le sue disposizioni testamentarie non sarebbero rispettate, nè mantenuta la parola che le potenze europee avevano data di sostenere i diritti di successione in favore di sua figliuola, Maria Teresa, sposa a Francesco Stefano, duca di Lorena. Difatti non tardò ad ardere di nuovo la guerra, e Filippo di Spagna, ai 16 dicembre del 1745, entrato in Milano con rinforzi francesi, ebbe fede anche dalla Brianza, dalla Vallassina e dalla Valsassina, che esultarono al solenne ingresso di Sua Maestà cattolica con feste sacre e profane(1).
Caduta la dominazione spagnuola, e ritornati i Tedeschi nel marzo 1746, anche noi, mediante la pace conchiusa in Acquisgrana nel 1748, riavemmo la tranquillità, e potemmo ritornare placidamente alle utili fatiche dell’agricoltura e del commercio, che languiscono in tempi d’agitazione. Maria Teresa dalla sua residenza provvedeva ad un popolo, da cui era sinceramente venerata; aveva abolita l’inquisizione, la censura ecclesiastica de’libri, tolta affatto al governo ogni apparenza spagnuola. Allora si fecero opere di pubblica costruzione. Il marchese Febo d’Adda gettò nel 1749 a sue spese, secondo il disegno dell’ingegnere Bernardo Maria Robecco, il ponte sull’Adda a Cassano, invece del porto che vi era dapprima, e un anno dopo quell’altro di vivo sulla Muzza, in cambio di uno di legno, che avea sempre servito sino allora. Del suo costruì pure l’argine che mette dall’uno all’altro ponte e tutta quell’opera terminò coll’erezione e consacrazione della statua di S. Giovanni Nepomuceno(2).
Un’altra opera più grandiosa, ma che non dovea trovare effetto se non a’ giorni nostri, era l’abbassamento dell’alveo dell’Adda incominciando da Lecco, già trattato tante volte, e più attivamente dopo la straordinaria piena del 1747, in cui il lago di Como occupò tutta la piazza della cattedrale di questa città, e la cattedrale stessa sino alla balaustrata dell’altare maggiore. I Comaschi posero sempre questa dannosissima escrescenza a colpa degli ordigni pescherecci, e delle chiuse del lago di Brivio, onde ottennero dal governo (1750) che due ingegneri camerali, Bernardo e Ferdinando Pessimia, esaminassero tutto il corso dell’Adda dal ponte di Lecco ai mulini di Brivio. Il questore marchese Girolamo Castiglione, fatto plenipotenziario nell’esecuzione di questo lavoro, ordinò che la spesa dell’abbassamento dell’alveo spettasse per quattro quinti alla città e contado di Como, ed il resto alle terre della riviera di Lecco. Allora sorgendo i nostri per rifiutarsi d’ogni spesa, mostrarono come non dovessero concorrere ad un lavoro che tornava sì funesto per loro, e fecero stampare una loro difesa, scritta dal dottor Giovanni Battista Mazzuconi di Valsassina, ove adduce un mare di citazioni a carico de’ Comaschi, mostrando come essi debbano, i soli, sostenere le spese d’un’opera di cui soli ne sentono il vantaggio. I due ingegneri, dopo il diligente esame del sito convennero che lo sgombramento degli ammassi di ghiaja portati dai torrenti nel fiume, e degli edificj della pesca, era il solo rimedio a prevenire ulteriori escrescenze. Conformi furono i pareri dell’avvocato fiscale, di Giulio Richini altro degli ingegneri camerali, del magistrato e del governo. Conosciuta utile l’opera indicata, fu convenuto di metterla ad effetto secondo un metodo da compilarsi da Carlo Giuseppe Merlo, e dal tenente-colonnello Andrea Erculeo, i quali disegnarono alcuni lavori ai letti della Serta, della Gallavesa, del Gherghentino e (lei torrente di San Rocco per piegare il loro sbocco più a seconda del fiume, onde così potesse trascinar via le ghiaie. Si mise mano al lavoro nel novembre e dicembre 1754, cominciandosi dall’estirpazione d’alcuni ordigni pescherecci, ma per una nuova piena sopraggiunta, il lavoro fu sospeso, onde venne con decreto del 5 febbrajo seguente ordinata ai loro proprietari la distruzione degli altri, i quali furono poi interamente rovesciati nel 1758 a carico de’ Comaschi e del territorio lacunale, per quanto noi ripugnassimo di concorrere a queste spese. I Comaschi risentirono difatti alcuni vantaggi, onde Cesare Quarantini, ingegnere collegiato di Milano, consigliò gli annuali sgombri d’ogni impedimento, soprattutto coi laghetti d’Olginate e di Brivio, che poi trascurati vennero di nuovo ingombrati da ghiaja, e da attrezzi pescherecci. Un editto del 30 dicembre 1755 stabilì il nuovo metodo dell’amministrazione comunale; autorizzando i possidenti d’ogni comune a radunarsi in convocato, ordinariamente due volte il mese, straordinariamente poi quando esigesse il bisogno, per decidere a pluralità di suffragj, intorno alle nomine ed alle spese necessarie nel comune. Il nuovo catasto diede sollievo all’oppressione ed alla irregolarità dei censi. Carlo VI., veduto il bisogno di regolare le tasse e le imposte con leggi stabili, e renderle corrispondenti ai loro vantaggi, fino dal 1721 aveva ordinata una giunta per dar cominciamento alla misura dei terreni, distinti pezzo a pezzo nelle loro qualità; e in meno di quattro anni aveva fatta stendere col mezzo delle tavole pretoriane le mappe o carte iconografiche. Rimasta imperfetta quest’opera, Maria Teresa, persuasa della sua utilità, ordinò che fosse proseguita, e di fatto per opera soprattutto del fiorentino Pomponio Nero fu nel 1760 generalmente attivata. Allora scomparvero tutti gli arbitrj, le malversazioni del danaro pubblico, le oppressioni, le esazioni forzose, la pessima stima de’ tributi. Fra le prime disposizioni di questo nuovo ufficio fu l’applicazione delle tasse alle case foresi di abitazione ordinaria, venendo stabilita una graduazione fra tutte le comunità corrispondente al maggior o minor prezzo a cui in ciaschedun luogo si ammontavano le case. Questo ordine divise le comunità in quattro classi(3); se le case erano comprese nella prima classe dovevano pagare dalle quattro alle sedici lire; se nella seconda dalle tre alle dodici; se nella terza dalle due alle otto; se nella quarta da una lira alle quattro. Un’altra operazione fu il compartimento territoriale dello stato di Milano mediante il quale furono stabiliti i limiti e l’estensione delle singole Pievi(4).
Maria Teresa abolì gli asili, donde i colpevoli una fosse presso il cancelliere del territorio; l’altra presso potevano ridersi della giustizia, dichiarando gli ecclesiastici in faccia alle leggi uguali a tutti gli altri cittadini; tolse i poteri temporali all’inquisizione, e le private carceri de’vescovadi e de’conventi, ordinò la camera de’conti per rivedere le spese e le rendite della pubblica amministrazione, e diede de’provvedimenti perché fosse meno frequente la pena di morte.
Un’opera grandiosa che renderà sempre benemerita questa donna è il gran canale del naviglio che congiunge Milano col lago di Como. Abbiamo già vedute le magnifiche opere eseguite per ordine di Francesco Sforza, quando col canale della Martesana trasse le acque dell’Adda da Trezzo a Milano; e da Lodovico XII. di Francia che procedette in questi scavi per sgombrare il fiume da Trezzo a Brivio.
Ma a malgrado de’tanti progetti, il canale, che interrottamente portasse alla metropoli, fu sempre da nuove guerre, o da pestilenze, o da manco di denari, o da litigi protratto finché, ricondotta la pace, Maria Teresa stimolata da Kaunitz, che comprendeva qual utile sarebbe per l’Austria d’agevolare la via del Milanese col mezzo della navigazione dell’Adda, si rivolse di proposito a questo progetto e decretò il canale, 4 febbrajo 1773, commettendo a Giuseppe Pecis, soprintendente d’acque e strade, ed al matematico Paolo Frisi questo lavoro, di cui il comasco Pietro Nosetti appaltò l’esecuzione(5). Migliaja di lavoratori sudavano a questo scavo finché agli 11 ottobre 1777, furono rovesciati gli ostacoli e data l’acqua al canale. Ricordano ancora i più vecchi il concorso che si fece a Brivio, quando l’arciduca Ferdinando, il conte di Firmian e più altri magistrati, imbarcatisi a questa terra, entrarono i primi nel nuovo canale, esperimentandone la potenza infino a Vaprio(6).
Da quel momento principiò la regolare comunicazione, e Milano ebbe il vantaggio d’un facile trasporto de’materiali da fabbrica, delle pietre lavorate, d’ogni guisa di legnami, carbone, calce, tegole e mattoni. A supplire ai bisogni della navigazione alcuni paroni (paroni si dicono fra noi i piloti delle barche) si trasportarono dal lago maggiore a Brivio, ove fabbricarono una vasta abitazione che ebbe ed ha ancora, ne ignoro la cagione, il nome di Morselli. Il viaggio delle navi, che dal Lario corrono a Milano, subisce molte sensibili variazioni. Veleggia la barca fino al ponte di Lecco; cade precipitosa da quel ponte fino alla Rapida (Ravia) di Olginate; si rallenta fino nei canneti e nelle Iselle di Brivio, d’onde poi colla velocità d’una freccia, precipita fino al naviglio, dove entrato prende il corso regolare d’un trotto di cavallo. Risalendo le barche cariche si accoppiano, e le coppie (cobbie) si rimorchiano tanto, da unirne dalle sei alle otto, che si traggono con un ugual numero di cavalli o poco presso. Brivio supplisce di porto, e talvolta ti alletterebbe l’attiva faccenda di tante barchette e navi, quali ferme, quali agitate; dove una affondata, dove un’altra appena varata, e intanto torme di vispi ragazzi trascorrenti francamente su pei banchi e su per le sponde. Innocenti trastulli! la cui ricordanza mi è cara, come cara è sempre la memoria degli anni infantili, della patria, e di quei diletti a cui prendemmo parte le tante volte nella serena età dell’innocenza. A Brivio non è trascurato dai curiosi il piccolo cantiere, che può forse rendere un’idea non al tutto imperfetta dei cantieri più magnifici, a chi non li ha coi proprj occhi veduti(7).
Affine poi di tagliere i molti abusi, che derivavano dal cattivo compartimento della giurisdizione, assegnata alle regie preture forensi l’Imperatrice incaricò il governo a proporre il regolamento per un’utile riforma, e come l’ebbe esaminato ordinò…
1.° Che le regie preture fossero divise in tre classi, destinando alla seconda la Martesana, alla terza Brivio, Lecco e Mariano: 2° Che fosse cresciuto il numero degli impiegati: 3° Che i pretori fossero di nomina governativa, e durassero in carica tre anni: 4° Che non potessero allontanarsi senza licenza dalla loro giurisdizione: 5° Che tenessero un archivio: 6.° Che i feudetarj potessero continuare nella nomina de’loro pretori: 7.°
Che questi pretori feudali fossero addottorati, approvati dal senato, e tenessero un sindaco fiscale. Assegnati quindi i confini di ciascuna pretura riuscì la seguente divisione…
Pretura della Martesana comprendeva le Pievi di Vimercato, Gorgonzola, Pontirolo di qua dall’Adda, Corneliano, Brivio, la corte di Casale la Squadra de’Mauri, la Vallassina, le Pievi di Garlate, Oggiono, Brivio, Missaglia, Lecco, tutta la Valsassina e Valtaleggio, le Pievi di Dervio, Bellano, Varena, Mandello, Mariano, le Pievi d’Incino, di Agliate, di Galliano, di Mariano, di Seveso e la Squadra de’Nibionno(8).
Maria Teresa, che ha il merito d’aver contribuito ad allargare i diritti e gli utili del commercio, non volendo che di questo beneficio andasse esente la Brianza, per estendere sempre più il commercio de’ grani, e far cessare il bisogno de’ vincoli per quanto fosse combinabile colla pubblica abbondanza, decise di rimettere i mercati spenti durante la mala amministrazione del secolo decimosesto e di crearne de’ nuovi. Entrarono in quella disposizione i mercati settimanali di
Vimercato
Mariano
al martedì
Incino
Cassano
al giovedì.

E per maggior vantaggio lasciò per questo libero l’ammasso de’grani nei luoghi suddetti, senza obbligo di riportarne licenza, bastando chiedere al magistrato la permissione gratuita d’aprirvi il magazzino. Rispetto poi al mercato di Lecco stabili che, per la sua situazione confinante colla repubblica veneta, non fosse tralasciata niuna cautela; che i proprietarj de’magazzini munissero con ferriate le finestre, che la porta dovesse essere una sola e munita di due chiavi diverse, una delle quali custodita dal ricevitore del luogo, e l’altra presso il padrone(9).
Ma ora conviene che interrompiamo alquanto la relazione di questi utili provvedimenti, per non passare sotto silenzio la memorabile sciagura che nel 1762 afflisse i casali di Gero e di Barcone, collocati alle falde del monte Agrella, nel centro della Valsassina. Le pioggie quasi senza interruzione cadute nella state di quell’anno erano cessate al principiare del novembre, onde gli abitatori dei due casali cominciavano a gustare la gioja, che porta seco il ricomparir del sole dopo essere stato lungamente celato. Quando il dì 15 novembre, lunedì, circa un’ora dopo mezzogiorno, avvallandosi un frammento del monte Agrella precipitò in frana sopra Gero, traendo seco nella valle sottoposta del Pioverna il povero villaggio di cui non emersero salve che tre case, poste sull’angolo settentrionale della terra, e ne ruinarono i materiali per ben 60 trabucchi, finché giunsero al piano. Alcune case camminarono sulla china un lungo tratto, le più per circa 30 trabucchi intiere; l’oratorio di San Giacomo e la casa del cancelliere Milesio, di recente costruzione, giunsero senza sfasciarsi fino alle radici del monte. Barcone lontano 51 trabucchi da Gero fu pure in gran parte ruinato dai macigni, che cadendo deviarono dalla frana principale. Tanta sciagura, arrivata improvvisamente, non era stata preveduta se non da Ambrogio Parolo, che con sua nuora tornando, credo, da Introbbio, notata la crescente fessura del monte, affrettò il passo a metterne sull’avviso il paesello minacciato, ma la ruina fu più veloce di essi. Due ragazzi di nove anni, Pietro Antonio Artuso e Giuseppe Selva, che si sbracciavano a svellere una ginestra, rotolando insieme col terreno smosso, furono trovati giù nella valle del Pioverna, ancora colla ginestra in mano, prodigiosamente salvi e senza altra offesa che qualche leggiero sfregio, ma sì tramortiti, che anche rinvenuti nulla seppero riferire della sciagura. Perirono a Gero 70, a Barcone 25 persone, 400 bestie bovine e tutte le scritture della valle. Anche le terre vicine accorsero tosto all’ajuto dei pochi infelici, che erano rimasti mal vivi sotto causali ripari, e difatti fu cavato ancor salvo Carlo Artuso da Barcone, bambino di due anni, che premeva il seno della madre anch’ella palpitante, la quale non resse alla perdita del sangue sparso nel cavarla di sotto ad una pietra; Tobia Rognone di Vimogno, che si riebbe dopo d’essere stato muto tre giorni; i fratelli Giovanni e Dario Combi, colla moglie e dieci figli di costui, che tutti sopravvissero. Finalmente Dario Artuso il quale uscito da quei rottami con un braccio ed una gamba fiaccata nel vedersi soccorso gridò più volte in atto di meraviglia: come! v’ha ancor gente al mondo! e spirò. Più fortunata fu sua madre Giovanna, che poté narrare per alcuni anni appresso il terribile avvenimento. Questo termine ebbero i due paeselli di Gero e di Barcone. Quelli che furono disepolti al riveder la luce fu primo loro sentimento una specie di gioja, ma gioja fugace a cui succedette subito l’idea della famiglia, della casa perduta. Ora da questa sciagura, cagionata dagli elementi, veniamo ad altre prodotte dagli uomini, talvolta più micidiali che gli elementi.
Per quanto il governo austriaco si fosse adoperato a spegnere in parte i mali cagionati dalla cattiva amministrazione antecedente, pure la mala razza degli assassini non era per anco stata distrutta, quando Maria Teresa ricorse ai mezzi più violenti per estinguerla od almeno infiacchirla. Questa volta il bando non rimase senza effetto; poiché il presidente del tribunale criminale, severissimo per natura, s’impegnò vigorosamente a far eseguire le sue sentenze. Per lungo tempo non passò settimana senza che qualche ladro o masnadiero fosse trascinato a coda di cavallo sulla piazza di Milano ed ivi pubblicamente appiccato. Se tanta severità giovasse alla comune sicurezza non oserei sostenerlo; è certo però, che qualunque ne fosse la causa, da quel tempo i casi d’omicidio e di ruberie divennero ogni giorno più rari.
Anche molti de’ nostri incontrarono questo vituperevole termine della vita, onde allora correva nel popolo un motto, che al dì d’oggi ha perduto affatto quella verità, di cui era pieno a quei tempi e che diceva:

Meda, Seregn, Paina e Marian
I mantegnen el boja de Milan.

Sarebbe lungo, increscioso per chi legge e per chi scrive, riportare qui tante condanne e tanti delitti(10), onde ci permetteranno solo d’allargarci parlando del più famoso di questi assassini, servendoci delle parole che un buon parroco dettava giù così alla buona, senza sognar neppure che un giorno sarebbero venute alla luce. Tanto è vero che quando uno ha messo un po’ di bianco sul nero, ha bel fantasticare, non potrebbe difficilmente indovinare le future vicende di questo suo po’ di fatica.
“L’anno 1775 addì 25 settembre fu appiccato, per sentenza del senato di Milano, Carlo Sala del luogo di Castelletto (Casletto) vicino a Masnaga, il quale era frate conventuale, e cominciò a rubare nel 1765.
I suoi furti furono furti sacrileghi. Era solito rubare alle chiese di notte tempo facendo rotture, e scalandosi dentro. Tal furono i delitti di questi furti che arrivarono al numero di trentanove, tutti di quantità, di valore notabile. Morì con pene tante, e per quanto sia stato eccitato a sperare nella divina misericordia da molti religiosi distinti per pietà e dottrina, è morto disperato è da cane, e fu sepolto il suo cadavere al bastione.
“Il sopraddetto era, come si è detto, frate professo conventuale, e stando là religioso a Canzo,fu promosso al sacro ordine del suddiaconato. In quel convento diede il veleno ad una botte di vino ad uso de’ religiosi, affine di avvelenarli; morì di veleno per avere bevuto il detto vino un solo religioso. Dopo simile attentato si diede il Sala alla fuga, depose l’abito, e vagabondo per il mondo con falsi attestati prese due donne per moglie, e viva l’una prese la seconda, e n’ebbe figliuoli; costui di poi abbandonò la moglie non per emendarsi, ma per aver comodità di rubare, come ha fatto nello spazio di nove anni sempre a chiese e a parrochi e non mai a secolari. Finalmente dopo essere stato catturato, e dopo essere scappato dalla prigione in Cremona, di lì a poco tempo fu preso ancora a Brescia ed ivi imprigionato sul principio dell’anno 1774, e dopo pochi mesi fu dalla repubblica di Venezia consegnato alla giustizia di Milano, e quindi trasportano dalle carceri del foro secolare a quelle del foro ecclesiastico dove stette alcun tempo, indi poi fu richiesto di nuovo dal foro secolare e fu consegnato per l’istanze forzose di detto foro. Si fece il processo dal signor conte Ordagno De-Rosales, capitano di giustizia, del quale risultano infiniti delitti, per i quali fu condannato al taglio della mano destra e ad essere appiccato e a star esposto il suo cadavere tutto il giorno sopra una forca più alta d’ogni altra usata all’indietro. Fu eseguita la sentenza irremissibilmente colle annesse circostanze; ma l’empio condannato non s’è mai potuto indurre alla confessione sacramentale. Vi si adoprarono attorno, con zelo apostolico e con carità la più fina, savj missionarj dottissimi e di santi costumi, e varj altri buoni ecclesiastici, ma sempre invano. Sino il carnefice nel domandargli perdono l’esortò alla confessione, ma rispose intrepido fa il tuo officio, e non mi parli d’altro. Al taglio della mano fu tranquillo senza dimostrare alcun dispiacere, o che sentisse dolore, anzi quasi ridendo disse: e dov’è la mia mano, e con la sinistra s’ajutava a tenere al taglio applicata la gallina. Tutti i circostanti, ché v’era un mondo di gente, piangevano dirottamente, e maggiori dolorose lagrime sparsero i buoni ecclesiastici, presenti in vista d’una sì diabolica inflessibilità. Era un caso tale spaventoso e degno d’essere compianto come seguì. Accidente raro e strano, voler morire dannato ad onta di tanti stimoli alla speranza e alla penitenza. Rispondeva che gli ringraziava di averlo accompagnato fino all’ultimo, ma che lui non intendeva la loro dottrina e che ne sapeva lui più di loro, e che se essi pensavano a quella maniera, lui pensava ad un’altra. Sua Eminenza il cardinale Pozzobonelli gli mandò a dire che se non era contento de’ missionarj da esso mandati, sarebbe venuto in persona ad assolverlo, quando l’avesse desiderato, ma ringraziando Sua Eminenza non volle. Parimente Sua Eccellenza il signor Giovanni Galleazzo duca Serbelloni, prefetto della scuola di San Giovanni Decolato per animarlo a penitenza: sentite, disse al reo, se forse avete difficoltà a confessarvi per aver rubato tanto e a tante chiese o perchè lasciate miseri i vostri figliuoli naturali, ciò non vi dia pena, che io mi faccio debitore di lire centomila per soddisfare per tutti li vostri furti e danni recati altrui e di più mi obbligo, da quel che sono, a mantenere e sostenere loro vita durante i vostri figliuoli. Ad una sì liberale offerta, disse il reo, che ringraziava Sua Eccellenza, ma che non voleva una simile spesa. In fine morì il reo ostinato senza mai dire ohimè! e fu strascinato il suo cadavere al bastione nella sepoltura de’cavalli e degli asini. A tanto caso piansero i giudici medesimi che lo condannarono al giusto supplizio, pianse quasi tutta la città presente all’esecuzione della sentenza, ma costui non mai gettò un sospiro. E quando mai si è trovato un cuore sì duro, una testa di bronzo come costui, che sprezzò sì bella occasione di ritrovare la sua eterna salute, nonostante la sua perfida vita ed i suoi empi costumi? Chi non temerà i profondi giudizj di Dio?(11)
Un’altra delle vessazioni, non ancora guarite, era quella di gettare il cocco ai pesci per inebriarli e prenderli, a malgrado di tanti editti, minacce e fors’anche condanne. Per questo anche Maria Teresa volle tentare una nuova provvidenza, non più intimando pene eccedenti di soverchio il delitto, quindi ineseguibili, ma impose che chiunque oserà di gettare la nominata pasta di coccolo o d’altra materia avvelenante il pesce tanto ne’ laghi di Pescarenico, Olginate, Garlate e Brivio, componenti il ramo di Lecco... dovrà irremissibilmente subire per la prima trasgressione la carcere di giorni quindici e quella di mesi sei per la reincidenza(12).
L’anno 1763(13) era l’ultimo per l’ imperatore Francesco I. sposo di Maria Teresa, che morì d’apoplessia ai 17 agosto nella virile età di 57 anni. L’Imperatrice bisognosa d’un compagno nelle gravose cure del trono assunse corregnante il suo primogenito Giuseppe II. uomo destinato ai provvedimenti ed alle innovazioni. Il nuovo Imperatore scese la prima volta in Italia nell’anno 1769, visitò sotto il nome di conte di Falkenstein, Napoli, Roma, Firenze, e da ultimo si fermò 21 giorni a Milano, lasciandovi chiari segni d’un animo spasimato del meglio. Noi provveduti d’un ottimo reggente con minor cordoglio sentimmo la morte di Maria Teresa, quando volò all’ultimo riposo sullo scorcio del novembre 1780, lasciando quattro figliuoli, Giuseppe suo successore, Leopoldo duca di Toscana, Ferdinando governatore di Milano, e l’infelice Maria Antonietta moglie del re di Francia. Giuseppe II., desideroso di conoscere i bisogni del popolo, visitò due altre volte Milano, vietando ogni dispendioso apparecchio d’accoglienza e maturando sempre il vivissimo suo desiderio delle innovazioni. E più di tutto mostrò questo suo zelo di riforme nello stato ecclesiastico, quando emanò un editto riguardante gli ordini monastici, imponendo che tutte le famiglie fratesche de’suoi stati cessassero dallo stringere o ritenere unione e dipendenza colle famiglie degli esteri stati; dovendo essere regolati dai propri provinciali, sotto l’ispezione immediata de’vescovi. Permise altresì ai religiosi d’ambedue i sessi, desiderosi di essere sciolti dai conventi, di chiederne licenza ai rispettivi vescovi diocesani; abolì in tutta la monarchia 2165 conventi e 64,900 monaci, quasi tutti certosini, camaldolesj e monache carmelitane, francescane e cappuccine, cedendone i beni al Fondo di Religione, destinato a sussidiare le cure che non avevano bastevole emolumento (1784)(14).
Persuaso della utilità di lasciar libere le coscienze nelle loro opinioni religiose, proclamò la libertà di culto, permettendo a ciascun de’ suoi sudditi il privato esercizio della sua religione (1786). Pio VI. ingelosito di queste continue innovazioni si recò subito a Vienna, ma dopo aver conferi coll’Imperatore e conosciute le sue intenzioni potè conciliare gl’interessi della cristianità. Per regolare meglio l’amministrazione della Lombardia l’Imperatore ordinò nell’anno 1785 la divisione de’distretti, dando a ciascuno di essi un cancelliere censuale(15).
Il nostro territorio in quello scompartimento fu diviso in dieci cancellerie coll’ordine seguente:
1.° la Valsassina: 2.° Lecco colla Pieve di Varenna: 3.° la Corte di Casale colla Vallassina: 4.° Oggiono, colla Squadra de’Mauri e la Pieve di Olginate: 5.° lncino: 6.° Agiiate, colla Squadra di Nibionno: 7.° Brivio colla sua Pieve e inoltre Brianzuola, Cagliano, Cologno, Nava, Rovagnate, Santa -Maria Hoè, Tegnone, casali nella Pieve di Missaglia: 8.° Missaglia colla sua Pieve escluse le suddette comunità: 9.° Mariano con Galliano (oggi Cantù): 10.° Vimercate e sua giurisdizione ecclesiastica(16).
Né lasciò inosservata l’industria, ma fra gli altri provvedimenti soppresse il pedaggio al ponte di Lecco, 16 settembre 1784, promosse fra gli uomini della campagna la filatura del lino, della canape, del cotone e della lana, e per attestare la sua soddisfazione verso quelle persone, che aveano assecondata attivamente quest’utilissima industria, rese pubblico tributo di riconoscenza a molti, e de’ nostri, al conte Luigi Trotti, al proposto ed ai deputati dell’ospitale di Vimercate; al proposto Confalonieri ed ai deputati dell’ospedale di Carate; ai parroci di Varedo, e di Paina; ed al prete Vismara di Santa Maria alla Noce(17).
La società patriottica di Milano, edificata di questo bell’esempio, propose anch’essa larghe ricompense a quelli che avrebbero recato qualche utile all’agricoltura ed all’industria. Allora moltissimi, persuasi di non perdere inutilmente la fatica ed il tempo, si consacrarono interamente ad esperienze, a prove, a dissodamento di terreno, ad incanalamento d’acque, all’asciugamento di paludi. Allora vedemmo convertirsi in campi lavorati le infeconde lande di Sirone, mercè le spese e la solerzia di don Giuseppe Berretta illustre agronomo di quella terra e membro della società patriottica(18); allora Giuseppe Arrigoni di Introbbio insegnò a ridurre nella più economica maniera il nostro ferro fuso in utensili servibili all’uso comune, come pentole, mortaj, e via via, per cui fu da quella società ricompensato col premio di cento zecchini che essa aveva proposto; allora Giovanni Murazzi, parroco di Casargo in Valsassina, fu donato d’una medaglia d’argento per avere diffuso con zelo certe migliorie nell’allevamento dei bachi. Premi riportarono pure il benemerito Carlo Mazza, proposto di Asso, e Antonio Villoresi di Desio per aver propagata e migliorata l’educazione delle api. Don Giuseppe Bianchi, curato di Varedo e Carlo Bonanome di Lecco, membri di essa società, ci insegnarono a piantare e moltiplicare le patate frammischiandole anche al melgone; Giambattista Cuzzi, proposto di Primaluna, membro corrispondente della stessa società, e Giacomo Sala, curato di Cremeno, introdussero nella Valsassina la coltura dell’orzo di Siberia. Altri animati da questi premi e più dai vantaggi derivati da sì utili provvedimenti, fecero faticose indagini per accrescere le ricchezze delle nostre terre. Fra questi è il sacerdote Francesco Molina che presentò alla società patriottica due specie d’utili pietre, e sono le coli da lui trovate nella Squadra de’ Mauri e presso Margno in Valsassina, esperimentate per eccellenti, e le pietre focaje esistenti nel Buco del piombo e ne vicini torrenti. L’abate Barufaldi presentò un’arena, trovata in Valsassina, altissima alla vetrificazione. Il professore Ermenegildo Pino esperimentò le torbiere nei pascioni d’Oggiono, Bosisio, Annone, e sospettò ve ne fosse a Vicino nella Vallassina. I1 padre Eraclio Landi fece costruire a Lecco un frantojo d’olio e gli strettoj all’uso di Toscana. Due mali si opponevano però ancora alla perfezione dell’agricoltura ed erano la poca cura dell’innesto, ed il nocivo scarabeo. A migliorare il primo pensò il già nominato proposto Mazza, presentando alla società un istromento utilissimo ad assicurare e facilitare quest’operazione(19), al secondo pensò Giuseppe Bianchi, curato di Varedo, proponendo alla società un metodo utilissimo per distruggerlo, onde fu dal governo rimborsato delle 223 lire che avea spese nella sua invenzione, e dalla società patriottica ebbe un premio(20).
Utili incoraggiamenti, che produssero poco a poco quello stato di floridezza e d’attività che rende il nome ed il paese de’ Brianzuoli riverito e soggetto di nobile emulazione.