Museo Civico "Carlo verri" Biassono
Etnografia E.1
Banco per trafilare ottone
Premessa

La trafilatura è l'operazione con cui si riduce il diametro di una verga o di un filo metallico facendolo passare attraverso (trans) un foro più piccolo. Questa operazione sfrutta la duttilità cioé la capacità di alcuni metalli di lasciarsi deformare a freddo e acquisire pertanto una nuova dimensione e una nuova forma.

Banco per trafilare ottone
N° Inventario : E.1988.1.1
Dimensioni : banco 260x1500x585h; rullo Ø 110; ruota a raggi Ø 1040; lunghezza del tiro 900. (tutte le misure sono in mm.)
Materiale : legno, cuoio, acciaio
Stato di conservazione : restauro GRAL del 1989
Proprietà : dono dei fratelli Sirtori, Lissone
Il banco per trafilare, costruito interamente in legno, è composto da una robusta tavola che da una parte ha fissati due supporti in cui sono allogati i perni di un cilindro o rullo di avvolgimento. All'estremità di uno di questi perni è fissata una ruota a quattro raggi (leve) che serve per azionare manualmente la rotazione del rullo su cui si avvolge una cinghia. Questa ha la funzione di tirare il tondino di metallo, bloccato da una pinza autoserrante, attraverso il foro di una filiera.
Sul lato opposto del banco sono poste due mensole di contrasto che servono a trattenere la filiera in acciaio.
Il banco, sotto cui trovano posto due cassetti, è sorretto da due gambe.
Nei cassetti sono state riposte 14 filiere in acciaio, ognuna munita di numerosi fori di misura degradante e dalle diverse sezioni.
Non esistono elementi tali da fornirci una esatta datazione del pezzo. L'unico particolare decorativo è costituito dal disegno delle due gambe: una semplice sinuosità a "graffa" che impreziosisce la scarna semplicità della macchina.
Si può azzardare l'epoca di costruzione della trafila alla prima metà del XIX secolo.


Le origini

La macchina, nella identica forma costruttiva della nostra, era conosciuta e utilizzata almeno fin dal XVI secolo e venne illustrata e descritta da Vannoccio Biringuccio in un capitolo della sua opera "De la Pirotechnia" al Lib.IX, Cap.VIII.
L'operazione di trafilatura del metallo - oro o argento ma anche rame, ottone o ferro - e la relativa macchina, vengono descritte con estrema precisione:
"....hauendo prima con martello redutta la verga tonda & tanto longa quanto più si puo. Dipoi deue ricocere & recotta comunemente si conduce a vno arganetto fatto in piano commesso in vno telaro. Et a qual ... s'adatta le trafile d'acciaro longhe mezzo palmo con più ordini di busi per dentro di grandezza succedente l'uno e l'altro in ceppi di legnami ben fermi, & appresso con vn paro di tanaglioni con le boche piane & dentro dentate & con le gambe aperte, & sieno prese da vna staffa bracata di ferro, & che da piei habbi vno oncino, alqual sia attacchato vna testa di cigna, ouero la testa d'un canapetto, & l'altro resto s'auuolga girando sopra al arganetto, & con questo ordine si stringano le tanaglie quando le tirarete, & che esse in quello stante habbino presa la ponta delle teste del filo de l'oro, o de l'argento, & che vno di quei busi della trafila da l'artefice ben onto di cera nuoua vi sia stato messo, & cosi con la forza d'huomini girando con le lieve tali strumenti si tira le verghelle de detti metalli & si fa passare a vno a vno per tutti li busi della trafila. ... Et questo medesimo modo si tiene anchora a tirare ognaltro metallo, cioe acciaro, ottone, ferro, & rame"

L'ultimo impiego noto della nostra trafila

Alcuni documenti consegnatici insieme alla trafila ci hanno permesso di ricostruire gli ultimi atti della vita di questa "macchina". L'ultimo utilizzatore fu Giacomo Sirtori di Lissone che svolgeva la professione di insegnante di tecnica dello stampaggio tessile nelle Scuole Tecniche di Monza.
Possiamo indicare la fine dell'utilizzazione di questa trafila nei primi anni '30 quando una rivoluzione scosse il mondo degli stampatori di tessuti. Era stato infatti inventato un sistema di fotoincisione per preparare i quadri di stampa (una delle prime aziende produttrici di quadri fotoincisi fu la svizzera Wolf).
Il sistema, applicando la tecnica fotografica, riuscì a riprodurre un disegno su uno speciale supporto tessile, lasciando il vuoto tra i fili della tela solamente in corrispondenza del disegno. Attraverso questi "passaggi" il colore spinto da una racla poteva attraversare il quadro ed imprimersi sul sottostante tessuto che veniva così colorato riproducendo esattamente il disegno.
Il metodo usato sino a quel momento, e che si tramandava pressocché invariato da molti millenni, consisteva nel preparare un tampone, uno stampo, avente il disegno in rilievo, colorarlo e poi imprimerlo sul tessuto. Non è assolutamente esagerato parlare di molti millenni perché sono stati ritrovati numerosi stampi, chiamati dagli archeologi "pintadere", in strati riferibili al Neolitico (7.000/3000 a.C.) che, probabilmente, venivano usati per decorare ritualmente il corpo umano, ma anche altro.
I modi costruttivi di questi stampi detti anche tamponi o planches - per utilizzare la terminologia tecnica corrente - erano diversi ed andavano dalla incisione o scolpitura manuale di un blocco di legno (lasciando in rilievo le linee che formavano il disegno) alla costruzione della figura in metallo fuso (una lega a base di piombo, stagno e antimonio). Un'altra tecnica - quella che in particolare ci interessa - consisteva nel fissare sopra un supporto di legno tanti pezzi di ottone sagomati e accostati opportunamente per formare il disegno voluto. Questi pezzi di ottone erano trafilati in moltissimi tipi di profili: tondi, quadrati, stellari, cuoriformi, semilunati etc. Utilizzati come chiodini, essi venivano martellati nel supporto di legno seguendo le linee del disegno.
Il disegno veniva riportato sulla planche con il cosiddetto gratè, una carta lucida oleata con il disegno dalla traccia molto incisa: lo "sfriso". La carta veniva debitamente inchiostrata, appoggiata sulla superficie del legno su cui si trasferiva mediante battitura il disegno Per realizzare sul tessuto un disegno complesso occorrevano per la stampa tante planches quanti erano i colori da imprimere. La difficoltà consisteva nel rapportare e far coincidere esattamente, mediante riferimenti, i vari tamponi per ottenere la massima nitidezza del disegno senza sbavature o sovrapposizioni di colori.
Il nostro insegnante faceva preparare ai suoi allievi delle piccole planches, di pochi centimetri, con disegni semplici. Questi piccoli tamponi era forniti alle estremità di chiodini a punta, detti picots, che servivano a trovare la giusta posizione sul tessuto affinché la successione delle impressioni risultasse perfetta e sequenziale.
I vari tondini di ottone opportunamente sagomati venivano trafilati appositamente da Giacomo Sirtori, e dai suoi allievi, utilizzando la trafila.
Anche i tecnici, chiamati incisori, delle industrie tessili più grandi - come le stamperie esistenti allora in Como - creavano le planches con listelli o chiodini metallici che erano da loro stessi trafilati con i profili progettati dai disegnatori di tessuti.
La pratica della stampa dei tessuti con le planches venne rapidamente abbandonata e sopravvisse per pochi anni in paesi non industrializzati, anche se la stampa con tamponi a mano non è ancora del tutto scomparsa nella produzione di tessuti artigianali o etnici. La nostra trafila finì in soffitta con tutte le sue attrezzature insieme agli ultimi elaborati degli allievi e con un intero campionario di disegni tipici realizzati su tessuti di cotone. In quella soffitta il tutto venne dimenticato per oltre cinquant'anni.
La nostra trafila finì in soffitta con tutte le sue attrezzature insieme agli ultimi elaborati degli allievi e con un intero campionario di disegni tipici realizzati su tessuti di cotone. In quella soffitta il tutto venne dimenticato per oltre cinquant'anni.

Leopoldo Pozzi


Museo Civico "Carlo Verri"
via san Martino, 1
20046 - Biassono (MI)
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Prima edizione: 25 novembre 2004