CAPITOLO LIV

L’ALBERO DELLA LIBERTÀ
DAL 1789 AL 1800.


Valsassinesi depongono denari a favore degli Austriaci. - Arresto di Semonville. - Suo viaggio fino a Mantova. - Il pretore Canziani. - Il 1796! - Ospitale nella Martesana. - Grandezze. - Deposito di Cassano. - I nostri castelli presidiati. - Festa per la piantagione dell’albero. - Tumulto di donne a Seregno. - Il parroco Boldrini. - Trabattoni. - Mazza. - Tumulti a Canzo. - Tumulti a Cassano. - I disertori. - Preti non avversi al nuovo ordine.Il proposto Mazza. - La repubblica Cisalpina. - Ritorno degli Austro-Russi. - Battaglia del ponte di Lecco. - Il passo di Brivio-Battaglia di Verderio. - Devastazioni continue.

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Ma da questi pacifici provvedimenti il corso della nostra storia ci trascina fra inaudite nequizie, a veder prostituita la dignità dell’uomo, la sua ragione sottomessa alla crudeltà. Rivoluzione francese! ecco un nome che i nostri padri, testimonj di grandi scelleratezze, ripetono con dolorosa ricordanza, siano pure anche di quelli che allargando i desiderj vanno in traccia della libertà. La tumultuosa storia di quei giorni, quante volte noi giovani nati e cresciuti in tempi più riposati abbiamo udito con orrore ricordarci. Non potrò mai dimenticare il ribrezzo che mi stringeva il cuore, e le lagrime che mi bagnarono il ciglio, quando sentiva l’esterminio di tanti miei simili, e il succedersi di tante perfidezze, e quante volte fra le care idee della mia infanzia si frammischiava, come l’apparizione d’un fantasma l’immagine di Marat, di Robespierre, di Danton e di tanti altri carnefici furibondi! I figli della libertà minacciavano scendere dalle Alpi, per obbligare i Lombardi in nome della libertà ad addottare le nuovi opinioni, e perseguitare a morte non solo i pacifici cittadini, ma quegli ancora che caldi sostenitori della libertà, inorridivano ai delitti che si permettevano sotto il velo di questo nome. Il recente imperatore di Germania Francesco II. da pochi mesi subentrato al defunto Leopoldo II. (1 marzo 1792) intimorito alla vicinanza di tanto incendio, impose un arruolamento di milizie nazionali, il cui ordine fu letto dagli altari nel mese di novembre. Contemporaneamente stringeva alleanza colla Russia e colla Prussia e metteva grandi eserciti sul piede di guerra(1).
Né la Francia dormiva; ma bramosa dell’alleanza colla Porta Ottomana, dopo ucciso il re Luigi, e venuto il governo nelle mani de’terroristi, spediva il generale Carlo Luigi Semonville, per conchiudere questa lega. Il generale con un gran seguito, attraversato il Cantone de’Grigioni, riuscì a Chiavenna coll’intesa di passare per Valtellina, sul paese neutrale di Venezia ed ivi imbarcarsi per la sua meta. Ma venuto a Novate, villaggio a poca distanza da Chiavenna, fu arrestato dal commissario Pallavicini e da alcuni ussari austriaci, che, postolo con tutto il suo treno in ceppi, lo tradussero a Domaso, e lo mandarono per la via del lago di Como in fino a Mantova, perchè fosse ivi sostenuto coi suoi compagni in prigione(2).
La barca si fermò a Lecco, indi proseguì per l’Adda fino a Cassano, dove giunse al 1.° d’agosto. Il podestà Canziani, che subito dopo fu promosso alla regia podestaria di Brivio, teneva ordine di farli di subito tradurre nel castello, ma vedendo che non avrebbero avuto comodo trattamento stimò bene di farli custodire nell’albergo, ove rimasero fino alla bassa ora del dì seguente. Ricordano ancora i nostri vecchi il gran concorso che si faceva per vedere i prigionieri; le terre di Olginate, Brivio, Trezzo, Vaprio e finalmente Cassano erano zeppe di gente. Si parlò molto di questo avvenimento, che sembrava alla pubblica vista una violazione del pubblico diritto; ma se ne tacque poi quando nuovi sconvolgimenti diedero nuova materia di ragionare. Ed eccoci al memoriale 96 da alcuni esaltato come il germe di tutti i beni, da altri abborrito come il seme d’ogni male. Bonaparte calato dalle Alpi, con un esercito di 10000 Francesi entrò in Milano ai 14 maggio 1796, e favorito dalla valentia delle sue armi, dall’inclinazione degli animi per le dottrine che andava diffondendo, sottomise in breve molti piccoli stati d’Italia, e spense la repubblica di Venezia. Intanto, per soddisfare agli esigenti bisogni dello stato nuovo, cominciarono le ruberie, a strapparsi degli altari gli argenti ed i voti, a cui fra poco si aggiunse il tracotante ordine del Direttorio francese di levare da’ luoghi occupati tutti i preziosi oggetti di belle arti, perché fossero condotti nel museo di Parigi. Sono imposti venti milioni di tributo da ricadere principalmente sui ricchi, sugli agiati, sulle corporazioni religiose. I commissarj incaricati della riscossione di quelle gravezze, le rendevano ancor più enormi usando modi di arroganza, per contristare principalmente noi, terre villereccie. A Cassano, Inzago, Treviglio, Gropello si fecero gli ospedali e i depositi de’ coscritti onde noi fummo sottoposti a un’altra requisizione di materassi, di coltri e lenzuoli tanto da compire il numero bisognevole di duecento letti e mille lenzuoli. Dal deposito di Cassano sul finire del 96 uscirono 186 uomini che si scompartirono in giuste proporzioni ad Almeno, Alzano, Lovere, Iseo, Pallazzuolo in terra bergamasca, a Lecco, Brivio, Imbersago, Trezzo e Vaprio; e vi restarono a presidio per impedire principalmente la diserzione de’ requisiti. L’erezione dell’albero della libertà in quasi tutti i nostri paesi avvenne nei primi tre mesi del 97, facendo istanza principalmente i pretori che, abolite dai Francesi le podestà feudali, venivano eletti e mandati dal governo, secondo le nuove opinioni che si andavano allargando(3).
Questo inauguramento facevasi tra festosi cantici; dopo celebrata la messa solenne, le autorità del paese vestite della sciarpa tricolore e scortate dal presidio deposto nelle terre più grosse, facevano portare sulla piazza l’albero rimondo e postovi in cima il berretto rosso, conficcarlo sulla piazza del comune o della chiesa. Accanto all’albero ergevasi un palco da cui, ora il curato, ora il pretore, ora qualche membro della municipalità ed ora finalmente qualche più ardente, proferiva un discorso o improvviso o già preparato. Terminata l’ arringa cominciavano gli applausi, le carmagnole, le orge, in più d’un luogo trionfando l’impudicizia delle donne di partito. In qualche sito, ove i ricchi e gli agiati favorivano le opinioni neonate, si davano al popolo pubblici deschi, recavansi botti di vino accanto all’albero, a cui ciascuno, finché ve ne fosse, poteva spillarne; sulle vie, sulle porte delle chiese, sui municipj, sulle case del comune apparivano a lettere cubitali quelle pompose parole:
Eguaglianza - Libertà - Fraternità - Unione,
sì mal approposito proclamate. Né cessavano le feste al sopraggiungere della notte; alla sera gran luminarie, danze, canti, giuochi d’ogni guisa principalmente fra i giovani, dei quali quei che rimangono parlano volentieri ancora di questi clamorosi avvenimenti. A malgrado di tutte le promesse e le speranze attaccate a quel trofeo di libertà alcuni serbavano ancora fedelmente le antiche opinioni, deridevano le intempestive fiducie, badavano all’oscuro domani, piangevano la tranquillità perduta, e i padri e le madri segnatamente si mossero a sdegno quando videro segnato nel ruolo della guardia nazionale ogni uomo dai 18 ai 55 anni, non eccettuati i sacerdoti, i frati, che però, del pari che i ricchi, potevano redimersi a prezzo. Appena in Seregno fu alzato il segnale dell’uguaglianza e proclamata la coscrizione, alcuni arditi diedero il fuoco alle granaglie dei deputati. Furono innumerevoli gli arresti, senza che i rei venissero alla luce, finché circa un anno dopo il delitto, un tale in termine di morte accusa sè e i suoi complici che erano tre. Due si sottrassero colla fuga, uno fu in una piazzetta fucilato. Questo esempio non isgomentò, ma appena fu elevato l’albero, innanzi al quale un rispettabilissimo cittadino vivente tuttora proferì un animato discorso, circa quattrocento donne poco amiche di quell’arnese, armate di scuri, falci, bastoni, una mattina lo rovesciarono, facendo a mille brani il berretto rosso, e poi assediata la casa del parroco Boldrini, studioso delle nuove opinioni, con sassi ruppero i vetri di sua casa e forzatane la porta, v’entrarono gridando morte ai giacobini, facendo a brani il libro ove quel sacerdote stava arruolando gli uomini abili all’armi. Giovanni Trabattoni di Seregno(4), con pericolo della vita, si sottrae da quella folla, e tra la furia delle pietre che lo tempestavano, precipita alla poco distante villa di Mombello per ragguagliarne il generale in capo. Ma qual pentimento allorché intese Bonaparte pronunciare che quella terra fosse bombardata! Però fece tanto che poté piegare il generale a men feroce consiglio! Allora il Trabattoni coll’ajuto di 16 guardie, sopisce la sommossa e fa tradurre a Mombello i tre deputati ed il sindaco prigionieri. Cinque donne, accusate come anima del tumulto furono tradotte al pretorio di Monza, donde poi tornarono assolte, e l’albero della libertà tornò ad ombreggiare la piazza maggiore del borgo. Per impedire ogni nuova sedizione vi furono posti a presidio 25 legionarj. Anche a Canzo questa erezione dell’albero trovò molto ostacolo per parte del cancelliere, e quando fu eretto, uno degli amici di costui fece il gran dispetto di pisciare, con buona licenza, su quel sublime trofeo. Poco diversamente succedette a Cassano, dove non poté essere organizzata la guardia né colle promesse, nè colle minaccie. Il parroco per mostrare che i preti non erano ribelli ai nuovi padroni, si assunse egli l’impegno di assoldare e coscrivere gli uomini atti alle armi, ma appena proferì dal pulpito in giorno di festa le prime parole dell’Editto, vide tutto il popolo ritirarsi e lasciar nella chiesa lui solo a parlar colle mura. Conseguenza di questa ripugnanza a sottoporsi alla legge delle coscrizioni, più gravosa in quanto non ci eravamo avvezzi, erano i numerosi disertori, che poi cacciati dalla necessità, si raccoglievano in bande, infestavano i paesi e le campagne, e rendevano terribile il nome di brigante. Qualche anno dopo l’epoca di cui parliamo moltiplicandosi sempre più queste diserzioni per una dolorosa esperienza che mostrava come i quattr’anni prefissi al servigio militare stavano solamente nella legge, ma che nel fatto poi non avevano confine, il prefetto Casati esortò il proposto Mazza di Asso a scrivere un opuscolo sulla coscrizione, e lo fece divulgare per tutto il dipartimento del Lario. Le conseguenze non risposero alle intenzioni nè del committente, né dello scrittore. Se cambiarono le divisioni fino allora seguite, ed organizzato un governo provvisorio (maggio 1797), noi facemmo parte del dipartimento della Montagna di cui era capo Lecco ed in cui erano compresi 160,042 abitanti, con 12 rappresentanti, che dovevano esser membri del corpo legislativo(5).
Intanto un nuovo ordine proscrisse le armi araldiche ed i blasoni e il popolo, per cui il cancellamento d’alcune cifre scolpite fu come l’affrancamento d’ogni soggezione, si gettò nelle case, nelle chiese, nei cimiteri a ruinare le lapidi e le iscrizioni. Contemporaneamente venne stabilita anche fra noi la legione chiamata Mobile, destinata a purgare le strade dagli assassini e dai ladri, alla testa della quale trovavasi un prete, che molti ne tradusse ai pretori della Martesana. A questa si aggiunse un’altra utile istituzione, e fu quella di dare a’ giudici l’incombenza di riconciliare le parti litiganti nelle cause civili, prima di inoltrarle nella via giudiziaria. Questo regolamento fu seguitato da altri non meno vantaggiosi, emanati quando quello informe stato d’agitazione diede luogo alla repubblica cisalpina, riconosciuta alla pace di Campo Formio, 17 ottobre 1797. Allora di nuovo feste, canti di sacerdoti e di preti, mutamento delle nappe cilestri in nappe verdi. Ma improvvisamente un nero turbine di guerra oscurò di nuovo l’Italia. I Russi, lasciati i ghiacci delle loro lande, discesero verso le parti di mezzodì, per ritornare la gente lombarda sotto i suoi antichi padroni; ed al novembre del 1798 erano già con Bellegarde accosto a Verona. Poco appresso Kray cogli Austriaci e Souwarow coi Russi giunsero a toccare le terre della Lombardia e innalzarono i canti moscoviti sulla riva destra dell’Adda da Lecco fino a Trezzo, ove i generali Victor e Grenier aveano raccolto il nerbo delle loro truppe. Era il 25 aprile…
il giorno sereno mal contrastava col tumulto degli animi e collo spavento di nuovi mali vicini. La colonna del barone Wukassowich, proveniente da Bergamo si divise in piccole truppe, che parte per Villasola, parte per Caprino, e per la difficile strada di Sant’Antonio si diressero alla volta di Lecco, superando tutti gli ostacoli, che loro opponevano i Francesi. Scontratisi quindi a Calolzio di fronte ad Olginate con un piccolo corpo ma ordinato di Francesi, forte di due cannoni, scaramucciarono con esso e dopo un combattimento di qualche ora, funesto ad ambedue le parti, gli Austro-Russi obbligarono i nemici a retrocedere al ponte di Lecco e sgombrare la via ai vincitori che fecero alto a Pescarenico, donde avevano animo di proseguire, se non avessero veduto che le mine aveano fatto saltare due archi del ponte, e staccato così il territorio di Lecco, da non potere da quella parte proseguire la via verso Milano. Stimarono quindi miglior partito retrocedere a seconda dell’Adda per trovar qualche passaggio sul territorio milanese. Quei di Lecco, salvi dalle orridezze d’una battaglia, scolpirono la seguente lapide che trovasi nel già nominato gabinetto del signor ingegnere Bovara.

D. O. M.
PUGNATA APRILI EXEUNTE AD TRIDUUM PUGNA
RECEDENTIBUS HEIC GALLIS PONTE DISJECTO
FINITIMIS POPULIS CONCUSSIS DIREPTIS
LEUCENSES DIREPTIONE IMMUNES
DEIPARAE TUTELARI SUAE
GRATI ANIMI MONUMENTUM
P. P. ANNO MDCCC(6).

Intanto un corpo d’Austro-Russi che aveva già passato il fiume a Cassano, impegnò un altro combattimento con 400 Francesi, appostati intorno e dentro il palazzo della Grugana, che signoreggia la strada fra Brivio ed Arlate, e benchè in numero inferiore, li obbligarono ad abbandonare quella forte posizione e ritirarsi a Robiate mentre gli Austriaci si ripararono in casa Roma a Montebello. Al primo apparire del mattino seguente un altro corpo di Cosacchi tenne dietro all’esercito Russo, sotto la condotta del generale barone di Wukassowich; ma ridottisi alla Sosta di fronte a Brivio, vedendo fino ad uno i battelli affondati per ordine di Serrurier, si fecero a vomitare ogni guisa di minaccie per obbligare gli abitanti di Brivio a tragittarli. E benché del minacciare seguissero già gli effetti; Ignazio Cantù, uno degl’impiegati del paese, che per più di 20 anni erasi trovato fra il tumulto delle armi, colla ciarpa della sua carica sulla pubblica piazza gridava che non si badasse alle imprecazioni, alle minaccie, che non potevano essere molti i danni del fuoco, che si aspettasse la venuta de’presidj francesi. Ma, intantoché il bravo militare induceva alla resistenza, due cittadini di Brivio(7), fatto popolo, levarono di sott’acqua tutti i battelli fra cui 32 barconi dei Laura, e ridottili sull’opposta riva del fiume, diedero a ventimila Cosacchi un mezzo di valicare sul territorio di Milano. I sopravvenuti si accamparono alle cascine di Foppolivera e Vaccarezza. Il pentimento non tardò: tutto il paese andò a ruba, né fu casa che uscisse salva dalle rapacità di quella torma arrabbiata. Ognuno de’membri della guardia nazionale nascose, chi ne’pozzi, chi nelle latrine le sue divise; fuggì chi aveva accusa di giacobino, ed Ignazio Cantù, cercato a morte, fu salvo con suo figlio per l’ospitale accoglienza d’un mugnajo, che lo tenne nascosto finché il pericolo non fu totalmente passato(8).
Intanto i Francesi che si erano ritirati a Robiate, ingrossatisi fino a seimila e comandati dal generale Serrurier, nella notte dal 27 al 28 aprile si fortificarono nella casa Confalonieri al luogo di Verderio, quattro miglia discosto da Brivio, costruendo subito due fortini con trincere, guardati da cinque cannoni.
Il giorno 28, era domenica, Wukassovich ardente di recarsi sollecitamente a Milano dispose la mattina per tempissimo tutte le sue truppe, e partito da Brivio fece avanzare una colonna comandata dal generale principe Vittore di Rohan, per la strada di Robiate, Paderno, fino a Merate; un’altra sotto i cenni del principe Carlo di Rohan per la strada grossa, che conduce a Milano, coll’ordine che si fermasse a Ronco; una terza mandò ad Osnago, condotta dal maggiore barone di Zedwitz; egli poi colla quarta si portò ad Usmate, a Vimercate chiudendo in questo modo d’ogni parte la ritirata ai nemici.
Non tardò il combattimento, ambedue gli avversarj combatterono con coraggio e valore senza esempio; per qualche tempo durò indecisa la battaglia, fino a tanto che le bajonette Austro-Russe obbligarono i Francesi, dopo aver tolto loro da 700 fra morti e feriti, a ritirarsi entro la corte del palazzo Confalonieri, ed a rendersi a discrezione, cadendo in mano degli Austriaci il generale Serrurier, il generale piemontese Fresia, 60 ufficiali, 2600 fanti, 5 cannoni, una bandiera e 400 cavalli. Tra i cadaveri de’ Tedeschi, che caddero su quel campo di battaglia, furono trovati Schedius e Benkò capitani del reggimento dell’arciduca Antonio, i luoghi-tenenti Loita, ed Ugorozzi. Riportarono gravi ferite i capitani Ebelitt, Colard e Fowossy, i luogo-tenenti Ebner, Knediger, Rospaviari; gli al-fieri Gomary e Surakofki; il capitano Koudè del 5.° Bannato, il luogo-tenente Le-Colombier. Tra i vivi si distinsero maggiormente, il luogotenente colonnello Ettinyshausen, comandante di cavalleria, i maggiori Zedwitz e Guggiolo, capi di colonne, il conte Neipperg, capo dello stato maggiore, che conduceva la vanguardia, il luogotenente Pellichy, che attaccò il villaggio da dritta, il capitano Sthal, ajutante di campo di Wukassowich, il luogo-tenente Fèkete degli ussari di Erdody, il luogotenente Raikovich, ajutante allo stato maggiore, ai quali il generale in capo diede un pubblico tributo di onore. Lo Schedius fu sepolto nel luogo della battaglia, e il pittore, conte Ambrogio Annoni, gli eresse sulla sua tomba questa iscrizione:

QUI . GIACCIONO . LE . OSSA
DEL . PRODE . GIOVINE . CAPITANO
SAMUELE - SCHEDIUS
NOBILE - UNGARESE - DI . MODRA
CHE - NELLA . BATTAGLIA . ARDENTE . IN . VERDERIO
AI - 28 - DI - APRILE . DEL - 1799
FRA . LE . ARMATE . AUSTRIACHE . E . LE . FRANCESI
SEGNALÒ . COL . SUO . SANGUE
LA PIENA . VITTORIA . DELLE . PRIME
IL . CONTE . AMBROGIO - ANNONI
FECE . INNALZARE
ALLA . MEMORIA . DEL . VALORE . DI . LUI
E . DEI . COMMILTTONI
QUESTO . MONUMENTO

Un’altra iscrizione sul lembo della strada, che da Verderio guida ad Osnago, dice:

AI MORTI DELLA BATTAGLIA DEL 28 APRILE 1799 ETERNA PACE

Aveva appena finito di rumoreggiare il cannone a Verderio, quando gli Austro-Russi vittoriosi entravano per le porte di Milano accolti con indicibili segni d’esultanza: subitamente mutavano l’opinioni e la forma del governo; incaricando il commissario Cocastelli di rimettere l’antico ordine delle cose.
Intanto venivano d’ogni parte i soldati Russi; passavano sul ponte di Cassano, al 30 di aprile, al 1, al 3 di maggio grosse colonne di fanti e di cavalieri, facendovi sì ladre ruberie, che n’ebbero a lagnarsi vivamente gli ufficiali austriaci alleati con essi. Anche agli altri passi dell’Adda, Vaprio, Trezzo e Brivio d’intervallo in intervallo, per tutto quell’ultimo anno del secolo scorso, transitarono nuovi corpi di Russi, di Ungheri, di Tedeschi non meno che Francesi e Piemontesi prigionieri e feriti rimandati ai loro paesi. Una lettera scritta da Annone, datata il 5 maggio e stampata nelle Notizie Pubbliche potrà dare un’idea dei tumulti delle nostre terre... “il frequente passaggio presso questi contorni de’ Tedeschi, che portansi a Lecco, per cui ieri trovavansi più di mille in Pusiano, l’esservi sulle riviere di Como degli sbanditi Francesi Cisalpini, che si fanno ascendere in tutto a 3000, e portano ovunque la desolazione, contro de’ quali tutte le comuni del lago suddetto, il territorio di Lecco sino a Civate, pure compreso, sono sull’armi...
Qui non vi sono novità sempre che la rovina in parte del ponte di Lecco, fatta da’ Francesi nella loro fuga, l’immediata interinale restaurazione del medesimo ordinata dai Tedeschi, per il passaggio delle loro truppe che da Bergamo recansi a Milano, e da Milano pure sì a Lecco, che a Como dirette a far prigionieri li Francesi dispersi come sopra sulle riviere di Como; e giorni fa venti paesani armati si sono impossessati di una barca cannoniera francese con entro 15 Tedeschi prigionieri e l’hanno condotta a Lecco”(9).
Così terminava infaustamente fra le stragi un secolo che fra le stragi era cominciato, che aveva durante il suo corso mirate tante guerre in Russia, in Germania, in Ispagna, in Francia, in Italia, tanti rovesci e mutamenti di troni. Io, e voi o miei coetanei, possiamo vivamente rallegrarci che Iddio ci abbia non solo preservati dal vedere quel tempo infausto, ma abbia anche differita la nostra nascita a due lustri dopo che quel secolo era spirato.