CAPITOLO LV

VICENDE CONTEMPORANEE
DAL 1800 AL 1837.


Discesa di Bonaparte dal San Bernardo. - La Brianza unita al dipartimento del Lario. - Esultanze. - Provvedimenti di Bonaparte. - Sua incoronazione. - Caccie a Brivio. - Il casino del vicerè. - Il dottor Cantù. - La guardia di Cantù. - Francesco I visita la Brianza. - Sua Altezza il vicerè Rainieri ci visita sovente. - La strada militare da Milano a Vienna. - Distruzione definitiva delle peschiere di Brivio. - Monumenti di belle arti. - Villa Amalia di Polak.Villa Traversi. - Disegni di Zanoja e Palagi. - Rotonda d’Inverigo di Cagnola. - Sepolcro Perego di Clerichetti. - Villa Nava di Canonica. - Il Soldo, la Rovella, case Carcano, Parravicini, Brusa, Zappa. - Chiese di Masnaga, Besana, Bosisio, Galgiana. - Campanile di Vernusco di Moraglia. - Chiese del Gernetto e di Vaprio di Somaglia. - Chiesa di Casate Nuovo d’Amati. - Freschi ad Arcoro e a Valmadrera di Sala. - Chiese di Valmadrera, di Calolzio. - Campanile di Villadadda di Bovara.

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Bonaparte è in Europa! questo grido riempì di meraviglia i nostri padri che lo credevano fra le deserte lande dell’Egitto. Non tardò il grido ad avverarsi, e il suo tamburo di nuovo batté sulle vette del gran San Bernardo, e poco appresso Bonaparte, primo Consolo piombò imprevveduto sull’Italia. Allora d’ogni parte sbucarono i Francesi, e noi di nuovo fummo allagati dagli eserciti dei conquistatori. La battaglia di Marengo decise della loro e della nostra sorte. L’Imperatore d’Austria nella pace di Luneville, segnata ai 9 febbrajo 1801, cedette ancora la repubblica Cisalpina, che fu divisa in dodici dipartimenti, assegnando i nostri a quello del Lario, comprendendovi tutti i feudi privati e imperiali.
Ed ecco di nuovo gravezze d’alloggi ed insoffribili coscrizioni; i figli strappati dai solchi paterni, cacciati su terre straniere; deluse le lusinghe di chi sperava un miglior avvenire, rialzato l’albero, ritornati i canti e le feste sulle pubbliche piazze:
Tedeum e musiche e feste per le chiese. Si stampò sulle gazzette che anche noi ebbri di gioja esultavamo al ritorno dei repubblicani.
Intanto Bonaparte si riserbava ad opere di generale utilità. Dopo la battaglia di Marengo pensò a liberare il culto religioso dai gioghi a cui era stato condannato, ravviare le funzioni ecclesiastiche che minacciavano di sospendersi di nuovo Come alla prima calata dei Francesi; convocò a Lione il meglio de’ negozianti, possidenti e dotti de’ varj dipartimenti; decretò che la repubblica si chiamasse Italiana, fosse regolata da un presidente decennale, che fu lo stesso Bonaparte e da un vicepresidente che fu il duca Melzi d’Eril; stato provvisorio terminato quando Bonaparte diventò Napoleone imperatore de’ Francesi, 1804, e re d’Italia, incoronato in Milano il 26 maggio 1805 con sacro e magnifico cerimoniale, ponendo in capo la Corona Ferrea secondo l’antichissima usanza de’ re nostri.
In quest’occasione nominò viceré d’Italia suo figlio il principe Eugenio di Beauharnais, destinandolo però ad una corona più luminosa.
Le vicende nostre in questo periodo nulla presentano di particolare, onde crediamo inutile di fermarci lungamente a discorrere di esse.
Il principe Eugenio, amantissimo delle feste, aderì più d’una volta ai magnifici inviti del dottore Bernardino Cantù, quando gli preparava principesche caccie sul lago di Brivio. L’invitante, trascorrendo a spese ruinose, gettava il suo denaro in apparecchi di festa, ai quali di rado un privato può arrivare; pranzi, regate, imbandigioni sontuose, né solo pel viceré e pel suo treno, ma pei barcajuoli e navalestri, che si prostravano dinanzi al dottor Bernardino in atto di sudditanza. Una volta da un limaccioso terreno fece emergere fuori, se mi è permessa questa espressione, un elegante casino di assito, tutto coperto di mortelle, a diversi piani, col sopracielo di tela cerata abbellito dei fiori più rari e peregrini; cento navicelle coperte di tela, di cotone, di seta, tutte ricchissime di preda, approdarono alla riva, e in un subito il casino fu convertito in sala di danze e di conviti. Ma un improvviso acquazzone interruppe l’allegrezza, ché, filtrando attraverso il telone incerato, ne traeva seco il colore, e cadeva lordo sugli abiti del principe, dei ministri, e delle signore. Sicché il dottore Cantù pensò come prevenire per un’ altra volta questo sconveniente, e fatto ruinare l’assito, rassodò con palafitte il terreno molliccio della penisola e vi gettò un elegante edificio a mattoni, che resta tuttora, e che, inaugurato al personaggio invitato, fu detto e si dice ancora il casino del viceré. Là si rinnovarono le vivaci e splendide allegrie, finché, per quanto ci vien detto, Eugenio saputo che l’invitante era un semplice privato, si fece coscienza di resistere ad ogni nuovo invito.
Il dottore Cantù, fatto potente nel favore del viceré, trascorse ad atti di poca moderazione; egli mandar chi voleva all’esercito, liberar chi gli piaceva meglio, mostrare tutta l’imperiosità e tracotanza de’ tempi feudali; cingendosi per soprappiù d’uomini pronti ad eseguire ogni suo comando per quanto arrischiato e ruinoso.
Costui avea comperato tutto il lago di Brivio dalla famiglia Delfinoni di Rovagnate, e ne aveva ritenuta sempre la proprietà finché, per un vitalizio, la cedette al nobile comasco Abondio Lambertenghi, attuale padrone.
Ma fra le clamorose vicende del governo italiano, tra il suono dell’armi, tra le feste quali non furono né prima né dopo in Italia celebrate, scompare il nome della Brianza, confuso prima con quello degli altri paesi della repubblica Cisalpina e poi con quello del dipartimento del Lario. Restò però vivo per qualche tempo il nome di Cantù per essere questo borgo divenuto il deposito delle reclute milanesi, e per la sua guarnigione che veniva contraddistinta dal cappello segnato col motto Guardia di Cantù(1). Alloggi continui, perdita della più robusta gioventù, gravosissime imposizioni, apparente libertà ed effettiva sommessione, insopportabili contribuzioni, ecco la sorte che avevamo comune con tutti gli stati del sedicente regno italiano, a capo del quale era un Imperatore francese, un viceré francese; feste per l’incoronazione dell’Imperatore, feste per le sue nozze, feste per la natività del re di Roma, feste per le ripetute vittorie, esecrate dalle madri; feste pel rovescio del conquistatore, feste pel ritorno delle potenze alemanne. Generali avvenimenti, che crediamo inutile riferire e per non tastare piaghe troppo recenti, e per non togliere alla nostra storia quei lineamenti individuali, che abbiamo cercato di conservarle.
L’imperatore Francesco I e Maria Luigia sua consorte, reduci dalla Francia, ove li aveva chiamati il congresso di Parigi, vollero vedere la parte d’Italia che avevano ricuperata.
Passarono dunque l’ultimo giorno del 1815 con gran seguito di principi anche sul ponte di Cassano, dove secondo il disegno di Giuseppe Perrucchetti, erano stati innalzati tre grandiosi archi di trionfo con iscrizioni italiane del Consigliere Robustiano Gironi, attuale direttore della I.R. Biblioteca di Brera. Dalla capitale della Lombardia partirono le loro Maestà sul principio del marzo seguente.
L’Imperatore attraversò la Brianza, e a Brivio dove s’era costruito momentaneamente un largo porto di barche pel tragitto del fiume, si fermò alquanto in ragionamenti col proposto Agostino Visconti. L’ Imperatrice retrocedette invece dalla medesima via di Cassano (12 marzo) diretta a Bergamo, dove era attesa dall’augusto consorte.
Più d’una volta ricevemmo visita da S. A. il Viceré arciduca Raineri, quando tratto da circostanze di passaggio, quando da voglia di vedere una delle parti più deliziose della Lombardia e respirarne l’aria salubre. Né lasciò innosservate le parti più faticose: ascese al Buco del piombo, caverna di sopra di Erba, scavata in un masso calcare argillifero, s’internò nel seno del monte fin dove è possibile procedere, ed ivi fu posta a ricordanza della sua venuta quest’iscrizione:

S. A. I. IL PRINC. RAINERI VICERE
CONSIGLIERE DE-CAPITANI
CIAMBELLANO CONTE PAAR
GLI 8 MAGGIO 1829.

Vide la Vallassina, e perfino la Valsassina, che egli attraversò entrandovi per la parte di Lecco, e riuscendo dallo sbocco opposto di Bellano.
Sotto il governo di Francesco I fu aperta la magnifica strada militare, che partendo da Lecco corre lungo la sponda orientale del lago di Como, quando ricavata nel pendio d’un greppo, quando condotta in ampie gallerie forate nel seno della montagna, sempre carrozzabile e maestosa fino a Colico, dove si congiunge colla strada della Valtellina. Si eleva essa un metro al di sopra delle maggiori piene, si dilata, colla pendenza non mai maggiore del quattro per cento. Per ordine dello stesso Imperatore fu allargata, appianata, e diremo anche accorciata la via che da Lecco traeva a Monza, per serpeggianti stradicciuole, ora piegate a seconda delle curvature dell’Adda, ora avvallata e fangosa, ora attraversante i ciottoli d’un torrentello, ora perduta nel folto d’un boschetto di roveri e di castani, ora rialzata sul cucuzzolo d’un pendio.
La strada è omai condotta al suo termine, e quando sia costruito il lungo ponte sul torrente Gherghentino la gita da Milano a Lecco non sarà più che una piacevole scorsa di bellezza in bellezza, senza che più venga sentito alcuno dei disagi ordinarj nei viaggi. Lo stesso sarà della Vallassina quando sia condotta a termine la strada progettata ed approvata, che deve tagliarla ed agevolare i mezzi di comunicazione e di trasporto in quella valle.
I Comaschi, sperando che la distruzione degli attrezzi che arrestano l’acqua da Olginate a Brivio, salverebbe la loro città dall’inondazione, ottennero che fossero disfatte le pescaje, che formavano la ricchezza della popolazione di Brivio. La Chiusa che rallentava la corrente dell’acqua e ne faceva divergere un ramo per dar movimento ai mulini ed a setificj, cominciò ad essere distrutta il giorno 28 marzo 1837, a cui tenne immediatamente appresso un abbassamento d’ acque, maggiore assai dell’aspettazione. I legnari, le gueglie e tutti gli ordigni pescherecci vennero strappati per dar più libero corso all’acqua, e il laghetto di Brivio convertito in un canale. Così i mulini perdettero la loro attività e il battello che il pescatore era solito spiccar dalla riva, e ridurlo a casa col dolce peso della sua preda abbondante, ora giace quasi inoperoso senza speranza di migliore fortuna. Non venga però meno la speranza che riponemmo nel generoso nostro governo, che con paterna vigilanza ascolta le suppliche de’ suoi soggetti, e largheggia i ristori dove vede che ne torna il bisogno.
Se i Comaschi non avranno vantaggio la sola esperienza potrà deciderlo: non calcolando per ora le apparenze presenti né le osservazioni che il Padre Lecchi addusse contro di loro.
In questo periodo di tempo la nostra Brianza vide sorgere bei monumenti di pittura e di architettura, onde acquistò un nuovo titolo ad essere visitata dagli amatori del bello.
Chi viene ad Erba non deve omettere di vedere la magnifica villa Amalia, che il consigliere Marlianici commise da erigere sulle ruine del soppresso convento dei padri Riformati, al celebre architetto Leopoldo Polak (1801), inaugurandola alla sua diletta consorte. Il consigliere proprietario nulla tralasciò perché riuscisse, il meglio possibile, decorata; adornò la sala di mezzo con un dipinto di Andrea Appiani, rappresentante 1’ Aurora; il giardino con un accuratissimo e gentilissimo busto in marmo di Carrara ombreggiato da un alloro, fatica dello scultore Franchi, e monumento del nostro Giuseppe Parini, sotto cui si leggono i versi stessi che questo poeta dettava nella sua ode all’ Inclita Nice

Tu ferma il passo e attonito
Udrai del gran cantore
Le commosse Reliquie
Sotto la terra argute sibilar.

Poco discosto da qui sono due altre belle statue che, credo del medesimo scultore, immagini una di Atteone, l’altra di Diana.
Di là trasportandoci fino a Desio nella delizia di casa Traversi, vedremo i primi felici tentativi delle pitture all’encausto dei fratelli Gerli, una bellissima statua d’Apollo in una sala ornata di pregevoli pitture all’egiziana, una capanna ove è dipinta la patetica storia d’Erminia dell’illustre pittore di scene Domenico Menozzi, ma più di tutto il tempietto del professore Giuseppe Zanoja. È un edificio monoptero, composto di colonne joniche a cui appoggia un cornicione, su cui si eleva la volta a cassettoni con rosoni. Alcuni facili giri di gradini circolari mettono alla celletta ove sorge la statua d’Imene, a cui quel tempio è dedicato. Ora a compiere la delizia del luogo vi si sta edificando un teatro, di cui diede il disegno il pittore Pelagio Palagi, del quale è pure il disegno della maestosa torre gotica, coperta di edera e di sempreverde.
Vince però di lunga mano tutti questi edificj architettonici la celebre Rotonda sul colle d’Inverigo, grandioso edificio in cui il marchese Luigi Cagnola, richiamò in vita quel saper greco e romano al quale e per genio e per amore era stato educato.
Volendo imitare le rotonde di Capra e di Vicenza, a somiglianza delle quali, unì alla grande edra di mezzo vasti ed agiati appartamenti e le delizie desiderabili in una villa; emulò però l’una e l’altra nel magnifico scalone, e nella sceltezza de’ marmi, sebbene non possano che risentir svantaggio dall’aver la parte più bella ed ornata rivolta a tramontana. Il gusto dell’architetto appare anche nella ricchezza degli ornamenti e nelle sculture, opera dell’illustre Pompeo Marchesi. A questo grandioso edificio, veduto in lontananza, aggiungono notevole particolarità e nuova vaghezza i lunghi filari di cipressi ond’è adorno quel vicino palazzo Crivelli, dove puoi a tuo agio ammirare la grandiosità, la magnificenza, non ancora raffinata, ma ben lontana dalle stranezze del secolo scorso.
A Cremnago, terra poco discosta di qui l’architetto milanese Giuseppe Clerichetti, mentre innalzò un monumento sepolcrale alle ceneri de’ defunti della casa Perego, eresse un’opera che lo colloca fra i buoni architetti di Milano. È un edificio di figura quadrata, superiormente di forma cilindrica con gradinata e cupola d’ordine dorico, colle pareti laterali a bugnati e sostenute da colonne scanellate, quattro delle quali compongono il pronao, adorno della cornice, dell’architrave e del frontone ove sta scritto Hypogeum. La parte anteriore è scompartita in tre campate, separate da colonne per cui entra libero lo sguardo nella parte interna a scagliola, che riceve luce anche da un ampio lucernone superiore. Lo sfondo è occupato da un altare marmoreo su cui sarà posta di corto una statua raffigurante la Maddalena ai piedi della croce, lavoro del distinto scultore Labus, figliuolo del chiarissimo antiquario ed epigrafista.
Del cavaliere Canonica è l’amenissimo ed elegantissimo palazzo, che i conti Nava fecero innalzare a Monticello presso Casirago, sull’ area di un’antica torre, già famosa nella storia, danneggiata ai tempi delle contese fraterne, ruinata totalmente al principiare del secolo scorso. Non è a dirsi con quanto buon senno il proprietario presente, uno dei più colti patrizj milanesi, sapesse decorare questa villa, che vanta talvolta d’accogliere nel suo seno il principe dei poeti italiani viventi, di cui presenta fra gl’illustri ond’è decorata anche il suo ritratto, rarissima cosa.
Il distinto architetto Giacomo Moraglia si potrebbe chiamare di preferenza l’architetto brianzuolo, tante sono le opere varie ond’egli abbellì la nostra patria nei pochi anni da che, ricco di cognizioni e d’un ottimo gusto naturale tornato da Roma, condusse tanti lavori varj, grandiosi, sacri e profani. È sua la casa di delizia onde il nobile Giacomo Appiani d’Aragona milanese volle crescere la vaghezza dell’amenissimo poggio del Soldo, che da quel cortese signore ebbe, si potrebbe dire, nuova vita, tanto ne è migliore l’aspetto presente della nuda apparenza d’una volta.
È una casa poco elevata, ove tu vedi congiunta una singolare semplicità, con non ordinaria eleganza, nulla ommesso di quanto può servire agli agi della vita, a soddisfacimento dell’occhio, ad appagare il quale contribuisce ancor più l’esterna apparenza del casale, dipinto sulla maniera d’un castello, dal primo pittore di scene Alessandro Sanquirico, e che serve d’alloggio al giardiniere.
Eguale eleganza e magnificenza seppe conciliare lo stesso valentissimo architetto nella casa, che la contessa Luigia Confalonieri, figlia dello storico Pietro Verri, volle innalzare (1825-26-27) sulla Rovella d’Agliate, ove è principalmente a vedersi l’oratorio di pianta tetrastila, nel quale troverai anche un San Giuseppe, pregievolissimo fresco del pittore cremonese Diotti.
È dello stesso la casa Carcano, che riesce sulla piazza della chiesa d’Orsenigo, cominciata nel 1833 e terminata due anni dopo; dello stesso la grandiosa casa del signor Carlo Carpani, vicino a Ponte, a cui non manca che una più comoda situazione; dello stesso i due casini del nobile signor Parravicini a Castelnuovo, e quello del ragioniere Gaspare Brusa, i quali presentano l’eleganza, se non la magnificenza delle case dette dianzi.
Quanta poi sia la saviezza del suo gusto lo mostrò principalmente nelle molte chiese che egli o fece di pianta, o rinnovò od ampliò, come la parrocchiale di Masnaga, che da una sola navata ridusse a tre; allungandola verso la facciata (1831. 32-33), la chiesa di Besana ingrandita, e l’oratorio levato per intero a tergo di essa chiesa; nella qual terra vuoi essere pure notata come dello stesso architetto, la fronte della casa del signor Pietro Zappa; l’oratorio Appiani in Bosisio, la chiesa parrocchiale di Galgiana e il campanile di Cernusco Lombardone attestano vivamente l’attitudine singolare di questo giovane artista meritevole s’altri mai di stima e di favore.
Il dilettante architetto, conte Gian Luca della Somaglia, volle anch’egli donare al nostro delizioso territorio il bel disegno della piccola chiesa, onde a Sua Eccellenza il signor conte Mellerio piacque dar una nuova prova della religione che lo rende tanto operoso a vantaggio del culto e dell’umanità, e dell’ altra di San Carlo pur essa al Gernetto(2) d’ordine dorico degna d’osservarsi anche pel grande effetto prodotto colla sola combinazion di angoli che formano un presbitero elegante, e lo fanno comparire più vasto, adorna di statue rappresentanti le quattro virtù, due di Giovanni Antonio Labus e due di Girolamo Rusca, del quale è pure il bassorilievo raffigurante la Visitazione della Madre di Dio a Sant’ Elisabetta, lavori molto lodati, che stanno assai bene con un quadro del Cerano raffigurante il protettore della chiesa. Al Gernetto, nella delizia Mellerio, vedrai molti altri lavori che attestano l’amore onde il nobile architetto coltiva questa utilissima parte delle belle arti. Dello stesso Conte è il semplice oratorio di Campo Fiorenzo, di proprietà Mellerio, ad uso de’ contadini, con porta corinzia sulla facciata, e finalmente anche la chiesa d’ordine jonico che sorge a far bella mostra di sé sull’eminenza di Vaprio. È conformata in una croce con una sola navata, con coro a semicircolo della lunghezza maggiore di braccia 90 per 39 di larghezza, con volta sostenuta senza chiavi perché sta perfettamente entro un triangolo equilatero scompartita in cassettoni con rosoni. Una cosa, che non vuol trascurarsi di notare in questa chiesa, è il buon effetto generato dall’essere replicato nel presbitero il disegno delle colonne che formano il pronao della facciata. Il campanile ultimamente innalzato alto 93 braccia, col diametro di braccia 9 nel disegno originale, avea la cupola sferica, ma il signor Conte, per ragione d’economia, fu obbligato a terminarla a cuspide. Le colonne ond’è sostenuta questa cupola avvertono che anche il campanile è d’ordine jonico.
Degna pure d’ogni encomio è la chiesa di Casate Nuovo, anch’essa d’ordine ionico, cominciata nel 1808 e terminata nel 1815. Essa presenta la lunghezza di braccia 57 dallo sfondo del coro alla porta d’ingresso sopra 48 d’altezza con volta a tutto sesto a cassettoni e rosoni e senza chiavi. Fanno bella mostra di sè gli ornati del Cambiasio, i quattro Evangelisti sulla volta, il trionfo della gloria, i dodici apostoli, e i quattro dottori della chiesa nel presbitero, felice lavoro a fresco del pittore Lavelli. Ora chiuderemo questi cenni architettonici coll’iconografia d’un’ altra chiesa brianzuola, allargandoci alquanto più sul merito di essa per essere il loro architetto uno di quei migliori che illustrano il nostro paese.
L’ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco tracciò nel 1814 la pianta della nuova chiesa di Valmadrera, sopra pochi muri sotterra, che esistevano fino dal 1790, e di cui approfittò in quella parte che gli tornò vantaggiosa, elevando i nuovi muri a croce greca con due lati, quello del presbitero e quello del vestibolo, più lunghi di quei laterali per le due cappelle. La croce è formata d’un quadrato di quaranta braccia di larghezza, entro cui è inserito un altro quadrato di braccia ventisei, mediante quattro colonne isolate di granito del paese, del diametro d’oncie trenta, d’ordine corintio, e ventidue braccia d’altezza, i quali sostengono sopra il cornicione la volta, che è commessa da dipingere al professore cavaliere Sabatelli, e il cui centro dista dal pavimento cinquanta braccia. La lunghezza poi dal fondo del coro alla soglia della porta è di novanta braccia. Ad accrescere il pregio di questo sacro edificio giovano assai gli angioli a stucco eseguiti da Benedetto Cacciatori e dal valentissimo Pompeo Marchesi. Vicino ad essa chiesa lungo una via rialzata sulla china del monte il giovine dipintore Vitale Sala da Cennusco Lombardone, troppo presto rapito all’arti ed alla gloria del nostro paese, effigiò in bellissimi freschi due fatti della Passione di Cristo, del quale sono pure dodici altri busti commendevoli d’illustri milanesi che il conte Giulini, uomo versatissimo negli studj dell’economia e della giurisprudenza, fece dipingere a fresco in una sala nella sua delizia d’Arcore. Lo stesso ingegnere Bovara diede una seconda prova del buon gusto ricevuto e dalla natura e da un lungo esame de’ famosi monumenti dell’antichità, che rendono la Roma antica più pregiata della moderna, nella chiesa di Calolzio a tre miglia da Lecco sulla via per Bergamo, composta d’una sola navata, larga venticinque braccia, lunga cinquantadue ed alta quaranta, compreso il cornicione sostenuto da mezze colonne corintie con volta a botte ornata di cassettoni ottagoni e rosoni a rilievo. A questa navata s’unisce un presbitero quadrato, formato di sei colonne e due pilastri pur d’ordine corintio del diametro di oncie ventisette e venti di altezza che sostengono il cornicione su cui appoggia la tazza a tutto sesto. L’ordine corintio regola pure l’esterno non ancora ultimato nei capitelli. La lunghezza di essa chiesa dal centro del coro alla soglia della porta principale è di braccia ottantasei. In questo sacro edificio si trova un bellissimo quadro a grandi figure al vero rappresentante san Martino vescovo, opera, secondo alcuni, del Lotto, secondo altri, del Castelli, ambedue stimatissimi pittori bergamaschi. Un’altra tela presentata nel 1835 alla pubblica esposizione di Brera, esiste nella cappella di fronte, lavoro del bergamasco Enrico Scuri, allievo dell’accademia di Carrara in Bergamo, ove è dipinta la Beata Vergine del Carmine, che presenta lo scapolare a San Simeone StocK, bel preludio d’un giovine artista, che sa già fin ora trattare la tavolozza con grazia., morbidezza, franchezza di disegno e felicità di composizione. Accanto a queste due comendate opere del signor Bovara collocheremo il campanile di Villadadda, recentemente terminato, ove vedresti in bellissimo accordo unite la solidità e la magnificenza colla semplicità ed eleganza, onde gode meritatamente il primato, non dirò solo nella Val San Martino, ma per un buon tratto di paese all’intorno giovando assai ad acquistargli questo titolo la statua che vi fu posta sulla cupola, lavoro di Marchesi.
Nè vuol tacersi - un altro altare disegnato dallo stesso Bovara - e posto nella chiesa - d’Oggiono su cui sono due angioli in marmo dello stesso Marehesi, spiranti quella grazia, che egli di preferenza sa trasfondere nei suoi genj, miei suoi esseri ideali. Così acquistò un nuovo pregio quella chiesa ove Andrea Appiani, ancor giovinetto, fece il primo tentativo del suo dipingere, conducendo una tavola di bellissimo lavqro rappresentante San Giuseppe, non più nelle sembianze d’un poverello, come piaceva fari o ai più prima del suo esempio.
In questo .volgere di tempo sorsero pure il palazzo Trotti sulle ruine del convento di Verano, il Belvedere di casa Taverna presso Canonica del Lambro, la delizia, di buona architettura ma di poco felice orizzonte, onde l’illustre monsignor canonico don Palamede Carpani, II. Consigliere di governo ed Ispettore generale delle scuole ele­mentari del regno Lombardo-Veneto, abbellì l’umile Gagliano, sua patria, dove torna sovente a re­spirare l’aura nativa, e rimettersi colla libertà campestre dalle lunghe fatiche delle - sue incombenze. Olginate riceyette nuova vita dalla magnifica strada militare, onde è tagliato, ed abbellimento dalla casa e Torri del signor Testori; - Barzanò fu adornato dalla bella villa Pirovano, oggi Manara; Osnago ebbe l’elegante delizia del Consigliere nobile Paolo De-Capitani, vicepresidente dell’Imp. R. Giunta del Censo; Ganzo acquistò un piccolo ma elegante teatro; Brivio le belle case, e giardini e setificj del signor Enrico Carozzi; la Pirovana, per le ben versate largizioni del defunto don Cesare Ghergherino, fu convertita in una delle più pregiate delizie della Brianza, fatta ancor più bella per le molte pitture di artisti recenti onde fu decorata; e tante altre ville il nominar tutte le quali mi menerebbe troppo per le lunghe.
Non sarà di poco ornamento alla patria nostra l’insigne sepolcro, di fui fu già dato ed approvato il disegno del professore Durelli, a monumento del­le ossa di Romagnosi che riposano a Carate; il marmo che si sta progettando, e fra poco verrà eseguito dal valente scultore Giovanni Antonio Labus, rappresentante la Carità, da collocare a Casate Nuovo a ricordanza del marchese Francesco Casati, che con opere di pietà si rese benemerito della nostra Brianza finalmente la chiesa rotonda proposta dai conti Nava, sebbene non ancora co­minciata, nell’impareggiabile delizia di Monticello, in sostituzione della parrocchiale che sorge sulla prospettica altura di quella terra.