CAPITOLO LVI

IL CHOLERA
1836




Lecco, vi spedì con convenienti ordini il medico Righetti, svizzero da gran tempo stabilito in quella città; ma non sì tosto vi giunse, che all’aspetto di tanta miseria, fu preso da una sì vigorosa scossa di timore, che ne rifuggì subitamente verso il luogo d’onde era venuto; ove lì colto morì.
In mezzo però a tanta desolazione non mancavano anime pietose, che animate da spirito di fratellanza e d’amore, cercavano di rendere meno feroce la tirannia del male, e provvedere alle necessità di sempre crescenti orfanelli, che perduto chi guadagnava per loro il necessario alla vita, avrebbero dovuto se non del male essere almeno vittima della fame. E qui mi si permetta di nominare l’avvocato Ticozzi di Castello, che caritatevole, e pronto a sacrificarsi per gli altri, non si ritirò nel pericolo comune, attese a conservar il buon ordine per quanto si combinasse colla dolorosa circostanza, soccorse i miserabili e mantenne per lungo tempo a sue spese numerosi orfanelli.
Dal territorio di Lecco si propagò la malattia nell’attigua Valsassina, ove minacciò terribilmente un dì con una generale spossatezza, vertigini, dolori al ventre ed alla testa gli abitatori d’Introbbio, senza però che vi facesse danno reale; e invece affliggendo barbaramente gli abitanti di Barsio, Cortabbio, Moggio e Cremeno. I nomi del medico Tantardini d’Introbbio, e del curato Mariani di Moggio vogliono essere posti fra i nomi di chi mostrò maggior zelo e filantropia nella comune disgrazia.
Intanto la strage si era propagata in tutta la Brianza, forse a cagione del caldo, umido sciroccale, tanto propizio a sviluppare i germi delle malattie contagiose dominanti sulla metà del luglio, a cui succedettero d’ improvviso raffreddamenti d’atmosfera. La gente ammalava, era presa da gravi dolori, moriva delirando, il più delle volte in meno d’un giorno, col viso livido e contrafatto. Gli uomini dabbene raccomandavano le loro coscienze al Signore e si preparavano al sacrificio della vita; anche i tristi deponevano ai piedi del sacerdote le lordezze della loro anima, piangevano, facevano voti durevoli finché durerebbe il male. Tu vedevi per tutto infiorati i davanzali delle cappellette, le più fatte riavere da quel pittore e spiagaccino che avevano primo alle mani, e vi pendevano giorno e notte dinanzi lampade accese.
Erano visitati i santuarj da lunghe file di devoti, i più di essi scalzi e in abiti di penitenza; sulla sera non più udivi le placide cantilene della villanella, che coi sacri arnesi al collo ritorna dal camperello delle sue fatiche, ma un uniforme alternare di canti melanconici, la cui mestizia accresceva più più che si avanzava la notte. Le chiese aperte in alcuni siti notte e giorno, gremite di supplicanti; ma sciaguratamente quel restare a lungo adunata la popolazione in luoghi chiusi ammontava nocive esalazioni, e dava maggior nutrimento alla malattia.
Dappertutto si piangevano persone rapite, dappertutto si temeva di non veder più la sera, o più l’alba del domani. Udii nel Piano d’Erba un giovane, a cui era morta la sorella, conunettere ad un amico, che attendesse fin domani a dan ai parenti la dolorosa nuova di quella sciagura “perché, diceva piangendo, potrai dir loro domani che sarò morto anch’io “. E domani era estinto. Altrove scontrai un povero padre che andava come trascinato da un moto macchinale, senza che mostrasse di saper dove; non aveva lagrime sugli occhi, ma palesava i segni d’un largo pianto, s’avvicinò alla bottega d’un legnajuolo, lo chiamò fuori, e gli disse: “Farete una croce e suvvi insieme i nomi dei miei tre figli, forse v’aggiungerete anche il mio”. Convenuto il prezzo senza scemare d’un soldo, pose il danaro sur una pietra e ne partì borbottando: “poveri figli ! poveri figli ! “ Ho veduto più d’uno abbandonato nel letto senza amico, né conforto, recarsi alla porta del parroco, supplicandolo che venisse a confortarlo coll’estrema unzione e colle preci degli agonizzanti.
Il male sul primo gettarsi in un paese cerniva i più infermi, poi non rispettava più né età, né condizione, né -indole, né corporale salute, avendo solo qualche riguardo alla temperanza. Mi ricordo d’un ostiere che era fra quelli che più avevano saputo approfittare dell’aria sana e vivace della Brianza; giovane di 27 anni; non aveva mai saputo che cosa fosse una doglia di testa, di ventre, di denti, non si era mai mostrato un giorno se non di vivacissima natura; quando io lo vidi era seduto in un campo pallido; guardava le ugne che s’illividivano, sentiva un tremito per le ossa, indurirsi le carni delle gambe, irrigidirsi le membra e a chi gli chiedeva che hai?: rispondeva il male. Domani era già sepolto.
Le campagne presentavano un tristo aspetto; contadini paurosi, dolenti della perdita d’un parente, d’un amico battevano e vagliavano svogliatamente il grano sull’aja, altri mietevano nauseati colla certezza quasi di non godere il loro ricolto; sulla sera spingevano i buoi verso casa con tristi presentimenti, che il più delle volte non erano fallaci.
In mezzo a tante miserie v’erano di quegli oziosi maligni, che non paghi di essere inutili al mondo cercano i mezzi di riuscire dannosi, acciuffano ogni occasione per mostrare che gli altri uomini sono tristi al paro di essi, riescono ad affascinare le grosse credenze degli ignoranti, trascinandole a loro talento. Questi solo poterono spargere tra il popolo, facile a credere qualunque cosa gli venga detta, senza riflettere se possa essere o non essere, il dubbio, poi la certezza che le persone morivano avvelenate con un ampollino che i medici avevano sempre pronto per ismaltire gli ammalati. Quante volte ho sentito i contadini riferirmi minutamente le circostanze che accompagnarono la morte d’un loro parente, e aggiungere colla persuasione di chi sa di dire una verità, “il male cominciava a piegar al meglio, ma il signor dottore volle dargli l’ampollino e l’ammalato ne morì.
E i medici dovevano lottare contro un’opinione tanto sinistramente concepita; a dispetto del popolo somministrare que’ rimedj che 1’ esperienza avea mostrati di qualche meno inutile effetto. Esigevano il più delle volte, in guisa da non lasciar luogo a ripetere, che il medico assaggiasse, egli il primo, la bevanda destinata all’infermo, senza badare che può al sano tornar nocivo quanto è giovevole a stomaco ammalato. L’arte non poteva nulla contro la malattia che colpiva una persona, ne dava tempo di salvarla nullameno malignità dalla parte de’ medici non ve n’erano; eppure la popolazione non poteva di questo andar persuasa.
Contrapponeva il popolo, è vero, che se non era malignità era ignoranza, una soverchia facilità di classificare il male, di portar gli infetti a sepoltura, prima che fossero raffreddi e morti. Né qui tutto il torto stava dalla parte di chi così credeva, poiché è vero, quant’è vero ch’io scrivo, che mentre recavasi una donna al sepolcro, essa rinvenendo da un profondo assopimento chiese ai sepoltori dell’acqua. La donna ritornata all’ospitale guarì e gode ora perfetta salute. È questo un caso che fa per alcuni altri. Ma chi non ha commesso qualche errore? e dove era più facile a commetterne, che trattando una materia così come il choléra sconosciuta? Ma il popolo incideva nella memoria queste sciagurate avventure, pronto ad opporle ad ogni tua contraddizione, e dimenticava di subito i tanti atti d’umanità, di zelo, di doveri sociali.
E di provvidenze? Al primo timore che il male entrasse anche fra noi molti accorsero anticipando le offerte secondo o le sostanze possedute, o la liberalità del cuore. Con questi mezzi, che furono sempre pochissimi a fronte al bisogno, si preparò in ogni comune un ospitale fornito di quei letti, che si erano potuto comperare, e si trovarono gl’infermieri Dolorosa cosa! che questo titolo misericordioso abbia tante, volte anche fra noi prestata la maschera, per poter sotto di essa commettere al sicuro ruberie e immunità.
Appena un comune ne andava infetto, se era provveduto di medico e di preti bastevoli al bisogno, le cose camminavano regolarmente; se no, l’autorità civile e l’arcivescovo ne lo provvedevano subito. E qui sarebbe il luogo di fare l’elogio d’alcuni medici nostri, che si diedero ad assistere, con uno zelo infaticabile gli ammalati, provando le disgrazie altrui come proprie sciagure, né trovando mai il dì e la notte riposo, alcuni tra questi rimanendo vittima dello zelo, fra cui il giovane Berretta, medico condotto della comunità d’Olginate. Ma forse la cosa potrebbe parere a taluni ingiusta; qualcuno potrebbe lagnarsi d’essere immeritatamente dimenticato, altri inorgoglirsi d’esservi stato ingiustamente encomiato, e poi potrebbe forse l’elogio de’ buoni nominatamente infamare quei dessi, che o paurosi, o non badando che a cùstodir sè stessi, o avendo il cuore di pietra sui mali de’ loro fratelli, fuggirono colle imprecazioni de’buoni, avviliti in faccia a sè medesimi. L’autorità superiore, mossa a giusta indignazione, cassò questi medici, dando loro anche un pubblico biasimo.
Durante il giugno, il male pellegrinando non avea invaso che i distretti di Brivio e di Lecco. A Brivio infierì violentemente, forse per lo stagnare delle acque, a malgrado dei preparativi e delle largizioni d’alcuni privati e segnatamente d’Enrico Carozzi. Verderio fu la terra del distretto più travagliata riguardo alla sua popolazione; Merate, Mondonico, Olgiate e Rovagnate sentirono tutti più o meno la forza del male.
Nel distretto di Lecco, ne ignoro le cause, spiegò tutto il suo furore micidiale. San Giovanni, Olate, Castello, Laorca e Rancio perdettero, l’uno per l’altro, un terzo della popolazione. Nel seguente luglio entravano nella generale condizione i distretti di Cantù, rimanendone presa (8 luglio) prima la terra di Mariano che durante il, corso della malattia fu delle peggio trattate; di subito anche Cantù, Cucciago, Cabiate ed altre terricciuole soggiacquero ai colpi della pestilenza. Nel giorno stesso che il morbo prese gli abitanti di Mariano, ammalarono genti a Rògeno, piccola terra nel distretto di Erba, e subito tutto il dintorno formicolò d’ammalati. Rogeno, Tregolo, Buccinigo, Centemero, Ponte con Mazzonio, Orsenigo, Buccogna, frazione d’Erba, sarebbero state le terre più infette se con incredibile forza non avesse il male d’improvviso assaliti i poveri abitanti di Villalbese. È orrore da non potersi descrivere il disordine di questa terra, che vide in un giorno imprevedutamente cadere d’ogni parte ammalati per le case, per le vie, pei campi, né aver preparativi bastevoli al bisogno. La delegazione di Como ne fu informata e spedì tosto il valente medico Pietro Balzari ed il giovine Dottesio, che si erano già distinti nella loro patria, per carità, per zelo, e questi preparando un ospitale e curando gli ammalati vietarono che il male facesse quei terribili danni, che aveva minacciati. In tanta calamità trovarono i poveri abitatori di Erba i larghi soccorsi dell’ingegnere Reina, che rimase intrepido fra gli universali timori, e rese meno funesta la condizione di tanti orfani senza tetto e senza pane. Con sì pronti soccorsi a Villalbese ne morirono soli 97, poco numero se si ha riguardo che ne ammalarono 174. La vicinanza propagò tosto il male nel distretto di Canzo manifestandosi prima a Caslino ove i suoi effetti furono pure assai violenti.
A Canzo capoluogo del distretto, in pochi giorni caddero 115 ammalati, di cui 71 rimasero vittima. Era la disperazione nel paese, tumulto nel popolo, come sempre in tali sciagure; mancavano sepoltori convenienti al bisogno, mancavano infermieri, ma una carità operosa straordinaria provide al bisogno. Il giovane parroco di quella terra, Giacomo Minetti, d’animo generoso, pieno di coraggio e di fiducia adempì alle voci di sacerdote, di infermiere, di medico e quando abbisognava, di sepoltore; si spogliò d’ogni suo cedendolo a comodo del proprio gregge, che lo benedisse e ne serba una sincera riconoscenza. Credemmo distinguere nominatamente questo benefattore dell’umanità, perché le sue azioni non si ristrinsero ai soli doveri del sacerdozio.
Nel distretto di Missaglia si palesò dapprima al 21 di luglio in Barzago, togliendovi in poco tempo 32 individui, e poi si dilatò subito ad Osnago, a Monticello, a Cassago, a Cernusco Lombardone, a Sirtori, a Contra ove lasciò dolorose vestigia.
Il conte Giuseppe Greppi, che meritò d’essere comendato anche ne’ pubblici fogli, insieme coll’ingegnere Agudio, contribuì largamente all’erezione d’un asilo in Cortenova, frazione di Monticello, ove il choléra colpì molti individui. Nello stesso tempo il conte Filippo Taverna e il signor Carlo De-Kramer, il primo a Bulgiaco, il secondo a Cremella, soccorsero con liberalità i bisognosi, erigendo inoltre un ospitale a loro spese, e mantenendo utili regolamenti fra gli abitanti di questi paesi(2).
L’ultimo ad essere infetto fu il distretto d’Oggiono, ove entrò nell’agosto e dove o per l’abbondanza dei laghetti e de’ terreni paludosi, o per la feroce violenza del caldo, o per qualche sinistra circostanza locale, palesò una feroce violenza. Annone, Bosisio, Civate, Galbiate, a malgrado delle cure degli abitanti per esserne preservati, Malgrate, Oggiono, Valmadrera e più di tutto Sala, riguardo alla sua piccola popolazione, Olginate, Pusiano, Dolzago, Suello e Valgherghentino in poco tempo ebbero fra tutto 2972 malati dei quali dovettero soccombere 881. Tutto il distretto perdette 1042 individui. Sarebbe ingiusto non esprimere una parola di gratitudine ai generosi che anche in questa parte si distinsero per carità e per beneficenza, fra i quali vogliono essere specialmente distinti i signori Gavazzi negozianti di Valmadrera.
Tale è il procedimento della malattia nei distretti dipendenti dalla provincia di Como; riguardo agli altri che appartengono a quella di Milano ci sbrigheremo in poco, e per non ripetere una storia sempre dolorosa ma sempre uniforme, e perché le conseguenze della malattia furono meno funeste. Seregno, colpito ai 15 di luglio, fu la terra peggio trattata nel distretto di Barlassina; nel distretto di Verano ove cominciò col dodici luglio e finì col quindici del mese seguente, toccò assai Besana e Paina e più di tutto Valle morendovi 14 persone sullo scarso numero di 351 abitanti.
Nel distretto di Vimercato si mostrò più mite che altrove e vi rimase dal 9 luglio fino al 24 agosto in cui avvenne l’ultimo caso in Bernareggio.
Sullo scorcio dell’agosto il paese tutto era nella desolazione, ma tranquillo; l’idea di tanti infelici tolti dal seno delle mogli, de’ figliuoli, de’ genitori avea resi più rassegnati gli animi, preparati sempre a morire, col conforto della religione. I parrochi traevano dalla disgrazia medesima un’opportuna occasione per eccitare nel popolo di quelle grandi commozioni che mutano i costumi d’un intero paese; e n’avevano frutto, poiché quando gli animi sono premuti da una sciagura e dai timori di mali più grandi, la preghiera sola è parola di pace e di speranza.
E il cristiano sacerdozio? parola venerata che noi ripetiamo colla più umile riverenza. Ben pochi furono coloro, che avvezzi a star uniti col loro gregge nei giorni delle consolazioni, si rifiutarono di prestargli un soccorso nei giorni della sventura. I più dei parrocchi e de’ sacerdoti, preferendo morire tra le benedizioni d’un popolo da loro assistito, colla sicurezza che Iddio li avrebbe accolti nelle sue braccia; anziché vivere fra le imprecazioni dei poveri abbandonati, esposero in ogni modo la loro vita in sollievo dell’umanità languente, mostrando quanto eroismo di carità basti ad ispirare la cattolica religione. Alcuni rimasero anche sul campo dell’onore(3). Ora presenteremo un esatto prospetto dei guasti cagionati dal choléra in ciascuno de’ distretti nostri, servendoci delle precise notizie che ne furono officialmente somministrate.