Museo Civico "Carlo Verri" Biassono
Gruppo di Ricerche Archeostoriche del Lambro
Notiziario Inverno 1999
Indice numero 1Ultime gite

Alla ricerca dell'antico oro

La gita del 18 aprile nella "Riserva naturale speciale della BESSA" ci ha permesso di scoprire un inaspettato ed affascinante paesaggio "lunare" formato da un susseguirsi di alti cumuli di pietre e solcato da antiche vie segnate dalle tracce dei cariaggi.
Questo paesaggio, naturalmente originato dai fiumi che provengono dai ghiacciai della Valle d’Aosta, è stato modificato artificialmente dai Salassi, popolazione indigena della zona,- dapprima liberi e poi agli ordini dei Romani, tra il III ed il I sec.a.C. – Essi demolirono letteralmente una morena lunga molti chilometri per liberarne le sabbie aurifere alla ricerca dell'oro in esse contenuto. Un’impresa immane e che lascia increduli ed ammirati i visitatori.
Si pensi che analisi fatte hanno indicato un contenuto d’oro variabile da 0,12 a 0,55 (con punte stimate di 1) grammi per ogni metro cubo di sabbie aurifere (cioè già liberate dalle pietre, piccole e grandi, che hanno formato i famosi cumuli) e che, se fosse vera la stima di 120.000 Kg. di oro prodotto, significherebbe che furono lavorate, cernite a mano e lavate, sabbie per centinaia di milioni di metri cubi. I Salassi infatti per estrarre il prezioso metallo dovevano separare la sabbia aurifera dal resto delle pietre, e lo fecero incanalando l’acqua in percorsi obbligati e facendola precipitare in modo da far depositare i frammenti d’oro nelle anse dei canali artificiali e permetterne così in maniera più agevole il setaccio.
Tra queste “dune” di pietra si scoprono fondi di capanne con povere tracce di vita: lucerne, frammenti di olle e poche monete. Pochi resti lasciati dal passaggio di decine di migliaia di Salassi e sparse lungo tutto il percorso dei canali, dimostrando così che, oltre a lavorare in condizioni di schiavitù per i pubblicani romani, essi erano costretti a seguire con le loro “abitazioni” l’intero percorso dei lavori. “Extat lex censoria Ictimulorum auri fodine, Vercellensi Agro, qua cavebatur ne plus quinque millibus hominum, in opere publicani haberent” Così scrisse Plinio in Vecchio (Historiarum Mundi, XXXIII, XV) informandoci che la legge proibiva ai pubblicani di impiegare nelle miniere d’oro più di 5000 uomini.
Sulle vicende che hanno condotto i Romani ad impadronirsi delle Aurifodinae dei Salassi nel 143 a.C. si ipotizza che il console Appio Claudio Pulcro intervenne contro i Salassi in difesa dei Libui o Libici, foederati di Roma (i Libui erano popolazioni, stanziate nel vercellese, che gravitavano nell’area insubre). Essi richiesero l’intervento di Roma nella contesa in corso con i nemici Salassi per lo sfruttamento delle acque dell’Elvo ed il Senato dovette decidere di assecondare le loro richieste perseguendo nella politica di rispettare le clausole dei foedera ed anche perchè, o soprattutto, attratto dalle miniere d’oro dei Salassi. Venne raggiunto dal Senato romano un duplice scopo: da un lato dimostrò lealtà nei confronti degli alleati rispettando la clausola del foedus relativa alla possibilità di un intervento difensivo; dall’altra legalizzò la conquista del territorio salasso consentendo lo sfruttamento delle miniere d’oro, poi date in appalto ai pubblicani.

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